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domenica 29 marzo 2009

POGROM ANTI ROM A MILANO

Pogrom anti Rom a Milano

Milano, 24 marzo 2009. Nel capoluogo lombardo, in questi giorni, vi
sono stati pogrom in sequenza contro insediamenti Rom. Intere famiglie
sono state gettate sulla strada, senza alcune assistenza, senza
speranza, senza futuro. Un paziente cardiopatico operato da poco è
stato costretto ad allontanarsi dalla baracca distrutta dagli agenti.
Nessuno ha potuto portare con sé alcun bene, neanche i farmaci per la
sopravvivenza, neanche le coperte o i pannolini per i piccoli. Ionit
Lacatus, un ragazzino Rom romeno, si stringe alla madre e piange.
Dietro di loro, le macerie della povera baracca di cartone e
compensato che chiamavano casa. "Non abbiamo documenti, non abbiamo
cibo, mio figlio ha la febbre alta. Dove andremo? Come passeremo la
notte?". Sono stati aiutati da un attivista, che li ha ospitati a casa
propria, altrimenti la tragedia umanitaria in corso avrebbe avuto
altre vittime. In zona Giambellino gli agenti hanno sgomberato quattro
famigliole che vivevano una vicina all'altra, in ripari precari. Dopo
l'azione di polizia, è intervenuta una ronda di intolleranti, con
bastoni e spranghe. "Ci hanno riempiti di botte," si lamenta una
giovane donna. A San Donato Milanese un insediamento presente in paese
da alcuni anni è stato evacuato. "Volevo fotografare la nostra baracca
distrutta e tutti quei poliziotti che ci gridavano di andarcene,"
denuncia il giovane Menji, "ma un agente mi ha detto: 'Guai a te se
provi a fare fotografie. Ti rompo il cellulare'. Non volevano lasciare
prove di quello che ci stavano facendo". Nello sgombero di San Donato
è stato coinvolto un anziano Rom sopravvissuto ad Auschwitz, di cui
purtroppo il Gruppo EveryOne - che riserva una grande attenzione agli
ultimi testimoni del Samudaripen, lo sterminio nazista dei Rom - ha
perso le tracce. Le autorità milanesi hanno inoltre annunciato ai
diretti interessati - uomini, donne e bambini Rom in tragiche
condizioni di indigenza e sofferenza fisica - che nei prossimi giorni
sgombereranno senza concedere alcuna assistenza sociale né alternative
di alloggio gli ultimi insediamenti milanesi in cui sono rifugiate
famiglie Rom romene già presenti nel capoluogo meneghino da anni,
alcune delle quali avevano ottenuto - nei tempi precedenti la
persecuzione antizigana - asilo politico e protezione umanitaria. Si
tratta dei campi di Cascina Gobba e Rogoredo, già colpiti più volte da
sgomberi brutali, che hanno cagionato vittime fra i bambini più
piccoli e i malati più gravi, oltre a indescrivibili drammi umanitari.
"Loro, i poliziotti, non capiscono che i bambini, le donne e i malati
che fanno parte della nostra gente sono comevoi italiani," ha detto
il giovane Ionut Grancea, "e quando fa troppo freddo o non hanno mezzi
per sopravvivere, stanno ancora più male e spesso muoiono. Io ho solo
17 anni, ma ho visto tanta morte, dopo gli sgomberi. Gente innocente
che ha continuato a camminare, senza una meta, fino a perdere le forze
e la vita. Donne incinte che hanno perso i loro bambini per colpa del
freddo, della fame, delle malattie. Vecchi che si sono lasciati morire
per non essere di peso ai giovani. Ho visto queste cose con i miei
occhi e faccio fatica a non odiare gli italiani". Riguardo
all'insediamento sotto il cavalcavia Bacula, detto "Ponte della
Ghisolfa", la denuncia di Amnesty International ha messo in imbarazzo
le Istituzioni milanesi, che ne avevano deciso l'evacuazione. Secondo
le nostre fonti, le autorità progettano di attuare l'operazione contro
le famiglie Rom lì accampate, circondate da miseria e ostilità, non
appena i media e l'opinione pubblica smetteranno di interessarsi di
quel luogo di dolore ed emarginazione e gli attivisti allenteranno la
vigilanza.

info@everyonegroup.com
www.everyonegroup.co

giovedì 3 luglio 2008

PERSECUZIONI

Le profonde ed oscene radici
della paranoia di Maroni & Co!



le Monde Diplomatique. Le politiche razziali in Europa


Eugenetica in Europa tra le due guerre e oltre
Caccia agli zingari in Svizzera

Nel maggio del 1999, il Parlamento svedese ha deciso di indennizzare le vittime della politica di sterilizzazione forzata condotta in questo paese dal 1934 al1975.
A partire dal periodo compreso fra le due guerre, in tutta Europa, sotto la pressione di una"nuova scienza", l'eugenetica, e nel quadro di un'inquietante febbre nazionalista, si attuano politiche di eliminazione o di controllo dei"devianti sociali" e degli stranieri.
La Germania nazista le porterà al parossismo, ma esse furono attuate, sotto altre forme, anche dal governo elevetico nei riguardi degli zingari.

di Laurence Jourdan*

"Mi hanno portata via da mia madre poco dopo la mia nascita (...) I primi sei mesi di vita, li ho passati in un centro pediatrico per ritardati mentali. Lì ho vissuto le prime torture psichiatriche di un bambino jenische (...) Quando per la prima volta ho chiesto al mio tutore, il dottor Siegfried, chi fossero i miei genitori, mi ha detto (...) tua madre è una puttana, tuo padre un asociale. E
questo, me lo sono portato dietro per dieci anni. Finché ho capito il significato di quelle parole: i miei genitori erano zingari"
Oggi Mariella Mehr, scrittrice jenische (una comunità gitana), vive in Italia. Da oltre venticinque anni consegna alla carta la memoria di quella comunità della Svizzera vittima, negli anni tra il 1926 e il 1972, di quella vera e propria caccia al nomade che fu l'operazione"Enfants de la grand-route" (Bambini della strada maestra). Come varie centinaia di altri figli di nomadi, Mariella era stata tolta di forza ai suoi genitori. Nella sua famiglia, tre
generazioni sono state vittime di questa politica di sedentarizzazione forzata: prima di lei, sua madre, e poi anche suo figlio
Settantadue anni dopo, i risultati di una ricerca storica
hanno dissipato ogni"ambiguità" su questa operazione. Nel giugno 1998 Ruth Dreyfuss, consigliere federale oggi presidente della Confederazione elvetica ha dichiarato pubblicamente:"Le conclusioni degli storici non lasciano spazio al dubbio: l'Opera di soccorso Enfants de la grand-route è un tragico esempio di discriminazione e persecuzione di una minoranza che non condivide il modello di vita della maggioranza".

Nell'arco di quasi mezzo secolo, in Svizzera oltre seicento bambini jenisches sono stati sottratti a forza alle loro famiglie dall'Opera di soccorso"Enfants de la grand-route", che aveva un unico mandato: quello di sradicare il nomadismo. Con questo proposito, i figli del
popolo itinerante erano sistematicamente sottratti ai genitori e collocati presso famiglie affidatarie o negli orfanatrofi, quando non venivano addirittura incarcerati o internati in ospedali psichiatrici.
Nell'ambito del programma che doveva plasmarli secondo i modelli della società sedentaria, questi bambini hanno subito atti di razzismo, umiliazioni e maltrattamenti. Queste vessazioni, più accentuate nella Svizzera tedesca e nel Ticino, sono state minori nella Svizzera francese.
"Sradicare il male del nomadismo" L'Opera di soccorso"Enfants de la grand-route" era stata creata nel 1926 dalla celebre e prestigiosa federazione svizzera di beneficenza Pro-Juventute, cui era stato affidato l'incarico di"proteggere i bambini a rischio di abbandono e di vagabondaggio".

Il fondatore e direttore di quest'organismo, Alfred Siegfried (1890-1972), è stato il terrore dei bambini gitani, tanto che gli jenisches lo paragonano a Hitler. Per braccare gli zingari, il dottor Siegfried beneficiava dell'infallibile collaborazione della polizia e delle autorità pubbliche cantonali e comunali.
Accanitamente determinato a"sradicare il male del nomadismo, fin dall'infanzia, attraverso misure educative sistematiche e coerenti", Siegfried era animato da un razzismo viscerale nei confronti della comunità dei girovaghi, che definiva"inferiori","psicopatici","deficienti" o"mentalmente ritardati" Lo scandalo esplode infine nel 1972, grazie al settimanale svizzero Der schweizerische Beobachter. Un anno dopo, la Pro Juventute è costretta a procedere allo scioglimento dell'Opera.
Messa di fronte a questa pagina nera della sua storia, nel 1987 la Confederazione elvetica riconosce la propria responsabilità morale, politica e finanziaria nell'operazione. Si dovrà tuttavia attendere il 1996 per uno studio storiografico su quel periodo, intrapreso da tre storici della Beratungsstelle ffr die Landgeschichte (Centro di consulenza storica nazionale) su incarico del Consiglio federale, con il proposito di definire"gli obiettivi, le strutture, i finanziamenti e le attività dell'Opera di soccorso Enfants de la grand-route", e"per porre in evidenza il ruolo della Confederazione e quello della Fondazione Pro Juventute".
I risultati, resi pubblici nel giugno 1998 a Berna, sono
agghiaccianti. Fin dagli anni '20 il moderno stato amministrativo elvetico, deciso a combattere ogni forma di marginalità, aveva preso la risoluzion
di ricorre a misure coercitive per sottomettere i cittadini non conformi ai suoi ideali di ordine. Gli zingari, considerati"devianti sociali", o anche"fannulloni, gente trascurata e in gran parte degenerata", erano definiti"vagabondi congeniti" dall'antropologia criminale dell'epoca (1). Il loro stile di vita, incompatibile con i principi morali della società borghese che vedeva"nella vita errabonda la via verso il crimine", doveva quindi essere normalizzato.

Gli jenisches, il cui nomadismo era strettamente legato all'attività economica, si spostavano con tutta la famiglia e davano la preminenza, più che alla scolarizzazione dei bambini, alla trasmissione dei mestieri. La loro cultura e il loro stile di vita divennero il bersaglio delle autorità:"Chiunque voglia combattere efficacemente il nomadismo deve mirare a far saltare la comunità dei girovaghi e porre fine, per quanto ciò possa apparire duro, alla comunità familiare. Non esistono altre soluzioni", scriveva il dr. Alfred Siegfried. L'operazione"Enfants de la grand-route", teoricamente inserita nel quadro di una"politica di assistenza sociale e di previdenza", in realtà altro non era che una politica di sedentarizzazione forzata, destinata, come hanno rivelato gli storici, a"liberare la società dai mali rappresentati da queste famiglie e gruppi di nomadi, considerati come inferiori".
Fin dal 1930, il Dipartimento federale di giustizia e polizia pianificava la sottrazione dei bambini per il decennio successivo, mentre il Dipartimento dell'Interno metteva a disposizione i fondi per finanziare l'operazione. Secondo gli autori della ricerca storica,"le sovvenzioni della Confederazione coprivano dal 7% al 25% del bilancio dell'Opera di soccorso". E questo finanziamento è stato rinnovato fino al 1967! L'operazione era inoltre finanziata da vari mecenati e associazioni, oltre che dalla vendita di francobolli e opuscoli propagandistici pubblicati dalla fondazione.
Su richiesta dell'Opera di soccorso fu realizzato un censimento della popolazione itinerante. E Alfred Siegfried si fece nominare tutore di più di 300 bambini, i cui genitori erano stati posti sotto curatela. Secondo la sua tesi, la rottura totale tra il bambino e il suo universo familiare era la condizione previa per la riuscita delle sue mire educative.
Scriveva infatti:"Ogni volta che per la nostra benevolenza, o per un disgraziato (sic) incontro, qualche bambino non ancora adattato, o di carattere instabile, entra in contatto con i propri genitori, il nostro lavoro è azzerato (2)" Robert Huber, sottratto alla famiglia a soli otto mesi, ha incontrato per la prima volta sua madre a vent'anni."Davanti a me c'era una donna completamente estranea. E questa donna, mia madre, mi ha detto che avevo altri dieci fratelli e sorelle (...) La famiglia non esisteva più. Nessun di noi sapeva dove fossero gli altri (...) Gli jenisches avevano l'obbligo del servizio militare. E mentre erano sotto le armi, i loro figli
venivano portati via. Quando tornavano, trovavano le mogli piangenti. E se protestavano, le autorità minacciavano di rinchiuderli in un ospedale psichiatrico o in carcere".
Cittadini svizzeri, gli jenisches erano assoggettati a tutti i
doveri, ma non godevano di alcun diritto Questa politica fu largamente sostenuta dal clero. I bambini dovevano innanzitutto assimilare i valori dell'ordine e del lavoro per essere socializzati, ma l'istruzione che ricevevano era ridotta al minimo.
Per i maschi, l'unica prospettiva era l'apprendistato, mentre le ragazze venivano confinate al lavoro domestico. La loro realtà quotidiana era fatta di maltrattamenti, razzismo e a volte anche abusi sessuali. Erano comandati a bacchetta dalle suore di qualche istituto religioso, nelle aziende agricole (dove venivano utilizzati come manodopera a basso costo) e spesso nei penitenziari. Nell'arco di diciott'anni, la signora Uschi Waser, presidente dell'Associazione Naschet Jenische (Alzati, jenische) è passata per ventitré diverse istituzioni! Sconvolta dalle opinioni che la riguardavano contenute nelle 3.500 pagine del suo dossier, spiega che:"Siegfried sosteneva (che) tutti gli zingari sono cattivi, ladri e bugiardi (...), non perché abbiano imparato a mentire, ma perché nascono così".
Diversi scienziati svizzeri condividevano questi pregiudizi e ne hanno tratto spunto per le loro ricerche, approfittando spudoratamente dell'operazione"Enfants de la grand-route" per architettare tesi sull'"inferiorità ereditaria" dei nomadi.
Furono praticate anche sterilizzazioni forzate, benché non in maniera sistematica. Nel suo rapporto sull'attività dell'Opera di soccorso nel 1964, il dottor Siegfried scriveva:"I
nomadismo, come alcune malattie pericolose, è trasmesso soprattutto dalle donne".
Ed ecco la testimonianza di Mariella Mehr:"Quando si accorsero che a tre anni rifiutavo di parlare, decisero di farmi parlare per forza.
Usavano una specie di vasca da bagno. (...) Il paziente veniva fatto sdraiare lì dentro, bloccato fino alla testa da un'asse di legno perché non potesse uscirne. E là rimaneva finché l'acqua diventava ghiacciata. Si poteva restarci anche per 17, 18 o 20 ore". Lo psichiatra Joseph JÜrger, per lunghi anni direttore della clinica Waldhaus di Coira, dove erano stati internati numerosi jenisches, fu uno dei primi ideologi svizzeri dell'igiene razziale. Secondo il resoconto degli storici, nel 1988 molte di queste vittime della scienza al servizio della politica un centinaio circa erano tuttora internate nelle cliniche e negli istituti.
Dal 1987 tutti gli incartamenti relativi all'azione dell'Opera di soccorso sono stati depositati presso l'Archivio federale di Berna.
A questi documenti, di proprietà dei Cantoni, assoggettati a un periodo di prescrizione di cento anni, possono accedere solo gli stessi jenisches. I quali però impauriti, e nel timore che quelle carte potessero finire per danneggiarli, ne chiesero in un primo tempo la distruzione. Solo più tardi, quando si è finalmente alzato
il sipario sull'ipocrisia della neutralità elvetica, si sono resi conto di quanto fosse importante salvaguardare la loro storia. E hanno misurato fino a che punto questa politica aveva minato le fondamenta della loro cultura di popolo itinerante. Secondo le valutazioni, in Svizzera vi erano 35.000 jenisches, divenuti in maggioranza"gitani del cemento", cioè sedentari. Sono ormai solo 5.000 quelli che continuano a percorrere le strade della Confederazione.
L'operazione"Enfants de la grand-route" si è sviluppata in un contesto europeo"favorevole", nel periodo tra le due guerre, quando abbondavano le pubblicazioni sulla"patologia" del nomadismo e sulla criminalità ereditaria degli zingari L'Europa, scossa da un'inquietante febbre nazionalista, era tesa a restaurare i valori morali della società e a preservare la cultura occidentale. La situazione demografica preoccupava gli economisti, e l'elevata natalità dei ceti operai e"marginali" era percepita come un pericolo per le élites, oltre che una minaccia per gli interessi della società capitalista. Per essere forte, la nazione doveva liberarsi dalla zavorra di gente"debole", dei"devianti sociali" e degli stranieri, suscettibili di rallentare la sua crescita economica.
L'eugenetica antinatalista si rivelava come una soluzione a questo problema di"igiene sociale".
Fin dal 1908, il britannico Francis Galton, inventore di questa nuova scienza che ha preso il nome di eugenetica, e fondatore (nel 1907, insieme a Karl Pearson) del Galton Laboratory for National Eugenics, postulava"la creazione di società eugeniche in tutto il mondo (3)". Quest'ideologia si proponeva di migliorare la specie umana intervenendo sul patrimonio genetico, e raccomandava il controllo della riproduzione attraverso la sterilizzazione o la castrazione di chi avrebbe potuto"indebolire biologicamente" la razza.
Gli scienziati svizzeri incaricati di sradicare il nomadismo, che si ispiravano in larga misura agli ideali nazional-socialisti, hanno contribuito a rafforzare quella politica, sfociata poi, durante la seconda guerra mondiale, nello sterminio di almeno 500.000 zingari."All'epoca, era in atto una stretta collaborazione tra scienziati, e in particolare tra psichiatri tedeschi e svizzeri (...); e questi ultimi hanno svolto un ruolo importante nell'elaborazione della legislazione del Terzo Reich (...)", conferma lo storico Walter Leimgruber, uno degli autori del rapporto. E fu proprio in Svizzera, nel Cantone di Vaud, che nel 1928 si votò la prima legge europea sulla sterilizzazione dei malati mentali.Lo psichiatra svizzero Ernst Rfdin (1874- 1952), direttore della Psychiatrische Universitètsklinik di Basilea, è stato uno dei cofondatori, e dal 1933 anche presidente, della Società di Igiene razziale tedesca. Rfdin, che prescriveva l'internamento di alcolisti e malati mentali, ha finito per aderire al partito nazional-socialista, ed è stato tra l'altro uno dei tre autori della legge per la sterilizzazione obbligatoria dei ritardati mentali congeniti, dei maniaco-depressivi, degli schizofrenici, degli epilettici, dei ciechi e dei sordi per cause ereditarie, degli alcolisti gravi ecc., votata in Germania nel luglio 1933, che ha portato alla mutilazione di circa 400.000 persone. Sulla base di questo testo si giunse poi, il 1&oord settembre 1939, alla risoluzione sull'eutanasia dei malati mentali In Svezia sterilizzazioni forzate fino al 1975 In Francia, il chirurgo e biologo Alexis Carrel, Premio Nobel per la medicina nel 1912, elaborò un programma"di aristocrazia biologica ereditaria attraverso l'eugenetica". L'autore de L'uomo, questo sconosciuto scriveva:"Per perpetuare un'élite, l'eugenetica è indispensabile. E' evidente che una razza debba riprodurre i suoi migliori elementi (4)." Grazie al governo di Vichy, Carrel fu autorizzato a creare, nel 1941, la sua Fondazione francese per lo studio dei problemi umani, il cui obiettivo era"lo studio dei vari aspetti e delle misure per salvaguardare, migliorare e sviluppare la popolazione francese".
Negli anni 30 vari paesi europei adottarono leggi eugenetiche.
Ad esempio, nel 1934 provvedimenti sulla sterilizzazione obbligatoria furono emanati dalla Norvegia e dalla Svezia, seguite nel 1935 dalla Danimarca e dalla Finlandia. Su quella base, gli interventi potevano essere praticati sui malati e ritardati mentali, sugli epilettici e sui soggetti portatori di malattie ereditarie.
Inoltre, leggi specifiche dei paesi scandinavi prevedevano la possibilità di praticare questi interventi anche su genitori giudicati inadatti ad allevare adeguatamente i loro figli. Queste misure di sterilizzazione di massa hanno colpito 40.000 persone in Norvegia e 6.000 in Danimarca.
In Svezia, questa politica è stata portata avanti addirittura fino al 1975! In questo paese, il primo a dotarsi (fin dal 1921) di un istituto statale di biologia razziale, le vittime della politica di sterilizzazione, inquadrata in un programma di igiene sociale e razziale (5), furono circa 63.000. E per il 90% gli interventi, prescritti da medici, erano praticati su donne, a volte adolescenti.
Nel settembre 1997 è stata nominata una Commissione governativa d'inchiesta, che nel marzo 1998 ha proposto un fondo di risarcimento di 175.000 corone (21.000 dollari) per ciascuna delle vittime; il relativo progetto di legge è stato approvato dal parlamento il 19
maggio 1999. Tuttavia, gli aventi diritto ancora in vita, il cui numero è valutato tra 6.000 e 15.000, dovranno dimostrare di essere stati sterilizzati contro la propria volontà, per ragioni inerenti a"disturbi psichici","epilessia" o"altre deficienze mentali": dovranno così affrontare una nuova prova, dopo aver dovuto superare il sentimento di vergogna e di umiliazione che li ha imprigionati nel silenzio per tanti anni

note:
Giornalista, autrice del reportage"Opération Enfants de la grand-route", Point du Jour/Arte.
(1) Sylvia Thode- Studer, Les Tsiganes suisses, la marche vers la reconnaissance, Réalités sociales, Losanna, 1987.
(2) Alfred Siegfried, Kinder der Landstrasse, Pro-Juventute, Zurigo, 1964.
(3) Leggere Jacques Testard, Le Désir du gène, Flammarion, Parigi, 1994, p. 38.
(4) Leggere Alexis Carrel, cet inconnu, Editions Golias, Lione, 1996.
(5) Stephen Bates,"Sweden pays for grim past", The Guardian, Londra, 6 marzo 1999.

domenica 22 giugno 2008

LEGGI RAZZIALI

Giorgio Bezzecchi è vice-presidente nazionale dell'Opera Nomadi e da anni lavora per la promozione sociale, politica e culturale dei rom a Milano. La sua famiglia vive in un campo a Milano, il padre è stato deportato in un campo di concentramento, a cui fortunatamente è sopravvissuto. Il nonno, deportato in un altro campo non è sopravvissuto. Domani tutta la sua famiglia sarà fotografata e schedata, conformemente alle attuali decisioni del prefetto che prevedono un rilevamento completo di tutti i rom residenti nel territorio milanese. E' stato deciso un rilevamento di identità da parte della polizia su base esclusivamente etnica.


Per inviare messaggi di solidarietà è importante scrivere sia all'indirizzo dell'opera nomadi di Milano, sia della cooperativa Romano Drom, di cui Giorgio è presidente.
segreteria@operanomadimilano.org
ROMANDROM@libero.it


Testo della lettera di Giorgio Bezzecchi ( Rom-medaglia d'oro al valor civico):


Prossimo intervento differenziale per cittadini Italiani ( censimento fotografico e schedatura-Polizia), domani mattina, presso il campo comunale di via Impastato a Milano (famiglie Bezzechi).

Sono passati sessant'anni dalla promulgazione delle leggi razziali e dalla pubblicazione della rivista "La difesa della razza" di Guido Landra e dei primi rastrellamenti che sfociarono dopo un breve periodo di tempo in un ordine esplicito di "internamento degli zingari italiani" in campi di concentramento (Circ.Bocchini 27/04/41), quei "campi del Duce" di cui in Italia si è preferito perdere la memoria.


"RICORDARE PER NON DIMENTICARE"


Sono passati sessant'anni, ma le preoccupazioni, la percezione del pericolo, I PROVVEDIMENTI PUBBLICI SONO GLI STESSI DI OGGI.


E' agghiaciante quello che sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi, a Milano.


Rimanere in SILENZIO oggi vuol dire essere responsabili dei disastri di domani.


NESSUNA collaborazione di Enti o Associazioni è giustificata ( VERGOGNA)........


Mi appello alla società civile,chiedo un sostegno per le comunità di rom e sinti Milanesi.............voci dal silenzio........


Ricordo che domani sarà schedato anche mio padre,CITTADINO ITALIANO, che ha patito la persecuzione nazifascista con l'internamento in campo concentrazionale italiano (Tossicia).................mio nonno deportato a Birkenau e uscito dal camino................VERGOGNA


MI VERGOGNO,IN QUESTO MOMENTO, DI ESSRE CITTADINO ITALIANO E CRISTIANO.................


Chiedo in questo momento tragico per la democrazia e la cultura a Milano ed in Italia ,di URLARE il proprio dissenso per questa politica razzista,incivile
e becera.


RICORDO E NON DIMENTICO che oggi siamo noi e domani..............................

Milano,05/06/2008

Rag. Giorgio Bezzecchi ( Rom-medaglia d'oro al valor civico)

ITALIA VERGOGNATI!

TORINO: Agenti irrompono nel campo rom di via Lega, 9 giugno 2008.
Lunedì mattina alle 5, sessanta agenti in tenuta antisommossa hanno fatto irruzione nel campo comunale dei Sinti piemontesi. Gli abitanti sono stati fatti uscire e radunati al centro del campo. Lì hanno atteso in piedi per ore che venissero fatti i controlli sulle loro identità.
MILANO: Rincorsi fuori da scuola minacciati e insultati. Gli alunni rom di una scuola media della periferia milanese sono perseguitati da giovani del quartiere. I docenti scrivono al ministro dell'Istruzione Gelmini denunciando il clima di intimidazione e gli effetti devastanti degli ultimi sgomberi, dopo i quali i ragazzi hanno abbandonato le lezioni.
Gli alunni rom vengono insultati con cori razzisti e minacce d'ogni tipo. C'è un trentenne che organizza i raid al grido di "Zingari schifosi dovete tornarvene al vostro paese" racconta suor Ancilla, responsabile dell'ass. Nocetum che da anni segue i ragazzi rom nel doposcuola.
RIMINI: Ragazzina rom visibilmente incinta presa a calci da un italiano nell'indifferenza generale.
PESARO: Il membro più anziano della locale comunità rom sofferente di un handicap a una gamba e cardiopatico è stato colpito al capo e umiliato in pieno centro storico.
PONTICELLI: i paesani ammettono:" Conoscevamo Angelica (la ragazzina quasi linciata e accusata di aver rapito un bambino) "Le zingarelle giocano frequentemente con i bambini, sappiamo che non ha fatto niente, ma questo episodio è stato utile perchè adesso i rom se ne sono dovuti andare". Intanto Angelica, arrestata e in prigione è stata già aggredita più volte da altre carcerate e la sua incolumità è a rischio.
MILANO: Rebecca, 12 anni,nota per aver vinto il premio UNICEF "Caffè Shakerato 2008" per le sue doti artistiche applicate all'intercultura e il fratellino Ioni sono stati picchiati da due italiani di 35 e 40 anni. Il padre Stelian Covaciu, pastore della chiesa pentecostale e il figlio maggiore accorsi per difenderli sono stati minacciati, insultati, picchiati. Tutta la famiglia è fuggita verso la stazione S. Cristoforo in piazza Tirana e accorgendosi di esserre ancora seguiti hanno chiesto aiuto ai passanti inutilmente. La signora Covaciu cardiopatica, è stata colta da malore

sabato 21 giugno 2008

LEGGI RAZZIALI

LO STERMINIO DEGLI ZINGARI DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE






di Mirella Karpati

Studiosa della cultura zingara, direttrice della prestigiosa rivista scientifica "Lacio Drom".


Opere di Mirella Karpati: (a cura di), Zingari ieri e oggi, Centro StudiZingari, Roma;

(con B. Levak), Rom sim. La tradizione dei Rom kalderasha, Centro studi zingari, Roma;

(a cura di, con Ezio Marcolungo), Chi sono gli zingari?, Edizioni Gruppo Abele, Torino.



Indirizzi utili: Centro studi zingari, via dei Barbieri 22, 00186 Roma.





La "giornata della memoria" fissata il 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche, vede unite nel ricordo delle sofferenze subite le vittime di una persecuzione che colpì non solo gli avversari politici dei regimi dittatoriali, in primo luogo i comunisti, ma anche quanti venivano considerati "corpi estranei" minaccianti l´integrità nazionale, in primo luogo gli ebrei e gli zingari.

L´intrecciarsi del destino degli zingari con quello degli ebrei non è un fatto recente. Cinque secoli fa, ed esattamente il 4 marzo 1499, i re cattolici Ferdinando d´Aragona ed Isabella di Castiglia, bandirono dalla Spagna gli zingari, dopo aver bandito nel 1492 i mori e gli ebrei. Questo nell´intento di creare uno Stato unitario, in cui una coscienza nazionale sostenesse il potere, premessa fondamentale per l´instaurarsi delle monarchie assolute. L´esempio della Spagna fu seguito dagli altri Stati dell´Europa occidentale in un crescendo che giunse sino ad assicurare l´immunità a chi uccideva uno zingaro, come stabiliva la Dieta dell´Impero tenuta ad Augusta nell´anno 1500, o addirittura a premiare l´assassino, come nella Repubblica di Venezia. Né mancò la condanna delle Chiese cristiane verso questi propagatori di superstizioni, sui quali pesava il sospetto di appartenere all´Islam; e se gli ebrei erano i "deicidi", nella mentalità popolare gli zingari erano i forgiatori dei chiodi della crocifissione di Gesù. Quanto le misure repressive fossero efficaci, lo dimostra un semplice dato statistico: se nei paesi dell´Europa orientale si stima che gli zingari siano circa otto milioni, nell´Europa occidentale essi non raggiungono i due milioni.

In questa lunga storia di persecuzioni la "novità" del nazismo fu la volontà esplicita, puntualmente programmata e metodicamente eseguita, di sterminare ebrei e zingari come popolo, una volontà di genocidio.

Si è molto discusso se la persecuzione degli zingari sotto il regime nazista e sotto i regimi fascisti degli Stati satelliti sia stata motivata dalla prevenzione e repressione della criminalità oppure da motivi razziali. La prima tesi, sostenuta anche a lungo dal governo della Repubblica Federale Tedesca per negare loro ogni riconoscimento e risarcimento, trova il suo fondamento nella qualifica di "asociali" attribuita agli zingari ancor prima dell´avvento di Hitler. Già nel 1899 era stato istituito a Monaco di Baviera un apposito ufficio (Zigeunerpolizeistelle) con compiti di controllo e di schedatura, la cui competenza fu estesa nel 1926 a tutto il territorio nazionale; nel 1938 l´ufficio fu trasferito a Berlino presso la polizia criminale del Reich alle dirette dipendenze di Himmler.

Ma è possibile che 500.000 vittime, fra cui quasi la metà bambini, fossero tutte dei criminali? In realtà già fin dal 1935, in ottemperanza delle leggi di Norimberga "per la tutela del sangue e dell´onore tedeschi", i teorici della razza includevano nelle misure razziali anche gli zingari. La questione, che si presentava controversa data la loro origine indiana e la lingua ariana parlata, fu affidata nel 1936 ad un apposito ufficio, il Centro di ricerche scientifiche sull´ereditarietà, diretto dal dott. Robert Ritter. Le conclusioni del dott. Ritter e della sua assistente Eva Justin segnarono il destino definitivo degli zingari: erano da considerarsi come un meticciato di diversi elementi razziali e pertanto pericolosi per la purezza del sangue tedesco: dovevano quindi essere sterilizzati e/o deportati nei campi di concentramento.
Le prime deportazioni degli zingari ebbero luogo già nel 1936 nel "campo di lavoro" di Dachau, destinato agli "asociali", categoria in cui erano inclusi, oltre agli zingari, i detenuti politici, gli omosessuali e i Testimoni di Geova. Il 1° luglio giunse un primo trasporto di 170 zingari, seguito da altri tre. Nello stesso anno per "ripulire" Berlino in occasione delle Olimpiadi i Sinti della zona furono rinchiusi nel campo di Marzahn, da cui dovevano uscire solo per essere deportati ad Auschwitz. Nel 1937 crescente fu il numero dei deportati a Sachsenhausen, Sachsenburg, Lichtenberg, Dachau e, dopo l´annessione dell´Austria, a Mauthausen.

Il 27 settembre 1939 fu decisa da Heydrich la "soluzione finale" per ebrei e zingari: la detenzione in campi di concentramento non doveva essere che la premessa della loro estinzione. Un primo passo fu la deportazione dei 30.000 zingari viventi in Germania nella Polonia occupata, il cosiddetto Governatorato generale, rinchiudendoli dapprima nei ghetti di Lodz, Varsavia, Siedle, Radom e Belsec e poi nei Lager di Treblinka, Majdanek, Sobibor. Il Liquidierungsbefehl (ordine di liquidazione) del maggio 1941 dispose "l´uccisione di tutti gli indesiderabili dal punto di vista razziale e politico in quanto pericolosi per la sicurezza", indicando quattro categorie principali: funzionari comunisti, asiatici inferiori, ebrei e zingari. Infine lo Auschwitzerlass (decreto di Auschwitz) del 16 dicembre 1942 dispose l´internamento di tutti gli zingari anche dai territori occupati. Nel febbraio 1943 fu predisposto ad Auschwitz-Birkenau il cosiddetto "campo per famiglie zingare" nel settore II E con 32 baracche, dove furono accolti in condizioni spaventose, come attestato dallo stesso comandante del campo Rudolf Hoess, i 20.946 Zingari regolarmente registrati. Nella notte del 2 agosto 1944 gli ultimi 2.897 sopravvissuti furono passati nelle camere a gas. Ma altri già li avevano preceduti: si sa di trasporti interi uccisi al loro arrivo per sospetto di epidemie. E molti altri trovarono la morte negli altri Lager: Flossenburg, Ravensbrück, Buchenwald, Bergen Belsen, Majdanek, Sobibor, Kulmhof...

L´Austria non aveva atteso queste disposizioni, ma fin dal 1939 aveva creato dei Lager appositi per gli zingari austriaci a Salisburgo e a Lackenbach, mentre quelli stranieri venivano detenuti a Mauthausen. In seguito molti furono avviati nei campi di sterminio. Dei 16.493 cittadini austriaci morti nei campi di concentramento, 4.097 erano ebrei e circa 6.000 zingari. Nel solo campo di Auschwitz fra il 31 marzo 1943 e il 22 gennaio 1944 furono internati 3.923 zingari austriaci, di cui il 42% era costituito da bambini.

Solo gli zingari polacchi non venivano deportati; temendo che potessero evadere, venivano massacrati sul posto: bambini scaraventati contro gli alberi per sfracellarne il cranio o gettati in aria per infilzarli con le baionette, donne incinte sventrate, altre con i seni recisi, fucilazioni in massa con sepoltura in fosse comuni anche dei feriti. Analoga sorte ebbero gli zingari nei territori occupati all´Est ad opera non solo delle SS, ma anche della Wehrmacht. In Boemia e in Moravia la popolazione zingara fu quasi completamente sterminata. In Ukraina la stessa polizia locale si fece parte attiva nell´individuare gli zingari e ucciderli. Del resto gli ukraini si distinsero anche per la loro ferocia come Kapo nei campi di sterminio. Nelle Repubbliche Baltiche la persecuzione ebbe inizio il 5 dicembre 1941 per ordine del comandate della Sicherheitspolizei Lohse: agli zingari, in quanti inaffidabili e propagatori di epidemie, doveva essere riservato lo stesso trattamento che agli ebrei. Singolare la testimonianza del vescovo di Riga, Mons. Springovics, il quale in una lettera diretta al papa Pio XII del 12 dicembre 1942 raccontava come i lettoni avessero accolto i tedeschi come liberatori dal dominio sovietico, ma ben presto avessero dovuto ricredersi: "L´atrocità della dottrina nazista si è mostrata in Lettonia in tutta la sua durezza e abominazione". Sterminati "in modo crudelissimo" ebrei, zingari e malati mentali.

In generale nei territori sovietici occupati agivano le Einsatzgruppen (gruppi di assalto), unità adibite alla repressione. Particolarmente dura l´azione condotta in Crimea, dove gli zingari erano molto numerosi. Fra il 16 novembre e il 15 dicembre 1941 ne furono massacrati 824. Il quartiere zingaro di Sinferopol fu minato e fatto saltare in aria. Secondo una testimonianza, al processo di Norimberga "la pila dei cadaveri superava i bordi delle fosse e rimase così a lungo allo scoperto".

In Slovacchia, Stato satellite del Reich, in un primo tempo solo gli uomini furono inglobati in squadre speciali di lavoro forzato. Quando la lotta partigiana si fece più forte e organizzata, gli zingari furono sospettati di connivenza e le "Guardie di Hlinka", i fascisti slovacchi, compirono massacri orrendi, sterminando intere famiglie, spesso chiudendole nelle loro capanne per bruciare vivi bambini, donne, anziani.



In Romania si ebbe la deportazione di quanti abitavano nei dintorni di Bucarest nella Transnistria, il territorio compreso fra il Dniester e il Bug, una terra bruciata dalla guerra dove, privati di ogni loro bene compresi i cavalli e i carrozzoni, perirono praticamente di fame. In Ungheria le "Croci stellate", i miliziani fascisti, si fecero parte attiva nella deportazione degli zingari nei Lager polacchi. Invece in Bulgaria, pur occupata da truppe tedesche, il primo ministro Dimitar Pečev si oppose decisamente all´emanazione di leggi razziste e costrinse il re Boris a ritirare il decreto che già aveva firmato sotto la pressione degli occupanti.

Anche nei paesi occidentali ci furono gravi persecuzioni, soprattutto in Francia, dove già nel 1940, cioè prima dell´occupazione tedesca, il governo aveva creato numerosi campi di concentramento, vere e proprie anticamere di Auschwitz. Nell´agosto di quello stesso anno ne esistevano ventisei nel Sud e sedici nel Nord della Francia.

Dal Belgio si ebbe un solo trasporto, il convoglio Z del 1944, con cui furono deportati ad Auschwitz 351 Zingari e solo cinque tornarono indietro.

Nella Jugoslavia occupata il governatore tedesco Thurner poteva dichiarare nel 1942 che quello era l´unico paese dove si era riusciti a risolvere totalmente la questione ebrea e quella zingara. Nel dopoguerra la Commissione di Stato della Repubblica Federale e Popolare della Jugoslavia faceva ammontare a 600.000 le vittime e aveva individuato 289 fosse comuni. Da Belgrado fu deportato a Dachau anche il vescovo ortodosso Nikolaj Velimirović, l´unico vescovo rinchiuso nei Lager nazisti, a motivo che era zingaro. La Chiesa serba ortodossa lo ha dichiarato santo nel 1984. Ma forse il paese dove ci furono gli stermini più atroci fu la Croazia, proclamata Stato indipendente il 10 aprile 1941 sotto la guida di Ante Pavelić, capo degli ustasa, i fascisti croati. Subito il ministro dell´interno Andrja Artukovic proclamò lo sterminio degli avversari politici, degli ebrei, degli zingari e dei serbi, creando ben 71 campi di concentramento. La documentazione fu distrutta alla fine della guerra e ora si stanno faticosamente ricostruendo gli elenchi dei deportati. Fra gli zingari le vittime accertate fino al 1998 sono 2.406, di cui 840 bambini. Il campo più terribile era quello di Jasenovac, dove si uccidevano le persone conmetodi barbari. Né mancarono campi destinati ai bambini, come quello di "rieducazione" a Jastrebarsko, dove fra l´aprile 1941 e il giugno 1942 morirono 3.336 bambini di varie etnie di età fra gli uno e i quattordici anni a causa degli stenti, ma anche degli "esperimenti medici" finiti poi con una pugnalata al cuore o una mazzata in testa. Nel campo per le donne di Stara Gradiska perirono oltre trecento bambini zingari. Direttrice del campo era Nada Luburic, moglie di Dinko Sakic, comandante del campo di Jasenovac. Alla fine della guerra i due si rifugiarono in Argentina per sfuggire al mandato di cattura emanato contro di loro nel 1945 dalla Commissione per i crimini di guerra. Solo nell´autunno 1998 sono stati estradati a Zagabria e sottoposti a processo. Nada Luburic è stata assolta, perché sarebbero mancati i testimoni. Dinko Sakic è stato riconosciuto colpevole delle torture e della morte di oltre 2.000 detenuti serbi, ebrei, zingari e antifascisti croati e condannato a vent´anni di reclusione.

In Italia non ci furono provvedimenti razziali contro gli zingari. Le leggi razziali, emanate nel 1938, riguardavano solo gli ebrei e i mulatti, cioè i figli degli italiani in Africa, dove vigeva il costume del madamato, cioè di avere una concubina africana. Ai loro figli fu negato il diritto alla cittadinanza italiana.

Verso gli zingari furono introdotte invece misure speciali di polizia a cominciare dal 1938, quando le famiglie nomadi, che vivevano lungo i confini orientali, furono deportate in Sardegna e in Basilicata, dove però furono lasciate libere a patto che non abbandonassero quelle regioni.

Dopo l´entrata in guerra dell´Italia il 10 giugno 1940 una circolare del Ministero dell´Interno ordinava ai Prefetti di predisporre il concentramento degli zingari nomadi in appositi campi. L´ordine fu eseguito solo parzialmente per l´opposizione dei Comuni di accoglierli sul loro territorio; ma anche là dove esistevano, la sorveglianza era minima. Per i Rom stranieri furono creati due appositi campi a Tossiccia sul Gran Sasso in provincia di Teramo e ad Agnone in provincia di Isernia. Vi furono rinchiuse le famiglie dei Rom della Slovenia, divenuta provincia italiana. Ad esse si aggiunsero molti altri, che si consegnavano spontaneamente ai soldati italiani per sfuggire ai massacri degli ustasa. I due campi durarono fino all´8 settembre 1943, quando i carabinieri, che li avevano in custodia, si rifiutarono di consegnarli ai tedeschi e li lasciarono liberi di fuggire. Molti si rifugiarono in montagna ed alcuni si aggregarono ai partigiani. Si ha notizia di singole persone rinchiuse in altri campi, come per esempio a Ferramonti di Tarsia in provincia di Cosenza, il più grande campo di concentramento italiano.

Quando è finita la guerra, abbiamo detto "mai più", invece purtroppo oggi dobbiamo dire "ancora". Le guerre intestine scoppiate nella ex Jugoslavia e i conseguenti programmi di "pulizia etnica" hanno visto in primo luogo tra le vittime i Rom delle Krajne, della Bosnia, della Erzegovina e del Kosovo. Sono continui gli episodi di violenza, dovuti soprattutto a gruppi neonazisti in Slovacchia, in Repubblica Ceca, in Romania, in Bulgaria (villaggi bruciati, gente picchiata a morte o scaraventata dalle finestre o annegata nei fiumi) tanto che l´OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) ha istituito un apposito ufficio a Varsavia per la tutela dei Rom e il Consiglio d´Europa ha approvato nel maggio 1997 un documento che condanna il razzismo contro gli zingari.

Le persecuzioni e la crisi economica del paesi dell´est ha provocato un forte esodo verso l´occidente, dove questo flusso di profughi non è stato certo accolto benevolmente. Anche l´Italia non è immune da episodi di violenza. La cronaca riporta episodi di fucilate contro gli accampamenti o di mine poste al loro ingresso, di tentativi di bruciare le roulottes, di giocattoli esplosivi regalati ai bambini. E che dire dello stillicidio di morti bianche dei bambini che muoiono di freddo o bruciati vivi nelle fatiscenti baracche, in cui le famiglie vivono spesso ammassate nei cosiddetti campi nomadi (per loro che non sono nomadi) in condizioni indegne di un essere umano, campi che sono valsi per l´Italia il 18 marzo 1999 una dura condanna di razzismo da parte del Comitato per l´Eliminazione delle Discriminazioni Razziali (CERD) dell´ONU.

Per la giornata del ricordo del 27 gennaio 1999 l´Associazione Presencia gitana di Madrid ha lanciato un manifesto con una ruota spezzata su uno sfondo di camini dei forni crematori e la scritta "ma bister" (in lingua zingara "non dimenticare"). Credo che questo monito dovrebbe essere sempre tenuto vivo proprio per non veder ripetersi gli orrori del passato.





BIBLIOGRAFIA

Nella Collana europea "Interface":

AA.VV., Gli Zingari nella Seconda guerra mondiale. 1 - Dalla "ricerca razziale" ai campi nazisti.

Libreria Anicia - Via San Francesco a Ripa, 62 - 00153 Roma

AA.VV., The Gypsies during the Second World War. 2 - In the shadow of the Swastika

giovedì 22 maggio 2008

UNA PIETRA SUL CUORE

Ho una pietra sul cuore da molto tempo per l'atroce ingiustizia di cui sono vittime i miei fratelli palestinesi, negli ultimi giorni se n'è aggiunta un'altra, per l'altrettanto atroce ingiustizia sofferta dai miei fratelli rom. La campagna infame contro di loro secondo cui sarebbero un pericolo pubblico e ruberebbero bambini, è evidente, si colloca all'interno di un piano governativo di repressione e di assassinio di ogni libertà di pensiero a favore di un "senso comune" che da tempo si stanno sforzando di costruire facendo leva sull'egoismo e sul razzismo delle masse. Facile compito aizzare le folle contro una categoria di persone così debole ed esposta. Rubano i bambini gridano i titoli perfino dei giornaletti quotidiani pieni di pubblicità che vengono distribuiti gratis. Eppure la parlamentare europea che ha visitato i campi nomadi ha verificato che sono stati i bambini rom a sparire nel nulla dopo i bliz della polizia e che alcune famiglie non sanno più che fine abbiano fatto i loro figli.
Sono clandestini e se ne devono andare, sbraitava un personaggio spregevole e disgustoso in una trasmissione televisiva. Non è vero. Da molto tempo la maggior parte di queste popolazioni non sono più nomadi, ma stanziali. Moltissimi sono italiani, altro che clandestini! Sono semplicemente poveri trattati come spazzatura e come pericolo pubblico e quindi non sono soggetti da sostenere ed aiutare, ma da cacciare dovunque vadano.
Una volta la percezione di queste popolazioni era ambivalente. Da un lato la paura per chi è un diverso al quadrato, dall'altra l'attrazione per la figura dello gitano vista in senso romantico come colui che passa come il vento, che gira il mondo, che sa predire il futuro, che non ha bandiere, non ha stato, non ha esercito, non muove guerre. Ma il mondo si è globalizzato e la miseria è anch'essa divenuta globale, gli zingari non girano più il mondo, la loro ansia di libertà e nuove frontiere ha incontrato i confini certi della miseria. Ora sono soltanto poveri. E per i poveri non c'è pietà.
Ci sono due riflessioni che mi sembrano degne di nota. Una è che questo gioco sporco di aizzare i poveri e una popolazione in difficoltà contro un capro espiatorio facile e dar loro modo così di scaricare la rabbia che diversamente si incanalerebbe verso più giusti obiettivi è un gioco già sperimentato, ma che funziona sempre. In Germania quando il nazismo era in ascesa e c'era in atto una crisi economica si aizzò la popolazione verso gli ebrei che venivano presentati come i colpevoli di tutto. L'altra è che quando si vuole creare un clima di illibertà totale si comincia sempre dal colpire i più deboli, poi tutti gli altri e in breve ci sarà da stare molto attenti a meno di non conformarsi alla filosofia berlusconiana e leghista.
C'è un ultima riflessione che mi affligge:
Da tempo accusiamo Israele di perpetrare le punizioni collettive per cui se qualcuno fa un attentato viene punita tutta la comunità, da tempo accusiamo Israele di razzismo e apartheid contro i palestinesi, di far sparire i bambini nelle carceri israeliane senza nemmeno avvertire i genitori, da tempo accusiamo i coloni israeliani di bruciare i campi dei contadini palestinesi, di aggreedire i bambini, di tentare di cacciare i palestinesi dai villaggi. A un tratto mi rendo conto che i rom sono stati ripetutamente oggetto di punizione collettiva, il razzismo contro di loro si spreca, i bambini sono spariti nel nulla e i camorristi napoletani e i loro rozzi compagni hanno incendiato i campi nomadi esattamente come fanno i coloni israeliani.
Che razza di gente siamo diventata?
Per favore svegliatemi da quest'incubo.

mercoledì 14 maggio 2008

I ROM NON RAPISCONO BAMBINI

Di solito guardo poco la TV, ma l'altra sera mi è capitato di vedere il programma "Chi l'ha visto" dove si commentava il presunto rapimento di una bambina da parte di una ragazzina rom. Ho appreso esterrefatta di come un intero paese si sia scatenato nel tentativo di linciaggio di una diciassettenne come se fosse la cosa più normale del mondo. "I nomadi non rapiscono i bambini, ne hanno a sufficienza" dichiarava il responsabile dell'Opera Nomadi che cercava, tra i dileggi e le aggressioni verbali di un tale che dovrebbe essere un avvocato, di spiegare che la gran parte di queste popolazioni non si dedicano ai furti e all'elemosina, ma che lavorano, creano cooperative, mandano i figli a scuola e che solo una minoranza, causa emarginazione ed estrema povertà si dedica ancora a queste attività. Dopo il fatto, ancora da accertare, ci sono state manifestazioni e proteste e infine lo sgombero del campo dove risiedeva la fanciulla. Mi è venuto in mente subito l'accusa rivolta agli ebrei non tanto tempo fa, di rapire bambini cristiani per ucciderli ed usare il loro sangue per impastare le azzime per la festa di Pesac, cosa che giustificava poi pogrom, uccisioni e aggressioni di estrema ferocia. I nomadi, rom, sinti e tutti gli altri gruppi, hanno subito la SHoah esattamente come il popolo ebraico, ma a differenza di quest'ultimo, la loro Shoah non è mai finita. Nessuno ancora si è fatto prendere da rimorsi e da senso di colpa, ma al contrario la loro persecuzione è continua e generale. La favola dei rom che rapiscono bambini è frutto di un razzismo pericoloso e devastante. Sono loro il pericolo per la sicurezza e non invece i clan mafiosi che stanno infestando la capitale, come pure altre regioni italiane. Il reato commesso da un rom o da un "clandestino" o straniero non clandestino è una minaccia che fa esplodere la paranoia delle folle, non lo sono i delitti, sebbene efferati di italiani e non lo sono i mafiosi, compresi quelli che anbbiamo in parlamento.