giovedì 29 ottobre 2009

IISRAELE RAZIONA L'ACQUA AI PALESTINESI

| di Michele Giorgio -
GERUSALEMME
APARTHEID
Amnesty: acqua, ai palestinesi il 20% agli israeliani l'80%
Israele lascia ai palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza una porzione minima dell'acqua della falda acquifera montana che si trova in gran parte nei territori occupati nel 1967. A denunciarlo è Amnesty International con un rapporto che arriva nel momento in cui la crisi idrica regionale si fa più acuta.
Esperti e ambientalisti hanno avvertito che ci vorranno due inverni molto piovosi per evitare razionamenti drastici dell'acqua. È perciò alto il rischio che i palestinesi paghino il prezzo più caro della siccità. La discriminazione più eclatante, evidenzia Amnesty, è che «gli insediamenti israeliani ricevono forniture illimitate d'acqua». I quasi 500 mila coloni israeliani (inclusi quelli a Gerusalemme est) ne consumano una quantità uguale o maggiore di quella disponibile per i 2,3 milioni di palestinesi della Cisgiordania. Israele, riferisce Amnesty, «usa più dell'80% della falda acquifera montana e limita ai palestinesi l'accesso a un mero 20%».
Sotto accusa l'intera distribuzione dell'acqua, gestita fin dal 1967 dalla israeliana Mekorot. Un cittadino israeliano ha a sua disposizione quotidianamente 300 litri d'acqua, contro i 70 di un palestinese. In alcune comunità rurali dei Territori occupati il consumo pro capite scende a 20 litri. In contrasto rispetto a quella della popolazione palestinese è la situazione negli insediamenti colonici dove, dice Amnesty, «ci sono fattorie a agricoltura intensiva, giardini lussureggianti e piscine».
Di eccezionale gravità la situazione a Gaza, dove il 90-95% dell'acqua viene da una falda costiera contaminata, e Israele pone restrizioni all'ingresso nella Striscia dei materiali necessari per riparare e sviluppare le infrastrutture. Attraverso la sua responsabile per il Medio Oriente, Donatella Rovera, Amnesty chiede allo Stato ebraico di mettere fine «alle sue pratiche discriminatorie e alle restrizioni imposte ai palestinesi per l'accesso all'acqua». L'acqua, sottolinea Rovera, «è una necessità fondamentale e un diritto, ma per molti palestinesi anche ottenerne quantità scadenti necessarie per la sopravvivenza è divenuto un lusso».
E proprio la situazione di Gaza arroventa le relazioni tra Israele e Turchia. Ieri il premier turco Erdogan, in una intervista al quotidiano britannico Guardian, ha accusato il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman di aver minacciato di attaccare Gaza con un ordigno nucleare. «Le bombe al fosforo (usate da Israele a Gaza) - ha aggiunto il primo ministro turco a proposito di «Piombo fuso» - sono armi di distruzione di massa. Rimanere in silenzio riguardo ad esse non sarebbe giusto».

1 commento:

Andrea ha detto...

Israele ha creato infrastrutture e management che si occuppano della gestione degli acquedotti, mentre il livello di impegno dell'Autorità palestinese è paragonabile, per mancanza di scelte decisionali, a quello di un paese del terzo mondo. Nel 2007 i palestinesi ricevevano 47 milioni di metri cubi di acqua, nel 2008 più di 52 milioni. Un anno fa l'Autorità palestinese ha avuto in uso un terreno sulla costa mediterranea vicino alla città di Hadera per costruirvi un impianto di desalinizzazione dell'acqua, il quale, se in funzione, potrebbe fornire 100 milioni di metri cubi di acqua potabile all'anno. Ma per l'Anp è rimasto un progetto sulla carta, molto meglio restare come sono per poter accusare Israele. Dove invece l'uso dell'acqua è governato da leggi severe per impedirne lo spreco, e per chi non le segue ci sono multe... salate. Ma tutto questo sembra non interessare ai palestinesi. Se queste informazioni venissero diffuse, la questione acqua assumerebbe tutt'altro aspetto. Sarà per questo che non lo sono.