TRIBUNALE RUSSELL SULLA PALESTINA, SESSIONE STRAORDINARIA SU GAZA, BRUXELLES 24 E 25 SETTEMBRE 2014
Il Tribunale Russell sulla Palestina, coraggiosa iniziativa di denuncia e cultura politica, è stato creato in risposta ad un appello di Ken Coates (Presidente della Bertrand Russell Peace Foundation), Nurit Peled (Israeli, Premio Sakharov per la libertà di parola 2001) e Leila Shahid (Delegata generale della Palestina presso la Unione Europea). La responsabilità dell'organizzazione del Tribunale Russell sulla Palestina è del Comitato organizzativo internazionale, i cui componenti sono: Ken Coates, Pierre Galand, Stéphane Hessel (morto nel 2013), Marcel-Francis Kahn, Robert Kissous, François Maspero, Paulette Pierson-Mathy, Bernard Ravenel and Brahim Senouci. Ha svolto le sue sessioni tra il 2010 e il 2014 a Barcellona, Londra, Città del Capo, New York, Bruxelles (sessione conclusiva e sessione straordinaria su Gaza). Per saperne di più www.russelltribunalonpalestine.com. (Conclusioni generali anche in italiano).
Sommario delle testimonianze
La giornata del 24 è stata dedicata all'ascolto dei testimoni da parte della giuria. Quella del 25 ad una conferenza stampa pubblica sui risultati e ad un incontro al parlamento europeo. Sono state due giornate utili ed emozionanti: utili per la quantità di informazioni e conoscenze; emozionanti per la partecipazione appassionata delle testimonianze
Dopo l'apertura di Pierre Galand, coordinatore dell'iniziativa del Tribunale Russell sulla Palestina, ha introdotto il giurato John Dugard ,già relatore speciale delle NU per i diritti umani nei territori palestinesi: “questa sessione sarà centrata sui fatti relativi alla operazione Protective Edge. Ascolteremeo le prove della uccisione di oltre 2000 palestinesi, il 70% civili, del ferimento di molte migliaia, dei grandi danni alla proprietà. Ascolteremo anche prove sulle armi usate; testimonianze sulla sofferenza della popolazione e sulle intenzioni degli attaccanti. Ma tutto questo sarà nel contesto del diritto internazionale. Le nostre procedure prevedono che fatto e diritto interagiscano.”
Ha poi dettagliato i caratteri della occupazione israeliana di Gaza, dal 1967, quando ne vennero cacciati gli egiziani, e anche dopo il ritiro del 2005. Ha inoltre parlato dell'assedio come punizione collettiva a partire dal 2006, anno della elezione di Hamas, come rafforzamento della occupazione, misure di autodifesa. Ha parlato dei missili di Hamas come strumenti di resistenza, non di terrorismo. Ha sottolineato il dovere di israeliani e palestinesi di rispettare il diritto umanitario internazionale per la protezione della popolazione civile. Evidenziando la sproporzione tra le vittime dei due lati, ha sottolineato che Israele si è reso responsabili di crimini di guerra secondo il diritto internazionale consuetudinario, con l'attacco a civili e a infrastrutture. E si è anche reso responsabile di crimini contro l'umanità, con assassinii e sterminio su larga scala. Ha richiamato la questione, controversa, di una possibile definizione di genocidio – in termini giuridici e secondo la convenzione internazionale delle NU sul genocidio del 1948 – in quanto si sia verificata la intenzione di distruggere in tutto o in parte una popolazione, non una parte politica. Ha richiamato la necessità che l'Autorità Nazionale palestinese ratifichi lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale per l'esercizio della giurisdizione internazionale.
Ha infine richiamato la responsabilità di paesi terzi e in particolare degli Stati Uniti, in quanto finanziatori di Israele (8,5 milioni di dollari al giorno) e fornitori di armi e assistenza militare.
Paul Behrens, professore di diritto penale all'Università di Edimburgo ed esperto in materia di genocidio, ha insistito sulla necessità di analizzare la questione da un punto di vista giuridico , differenziandolo da quello sociale. Ha anche sottolineato l'importanza di considerare la gravità dell'incitamento al genocidio e l'importanza di tutte le prove relative ad azioni e espressioni verbali atte a indurre e incoraggiare la distruzione di civili e loro abitazioni.
Sul tema delle armi utilizzate si è soffermato il colonnello in pensione Desmond Travers, dall'esercito irlandese, partecipante a forze di peace keeping, tra gli autori del rapporto Goldstone, in seguito alla operazione “Piombo fuso” 2008/9. Tornato da una settimana da Gaza, ha fatto una ampia disamina di tutte le armi utilizzate (prodotte negli Stati Uniti e in Israele) e si è soffermato anche sulla analisi delle “dottrine” alla base dell'azione dell'esercito israeliano. In particolare la dottrina Dahiya, nata nella guerra contro il Libano del 2006, dal nome di un villaggio che venne raso al suolo con lo sterminio della sua popolazione, significativa della teorizzazione dell'uso sproporzionato della forza contro i civili; citata la direttiva Hannibal, nata nel 1986, sempre rimasta segreta, ad indicare l'autorizzazione ad usare qualsiasi mezzo, per impedire che uno o più soldati vengano fatti prigionieri, anche se questo provoca il loro ferimento o mette in pericolo la loro vita: questo per l'assoluto rifiuto di negoziare con “i terroristi”.
Tra le testimonianze più emozionanti sono state sicuramente quelle di giornalisti: David Sheen. originario di Toronto, vive a Dimona, in Israele, giornalista e regista, ha parlato soprattutto dell'incitamento all'uccisione e distruzione dei palestinesi nel discorso pubblico israeliano, del razzismo e odio che attraversano l'opinione pubblica, e che rappresentano un incitamento chiaro al genocidio. Ha mostrato e raccontato una lunga serie di espressioni usate da capi religiosi ed esponenti politici, richiamandosi talvolta alla fraseologia biblica, dall'incitamento all'uccisione di massa alle giustificazioni per l'uccisione di bambini alle dichiarazioni di orgoglio di essere razzisti.
Eran Efrat, già sergente dell'esercito israeliano, poi capo ricerca dell'organizzazione “Breaking the silence” (soldati israeliani veterani impegnati nella denuncia delle condizioni dei territori palestinesi occupati), tra i primi ad aver denunciato l'uso del fosforo bianco nella operazione “Piombo fuso”, ha a lungo parlato del massacro operato nel villaggio di Shuja'iyya e della sua totale distruzione con massicci bombardamenti. “Un vero e proprio attacco di vendetta, dato che la resistenza aveva ucciso 7 soldati israeliani...il punto non sono le regole di ingaggio o simili...il punto è che come palestinese non devi alzare la testa....Ogni volta è peggio, e succederà ancora...il diritto alla resistenza non è riconosciuto, sei un terrorista e basta....”
Mohammed Omer, giornalista palestinese del campo profughi di Rafah. Sempre vissuto a Gaza, ha esordito mostrando una foto di un ragazzino in ospedale ed ha proseguito con tre casi sconvolgenti. L'esecuzione sommaria di Mohammed Tawfik Qudeh, 65 anni, ucciso di fronte alla sua famiglia, mentre chiedeva “per favore non mi sparare”; il caso di un religioso della moschea di Khuza costretto a spogliarsi nudo di fronte a tutti; picchiato e interrogato su dove si trovino i missili; quella del dott. Kamal Qudeh, di una clinica privata, a cui hanno detto di evacuare in pochi minuti e – dice – “siamo stati costretti a portare i corpi sulle nostre spalle”. E, racconta, tutti hanno denunciato l'assenza della Croce rossa internazionale. E l'argentino Estrella, della giuria, commenta che sarebbe necessario un Tribunale Russell sulla stampa per il suo comportamento!
Mads Gilbert è un chirurgo norvegese, dal 1981 lavora con palestinesi, ed era a Gaza durante la guerra. Abbiamo potuto leggere una sua disperata lettera aperta sui massacri di cui è stato testimone, sul collasso delle strutture ospedaliere. E di questo parla, come, dopo di lui, Mohammed Abou Arab, un chirurgo palestinese, che risiede e lavora in Norvegia. Hanno lavorato prevalentemente nell'ospedale Al Shifa.
Il sistema sanitario era già in ginocchio a causa dell'assedio, e i lavoratori senza stipendio a causa del blocco posto dagli Stati Uniti sui conti di Hamas. Era invece un sistema eccellente, il cui personale continua a lavorare indefessamente, senza paga e senza orario. Loro sono gli “eroi”. Questa volta è peggiore delle altre – dice Mads Gilbert – la politica coloniale israeliana volta a cacciare la popolazione palestinese dalla sua terra, è stata più aggressiva di sempre, ha deliberatamente preso di mira ospedali, cliniche, ambulanze, distruggendo il 60% del sistema sanitario. L'impunità di Israele è la grande sfida di fronte a tutti noi. Impressionante come i civili palestinesi siano stati usati come scudi umani. Ne siamo stati accusati noi, ma qui in ospedale mai visti soldati palestinesi, che del resto sarebbero stati allontanati. Mohammed Abou Arab aggiunge che nel personale ospedaliero ci sono stati 144 morti.
Paul Mason è un reporter britannico che racconta“i fatti separati dalle opinioni” come – dice - è nello stile britannico, chiarendo che i bombardamenti sulle case con famiglie, sui civili, sui centri dei rifugiati, non corrispondono ad alcuna esigenza militare. Uno tra gli esempi più evidente e terribile è stato il bombardamento di una scuola dell'UNRWA, con 21 morti.
Si sente circolare un discorso “genocida”, anche tra i palestinesi: “cercano di ucciderci tutti come se non ci fosse più spazio per entrambi sul pianeta”. Un ruolo importante in questo viene svolto dai social media che creano nelle menti la realtà.
Un altro giornalista, tedesco, studente di scienze politiche, Martin LeJeune, a Gaza durante l'attacco, già a bordo della nave “Stefano Chiarini” della seconda flottiglia per la libertà di Gaza nel 2011, comincia col mostrare alcune foto di fabbriche distrutte: carpenteria, fabbriche di dolci; e parla poi dei danni all'agricoltura, alla distruzione di aranceti. Difficile ricostruire, dice, dato che nessun indennizzo è previsto essendo Gaza considerata da Israele “entità ostile”
Ivan Karakashian, è coordinatore della unità per l'advocacy di Defense for Children International-Palestina, parla del grande trauma subito dai bambini, a cui è stato negato cibo e sonno, e sono stati usati come scudi umani dagli israeliani. Oltre 300000 bambini , secondo dati ONU, hanno bisogno di sostegno. E' vero che abbiamo tolto missili da una scuola, ma non c'erano rifugiati. I giovani sono oggetto di attacco, Israele percepisce lo spostamento delle giovani generazioni. La società civile deve reagire, dappertutto, anche negli Stati uniti che pongono sempre veto sulle condanne a Israele nelle Nazioni Unite e, lo apprendiamo adesso, hanno aumentato di 14 miliardi di dollari per i prossimi due anni, il bilancio per la difesa.
Proprio dagli Stati Uniti, prende la parola per la sua testimonianza, Max Blumenthal, giornalista , scrittore e blogger, produttore di cortometraggi (su You Tube), presente a Gaza durante l'attacco, per Mondoweiss. Mostra una mappa militare della zona, fatta da Israele, in collaborazione con Stati Uniti, dove si vede la buffer zone (zona cuscinetto) completamente distrutta. Parla del cecchinaggio contro ragazzi e delle 89 famiglie completamente distrutte; denuncia la deliberata scelta di ammassare civili e poi bombardare, come accaduto a Beit Hanoun.
Denuncia la campagna ad opera dei religiosi anche contro i militari palestinesi, che non sono nemici combattenti, ma blasfemi; c'è una completa disumanizzazione dei palestinesi, e anche questo è un aspetto “genocida”, e la società israeliana è pronta per questo...
Agnès Bertrand-Sanz è la direttrice dell'Ufficio medio oriente all'Aprodev, associazione di organizzazioni europee per lo sviluppo, protestanti, anglicane e ortodosse
Denuncia la ipocrisia della politica della Unione Europea, sempre dipendente da quella USA, e la necessità assoluta di trovare il modo di richiamare le istituzioni europee alle loro responsabilità. La UE ha seppellito il rapporto Goldstone, recentemente si è espressa contro la commissione di inchiesta a Gaza votata dal Consiglio diritti umani dell'ONU; ha fatto pressioni sulla ANP perché non adisse alla Corte Penale internazionale, “negativo per i negoziati di pace”! Le vittime vogliono giustizia: invito a ANP ad adire alla Corte Penale internazionale.
Michael Deas, coordinatore del Comitato Nazionale Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni in Europa. Illustra con precisione il senso e le ragioni della campagna, lanciata dai palestinesi, ben presto diventata internazionale, BDS, uno strumento fondamentale per colpire l'impunità israeliana e coinvolgere le società civili. Denuncia il doppio standard usato dalla UE nei confronti di Israele, a cui vengono mantenuti e accresciuti i privilegi, in campo economico e militare. Invita a sostenere con forza la richiesta di embargo militare su Israele e la sospensione dell'accordo di associazione UE-Israele.
A cura di Alessandra Mecozzi 30 settembre 2014
martedì 30 settembre 2014
TRIBUNALE RUSSEL SULLA PALESTINA
TRIBUNALE RUSSELL SULLA PALESTINA, SESSIONE STRAORDINARIA SU GAZA, BRUXELLES 24 E 25 SETTEMBRE 2014
Il Tribunale Russell sulla Palestina, coraggiosa iniziativa di denuncia e cultura politica, è stato creato in risposta ad un appello di Ken Coates (Presidente della Bertrand Russell Peace Foundation), Nurit Peled (Israeli, Premio Sakharov per la libertà di parola 2001) e Leila Shahid (Delegata generale della Palestina presso la Unione Europea). La responsabilità dell'organizzazione del Tribunale Russell sulla Palestina è del Comitato organizzativo internazionale, i cui componenti sono: Ken Coates, Pierre Galand, Stéphane Hessel (morto nel 2013), Marcel-Francis Kahn, Robert Kissous, François Maspero, Paulette Pierson-Mathy, Bernard Ravenel and Brahim Senouci. Ha svolto le sue sessioni tra il 2010 e il 2014 a Barcellona, Londra, Città del Capo, New York, Bruxelles (sessione conclusiva e sessione straordinaria su Gaza). Per saperne di più www.russelltribunalonpalestine.com. (Conclusioni generali anche in italiano).
Sommario delle testimonianze
La giornata del 24 è stata dedicata all'ascolto dei testimoni da parte della giuria. Quella del 25 ad una conferenza stampa pubblica sui risultati e ad un incontro al parlamento europeo. Sono state due giornate utili ed emozionanti: utili per la quantità di informazioni e conoscenze; emozionanti per la partecipazione appassionata delle testimonianze
Dopo l'apertura di Pierre Galand, coordinatore dell'iniziativa del Tribunale Russell sulla Palestina, ha introdotto il giurato John Dugard ,già relatore speciale delle NU per i diritti umani nei territori palestinesi: “questa sessione sarà centrata sui fatti relativi alla operazione Protective Edge. Ascolteremeo le prove della uccisione di oltre 2000 palestinesi, il 70% civili, del ferimento di molte migliaia, dei grandi danni alla proprietà. Ascolteremo anche prove sulle armi usate; testimonianze sulla sofferenza della popolazione e sulle intenzioni degli attaccanti. Ma tutto questo sarà nel contesto del diritto internazionale. Le nostre procedure prevedono che fatto e diritto interagiscano.”
Ha poi dettagliato i caratteri della occupazione israeliana di Gaza, dal 1967, quando ne vennero cacciati gli egiziani, e anche dopo il ritiro del 2005. Ha inoltre parlato dell'assedio come punizione collettiva a partire dal 2006, anno della elezione di Hamas, come rafforzamento della occupazione, misure di autodifesa. Ha parlato dei missili di Hamas come strumenti di resistenza, non di terrorismo. Ha sottolineato il dovere di israeliani e palestinesi di rispettare il diritto umanitario internazionale per la protezione della popolazione civile. Evidenziando la sproporzione tra le vittime dei due lati, ha sottolineato che Israele si è reso responsabili di crimini di guerra secondo il diritto internazionale consuetudinario, con l'attacco a civili e a infrastrutture. E si è anche reso responsabile di crimini contro l'umanità, con assassinii e sterminio su larga scala. Ha richiamato la questione, controversa, di una possibile definizione di genocidio – in termini giuridici e secondo la convenzione internazionale delle NU sul genocidio del 1948 – in quanto si sia verificata la intenzione di distruggere in tutto o in parte una popolazione, non una parte politica. Ha richiamato la necessità che l'Autorità Nazionale palestinese ratifichi lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale per l'esercizio della giurisdizione internazionale.
Ha infine richiamato la responsabilità di paesi terzi e in particolare degli Stati Uniti, in quanto finanziatori di Israele (8,5 milioni di dollari al giorno) e fornitori di armi e assistenza militare.
Paul Behrens, professore di diritto penale all'Università di Edimburgo ed esperto in materia di genocidio, ha insistito sulla necessità di analizzare la questione da un punto di vista giuridico , differenziandolo da quello sociale. Ha anche sottolineato l'importanza di considerare la gravità dell'incitamento al genocidio e l'importanza di tutte le prove relative ad azioni e espressioni verbali atte a indurre e incoraggiare la distruzione di civili e loro abitazioni.
Sul tema delle armi utilizzate si è soffermato il colonnello in pensione Desmond Travers, dall'esercito irlandese, partecipante a forze di peace keeping, tra gli autori del rapporto Goldstone, in seguito alla operazione “Piombo fuso” 2008/9. Tornato da una settimana da Gaza, ha fatto una ampia disamina di tutte le armi utilizzate (prodotte negli Stati Uniti e in Israele) e si è soffermato anche sulla analisi delle “dottrine” alla base dell'azione dell'esercito israeliano. In particolare la dottrina Dahiya, nata nella guerra contro il Libano del 2006, dal nome di un villaggio che venne raso al suolo con lo sterminio della sua popolazione, significativa della teorizzazione dell'uso sproporzionato della forza contro i civili; citata la direttiva Hannibal, nata nel 1986, sempre rimasta segreta, ad indicare l'autorizzazione ad usare qualsiasi mezzo, per impedire che uno o più soldati vengano fatti prigionieri, anche se questo provoca il loro ferimento o mette in pericolo la loro vita: questo per l'assoluto rifiuto di negoziare con “i terroristi”.
Tra le testimonianze più emozionanti sono state sicuramente quelle di giornalisti: David Sheen. originario di Toronto, vive a Dimona, in Israele, giornalista e regista, ha parlato soprattutto dell'incitamento all'uccisione e distruzione dei palestinesi nel discorso pubblico israeliano, del razzismo e odio che attraversano l'opinione pubblica, e che rappresentano un incitamento chiaro al genocidio. Ha mostrato e raccontato una lunga serie di espressioni usate da capi religiosi ed esponenti politici, richiamandosi talvolta alla fraseologia biblica, dall'incitamento all'uccisione di massa alle giustificazioni per l'uccisione di bambini alle dichiarazioni di orgoglio di essere razzisti.
Eran Efrat, già sergente dell'esercito israeliano, poi capo ricerca dell'organizzazione “Breaking the silence” (soldati israeliani veterani impegnati nella denuncia delle condizioni dei territori palestinesi occupati), tra i primi ad aver denunciato l'uso del fosforo bianco nella operazione “Piombo fuso”, ha a lungo parlato del massacro operato nel villaggio di Shuja'iyya e della sua totale distruzione con massicci bombardamenti. “Un vero e proprio attacco di vendetta, dato che la resistenza aveva ucciso 7 soldati israeliani...il punto non sono le regole di ingaggio o simili...il punto è che come palestinese non devi alzare la testa....Ogni volta è peggio, e succederà ancora...il diritto alla resistenza non è riconosciuto, sei un terrorista e basta....”
Mohammed Omer, giornalista palestinese del campo profughi di Rafah. Sempre vissuto a Gaza, ha esordito mostrando una foto di un ragazzino in ospedale ed ha proseguito con tre casi sconvolgenti. L'esecuzione sommaria di Mohammed Tawfik Qudeh, 65 anni, ucciso di fronte alla sua famiglia, mentre chiedeva “per favore non mi sparare”; il caso di un religioso della moschea di Khuza costretto a spogliarsi nudo di fronte a tutti; picchiato e interrogato su dove si trovino i missili; quella del dott. Kamal Qudeh, di una clinica privata, a cui hanno detto di evacuare in pochi minuti e – dice – “siamo stati costretti a portare i corpi sulle nostre spalle”. E, racconta, tutti hanno denunciato l'assenza della Croce rossa internazionale. E l'argentino Estrella, della giuria, commenta che sarebbe necessario un Tribunale Russell sulla stampa per il suo comportamento!
Mads Gilbert è un chirurgo norvegese, dal 1981 lavora con palestinesi, ed era a Gaza durante la guerra. Abbiamo potuto leggere una sua disperata lettera aperta sui massacri di cui è stato testimone, sul collasso delle strutture ospedaliere. E di questo parla, come, dopo di lui, Mohammed Abou Arab, un chirurgo palestinese, che risiede e lavora in Norvegia. Hanno lavorato prevalentemente nell'ospedale Al Shifa.
Il sistema sanitario era già in ginocchio a causa dell'assedio, e i lavoratori senza stipendio a causa del blocco posto dagli Stati Uniti sui conti di Hamas. Era invece un sistema eccellente, il cui personale continua a lavorare indefessamente, senza paga e senza orario. Loro sono gli “eroi”. Questa volta è peggiore delle altre – dice Mads Gilbert – la politica coloniale israeliana volta a cacciare la popolazione palestinese dalla sua terra, è stata più aggressiva di sempre, ha deliberatamente preso di mira ospedali, cliniche, ambulanze, distruggendo il 60% del sistema sanitario. L'impunità di Israele è la grande sfida di fronte a tutti noi. Impressionante come i civili palestinesi siano stati usati come scudi umani. Ne siamo stati accusati noi, ma qui in ospedale mai visti soldati palestinesi, che del resto sarebbero stati allontanati. Mohammed Abou Arab aggiunge che nel personale ospedaliero ci sono stati 144 morti.
Paul Mason è un reporter britannico che racconta“i fatti separati dalle opinioni” come – dice - è nello stile britannico, chiarendo che i bombardamenti sulle case con famiglie, sui civili, sui centri dei rifugiati, non corrispondono ad alcuna esigenza militare. Uno tra gli esempi più evidente e terribile è stato il bombardamento di una scuola dell'UNRWA, con 21 morti.
Si sente circolare un discorso “genocida”, anche tra i palestinesi: “cercano di ucciderci tutti come se non ci fosse più spazio per entrambi sul pianeta”. Un ruolo importante in questo viene svolto dai social media che creano nelle menti la realtà.
Un altro giornalista, tedesco, studente di scienze politiche, Martin LeJeune, a Gaza durante l'attacco, già a bordo della nave “Stefano Chiarini” della seconda flottiglia per la libertà di Gaza nel 2011, comincia col mostrare alcune foto di fabbriche distrutte: carpenteria, fabbriche di dolci; e parla poi dei danni all'agricoltura, alla distruzione di aranceti. Difficile ricostruire, dice, dato che nessun indennizzo è previsto essendo Gaza considerata da Israele “entità ostile”
Ivan Karakashian, è coordinatore della unità per l'advocacy di Defense for Children International-Palestina, parla del grande trauma subito dai bambini, a cui è stato negato cibo e sonno, e sono stati usati come scudi umani dagli israeliani. Oltre 300000 bambini , secondo dati ONU, hanno bisogno di sostegno. E' vero che abbiamo tolto missili da una scuola, ma non c'erano rifugiati. I giovani sono oggetto di attacco, Israele percepisce lo spostamento delle giovani generazioni. La società civile deve reagire, dappertutto, anche negli Stati uniti che pongono sempre veto sulle condanne a Israele nelle Nazioni Unite e, lo apprendiamo adesso, hanno aumentato di 14 miliardi di dollari per i prossimi due anni, il bilancio per la difesa.
Proprio dagli Stati Uniti, prende la parola per la sua testimonianza, Max Blumenthal, giornalista , scrittore e blogger, produttore di cortometraggi (su You Tube), presente a Gaza durante l'attacco, per Mondoweiss. Mostra una mappa militare della zona, fatta da Israele, in collaborazione con Stati Uniti, dove si vede la buffer zone (zona cuscinetto) completamente distrutta. Parla del cecchinaggio contro ragazzi e delle 89 famiglie completamente distrutte; denuncia la deliberata scelta di ammassare civili e poi bombardare, come accaduto a Beit Hanoun.
Denuncia la campagna ad opera dei religiosi anche contro i militari palestinesi, che non sono nemici combattenti, ma blasfemi; c'è una completa disumanizzazione dei palestinesi, e anche questo è un aspetto “genocida”, e la società israeliana è pronta per questo...
Agnès Bertrand-Sanz è la direttrice dell'Ufficio medio oriente all'Aprodev, associazione di organizzazioni europee per lo sviluppo, protestanti, anglicane e ortodosse
Denuncia la ipocrisia della politica della Unione Europea, sempre dipendente da quella USA, e la necessità assoluta di trovare il modo di richiamare le istituzioni europee alle loro responsabilità. La UE ha seppellito il rapporto Goldstone, recentemente si è espressa contro la commissione di inchiesta a Gaza votata dal Consiglio diritti umani dell'ONU; ha fatto pressioni sulla ANP perché non adisse alla Corte Penale internazionale, “negativo per i negoziati di pace”! Le vittime vogliono giustizia: invito a ANP ad adire alla Corte Penale internazionale.
Michael Deas, coordinatore del Comitato Nazionale Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni in Europa. Illustra con precisione il senso e le ragioni della campagna, lanciata dai palestinesi, ben presto diventata internazionale, BDS, uno strumento fondamentale per colpire l'impunità israeliana e coinvolgere le società civili. Denuncia il doppio standard usato dalla UE nei confronti di Israele, a cui vengono mantenuti e accresciuti i privilegi, in campo economico e militare. Invita a sostenere con forza la richiesta di embargo militare su Israele e la sospensione dell'accordo di associazione UE-Israele.
A cura di Alessandra Mecozzi 30 settembre 2014
Il Tribunale Russell sulla Palestina, coraggiosa iniziativa di denuncia e cultura politica, è stato creato in risposta ad un appello di Ken Coates (Presidente della Bertrand Russell Peace Foundation), Nurit Peled (Israeli, Premio Sakharov per la libertà di parola 2001) e Leila Shahid (Delegata generale della Palestina presso la Unione Europea). La responsabilità dell'organizzazione del Tribunale Russell sulla Palestina è del Comitato organizzativo internazionale, i cui componenti sono: Ken Coates, Pierre Galand, Stéphane Hessel (morto nel 2013), Marcel-Francis Kahn, Robert Kissous, François Maspero, Paulette Pierson-Mathy, Bernard Ravenel and Brahim Senouci. Ha svolto le sue sessioni tra il 2010 e il 2014 a Barcellona, Londra, Città del Capo, New York, Bruxelles (sessione conclusiva e sessione straordinaria su Gaza). Per saperne di più www.russelltribunalonpalestine.com. (Conclusioni generali anche in italiano).
Sommario delle testimonianze
La giornata del 24 è stata dedicata all'ascolto dei testimoni da parte della giuria. Quella del 25 ad una conferenza stampa pubblica sui risultati e ad un incontro al parlamento europeo. Sono state due giornate utili ed emozionanti: utili per la quantità di informazioni e conoscenze; emozionanti per la partecipazione appassionata delle testimonianze
Dopo l'apertura di Pierre Galand, coordinatore dell'iniziativa del Tribunale Russell sulla Palestina, ha introdotto il giurato John Dugard ,già relatore speciale delle NU per i diritti umani nei territori palestinesi: “questa sessione sarà centrata sui fatti relativi alla operazione Protective Edge. Ascolteremeo le prove della uccisione di oltre 2000 palestinesi, il 70% civili, del ferimento di molte migliaia, dei grandi danni alla proprietà. Ascolteremo anche prove sulle armi usate; testimonianze sulla sofferenza della popolazione e sulle intenzioni degli attaccanti. Ma tutto questo sarà nel contesto del diritto internazionale. Le nostre procedure prevedono che fatto e diritto interagiscano.”
Ha poi dettagliato i caratteri della occupazione israeliana di Gaza, dal 1967, quando ne vennero cacciati gli egiziani, e anche dopo il ritiro del 2005. Ha inoltre parlato dell'assedio come punizione collettiva a partire dal 2006, anno della elezione di Hamas, come rafforzamento della occupazione, misure di autodifesa. Ha parlato dei missili di Hamas come strumenti di resistenza, non di terrorismo. Ha sottolineato il dovere di israeliani e palestinesi di rispettare il diritto umanitario internazionale per la protezione della popolazione civile. Evidenziando la sproporzione tra le vittime dei due lati, ha sottolineato che Israele si è reso responsabili di crimini di guerra secondo il diritto internazionale consuetudinario, con l'attacco a civili e a infrastrutture. E si è anche reso responsabile di crimini contro l'umanità, con assassinii e sterminio su larga scala. Ha richiamato la questione, controversa, di una possibile definizione di genocidio – in termini giuridici e secondo la convenzione internazionale delle NU sul genocidio del 1948 – in quanto si sia verificata la intenzione di distruggere in tutto o in parte una popolazione, non una parte politica. Ha richiamato la necessità che l'Autorità Nazionale palestinese ratifichi lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale per l'esercizio della giurisdizione internazionale.
Ha infine richiamato la responsabilità di paesi terzi e in particolare degli Stati Uniti, in quanto finanziatori di Israele (8,5 milioni di dollari al giorno) e fornitori di armi e assistenza militare.
Paul Behrens, professore di diritto penale all'Università di Edimburgo ed esperto in materia di genocidio, ha insistito sulla necessità di analizzare la questione da un punto di vista giuridico , differenziandolo da quello sociale. Ha anche sottolineato l'importanza di considerare la gravità dell'incitamento al genocidio e l'importanza di tutte le prove relative ad azioni e espressioni verbali atte a indurre e incoraggiare la distruzione di civili e loro abitazioni.
Sul tema delle armi utilizzate si è soffermato il colonnello in pensione Desmond Travers, dall'esercito irlandese, partecipante a forze di peace keeping, tra gli autori del rapporto Goldstone, in seguito alla operazione “Piombo fuso” 2008/9. Tornato da una settimana da Gaza, ha fatto una ampia disamina di tutte le armi utilizzate (prodotte negli Stati Uniti e in Israele) e si è soffermato anche sulla analisi delle “dottrine” alla base dell'azione dell'esercito israeliano. In particolare la dottrina Dahiya, nata nella guerra contro il Libano del 2006, dal nome di un villaggio che venne raso al suolo con lo sterminio della sua popolazione, significativa della teorizzazione dell'uso sproporzionato della forza contro i civili; citata la direttiva Hannibal, nata nel 1986, sempre rimasta segreta, ad indicare l'autorizzazione ad usare qualsiasi mezzo, per impedire che uno o più soldati vengano fatti prigionieri, anche se questo provoca il loro ferimento o mette in pericolo la loro vita: questo per l'assoluto rifiuto di negoziare con “i terroristi”.
Tra le testimonianze più emozionanti sono state sicuramente quelle di giornalisti: David Sheen. originario di Toronto, vive a Dimona, in Israele, giornalista e regista, ha parlato soprattutto dell'incitamento all'uccisione e distruzione dei palestinesi nel discorso pubblico israeliano, del razzismo e odio che attraversano l'opinione pubblica, e che rappresentano un incitamento chiaro al genocidio. Ha mostrato e raccontato una lunga serie di espressioni usate da capi religiosi ed esponenti politici, richiamandosi talvolta alla fraseologia biblica, dall'incitamento all'uccisione di massa alle giustificazioni per l'uccisione di bambini alle dichiarazioni di orgoglio di essere razzisti.
Eran Efrat, già sergente dell'esercito israeliano, poi capo ricerca dell'organizzazione “Breaking the silence” (soldati israeliani veterani impegnati nella denuncia delle condizioni dei territori palestinesi occupati), tra i primi ad aver denunciato l'uso del fosforo bianco nella operazione “Piombo fuso”, ha a lungo parlato del massacro operato nel villaggio di Shuja'iyya e della sua totale distruzione con massicci bombardamenti. “Un vero e proprio attacco di vendetta, dato che la resistenza aveva ucciso 7 soldati israeliani...il punto non sono le regole di ingaggio o simili...il punto è che come palestinese non devi alzare la testa....Ogni volta è peggio, e succederà ancora...il diritto alla resistenza non è riconosciuto, sei un terrorista e basta....”
Mohammed Omer, giornalista palestinese del campo profughi di Rafah. Sempre vissuto a Gaza, ha esordito mostrando una foto di un ragazzino in ospedale ed ha proseguito con tre casi sconvolgenti. L'esecuzione sommaria di Mohammed Tawfik Qudeh, 65 anni, ucciso di fronte alla sua famiglia, mentre chiedeva “per favore non mi sparare”; il caso di un religioso della moschea di Khuza costretto a spogliarsi nudo di fronte a tutti; picchiato e interrogato su dove si trovino i missili; quella del dott. Kamal Qudeh, di una clinica privata, a cui hanno detto di evacuare in pochi minuti e – dice – “siamo stati costretti a portare i corpi sulle nostre spalle”. E, racconta, tutti hanno denunciato l'assenza della Croce rossa internazionale. E l'argentino Estrella, della giuria, commenta che sarebbe necessario un Tribunale Russell sulla stampa per il suo comportamento!
Mads Gilbert è un chirurgo norvegese, dal 1981 lavora con palestinesi, ed era a Gaza durante la guerra. Abbiamo potuto leggere una sua disperata lettera aperta sui massacri di cui è stato testimone, sul collasso delle strutture ospedaliere. E di questo parla, come, dopo di lui, Mohammed Abou Arab, un chirurgo palestinese, che risiede e lavora in Norvegia. Hanno lavorato prevalentemente nell'ospedale Al Shifa.
Il sistema sanitario era già in ginocchio a causa dell'assedio, e i lavoratori senza stipendio a causa del blocco posto dagli Stati Uniti sui conti di Hamas. Era invece un sistema eccellente, il cui personale continua a lavorare indefessamente, senza paga e senza orario. Loro sono gli “eroi”. Questa volta è peggiore delle altre – dice Mads Gilbert – la politica coloniale israeliana volta a cacciare la popolazione palestinese dalla sua terra, è stata più aggressiva di sempre, ha deliberatamente preso di mira ospedali, cliniche, ambulanze, distruggendo il 60% del sistema sanitario. L'impunità di Israele è la grande sfida di fronte a tutti noi. Impressionante come i civili palestinesi siano stati usati come scudi umani. Ne siamo stati accusati noi, ma qui in ospedale mai visti soldati palestinesi, che del resto sarebbero stati allontanati. Mohammed Abou Arab aggiunge che nel personale ospedaliero ci sono stati 144 morti.
Paul Mason è un reporter britannico che racconta“i fatti separati dalle opinioni” come – dice - è nello stile britannico, chiarendo che i bombardamenti sulle case con famiglie, sui civili, sui centri dei rifugiati, non corrispondono ad alcuna esigenza militare. Uno tra gli esempi più evidente e terribile è stato il bombardamento di una scuola dell'UNRWA, con 21 morti.
Si sente circolare un discorso “genocida”, anche tra i palestinesi: “cercano di ucciderci tutti come se non ci fosse più spazio per entrambi sul pianeta”. Un ruolo importante in questo viene svolto dai social media che creano nelle menti la realtà.
Un altro giornalista, tedesco, studente di scienze politiche, Martin LeJeune, a Gaza durante l'attacco, già a bordo della nave “Stefano Chiarini” della seconda flottiglia per la libertà di Gaza nel 2011, comincia col mostrare alcune foto di fabbriche distrutte: carpenteria, fabbriche di dolci; e parla poi dei danni all'agricoltura, alla distruzione di aranceti. Difficile ricostruire, dice, dato che nessun indennizzo è previsto essendo Gaza considerata da Israele “entità ostile”
Ivan Karakashian, è coordinatore della unità per l'advocacy di Defense for Children International-Palestina, parla del grande trauma subito dai bambini, a cui è stato negato cibo e sonno, e sono stati usati come scudi umani dagli israeliani. Oltre 300000 bambini , secondo dati ONU, hanno bisogno di sostegno. E' vero che abbiamo tolto missili da una scuola, ma non c'erano rifugiati. I giovani sono oggetto di attacco, Israele percepisce lo spostamento delle giovani generazioni. La società civile deve reagire, dappertutto, anche negli Stati uniti che pongono sempre veto sulle condanne a Israele nelle Nazioni Unite e, lo apprendiamo adesso, hanno aumentato di 14 miliardi di dollari per i prossimi due anni, il bilancio per la difesa.
Proprio dagli Stati Uniti, prende la parola per la sua testimonianza, Max Blumenthal, giornalista , scrittore e blogger, produttore di cortometraggi (su You Tube), presente a Gaza durante l'attacco, per Mondoweiss. Mostra una mappa militare della zona, fatta da Israele, in collaborazione con Stati Uniti, dove si vede la buffer zone (zona cuscinetto) completamente distrutta. Parla del cecchinaggio contro ragazzi e delle 89 famiglie completamente distrutte; denuncia la deliberata scelta di ammassare civili e poi bombardare, come accaduto a Beit Hanoun.
Denuncia la campagna ad opera dei religiosi anche contro i militari palestinesi, che non sono nemici combattenti, ma blasfemi; c'è una completa disumanizzazione dei palestinesi, e anche questo è un aspetto “genocida”, e la società israeliana è pronta per questo...
Agnès Bertrand-Sanz è la direttrice dell'Ufficio medio oriente all'Aprodev, associazione di organizzazioni europee per lo sviluppo, protestanti, anglicane e ortodosse
Denuncia la ipocrisia della politica della Unione Europea, sempre dipendente da quella USA, e la necessità assoluta di trovare il modo di richiamare le istituzioni europee alle loro responsabilità. La UE ha seppellito il rapporto Goldstone, recentemente si è espressa contro la commissione di inchiesta a Gaza votata dal Consiglio diritti umani dell'ONU; ha fatto pressioni sulla ANP perché non adisse alla Corte Penale internazionale, “negativo per i negoziati di pace”! Le vittime vogliono giustizia: invito a ANP ad adire alla Corte Penale internazionale.
Michael Deas, coordinatore del Comitato Nazionale Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni in Europa. Illustra con precisione il senso e le ragioni della campagna, lanciata dai palestinesi, ben presto diventata internazionale, BDS, uno strumento fondamentale per colpire l'impunità israeliana e coinvolgere le società civili. Denuncia il doppio standard usato dalla UE nei confronti di Israele, a cui vengono mantenuti e accresciuti i privilegi, in campo economico e militare. Invita a sostenere con forza la richiesta di embargo militare su Israele e la sospensione dell'accordo di associazione UE-Israele.
A cura di Alessandra Mecozzi 30 settembre 2014
sabato 27 settembre 2014
L'IGNOBEL PER LA PACE
Il riarmo nucleare del Premio Nobel per la pace
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27 set 2014
nucleare, Obama, Usa
by Redazione
E’ stato appena realizzato a Kansas City un nuovo enorme impianto, più grande del Pentagono, dove migliaia di addetti, dotati di futuristiche tecnologie, «modernizzano» le armi nucleari, testandole con avanzati sistemi che non richiedono esplosioni sotterranee
di Manlio Dinucci
Roma, 27 settembre 2014, Nena News – Cinque anni fa, nell’ottobre 2009, il presidente Barack Obama fu insignito del Premio Nobel per la Pace in base alla «sua visione di un mondo libero dalle armi nucleari, e al lavoro da lui svolto in tal senso, che ha potentemente stimolato il disarmo». Motivazione che appare ancora più grottesca alla luce di quanto documenta oggi un ampio servizio del New York Times: «L’amministrazione Obama sta investendo decine di miliardi di dollari nella modernizzazione e ricostruzione dell’arsenale nucleare e degli impianti nucleari statunitensi». A tale scopo è stato appena realizzato a Kansas City un nuovo enorme impianto, più grande del Pentagono, dove migliaia di addetti, dotati di futuristiche tecnologie, «modernizzano» le armi nucleari, testandole con avanzati sistemi che non richiedono esplosioni sotterranee. L’impianto di Kansas City fa parte di un «complesso nazionale in espansione per la fabbricazione di testate nucleari», composto da otto maggiori impianti e laboratori con un personale di oltre 40mila specialisti. A Los Alamos (New Mexico) è iniziata la costruzione di un nuovo grande impianto per la produzione di plutonio per le testate nucleari, a Oak Ridge (Tennessee) se ne sta realizzando un altro per produrre uranio arricchito ad uso militare. I lavori sono stati però rallentati dal fatto che il costo del progetto di Los Alamos è lievitato in dieci anni da 660 milioni a 5,8 miliardi di dollari, quello di Oak Ridge da 6,5 a 19 miliardi.
L’amministrazione Obama ha presentato complessivamente 57 progetti di upgrade di impianti nucleari militari, 21 dei quali sono stati approvati dall’Ufficio governativo di contabilità, mentre 36 sono in attesa di approvazione. Il costo stimato è allo stato attuale di 355 miliardi di dollari in dieci anni. Ma è solo la punta dell’iceberg. Al costo degli impianti si aggiunge quello dei nuovi vettori nucleari.
Il piano presentato dall’amministrazione Obama al Pentagono prevede la costruzione di 12 nuovi sottomarini da attacco nucleare (ciascuno in grado di lanciare, con 24 missili balistici, fino a 200 testate nucleari su altrettanti obiettivi), altri 100 bombardieri strategici (ciascuno armato di circa 20 missili o bombe nucleari) e 400 missili balistici intercontinentali con base a terra (ciascuno con una testata nucleare di grande potenza, ma sempre armabile di testate multiple indipendenti).
Viene così avviato dall’amministrazione Obama un nuovo programma di armamento nucleare che, secondo un recente studio del Monterey Institute, verrà a costare (al valore attuale del dollaro) circa 1000 miliardi di dollari, culminando come spesa nel periodo 2024-2029. Essa si inserisce nella spesa militare generale degli Stati uniti, composta dal bilancio del Pentagono (640 miliardi di dollari nel 2013), cui si aggiungono altre voci di carattere militare (la spesa per le armi nucleari, ad esempio, è iscritta nel bilancio del Dipartimento dell’Energia), portando il totale a quasi 1000 miliardi di dollari annui, corrispondenti nel bilancio federale a circa un dollaro su quattro speso a scopo militare. L’accelerazione della corsa agli armamenti nucleari, impressa dall’amministrazione Obama, vanifica di fatto i limitati passi sulla via del disarmo stabiliti col nuovo trattato Start, firmato a Praga da Stati uniti e Russia nel 2010 (v. il manifesto del 1° aprile 2010). Sia la Russia che la Cina accelereranno il potenziamento delle loro forze nucleari, attuando contromisure per neutralizzare lo «scudo anti-missili» che gli Usa stanno realizzando per acquisire la capacità di lanciare un first strike nucleare e non essere colpiti dalla rappresaglia.
Viene coinvolta direttamente nel processo di «ammodernamento» delle forze nucleari Usa anche l’Italia: le 70-90 bombe nucleari statunitensi B-61, stoccate ad Aviano e Ghedi-Torre, vengono trasformate da bombe a caduta libera in bombe «intelligenti» a guida di precisione, ciascuna con una potenza di 50 kiloton (circa il quadruplo della bomba di Hiroshima), particolarmente adatte ai nuovi caccia Usa F-35 che l’Italia si è impegnata ad acquistare. Ma di tutto questo, nei talk show, non si parla. Nena News
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venerdì 26 settembre 2014
Israele accelera le demolizioni di case dei Beduini
26 set 2014
Amministrazione civile Cisgiordania, beduini
by Redazione
L’area selezionata, appartenente a Gerusalemme Est, è stata prescelta per l’espansione della colonia di Ma’aleh Adumim.
di Amira Hass* Haaretz
Roma, 26 settembre 2014, Nena News – L’Amministrazione Civile della Cisgiordania (l’istituzione israeliana che sovrintende all’occupazione, n.d.t.) da aprile ha impresso un’accelerazione alle demolizioni dei fabbricati dei Beduini nella zona E-1 di Gerusalemme Est. L’area è stata prescelta per espandere la colonia di Ma’aleh Adumim. Il numero di tali demolizioni nei primi otto mesi del 2014 è stato più alto in confronto a qualunque altro periodo degli ultimi cinque anni, come pure di conseguenza il numero di persone che hanno perso la loro casa, secondo quanto riportato dall’indagine dell’Associazione dell’ Agenzia per lo Sviluppo sulla base dei dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento delle Questioni Umanitarie.
Sebbene le demolizioni siano state eseguite solamente in quattro degli otto mesi complessivi (marzo, aprile, maggio e agosto), in quei mesi sono stati rasi al suolo nell’area E-1 più fabbricati (35) in confronto a tutto il 2013 (21). Conseguentemente il numero delle persone senza casa è salito da 57 [nel 2013] a 156 [negli 8 mesi del 2014]. L’aumento spropositato del numero di persone che sono state private della propria casa a causa delle demolizioni nei primi 8 mesi del 2014 confrontato con il numero di edifici rasi al suolo segnala che la maggior parte delle strutture distrutte quest’anno erano residenziali e non per il bestiame o per altri usi.
In tutta la zona C- la parte della Cisgiordania sotto il pieno controllo di Israele, in base agli accordi di Oslo – l’Amministrazione Civile ha fatto demolire 346 fabbricati in questi otto mesi [del 2014], lasciando 668 Palestinesi senza casa. In tutto il 2013, 565 demolizioni hanno prodotto 805 Palestinesi senza casa. Le uniche demolizioni avvenute finora questo mese sono successe l’8 settembre, quando l’Amministrazione Civile ha decretato l’abbattimento di tre case e di un recinto per le pecore a Khan al – Ahmar, un accampamento beduino vicino a Ma’aleh Adumim.
Vi abitava una famiglia composta da 14 persone, compresi otto bambini. Per la quarta volta in tre anni le case della famiglia sono state demolite, dato che si trovavano all’interno di un’area utilizzata dall’esercito israeliano per le esercitazioni di tiro. La famiglia, come la maggior parte dei Beduini [che si trovano] nella stessa situazione, è disposta a rischiare ripetute demolizioni piuttosto che lasciare l’area dove vive, in quanto vivono dell’allevamento delle pecore e delle capre e di lavori saltuari nelle comunità vicine.
L’agenzia palestinese di informazione Ma’an ha anche riferito che giovedì scorso [il 18 di settembre, n.d.t.] gli ispettori dell’Amministrazione Civile, accompagnati da decine di soldati, da un bulldozer e un elicottero, hanno fotografato tutti i fabbricati di diverse comunità beduine vicino a Azariyeh e Abu Dis e hanno distrutto qualche recinzione. I rappresentanti dei Beduini pensano che le demolizioni siano recentemente aumentate perché il piano dell’Amministrazione Civile per sistemarli in un nuovo e definitivo villaggio a nord di Gerico sta andando avanti e che l’Agenzia spera di esercitare una pressione per indurli ad accettare il trasferimento. Il progetto prevede di spostare migliaia di Beduini da 23 comunità di Gerusalemme Est e ricollocarli nel nuovo paese, Talet Nueima, insieme agli appartenenti ad altre tribù beduine. Il loro trasferimento permetterebbe l’espansione di diversi insediamenti ebraici.
L’Amministrazione Civile rifiuta di concedere ai Beduini permessi di costruire nelle comunità dove attualmente vivono o di collegare queste comunità alle infrastrutture necessarie, anche se hanno vissuto in questa zona fin dagli anni cinquanta. Nel frattempo la loro mobilità si è ridotta sensibilmente a causa della costruzione di colonie e di strade e del fatto che alcune zone sono state dichiarate poligoni militari o riserve naturali.
Nel corso degli ultimi 20 anni, i Beduini hanno ripetutamente presentato ricorso all’Alta Corte di Giustizia contro le demolizioni. Dato che la Corte non ha mai emesso sentenze relative all’illegalità in linea di principio delle demolizioni come sostenuto nei loro reclami, le ha più volte proibite per il fatto che i Beduini non avevano altro posto dove vivere. La costruzione di Talet Nueima, anche se i Beduini hanno già dichiarato di esserne contrari, permetterà alle autorità di affermare che hanno un qualche altro posto dove vivere.
L’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite che assiste i rifugiati palestinesi, domenica scorsa ha chiesto urgentemente ai paesi donatori che finanziano l’Autorità Palestinese di opporsi più fermamente al piano di trasferimento. La maggior parte dei Beduini sono stati espulsi dal Neghev nel 1948 e di conseguenza sono registrati come rifugiati. Il commissario generale dell’UNRWA Pierre Krahenbuhl ha detto che il piano potrebbe considerarsi un caso di trasferimento forzoso, quindi in violazione del diritto internazionale e permetterebbe anche ulteriori costruzioni di colonie, minando perciò la possibilità della soluzione a due Stati. Nena News
*Traduzione di Carlo Tagliacozzo
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martedì 23 settembre 2014
Palestina Report di Operazione Colomba
Palestina/Israele
Contesto Generale
Il mese di Agosto è stato segnato dal proseguimento dell'operazione militare israeliana "Protective
Edge", con pesanti bombardamenti su Gaza, alternati a fasi di tregua e ripresa delle ostilità, fino al
temporaneo cessate il fuoco raggiunto il 26 Agosto: l'inizio delle trattative definitive è infatti
rimandato di un mese. Al momento è stato aperto un valico per lasciare passare gli aiuti umanitari e
il materiale necessario per avviare la ricostruzione di Gaza. Sono inoltre state riaperte per 6 miglia,
rispetto alle precedenti 3 miglia, le acque marine territoriali di Gaza. Ricordiamo che secondo il
diritto internazionale le libere acque territoriali dovrebbero arrivare sino alle 20 miglia.
Soltanto tra un mese, a trattative avviate, sarà possibile capire se e quanto l'oppressione e
l'embargo su Gaza saranno effettivamente allentati.
Il dissenso nei confronti dell'operazione militare “protective Edge” registrato in molte parti del
mondo si è manifestato anche in Cisgiordania, dove sono state fatte diverse manifestazioni in
solidarietà con Gaza e contro l'occupazione Israeliana.
Come detto da Francesco Rocca, capo della Cri (Croce rossa italiana), la guerra ha portato una
gravissima crisi umanitaria: “Non ho mai visto nulla di simile. La distruzione di alcune zone della
Striscia di Gaza, come Beit Hanoun, dove sono appena stato (…), è tutto raso al suolo. Ero venuto
qui anche nel 2008, alla fine dell’Operazione militare israeliana Piombo fuso. Niente a che vedere,
questa volta è molto, molto peggio”.
I morti totali sono almeno 2.140 palestinesi, di cui 514 bambini. Cinque le vittime civili israeliane,
incluso un bambino, e 64 i soldati morti. Israele ha distrutto almeno 17.000 abitazioni, lasciando
circa un terzo del 1.800.000 abitanti palestinesi di Gaza senza una casa. Israele ha devastato le
infrastrutture di Gaza, danneggiando e distruggendo molti ospedali, scuole, fabbriche ed impianti di
produzione elettrica, tutti presi di mira e distrutti.
Nonostante la fine dell'operazione militare israeliana e il prossimo inizio dei negoziati, l'embargo su
Gaza e l'occupazione della Cisgiordania continuano.
Condivisione e Lavoro
Il mese di Agosto è stato segnato da numerosi accompagnamenti coi pastori nelle loro terre vicino
alle colonie o agli avamposti israeliani, dove molto spesso sono stati scacciati o hanno subito
pressioni da coloni e militari.
• NOTIZIE DAI PROGETTI •
OPERAZIONE COLOMBA • REPORT / AGOSTO 2014 4
Abbiamo accompagnato quasi ogni giorno i pastori di Tuba nella valle di Umm Zeituna, vicino ai
cow barns di Ma'on, perché proprio in questa zona i coloni e il responsabile della sicurezza della
colonia sono usciti con frequenza a scacciare e a intimidire i palestinesi. Anche i volontari di
Operazione Colomba sono stati minacciati una volta dai coloni durante le attività
d'accompagnamento dei pastori.
Nelle occasioni in cui non sono personalmente usciti i coloni questi hanno comunque chiamato i
soldati per scacciare i palestinesi dalla vallata.
I pastori nondimeno rimangono determinati ad andare nella loro terra a rivendicare la legittima
proprietà dei terreni nonostante le incessanti intimidazioni.
L'impropria collaborazione tra soldati e coloni si è resa evidente anche nell'area della collina di
Khelly, vicino all'ingresso della colonia di Ma'On: qui due ragazzi palestinesi hanno subito minacce
da parte dei soldati per diversi giorni.
In un'occasione uno dei militari li ha anche controllati tenendoli sotto mira con il mirino del proprio
M16 invece che con il binocolo d'ordinanza.
Il giorno 18 di Agosto, a seguito della chiamata di un colono, sono arrivate su questa stessa zona 2
camionette dell'esercito, 2 della polizia, 1 della DCO ed anche il responsabile della sicurezza della
colonia: i due ragazzi sono infine stati arrestati dalla polizia dopo più di 3 ore di discussione. Da
notare che sia polizia che esercito si sono rifiutati di mostrare le mappe territoriali in cui sarebbero
indicate le zone nelle quali viene vietato ai pastori di pascolare le loro greggi sebbene in terra
palestinese.
I due ragazzi sono stati trattenuti in detenzione amministrativa alla stazione di polizia di Kyriat
Arba, senza prove né accuse per 5 ore circa; rilasciati poi nella notte dopo aver subito un
interrogatorio, intimiditi, a digiuno e dopo essere stati picchiati.
Anche a Qawawis i pastori palestinesi sono stati intimiditi dai coloni e dall'esercito nell'accesso alla
loro terra: l'esercito li ha minacciati di arresto e gli stessi coloni in diversi momenti si sono mostrati
armati davanti a loro. Tramite l'utilizzo di videocamere, in possesso agli stessi palestinesi, sono
riusciti a far rientrare i coloni. Inoltre grazie alla presenza internazionale i pastori hanno potuto
spingersi sempre un po' più avanti sulla propria terra.
Da segnalare in particolare la presenza continua di un pastore colono di Havat Ma'On che porta le
sue pecore a pascolare sulla vetta di Old Havat Ma'On, in terra palestinese, dopo avervi costruito
una recinzione illegale.
Anche in questo mese diversi sono stati i check-point sulla strada in direzione di Al Birke: in uno di
questi un palestinese è stato deliberatamente colpito e accecato con dello spray urticante. La
polizia ha poi sequestrato il trattore con cui trasportava la cisterna piena d'acqua.
• NOTIZIE DAI PROGETTI •
OPERAZIONE COLOMBA • REPORT / AGOSTO 2014 5
A Susiya l'asilo, che di fatto è un semplice caravan, ha rischiato la demolizione: dopo una trattativa
e una discussione è stato spostato dalla cima della collina alla valle sottostante. I palestinesi infatti
non hanno diritto, secondo la legge dell'occupazione, a costruire sulle vette.
La scuola è ricominciata da pochi giorni, e come da 10 anni a questa parte, i bambini di Tuba e
Maghayir al Abeed vengono accompagnati da una scorta militare fino al villaggio di At-Twuani,
attraverso la colonia di Ma'on e l'avamposto di Havat Ma'on.
Fin dai primi giorni la scorta si è mostrata negligente nel proprio compito, intimidendo e urlando ai
bambini e arrivando spesso in ritardo. Il terzo giorno non si è presentata affatto, costringendo i
bambini a fare una strada più lunga e insicura, accompagnati dai volontari internazionali.
Da subito avvocati e internazionali hanno fatto molta pressione affinché la scorta svolgesse il
proprio compito diligentemente e soprattutto affinché rispettasse la direttiva della Knesset (il
parlamento israeliano) che prevede una scorta militare di almeno due soldati a piedi e una jeep che
accompagna i bambini dei villaggi di Tuba e Maghayir al Abeed, per proteggere la loro incolumità
nel tragitto da e per la scuola, assicurando loro così il diritto all'istruzione.
Per concludere riportiamo una frase di un palestinese che vive in quest'area e che ci ha molto
ispirato in queste giornate di attesa della scorta: “Abbiamo il diritto di esistere, abbiamo il diritto di
resistere”.
R-Esistere
La parte di agosto sulla r-esistenza abbiamo deciso di dedicarla al nostro compagno Jean Emile, che
troppo presto ci ha lasciato. La sua assenza ha segnato profondamente i nostri giorni. Di grande
aiuto ci sono state le sue stesse parole, che ci hanno guidato nei momenti bui. Vogliamo qui
riportare uno dei suoi scritti più belli e profondi.
"Sono poche le persone che ritengono di non essere buone, ma se imparassimo il dolore che può
creare anche il nostro semplice esistere forse incominceremmo a dare più valore e peso alla nostra
libertà. Se c'è una cosa che sto imparando in questa fiera di paure, ideologie, fanatismi e belle
parole -che a volte sembrano perfette per un museo dell'orrore e dell'idiozia umana- è che la Libertà
è un dovere. Libertà di pensiero, di pensare senza nascondersi dietro ad una rispettabile
convenienza sociale, un ordine ricevuto, una legge democratica, un dogma di fede assorbito
acriticamente o un frettoloso quanto devastante “Non mi riguarda”. Liberi nonostante le crisi della
nostra fallace e preziosa umanità, liberi di seguire la propria coscienza distinguendo la pigrizia di
questa dalla fiducia nell'altro, liberi di essere sereni e impegnati anche di fronte al nostro errore."
Contesto Generale
Il mese di Agosto è stato segnato dal proseguimento dell'operazione militare israeliana "Protective
Edge", con pesanti bombardamenti su Gaza, alternati a fasi di tregua e ripresa delle ostilità, fino al
temporaneo cessate il fuoco raggiunto il 26 Agosto: l'inizio delle trattative definitive è infatti
rimandato di un mese. Al momento è stato aperto un valico per lasciare passare gli aiuti umanitari e
il materiale necessario per avviare la ricostruzione di Gaza. Sono inoltre state riaperte per 6 miglia,
rispetto alle precedenti 3 miglia, le acque marine territoriali di Gaza. Ricordiamo che secondo il
diritto internazionale le libere acque territoriali dovrebbero arrivare sino alle 20 miglia.
Soltanto tra un mese, a trattative avviate, sarà possibile capire se e quanto l'oppressione e
l'embargo su Gaza saranno effettivamente allentati.
Il dissenso nei confronti dell'operazione militare “protective Edge” registrato in molte parti del
mondo si è manifestato anche in Cisgiordania, dove sono state fatte diverse manifestazioni in
solidarietà con Gaza e contro l'occupazione Israeliana.
Come detto da Francesco Rocca, capo della Cri (Croce rossa italiana), la guerra ha portato una
gravissima crisi umanitaria: “Non ho mai visto nulla di simile. La distruzione di alcune zone della
Striscia di Gaza, come Beit Hanoun, dove sono appena stato (…), è tutto raso al suolo. Ero venuto
qui anche nel 2008, alla fine dell’Operazione militare israeliana Piombo fuso. Niente a che vedere,
questa volta è molto, molto peggio”.
I morti totali sono almeno 2.140 palestinesi, di cui 514 bambini. Cinque le vittime civili israeliane,
incluso un bambino, e 64 i soldati morti. Israele ha distrutto almeno 17.000 abitazioni, lasciando
circa un terzo del 1.800.000 abitanti palestinesi di Gaza senza una casa. Israele ha devastato le
infrastrutture di Gaza, danneggiando e distruggendo molti ospedali, scuole, fabbriche ed impianti di
produzione elettrica, tutti presi di mira e distrutti.
Nonostante la fine dell'operazione militare israeliana e il prossimo inizio dei negoziati, l'embargo su
Gaza e l'occupazione della Cisgiordania continuano.
Condivisione e Lavoro
Il mese di Agosto è stato segnato da numerosi accompagnamenti coi pastori nelle loro terre vicino
alle colonie o agli avamposti israeliani, dove molto spesso sono stati scacciati o hanno subito
pressioni da coloni e militari.
• NOTIZIE DAI PROGETTI •
OPERAZIONE COLOMBA • REPORT / AGOSTO 2014 4
Abbiamo accompagnato quasi ogni giorno i pastori di Tuba nella valle di Umm Zeituna, vicino ai
cow barns di Ma'on, perché proprio in questa zona i coloni e il responsabile della sicurezza della
colonia sono usciti con frequenza a scacciare e a intimidire i palestinesi. Anche i volontari di
Operazione Colomba sono stati minacciati una volta dai coloni durante le attività
d'accompagnamento dei pastori.
Nelle occasioni in cui non sono personalmente usciti i coloni questi hanno comunque chiamato i
soldati per scacciare i palestinesi dalla vallata.
I pastori nondimeno rimangono determinati ad andare nella loro terra a rivendicare la legittima
proprietà dei terreni nonostante le incessanti intimidazioni.
L'impropria collaborazione tra soldati e coloni si è resa evidente anche nell'area della collina di
Khelly, vicino all'ingresso della colonia di Ma'On: qui due ragazzi palestinesi hanno subito minacce
da parte dei soldati per diversi giorni.
In un'occasione uno dei militari li ha anche controllati tenendoli sotto mira con il mirino del proprio
M16 invece che con il binocolo d'ordinanza.
Il giorno 18 di Agosto, a seguito della chiamata di un colono, sono arrivate su questa stessa zona 2
camionette dell'esercito, 2 della polizia, 1 della DCO ed anche il responsabile della sicurezza della
colonia: i due ragazzi sono infine stati arrestati dalla polizia dopo più di 3 ore di discussione. Da
notare che sia polizia che esercito si sono rifiutati di mostrare le mappe territoriali in cui sarebbero
indicate le zone nelle quali viene vietato ai pastori di pascolare le loro greggi sebbene in terra
palestinese.
I due ragazzi sono stati trattenuti in detenzione amministrativa alla stazione di polizia di Kyriat
Arba, senza prove né accuse per 5 ore circa; rilasciati poi nella notte dopo aver subito un
interrogatorio, intimiditi, a digiuno e dopo essere stati picchiati.
Anche a Qawawis i pastori palestinesi sono stati intimiditi dai coloni e dall'esercito nell'accesso alla
loro terra: l'esercito li ha minacciati di arresto e gli stessi coloni in diversi momenti si sono mostrati
armati davanti a loro. Tramite l'utilizzo di videocamere, in possesso agli stessi palestinesi, sono
riusciti a far rientrare i coloni. Inoltre grazie alla presenza internazionale i pastori hanno potuto
spingersi sempre un po' più avanti sulla propria terra.
Da segnalare in particolare la presenza continua di un pastore colono di Havat Ma'On che porta le
sue pecore a pascolare sulla vetta di Old Havat Ma'On, in terra palestinese, dopo avervi costruito
una recinzione illegale.
Anche in questo mese diversi sono stati i check-point sulla strada in direzione di Al Birke: in uno di
questi un palestinese è stato deliberatamente colpito e accecato con dello spray urticante. La
polizia ha poi sequestrato il trattore con cui trasportava la cisterna piena d'acqua.
• NOTIZIE DAI PROGETTI •
OPERAZIONE COLOMBA • REPORT / AGOSTO 2014 5
A Susiya l'asilo, che di fatto è un semplice caravan, ha rischiato la demolizione: dopo una trattativa
e una discussione è stato spostato dalla cima della collina alla valle sottostante. I palestinesi infatti
non hanno diritto, secondo la legge dell'occupazione, a costruire sulle vette.
La scuola è ricominciata da pochi giorni, e come da 10 anni a questa parte, i bambini di Tuba e
Maghayir al Abeed vengono accompagnati da una scorta militare fino al villaggio di At-Twuani,
attraverso la colonia di Ma'on e l'avamposto di Havat Ma'on.
Fin dai primi giorni la scorta si è mostrata negligente nel proprio compito, intimidendo e urlando ai
bambini e arrivando spesso in ritardo. Il terzo giorno non si è presentata affatto, costringendo i
bambini a fare una strada più lunga e insicura, accompagnati dai volontari internazionali.
Da subito avvocati e internazionali hanno fatto molta pressione affinché la scorta svolgesse il
proprio compito diligentemente e soprattutto affinché rispettasse la direttiva della Knesset (il
parlamento israeliano) che prevede una scorta militare di almeno due soldati a piedi e una jeep che
accompagna i bambini dei villaggi di Tuba e Maghayir al Abeed, per proteggere la loro incolumità
nel tragitto da e per la scuola, assicurando loro così il diritto all'istruzione.
Per concludere riportiamo una frase di un palestinese che vive in quest'area e che ci ha molto
ispirato in queste giornate di attesa della scorta: “Abbiamo il diritto di esistere, abbiamo il diritto di
resistere”.
R-Esistere
La parte di agosto sulla r-esistenza abbiamo deciso di dedicarla al nostro compagno Jean Emile, che
troppo presto ci ha lasciato. La sua assenza ha segnato profondamente i nostri giorni. Di grande
aiuto ci sono state le sue stesse parole, che ci hanno guidato nei momenti bui. Vogliamo qui
riportare uno dei suoi scritti più belli e profondi.
"Sono poche le persone che ritengono di non essere buone, ma se imparassimo il dolore che può
creare anche il nostro semplice esistere forse incominceremmo a dare più valore e peso alla nostra
libertà. Se c'è una cosa che sto imparando in questa fiera di paure, ideologie, fanatismi e belle
parole -che a volte sembrano perfette per un museo dell'orrore e dell'idiozia umana- è che la Libertà
è un dovere. Libertà di pensiero, di pensare senza nascondersi dietro ad una rispettabile
convenienza sociale, un ordine ricevuto, una legge democratica, un dogma di fede assorbito
acriticamente o un frettoloso quanto devastante “Non mi riguarda”. Liberi nonostante le crisi della
nostra fallace e preziosa umanità, liberi di seguire la propria coscienza distinguendo la pigrizia di
questa dalla fiducia nell'altro, liberi di essere sereni e impegnati anche di fronte al nostro errore."
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