giovedì 25 febbraio 2010

Bil'in, 5 anni di lotta non-violenta

La lotta nonviolenta di Bil’in compie gli anni

scritto per noi da
Barbara Antonelli




Corrono frenetici taxi, service e auto private sulla strada dissestata e polverosa che dalla periferia di Ramallah arriva a Bil'in, villaggio della Cisgiordania. "Fi el afle fi Bil'in, el lyom", c'e' un party oggi a Bil'in, dice il tassista mentre mi lascia nella piazza all'ingresso del paese, mai stata cosi affollata da giornalisti e dimostranti venuti da tutta la Cisgiordania, da Israele e anche dall'estero per partecipare alla consueta manifestazione del venerdi, contro il muro.
Oltre 2mila persone, 3mila dicono gli organizzatori, una folla festosa di attivisti, la banda di giovanissimi scout palestinesi, il gruppo israeliano di percussioni Ka/Ya Samba, i clown.
Tutti accorsi a festeggiare cinque anni di caparbietà del comitato popolare del villaggio.
Da cinque anni, ogni venerdi, attivisti israeliani e internazionali marciano insieme al comitato popolare contro la costruzione della barriera con cui Israele ha espropriato i residenti di due terzi della terra agricola coltivabile, per l'espansione dei vicini insediamenti. Cinque anni che hanno reso Bil'in un esempio della nonviolenza palestinese contro l'occupazione israeliana, destando una sempre maggiore attenzione da parte dei media, anche mainstream; una formula basata sulla creativita' e la costanza, diventata un modello per altri villaggi della Cisgiordania. Dieci giorni fa, le immagini dei manifestanti a Bil'in travestiti da Na'vi, il popolo che nell'ultimo colossal di James Cameron, Avatar, si ribella ai colonizzatori, hanno fatto il giro della stampa internazionale.
C'erano anche le istituzioni venerdi scorso, Salam Fayyad, primo ministro palestinese, venuto a sostenere la lotta non violenta, ha ringraziato "il comitato popolare ma anche tutti quelli che hanno sostenuto la battaglia di Bil'in in questi anni, il diritto dei palestinesi a vivere liberi e in modo dignitoso". C'erano anche molti rappresentatnti del Consiglio Legislativo Palestinese, Mustafa Barghouthi, Walid A'ssaf, Abdallah Abdallah e anche invitati europei, tra cui il sindaco di Ginevra, Remy Pagani, che ha ricordato come " la comunità internazionale nulla abbia fatto per l'applicazone del diritto internazionale nei territori occupati Palestinesi".
Qui a Bil'in si vive nel ricordo di Bassem. Non c'e' un solo speaker nei comizi pre-manifestazione che non l'abbia ricordato: Bassem Abu Rahme, ucciso nel 2009 da un candelotto di gas lacrimogeno, che gli ha perforato il torace. Perche' se e' vero che da cinque anni si manifesta, da altrettanti anni l'esercito israeliano tenta con tutti i modi di indebolire la lotta popolare nonviolenta: incursioni notturne, arresti generalizzati, intimidazioni e una repressione violenta della marcia ogni venerdi, con gas lacrimogeni, proiettili di gomma, e a volte proiettili veri. 31 attivisti di Bil'in sono ancora in carcere: tra loro Abdallah Abu Rahme, arrestato il 10 settembre 2009, per la cui liberazione e' stata lanciata una campagna sostenuta da diverse organizzazioni che si battono per la difesa dei diritti umani. Dalla prigione di Ofer nel quale e' detenuto (prigione israeliana nei territori occupati palestinesi), Abdallah in collegamento audio ha salutato i manifestanti e ricordato il legame forte che lega gli attivisti palestinesi a quelli israeliani e internazionali, "perche' la lotta popolare non violenta e' qualcosa di molto piu' grande della sola giustizia per Bil'in o per la Palestina, e' il simbolo di una lotta condivisa contro l'oppressione".
E allora si e' marciato come tutti i venerdi, fino alla barriera che divide il villaggio dalle terre agricole. Per venti secondi i manifestanti hanno pensato che l'esercito non ci fosse. Hanno superato la recinzione metallica e appeso bandiere palestinesi, hanno tirato giù 30 metri di reticolato e filo spinato. Allora e' iniziata la pioggia di lacrimogeni, granate assordanti, idranti che spruzzano skunk, un'acqua puzzolente, una sostanza chimica "il cui odore ti resta attaccato addosso per giorni" dice chi a Bil'in e' di casa. Alcuni battono subito la ritirata, altri restano, un'ora o due, seduti sotto gli ulivi, a guardare da lontano la scena, sulla terra avvelenata dai gas lacrimogeni. Il bilancio della giornata e' di oltre 15 intossicati e qualche ferito lieve.
Alle tre ci si avvia verso la piazza del paese, alla ricerca di un taxi, è ora di tornare a casa. Con una seppur piccola vittoria per cui gioire: la sentenza che la Corte Suprema di Giustizia isrealiana ha emesso nel 2007 perché il muro fosse rimosso e il suo percorso spostato, e' stata finalmente applicata dall'esercito israeliano; il 15 febbraio sono iniziati i lavori di spostamento del reticolato, lavori che restituiranno a Bilin quasi la meta' dei dunum di terra confiscati. "La Corte israeliana aveva gia' emesso la sentenza due anni fa, ma è grazie alla nostra battaglia, non alla Corte, che l'esercito ha deciso di applicare la sentenza proprio adesso", dice Mohammed Khatib, del Comitato popolare. "La Corte Internazionale di giustizia dell'Aja ha decretato che l'intero muro é illegale e andrebbe smantellato, non solo parzialmente come ha deciso la Corte." Una decisione molto sofferta, visto che il comitato, una volta accolta la sentenza, non potra' piu' ricorrere alla Corte: il villaggio ha votato per accettare e continuare però le azioni di protesta per l'illegalità del tracciato e del muro.
"Riprendiamoci la nostra terra occupata dal 1967, piccolo pezzo dopo piccolo pezzo e continuiamo a lottare", riporta il comunicato stampa. La battaglia va avanti allora, appuntamento al prossimo venerdi.

mercoledì 24 febbraio 2010

Comportamenti usuali dell'esercito "più morale del mondo"or

At-Tuwani, 23 febbraio 2010


Nel pomeriggio del 23 febbraio 2010, i soldati israeliani hanno arrestato un pastore palestinese di 19 anni, Khalil Ibrahim Abu Jundiyye, del villaggio di Tuba.

Il pastore stava portando al pascolo il proprio gregge quando quattro soldati israeliani dal vicino insediamento di Ma'on hanno cominciato ad inseguire lui e un altro pastore, costringendoli a tornare verso il villaggio di Tuba.

Una volta arrivati al villaggio i soldati hanno aggredito i due pastori e le rispettive famiglie che stavano tentando di chiarire con i soldati i motivi della loro aggressività. Un soldato ha dato una testata al fratello del pastore solo perchè stava chiedendo le ragioni dell'arresto. Un altro soldato ha caricato il fucile e rivolgendolo verso l'alto ha minacciato di sparare se le famiglie palestinesi non avessero immediatamente taciuto.

I soldati hanno ammanettato Khalil Abu Jundiyye e l'hanno portato via, minacciando l'arresto di chiunque avesse tentato di seguirli. Due volontari del Christian Peacemaker Teams che si trovavano sul posto hanno visto i soldati costringere il palestinese a camminare bendato su di un terreno scosceso per circa un chilometro.

Un'organizzazione israeliana per i diritti umani ha più tardi informato gli internazionali del fatto che Abu Jundiyye è stato portato al checkpoint di Beit Yatir, sul versante meridionale della Green Line, adiacente all'insediamento di Mezadot Yehuda.

Abu Jundiyye è stato trattenuto tutta la notte e al momento nessuno è a conoscenza del luogo in cui si trovi realmente. Secondo il DCO, l'ufficio israeliano di coordinamento distrettuale, Abu Jundiyye sarebbe accusato di avere aggredito uno dei soldati. I due volontari del CPT presenti hanno riportato che il pastore palestinese non ha in alcun modo aggredito il soldato e i video in loro possesso mostrano chiaramente che l'aggressione non è di fatto avvenuta.

ARCHEOLOGIA ALL'ISRAELIANA

“Gli scavi israeliani sono responsabili

dei recenti sprofondamenti a Gerusalemme.”



Gerusalemme – Ma’an – Dei testimoni oculari hanno riferito che domenica, vicino all’ingresso del mercato Bab Khan Az-Zeit nella Città Vecchia, una strada è franata a seguito degli scavi israeliani nell’area.



Il corrispondente di Ma’an da Gerusalemme ha riferito che “ A seguito del cedimento si è formato un buco di due metri per un metro di profondità.”

Si sostiene che Il recente smottamento sia connesso agli scavi archeologici israeliani in atto attorno al complesso della Moschea Al-Aqsa, che hanno prodotto una serie di frane tutt’intorno, nella Città Vecchia e nei quartieri di Gerusalemme Est.

Le frane hanno fatto seguito alla decisione del Primo Ministro Benjamin Netanyahu di inserire nella lista del patrimonio ebraico due siti posti nei Territori Palestinesi Occupati, la Moschea di Ibrahim – Abramo a Hebron e la Tomba di Rachele a Betlemme.

A gennaio, la Fondazione Al-Aqsa per la Dotazione e il Patrimonio ha riferito di uno smottamento stradale sulla via principale dell’area di Silwan nella Gerusalemme est occupata, che ha prodotto un buco di dimensioni analoghe a quelle della frana più recente..

Il rapporto afferma che, secondo il parere della Fondazione, lo sprofondamento era connesso con gli scavi in atto effettuati nelle vicinanze dalle autorità israeliane, costituiti apparentemente da tunnel che si estendono al di sotto del quartiere, a circa 700 metri dal complesso della Moschea. Di recente le autorità hanno asportato una grande quantità di terra e roccia da sotto Silwan per trasportarla in località mantenute nascoste.

In seguito, sempre a gennaio, era stato riportato un secondo sprofondamento a Silwan presso il Centro Informazioni Wadi Hilwah, a sud del complesso della Moschea di Al-Aqsa, che ha prodotto nel bel mezzo di Wadi Hilwah Street un buco di 12 metri quadrati.

Jawad Siam, capo del Centro Informazioni, ha sostenuto che il recente sprofondamento in Waadi Hilwah si è verificato sopra un tunnel scavato ad una profondità di 10 metri e si è formato a pochi metri dalla frana precedente di gennaio.

Siam ha raccontato che un ragazzo è rimasto ferito mentre un veicolo vi è caduto dentro, aggiungendo che la locale moschea Al-Ein, dove gli scavi israeliani erano stati intensificati, si era allagata non appena l’acqua piovana era filtrata dentro al luogo sprofondato.

Il Centro Al-Quds per i Diritti Economici e Sociali ha affermato che questo episodio fa seguito a un gran numero di analoghi sprofondamenti che si sono verificati di recente a Silwan, evidenziando che lo scorso anno, uno smottamento era avvenuto in una scuola femminile, dove erano rimaste ferite ben 17 studentesse.

(tradotto da mariano mingarelli)