martedì 13 marzo 2012

NO F-35

BASTA GUERRA - BASTA ARMI


SMILITARIZZIAMO I TERRITORI


Si è rotto un silenzio assordante e molte voci hanno ripreso il nostro NO agli F-35. Oggi il Governo Monti annuncia di voler ridurre l'acquisto da 131 a 90 esemplari, ma non rinuncerà alla versione B, abbandonata dalla Gran Bretagna per il costo eccessivo.


Questo non ridurrà in modo sostanziale la nostra spesa che andrà ben oltre i 10 miliardi per l'acquisto e oltre i 30 miliardi per la gestione e manutenzione, senza considerare il lievitare dei costi.

Come è emerso anche nelle audizioni della Commissione Difesa della Camera, nessun posto di lavoro in più sarà creato dalla produzione in Italia degli F-35: i lavoratori saranno semplicemente trasferiti da altri siti produttivi.


Non ci sarà nessuna ricaduta tecnologica e queste risorse saranno sottratte ad altre attività socialmente utili che creerebbero davvero molti posti di lavoro e benefici sociali (energie pulite e rinnovabili, interventi per la bonifica e la tutela dell'ambiente, servizi sociali, istruzione, ricerca, cultura, difesa del territorio, ecc.).

Noi continuiamo a chiedere la cancellazione del programma


non solo per i suoi enormi costi pubblici (intollerabili in questo momento di grave crisi economica e sociale che tocca le tasche e la vita di tutti noi), ma anche perché i cacciabombardieri F-35 sono armi d'attacco e di distruzione di massa e quindi violano l'articolo 11 della Costituzione.

Mentre si tagliano sanità, pensioni, scuola, la spesa complessiva per la difesa militare ammonta per il 2012 a 23 miliardi di euro.

L'assemblaggio dei velivoli è previsto nello stabilimento che Lockheed Martin ed Alenia stanno facendo costruire all'interno dell'aeroporto militare di Cameri, a pochi chilometri da Novara. I lavori della ditta vicentina Maltauro, che ha vinto l'appalto per la costruzione dei capannoni dall'inizio del 2011, sono in una fase avanzata.

Il progetto più costoso della storia accumula difetti, ritardi, aumenti di costi, come ci dicono le relazioni interne al Pentagono. Vi sono rinunce di partner, rinvii, sospensioni e cancellazioni di acquisti in Olanda, Canada, Danimarca, Norvegia, Australia, Turchia, Inghilterra, USA.


Uscire oggi dal progetto non ci costerebbe nessuna penale.

Decidere di restarci è irresponsabile

e contrario agli interessi della vita sociale italiana.


GLI F-35 SONO UNA ENNESIMA GRANDE OPERA INUTILE E NOCIVA

CHE CONSUMA IN ARMI DI DISTRUZIONE I NOSTRI SOLDI



FERMIAMOLA!


MOVIMENTO NO F-35

MOBILITAZIONE CONTRO L’APARTHEID

In tutto il mondo, a Febbraio e Marzo si tiene l’iniziativa della Settimana contro l’Apartheid. Chiedendo di aderire al boicottaggio dell'Apartheid israeliano. Domani il via in Palestina, anche a Gaza ancora sotto le bombe.

IKA DANO

Beit Sahour (Cisigiordania), 12 Marzo 2012, Nena News – Inizia oggi in Palestina l’ottava edizione della Settimana contro l’Apartheid israeliano. Con attività in tutte le città della Cisgiordania, organizzazioni della società civile e coordinamenti popolari mirano a sensibilizzare l’opinione pubblica locale ed internazionale sulle discriminazioni strutturali perpetrate dallo Stato di Israele. Chiedendo al mondo di unirsi al movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS). Negli ultimi anni, la risposta internazionale all’iniziativa è stata in costante crescita. Nel 2011, 97 le città che hanno aderito in tutto il mondo, quest’anno sono 109. E anche Gaza, nonostante i bombardamenti, partecipa per la terza volta.

Il concetto di Apartheid è entrato nel diritto internazionale con la convenzione ONU del 1973 – con i voti contrari di Portogallo, Sudafrica, Gran Bretagna e Stati Uniti in Assemblea Generale. La convenzione mirava alla condanna dell’apartheid sudafricano, adottando però una definizione applicabile anche ad altri contesti. “Il termine ‘crimine di apartheid’, – si legge nell’articolo 2 – “designa gli atti disumani, commessi in vista di istituire e di mante­nere la dominazione di un gruppo razziale di esseri umani su un qualsiasi altro gruppo razziale di essere umani e di opprimere sistematicamente quest’ultimo”.

Molteplici gli studi legali sulla natura dell’Apartheid israeliano, definito tale in virtù della violazione del diritto alla nazionalità, alla libertà di movimento e alla residenza dei Palestinesi, negati al fine “di stabilire e mantenere la dominazione di un gruppo su di un altro” – scrive il ricercatore Hazem Jamjoum sulla rivista Al Majdal – trattandosi nel caso di Israele del “popolo ebraico definito come tale dalla legge israeliana, posto al di sopra dei “Non-Ebrei”, esclusi dallo stesso statuto legale e politico”.

La condanna dello Stato di Israele che “assoggetta i Palestinesi ad un regime istituzionalizzato di dominazione equivalente all’apartheid come definito dal diritto internazionale” è arrivata lo scorso novembre dal Russell Tribunal sulla Palestina, istituito dalla società civile in seguito alle mancata implementazione di sanzioni per la costruzione del Muro di Separazione, dichiarato illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 2004. Nella giuria, esperti legali di fama internazionale quali l’avvocato britannico Michael Mensfield e il professore di diritto internazionale John Dugard.

I paralleli tra il regime sudafricano e quello israeliano vengono riconosciuti nella natura coloniale dello Stato, nella creazione di cosidetti bantustans – aree circoscritte in cui confinare la popolazione “indesiderata” perchè non “eletta” – e nell’idea della necessità di supremazia “razziale”, che nel caso israeliano si traduce in pratiche di espulsione della popolazione palestinese, rincorrendo il sogno sionista “della terra senza popolo per un popolo senza terra”. E a testimoniare le similitudini tra l’Apartheid sudafricano e quello israeliano, si richiama spesso la voce dell’attivista e arcivescovo sudafricano Desmond Tutu che, invitato lo scorso anno alla conferenza dell’organizzazione Sabeel a Betlemme, ha dichiarato “qui [in Palestina] ho visto cose che non si sono viste neppure nell’Apartheid sudafricana, un livello di punizione collettiva che da noi non c`era”.

Diversi gli sforzi delle organizzazioni impegnate nella Settimana contro l’Apartheid di mettere l’accento sulla definizione legale e sulle similitudini con le politiche razziste di Pretoria, contro cui il mondo intero – seppur dopo anni – è stato disposto a solidarizzare. Tra le attività in Cisgiordania, la proiezione del documentario “Roadmap to Apartheid”- un paragone tra Sudafrica e Palestina, e dibattiti sul coordinamento del movimento anti-Apartheid. A Gaza – ancora sotto i bombardamenti - sono previste discussioni sull’importanza della Primavera Araba per la Palestina, il significato dell’esilio nella narrativa palestinese e il ruolo del BDS nel mondo arabo.

A livello mondiale, numerose le iniziative sull’importanza del movimento di boicottaggio come mezzo di resistenza pacifica, che propio nel caso del Sudafrica, aveva dimostrato la sua efficacia. Da Montréal a Glasgow, da Lublijana a Pisa, workshops e incontri per rispondere alla chiamata di oltre 170 organizzazioni della società civile palestinese, che all’immobilità della comunità internazionale nel 2005 ha risposto con un appello alla società civile di tutto il mondo ad unirsi al boicottaggio.

Chiari gli obiettivi: uguaglianza dei palestinesi cittadini israeliani, fine dell’Occupazione e della colonizzazione della Cisgiordania, di Gaza, delle Alture del Golan e di Gerusalemme Est, smantellamento del Muro e diritto al ritorno dei sei milioni di rifugiati palestinesi come stipulato dalla risoluzione ONU 194.

Grande assente europea della Settimana contro l’Apartheid, la Germania, dove la critica alle politiche israeliane viene bersagliata con molta facilità come antisemitismo. Ma al riparo da critiche non si è neppure altrove. Dal Canada, dove la risonanza dell’iniziativa nelle università è forte, echeggia il ministro dell’immigrazione Kennedy “Questa settimana non è altro che un sbilanciato tentativo di dipingere Israele e i suoi sostenitori come razzisti”. “Chiedo ai Canadesi di rifiutare l’antisemitismo – ha continuato – e tutte le forme di razzismo, discriminazione e intolleranza”.

Intanto, Israele si mobilita per contrastare un’iniziativa che evidentemente desta timori: il Ministro per la Diplomaza e gli Affari della Diaspora finanzia una delegazione di un centinaio di israeliani incaricati di diffondere l’immagine positiva di Israele in Europa, Africa and America del Nord.Nena News

lunedì 12 marzo 2012

GAZA GRIDA AL MONDO

«Non possiamo aspettare oltre», spiegava qualche giorno fa alla Casa Bianca il premier israeliano Netanyahu, giunto a Washington per strappare a Barack Obama il via libera ad un attacco aereo contro le centrali nucleari iraniane. E invece gli F-16 e i droni israeliani sono decollati verso Gaza, per colpire in modo ancora più devastante obiettivi che già prendono di mira a giorni alterni, spesso senza neppure la motivazione dei lanci di razzi palestinesi. Fanno il «loro dovere» i piloti israeliani e, intanto, si addestrano per missioni più audaci, sulla rotta di Tehran. I comandanti militari da parte loro si compiacciono per «la precisione» dei lanci di missili e bombe su Gaza. Poco importa se ogni tanto ci scappa il «danno collaterale», qualche civile innocente ucciso. Ormai chi si ricorda più dei pescatori palestinesi cacciati indietro dalle motovedette israeliane che entrano ed escono dalle acque di Gaza? Chi si cura delle migliaia di contadini della Striscia che non possono coltivare i campi all’interno della «zona cuscinetto» imposta da Israele? Vittorio Arrigoni ci raccontava tutto questo ogni giorno. Una mano assassina lo ha fermato.
Ci sono voluti 15 morti per far tornare l’attenzione sulla prigione a cielo aperto di Gaza e il suo milione e mezzo di detenuti-abitanti. E con essa la questione palestinese offuscata dalle rivolte arabe, dimenticata dai «fratelli arabi» e messa in soffitta dall’Amministrazione Usa. Appena qualche anno fa si diceva che solo la fine dell’occupazione israeliana dei Territori avrebbe portato la pace in Medio Oriente. Oggi solo gli attivisti internazionali non dimenticano i palestinesi. I primi ministri e i presidenti dell’Occidente fingono di non vedere, di non sapere. E si è affievolita pure la denuncia del governo di Hamas, anch’esso prigioniero a Gaza, intento a godersi il nuovo status che ha conquistato nella regione. Tace, colpevolmente impotente, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen. E’ solo un ricordo sbiadito il sussulto che provocò tra la sua gente chiedendo (invano) lo scorso settembre all’Onu il riconoscimento dello Stato di Palestina, incurante dell’opposizione di Usa e Israele. Dopo è stato solo silenzio. I suoi sponsor occidentali ora lo ammoniscono dal riconciliarsi con Hamas, pena l’isolamento e la perdita delle donazioni internazionali. E dalla Casa Bianca gli fanno sapere di non aspettarsi passi americani in Palestina fino alle presidenziali. Perché, dopo, ci saranno?
Controlacrisi.org

Genocidio a Gaza, un bambino ucciso

GAZA, 24 MORTI. EGITTO TENTA MEDIAZIONE

Prosegue l’attacco militare: uccisi oggi due minori. Il Cairo media, ma il cessate il fuoco è lontano. Netanyahu: “Continueremo il tempo necessario”. Abbas chiede intervento Lega Araba e ONU. L’OLP accusa Israele: l’obiettivo è sabotare riconciliazione Hamas-Fatah.

EMMA MANCINI

Beit Sahour (Cisgiordania), 12 marzo 2012, Nena News – Continuano a piovere bombe sulla Striscia di Gaza, la furia militare israeliana si intensifica. Al quarto giorno consecutivo di bombardamenti aerei il numero dei morti sale a ventidue, mentre l’Egitto tenta di fare da mediatore con Tel Aviv per fermare un’escalation di violenza non giustificabile. Ma il cessate il fuoco non sembra essere nei piani del governo israeliano: il ministro Barak e il premier Netanyahu intendono proseguire nel massacro, “che durerà il tempo necessario”.

Stamattina a rimanere uccisi sotto il fuoco israeliano due giovani palestinesi: un ragazzo di 15 anni, Tamer Azzam, è stato ucciso da un drone mentre si recava a scuola a Sudanya. Cinque suoi compagni sono rimasti feriti nell’attacco. A Beit Lahiya, Nord di Gaza, il diciassettenne Nayif Shaaban Qarmout è stato centrato dall’aviazione israeliana. A Sud della Striscia uccisi anche due militanti della Jihad Islamica: a Khan Younis un aereo israeliano ha colpito l’automobile in cui viaggiava Raafat Abu Eid, 24 anni, mentre Hamadah Salman Abu Mutlaq, 24 anni, è stato ucciso vicino ad una moschea. Nei due attacchi feriti sei palestinesi.

Secondo quanto riportato dalla cooperante italiana a Gaza, Rosa Schiano, e da siti di informazione israeliani sarebbero morti due membri della famiglia Fakhoura, il padre e una figlia, a Beit Lahiya.

Il portavoce dei servizi sanitari di Gaza, Adham Abu Salmiya, ha fatto sapere che nei bombardamenti israeliani di questa mattina sono state centrate due abitazioni a Nord di Gaza: feriti 33 civili, per lo più donne e bambini. E se Israele afferma che l’aviazione sta prendendo di mira soltanto le basi militari dei gruppi armati palestinesi e i depositi di armi, pare difficile crederci: tra i morti numerosi civili, tra cui un bambino di soli 12 anni, Ayoub al Saliah, e un 60enne guardiano di campi, Adel al Asi.

I gruppi militanti di Gaza stanno rispondendo all’attacco militare di Israele: anche oggi numerosi i missili lanciati dalle Brigate Al-Quds (ala militare della Jihad Islamica), dalle Brigate Nasser Saladin (PRC) e dalle Brigate Abu Ali Mustafa (PFLP) contro le città israeliane a Sud: Ashkelon, Sderot, Beeri e Netivot i target, mentre le scuole israeliane restano chiuse. Negli ultimi tre giorni sarebbero circa 180 i razzi lanciati da Gaza verso Israele, molti dei quali abbattuti dal nuovo sistema difensivo “Iron Dome”.

Le autorità palestinesi intanto cercano una via d’uscita a livello internazionale e regionale. Ieri il presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, ha chiamato il Segretario Generale della Lega Araba, Nabil al-Arabi, per porre fine ai bombardamenti che ancora una volta mettono in ginocchio una striscia di terra sotto assedio.

Abbas ha prospettato l’idea di rivolgersi direttamente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: Israele è responsabile “del pericoloso deterioramento dei rapporti con il popolo palestinese: omicidi, incursioni e distruzione di infrastrutture”. Un’escalation di violenza intollerabile che molti osservatori imputano alla volontà israeliana di spezzare definitivamente il già debole processo di riconciliazione interno tra Fatah ed Hamas. Come spiegato ieri dall’ufficiale dell’OLP, Hanan Ashrawi, l’assassinio del capo dei Comitati di Resistenza Popolare è “una deliberata interferenza negli affari interni palestinesi nell’obiettivo di sabotare la riconciliazione nazionale”.

E mentre Fatah opta per la comunità internazionale (l’inviato dell’OLP alle Nazioni Unite ha inviato una lettera ufficiale al Segretario Generale Ban ki-Moon), Hamas punta sull’Egitto, da sempre mediatore tra Israele e il movimento islamista al potere nella Striscia. Il premier di Gaza Ismail Haniyeh ha apertamente chiesto al Cairo di intervenire per porre fine alle violenze contro la popolazione palestinese, aggiungendo che tutte le fazioni politiche di stanza a Gaza si sono mostrate propense all’intervento egiziano.

Lo stesso ambasciatore egiziano presso l’Autorità Palestinese, Yasser Othman, ha fatto sapere che il suo Paese è in contatto con entrambe le parti per giungere il prima possibile ad un cessate il fuoco duraturo. Un attacco “ingiustificabile”, secondo Othman: bombardare per giorni la Striscia con l’obiettivo di uccidere il presunto responsabile degli attentati di agosto a Eilat (ucciso venerdì, ndr) è una presa in giro. “Il Sinai è sotto il pieno controllo israeliano – ha detto l’ambasciatore egiziano – Questo è solo un tentativo di Israele di dare una giustificazione all’ennesime offensiva contro Gaza”.

Per oggi previsto anche l’incontro del Quartetto per il Medio Oriente (Nazioni Unite, Stati Uniti, Unione Europea e Russia) per discutere dell’andamento del processo di pace tra israeliani e palestinesi, alla luce della Primavera Araba.

Presenti il segretario di Stato americano Hillary Clinton, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, il Segretario Generale ONU Ban Ki-Moon, mentre Catherine Ashton, rappresentante UE per gli Affari esteri, era collegata in video conferenza. Il Quartetto avrebbe discusso delle vie per far tornare palestinesi e israeliani al tavolo dei negoziati, in vista della creazione dello Stato di Palestina. Mentre su Gaza continuano a piovere bombe.

Eppure una tregua a breve non appare nei piani del governo di Tel Aviv. Ieri il premier Netanyahu ha affermato che la campagna militare contro Gaza proseguirà “il tempo necessario”. Mentre il compagno Barak, ministro della Difesa, ha ipotizzato che i bombardamenti contro la Striscia potrebbero proseguire per almeno altri due giorni. “Un’operazione sul terreno non è in questo momento desiderabile”, avrebbe detto Barak, seppure non ci sia unanimità di vedute nella compagine dei ministri israeliani. Nena News