sabato 4 giugno 2011

Manifesto contro la kermesse sionista a Milano

Manifestazioni del 5 giugno

5 GIUGNO: PROVE DI “RITORNO”
Sale la tensione per le manifestazioni previste domenica dei palestinesi nei Territori occupati e in Libano, Siria e Giordania, per l'anniversario della "Naksa". Ma gia' oggi sono previsti raduni e proteste contro l'occupazione israeliana.

MICHELE GIORGIO*

Roma, 03 giugno 2011, Nena News – E’ incandescente il clima lungo la frontiera israelo-libanese e ai principali posti di blocco tra Israele e i Territori Occupati, in vista delle manifestazioni – si prevedono imponenti – del 5 giugno (con un anticipo già oggi) che vedranno migliaia di palestinesi e arabi commemorare il 44esimo anniversario della «Naksa», la sconfitta subita dagli eserciti arabi nella Guerra dei Sei Giorni (1967) e l’occupazione israeliana di Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est, delle Alture del Golan e del Sinai (poi restituito all’Egitto). La stampa israeliana ieri ha riferito con grande evidenza l’avvertimento lanciato dal premier Netanyahu e dai vertici militari: non verrà permesso ad alcun palestinese o cittadino arabo di superare i reticolati che corrono lungo le linee di armistizio, come è avvenuto il 15 maggio (nell’anniversario della «Nakba») ai piedi del villaggio druso di Majdal Shams, sul Golan. Quel giorno, tra il Libano del sud, il Golan e la Striscia di Gaza, i profughi uccisi furono almeno 12 (aprirono il fuoco anche i soldati libanesi).

«Le nostre frontiere non diventeranno Bilin», ha detto una fonte militare al giornale Jerusalem Post, in riferimento alle manifestazioni settimanali che i palestinesi, con l’appoggio di pacifisti israeliani e stranieri, tengono ogni venerdì nel villaggio cisgiordano, simbolo della lotta popolare contro il Muro di separazione costruito da Israele. I comandi militari dello Stato ebraico perciò hanno fatto rafforzare le postazioni lungo la frontiera, in particolare nei pressi del moshav Avivim. In casa israeliana si guarda al 5 giugno con grande attenzione. Non tanto per gli aspetti di sicurezza quanto per le implicazioni politiche e diplomatiche. Dopo la prima «Marcia del Ritorno» (15 maggio) gli analisti locali evidenziarono che per Israele sarebbe arduo fermare, sparando, masse di profughi palestinesi disarmati che chiedono di far ritorno alle loro case e villaggi originari, sulla base della risoluzione 194 dell’Onu. Parlarono perciò di una «nuova strategia» palestinese, delineata nella pagina Facebook “La terza Intifada” (sino ad oggi 375mila adesioni), che se attuata potrebbe mettere Israele in seria difficoltà sul piano internazionale. Da qui la decisione di non consentire che l’iniziativa palestinese, figlia anche delle rivolte arabe di questi mesi, metta radici e diventi permanente.

L’avvertimento israeliano sembra aver avuto effetti immediati a Beirut. Secondo il quotidiano Daily Star, l’esercito libanese ha dichiarato «area militare chiusa» l’intera fascia di territorio nazionale a ridosso della frontiera con Israele, in modo da costringere i rifugiati palestinesi a tenere le commemorazioni sul piazzale dell’ex prigione di «Khiam», a quattro km dal confine, e bloccare la «Marcia del Ritorno 2». Ben diversi sono i piani dei profughi che intendono allestire un grande accampamento lungo i reticoliti di confine, guidati, ha assicurato l’ex comandante militare del campo di Ein al Hilweh, Munir al Maqdah, dai leader locali dei movimenti Fatah e Hamas. Inoltre il 5 giugno dalla Cisgiordania, facendo pressione sui posti di blocco centrali di Kalandia e Betlemme, e da Gaza convergendo su Erez, i profughi «si dirigeranno verso al Aqsa» (Gerusalemme). Nelle stesse ore migliaia di egiziani riuniti in piazza Tahrir al Cairo, di giordani (e forse anche di siriani), manifesteranno a sostegno dei diritti dei palestinesi. Raduni sono previsti anche in Galilea. Il 7 giugno musulmani e cristiani e gli studenti universitari manifesteranno in varie città, anche all’estero, per ricordare l’occupazione del settore palestinese di Gerusalemme. Nena News

giovedì 2 giugno 2011

JERUSALEM DAY: RAZZISMO E VIOLENZE NELLA PARATA ISRAELIANA

Nel giorno in cui Israele celebra il 44° anniversario dell’annessione illegale di Gerusalemme Est, 40mila militanti sionisti marciano dal quartiere arabo di Sheikh Jarrah al Muro del Pianto: aggrediti residenti e negozi palestinesi. Tensioni con attivisti della sinistra. Arrestate 24 persone.

DI EMMA MANCINI

Gerusalemme, 02 giugno 2011, Nena News – Quarantamila israeliani in marcia hanno celebrato ieri per le strade di Gerusalemme quello che chiamano il “Giorno della Riunificazione”, ovvero l’occupazione della zona Est della città nel giugno del 1967, durante la Guerra dei Sei Giorni.

Quarantamila israeliani, migliaia di bandiere bianche e blu ma anche atti di violenza e di intimidazione: alla fine della lunga parata, il bilancio è di 24 arresti. Dal quartiere arabo di Sheikh Jarrah, soggetto alla penetrazione di coloni internazionali, al Muro del Pianto, il movimento sionista, che torna ad avere grande presa sui più giovani, non ha risparmiato Gerusalemme: atti di vandalismo, aggressioni e razzismo sono andati avanti per l’intera marcia.

A pattugliare l’intera città sono arrivati 3000 poliziotti, in borghese e in divisa. Il quartiere di Sheikh Jarrah è stato chiuso al traffico fin dalle prime ore del mattino, in attesa della partenza della parata. Ed infatti i quarantamila sono partiti da Sheikh Jarrah nel pomeriggio, intonando slogan spesso con un contenuto razzista anti-arabo e circondando l’intero quartiere di Gerusalemme Est. La strada principale è stata invasa da bandiere e slogan sionisti e non sono mancati scontri con attivisti israeliani venuti in supporto dei residenti palestinesi.

Una trentina di loro ha fatto da scudo umano ad una casa palestinese, imbracciando cartelli con su scritto “Solidarietà tra ebrei e arabi contro il fascismo” e “Le colonie illegali a Gerusalemme Est sono un ostacolo alla pace”. Una provocazione difficile da digerire per chi marciava in nome della conquista della città: gli attivisti sono stati aggrediti da alcuni manifestanti e due di loro sono stati arrestati.

Un arresto anche tra le file sioniste: un dimostrante è entrato in una moschea sventolando la bandiera israeliana. In risposta, alcuni bambini palestinesi sono saliti sul tetto di un palazzo vicino con in mano cinque bandiere palestinese, tra le grida e gli insulti dei manifestanti in strada.

Non sono mancati scontri nemmeno nel quartiere più caldo di Gerusalemme Est: a Silwan, minacciato quotidianamente dalla costruzione di un’area archeologica e dall’incremento esponenziale delle colonie, sette palestinesi sono stati arrestati per aver lanciato delle pietre.

Ma il fronte caldo è stato la Città Vecchia. Alla Porta di Damasco Gate e all’ingresso di Via Suleiman, alcuni giovani ebrei hanno lanciato pietre contro residenti palestinesi, ferendone tre: uno di loro è stato portato in ospedale per una ferita alla testa. I dimostranti sionisti hanno poi fatto il loro ingresso nel cuore della città dalla Porta di Damasco intonando slogan razzisti e invocando la morte di tutti gli arabi di Gerusalemme e la distruzione della moschea di Al-Aqsa.

Alcuni manifestanti hanno tirato pietre e verdure contro negozi e passanti palestinesi, che avevano tentato di evitare aggressioni: tutti i negozi del quartiere musulmano erano stati chiusi, ma alcuni giovani avvolti nelle bandiere della colonia di Kiryat Arba e della città di Hebron hanno attaccato porte e finestre, distruggendone alcune. Altri cinque dimostranti sono stati arrestati, insieme ad una donna araba che ha risposto agli insulti con slogan antisemiti.

Gerusalemme è città divisa e contesa da 60 anni. Dal 1948 le contraddizioni si sono trasformate in conflitto: dopo l’occupazione israeliana della città nel 1967, celebrata ieri dai quarantamila manifestanti sionisti, Gerusalemme è stata annessa allo Stato d’Israele, ma la sua sovranità è ancora oggetto di controversia internazionale. Secondo il piano di spartizione dell’Onu del 1947 e la risoluzione 181, Gerusalemme è territorio internazionale, ma dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 l’area orientale araba è stata annessa a quella occidentale, ebraica. Quello a cui si sta assistendo in questi decenni è il tentativo di “giudaizzazione” della città divisa, con azioni e leggi volte a separare Gerusalemme Est dal resto della Cisgiordania. Una separazione forzata e concreta, visibile nel cemento del Muro che la taglia a metà e che isola il tessuto economico e sociale dell’area araba, spezzando legami e famiglie.

Nonostante la risoluzione Onu n.181 sia ancora considerata valida sia dalle Nazioni Unite che dagli Stati Uniti d’America, Israele non ha mai cessato l’occupazione della città, considerandola propria capitale indivisibile: Gerusalemme è la capitale de jure dello Stato d’Israele. La comunità internazionale non riconosce legittima l’annessione di Gerusalemme Est né tantomeno lo status di capitale israeliana della città, ragione per cui gran parte delle ambasciate estere sono a Tel Aviv.

Ma al governo israeliano poco importa. Durante il discorso alla Knesset di martedì, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha espressamente detto che Gerusalemme non potrà mai più essere divisa. Aggiungendo che la popolazione araba non sarà dimenticata: “Crediamo che Gerusalemme potrà diventare presto una città internazionale. Stiamo migliorando i quartieri, non solo quelli ebraici, ma anche quelli arabi. Lo meritano, non hanno abbastanza scuole. Credo si tratti di cambiamenti essenziali per il futuro di Gerusalemme”.

Una città contesa tra i suoi 789mila abitanti: secondo le statistiche ufficiali israeliani, 492mila sono ebrei, 273mila musulmani e 15mila cristiani. Hasan Khater, coordinatore del Comitato Islamico-Cristiano, ha spiegato a Sawt Falastin (‘Voce dalla Palestina) come una simile categorizzazione abbia conseguenze politiche sullo status di Gerusalemme: “È un gioco pericoloso quello del potere occupante. Queste statistiche mi spaventano. Non si dovrebbe dimenticare che ci sono oltre 150mila residenti che sono stati isolati da Gerusalemme dal Muro di Separazione. Vivono a a-Daheyah, Kufr Aqab, Abu Deis, al-Izzariyeh e intorno alla città. Si tratta di residenti di Gerusalemme che in realtà vivono fuori dalla città a causa del Muro”. E tagliati fuori anche dalle statistiche ufficiali. Nena News

mercoledì 1 giugno 2011

Ingresso del Freedom Theatre

IL FREEDOM THEATRE SENZA JULIANO

Come far sopravvivere il prezioso progetto teatrale nel cuore del campo profughi di Jenin, a due mesi dall'assassinio del suo direttore e fondatore Juliano Mer-Khamis.

DI FRANCESCO CABRE’ SANCHEZ*

Jenin, 1 Giugno 2011, Nena News – Dopo alcune settimane dall’omicidio dell’attore e attivista politico Juliano Mer-Khamis, i membri del teatro del campo profughi di Jenin sono convinti della possibilità di far sopravvivere il progetto, sul cammino tracciato da Mer-Khamis, e di accrescere l’importanza dell’arte come arma contro l’occupazione.

Sono passati quasi due mesi dal 4 aprile 2011, giorno dell’assassinio di Juliano Mer-Khamis, direttore e fondatore del Freedom Theatre. Creato nel 2006 nel cuore del campo profughi di Jenin, nel Nord della Cisgiordania, il progetto teatrale sopravvivrà alla morte di Mer-Khamis e seguirà il sentiero da lui tracciato. Così dice Eyad Hurani, un giovane di Ramallah che ha trascorso gli ultimi tre anni a Jenin, studiando teatro e trascorrendo il suo tempo con Juliano.

“Quando è morto, ho pensato che non era possibile, che era troppo presto. Ora so che il suo corpo se n’è andato, ma che le sue idee e il suo messaggio resteranno sempre dentro di me”, ha continuato Hurani, che non è tornato a Jenin da quel terribile 4 aprile. “Il campo profughi non è sicuro in questo momento. Sto diventando un attore e voglio lavorare in Palestina e nel Freedom Theatre, ma per adesso non riesco ad andare là, forse per paura”.

L’aiuto regista Adnan Naghnaghiye, che ha lavorato al Freedom Theatre per cinque anni, spalla a spalla con Mer-Khamis, ha spiegato come la scomparsa dell’amico ha colpito il teatro duramente, ma che tutti proveranno a ridargli il prestigio guadagnato negli anni. Naghnaghiye, che vive nel campo profughi, è andato avanti sottolineando che se le attività teatrali sono ferme dal 4 aprile, spera che il Freedom Theatre possa riaprire nei prossimi mesi.


Attori del Freedom Teathre all'ultima rappresentazione di Alice nel paese delle meraviglie

L’opposizione nel campo profughi

“Nessuno può piacere a tutti. E questo è successo anche a Juliano”, ha detto Adnan spiegando l’omicidio di Mer-Khamis e l’opposizione all’interno dello stesso campo profughi al Freedom Theatre. La mamma ebrea di Juliano ha portato il cosiddetto “ vento dell’Ovest” nel teatro e il suo lavoro congiunto tra ragazzi e ragazze non era ben visto da alcuni. Il teatro è stato attaccato alcuni anni fa con delle molotov e alcuni suoi membri hanno ricevuto minacce.

“La cultura chiede tempo e penso che ci sono persone che hanno bisogno di più tempo per capire il significato e l’importanza del teatro”, ha detto ancora Hurani, ricordando che per dieci anni non c’era stato nulla di simile nel campo profughi di Jenin perché tutto era rimasto chiuso dopo che l’esercito israeliano aveva distrutto il centro, iniziato da Arna Mer, la madre di Juliano.

L’arte come arma

“Dobbiamo insistere con il nostro messaggio, non possiamo fermarci se vogliamo cambiare la mentalità della gente”, ha continuato il giovane attore. È convinto che il progetto del Freedom Theatre sia prezioso per il campo profughi perché permette ai bambini di avere “un luogo aperto, sicuro, dove possano esprimere se stessi e quello che vogliono, senza limiti. Il teatro, come forma d’arte, è un’arma potente per inviare il proprio messaggio e uno strumento fondamentale per combattere l’occupazione”. “Ci sono persone – continua Adnan – che ancora credono che la sola via per opporsi ad Israele sia la pistola”.

Eyad Hurani ha concluso spiegando come Juliano gli abbia insegnato a usare l’arte per diventare un attivista politico. “Dobbiamo prenderci il palcoscenico per spiegare e mostrare la nostra situazione. È un’incredibile mezzo di propaganda – ha detto –. L’occupazione israeliana non significa solo guerra, carri armati e prigione. È anche mentale e l’arte ci aiuta a liberare le nostre menti. Non penso che possiamo liberare la nostra patria se prima non liberiamo noi stessi”. Nena News

*Articolo apparso sul sito Alternative News:http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/11-aic-projects/2936-il-freedom-theatre-senza-juliano