venerdì 2 settembre 2011
Il rapporto ONU su Mavi Marmara condanna Israele
Israele ha diritto a difendersi dalle minacce terroristiche e a controllare quello che arriva a Gaza, il blocco navale israeliano di Gaza è legale. Questa è l'unica affermazione positiva che emerge dal rapporto Onu sulla strage a bordo della Mavi Marmara e sembra un contentino concesso ad Israele, visto che la commissione non aveva ricevuto il mandato d'esperimersi sulla legalità del blocco, una valutazione che semmai spetterebbe alle apposite corti internazionali e non a una commissione ad hoc per investigare solo l'incidente.
La commissione Palmer ha concluso che da parte d'Israele c'è stato un uso "irragionevole" ed "eccessivo" della forza, ma soprattutto che le autorità israeliane non sono riuscite a forniere "spiegazioni soddisfacenti" sulle uccisioni dei nove passeggeri che hanno perso la vita nell'assalto. Secondo l'ONU i risultati delle autopsie, per le quali molte delle vittime sono state uccise da colpi a bruciapelo, diversi sparati alle spalle, non sono stati spiegati adeguatamente nel materiale sottoposto da Israele alla commissione.
Il rappresentante d'Israele nella commissione ha firmato il rapporto e Israele si è detta contenta del fatto che la commissione abbia stabilito la legalità del blocco, evitando accuratamente ogni riferimento alle accuse secondo le quali l'assalto è comunque avvenuto molto lontano dalla zona interessata al blocco, alle sue modalità e alle evidenze autoptiche che indicano che diverse delle vittime sono state oggetto di vere e proprie esecuzioni a sangue freddo, come quella illustrata nel video qui di seguito. Morti "inaccettabili" ".
I passeggeri furono sottoposti a "maltrattamenti fisici, intimidazioni, minacce, confisca ingiustificata dei loro beni e fu loro negata l'assistenza consolare". È appena il caso di ricordare che non si trattò di confisca dei beni dei passeggeri, ma di veri e propri furti, con i militari israeliani poi sorpresi a vendere su Ebay i materiali rubati o ad usare le carte di credito rubate ai passeggeri per spese personali. Niente che abbia cittadinanza in uno stato di diritto o nel diritto internazionale. E infatti la commissione definisce oltraggioso l'atteggiamento israeliano verso i passeggeri, anche quelli che non fecero alcuna resistenza e che si trovavano sulle altre imbarcazioni della Flotilla. Un clamoroso contrasto con le conclusioni dell'inchiesta parallela israeliana, che ha stabilito che non solo tutto fu fatto nell'assoluta legalità, ma che tutte le azioni israeliani furono appropriate e condotte con onore. Un contrasto già sufficiente a liquidare l'inchiesta israeliana come pessima propaganda, per niente onorevole, una vergogna nella vergogna.
La pubblicazione del rapporto, anticipato in queste ore dal New York Times già pronto da mesi, è stata ritardata nel vano tentativo di giungere a una conciliazione tra Turchia e Israele che, nonostante le pressioni di Washington in tal senso si è rifiutata di scusarsi con la Turchia per il massacro. Lunghi negoziati non hanno ancora portato a una formulazione soddisfacente per Israele, che come d'abitudine non vuole riconoscersi alcuna responsabilità, forse per non deludere quanti festeggiarono il massacro come una vittoria sportiva per le strade, e così il primo ministro turco Erdogan ha accompagnato l'uscita del rapporto con un ultimatum di 24 ore, al termine del quale se Israele non avrà porto le sue scuse al governo turco considererà chiusa la faccenda e trarrà le conseguenze del caso.
Nonostante il rapporto sia un capolavoro di diplomazia e cerchi in ogni modo d'introdurre considerazioni accessorie a favore d'Israele, quelle nove esecuzioni non spiegate e non motivate da alcuna necessità pesano come un macigno e sottolineano che la sostanza delle conclusioni della commissione è l'accertamento di una serie di omicidi per mano israeliana.
Tanto che il rapporto conclude indicando la necessità di scuse ufficiali da parte d'Israele e il pagamento di risarcimenti alle famiglie delle vittime e agl altri danneggiati da Israele. Di fronte a una conclusione del genere il governo turco, che ha pazientato per mesi, non ha potuto che trarre conclusioni definitive, annunciando che imporrà e chiederà d'imporre ad Israele sanzioni commisurate alla gravità dell'accaduto qualora questo non ottemperi alle richieste.
giovedì 1 settembre 2011
Grazie alla guerra "umanitaria" NATO
LIBIA, CACCIA APERTA ALLA PELLE NERA
I ribelli che hanno scacciato Gheddafi arrestano in massa gli africani neri. Dicono che hanno combattuto per il Colonnello. Ma prima della guerra, la Libia contava una popolazione subsahariana di un milione di persone impegnate in lavori manuali
STEFANO LIBERTI
Roma, 01 settembre 2011, Nena News – La caccia è iniziata dopo il tramonto. Una serie di camionette ha circondato la medina, la città Vecchia di Tripoli. Ne sono scesi gruppi di ribelli armati e hanno arrestato centinaia di persone. Li hanno presi a gruppi di dieci-quindici, caricati sui veicoli e portati in una specie di base militare improvvisata vicina all’arco di Marco Aurelio, di fronte al lungomare. Li hanno chiusi lì,primadi trasferirli nella prigione di Jdeda, a est della capitale. Tutti i fermati hanno una caratteristica comune: la pelle nera. L’accusa che viene loro mossa è gravissima: avere combattuto come mercenari al soldo di Gheddafi. «Ne abbiamo presi 200 solo ieri», sottolinea il capitano Salem Eisaleh, responsabile del comando militare dell’area. «Saranno interrogati. Verrà fatto un processo». Fuori dal comando stazionano diverse donne. Sono parenti degli arrestati: mogli, figlie, sorelle. Assicurano che i loro familiari non c’entrano niente con la guerra. Non hanno mai combattuto.
Sono lavoratori. «Io sono libica. Vengo da Bengasi. Mi hanno arrestato due fratelli», grida Aziza una ragazza nera col foulard e un largo sorriso. «Ma quali libici? Gli arrestati sono tutti stranieri: ghanesi, ciadiani, maliani», le fa eco il capitano Eisaleh. Che, al di là della garanzia che gli imputati saranno sottoposti a un processo, fa ben capire come la pensa: «La maggior parte di loro sono colpevoli. Sono mercenari che combattevano ad Abu Salim (l’ultima roccaforte di Gheddafi a caderein città ndr). Si sono travestiti da civili e si sono rifugiati nella medina. Ma li staneremo». Le retate cominciate l’altra notte sono solo l’inizio di un’operazione che si prevede di più vasta portata. «Ci sono almeno altri 500 mercenari nella città vecchia», assicura il capitano. «Se dagli interrogatori degli arrestati emerge qualche elemento che ci permetterà di prenderli, andremo nelle loro case. Altrimenti ci vorrà l’intervento delle forze speciali». La situazione in città per gli africani è a dir poco critica. Prima della guerra, la Libia contava una popolazione immigrata dall’Africa subsahariana di più di un milione di persone, impegnate soprattutto in quei lavori di fatica che i libici non facevano. Oggi molti sono fuggiti. Quelli rimasti sono guardati con estremo sospetto dai ribelli che hanno preso il controllo della città. Sono quasi automaticamente considerati ex mercenari dai combattenti, che oggi danno sfogo senza problemi a un razzismo neanche tanto velato. «Anche se alcuni hanno la nazionalità libica, non sono libici. Sono magari persone naturalizzate dal regime in passato. Gheddafi voleva cancellare le radici della Libia. Noi siamo un popolo mediterraneo», sottolinea il capitano Eisaleh, facendo capire che non ci sarà grande spazio per gli africani nella Libia di domani. «Anche i cosiddetti libici del sud non sono libici. Stanno con Gheddafi, sono africani», aggiunge un combattente nel cortile, riferendosi alle popolazioni della zona sahariana del paese. Il risultato è che oggi molti africani a Tripoli vivono nel terrore. Secondo l’organizzazione Medici senza frontiere (Msf) «una comunità di circa 1000 rifugiati emigranti vive all’interno e nei pressi di alcune imbarcazioni presenti in una base militare abbandonata a Tripoli, mentre un altro gruppo di 200 persone ha trovato rifugio in una fattoria da quando sono scoppiati i combattimenti nella zona sud di Tripoli». Molti gruppi più piccoli sono segnalati in giro per tutta la città: immigrati che rimangono chiusi in casa, senza uscire, per timore di essere arrestati o fatti oggetto di violenza.
Mebrahato Michael è uno di questi. Se ne sta barricato in quello che è una specie di rifugio a Shara Ashra, sobborgo alla periferia sud-ovest di Tripoli. Vive insieme a dodici compagni, tutti eritrei come lui. Stanno in questa abitazione di fortuna – due stanze che si aprono su una terrazza battuta dal sole – da quando sono arrivati nella capitale in provenienza da Sebha, la città sahariana ancora controllata dai lealisti, dove lavoravano da più di due anni. Lo stesso trasferimento dal sud è stato un’esperienza traumatica. «Durante il tragitto, due di noi sono stati colpiti da pallottole vaganti e sono morti», racconta Brhane Meldemariam, che ha perso il fratello. Da due settimane, quando i superstiti del viaggio sono arrivati nella capitale allora in preda ai combattimenti, si sono stabiliti su questa terrazza, dove già viveva un loro amico. Passano le proprie giornate lì, aspettando la sera, senza poter far nulla. «Abbiamo paura di essere scambiati per soldati di Gheddafi. Temiamo per la nostra vita», racconta Mebrahato con il tono di voce rotto dalla preoccupazione. Fuggiti dalla guerra a Sebha, si ritrovano ora intrappolati in casa. Sono tagliati fuori dal mondo. Non sanno cosa succede fuori. «Sentiamo solo rumori di spari. Chi controlla la città?», chiedono tutti insieme. Non sanno nulla degli arresti che si stanno compiendo nella medina. Sanno solo che è meglio non uscire, meglio non avventurarsi in una città che non conoscono e che non sembra molto ospitale. I tredici vivono della solidarietà di alcuni vicini del quartiere, che ogni tanto portano loro cibo, acqua, un po’ d’olio. «Alcuni sono buoni, soprattutto adesso che c’è l’aid el fitr (la festa che segna la fine del ramadan ndr). Ma solo ieri sono venuti due uomini armati e ci hanno detto di non uscire, perché potrebbe essere pericoloso per noi», aggiunge Mebrahato.
Per i tredici eritrei è consigliabile seguire l’indicazione dei «due uomini armati». Nei prossimi giorni presumibilmente le retate continueranno ed è meglio non finirci in mezzo. «Agli africani che sono semplici lavoratori non verrà torto un capello. Saranno lasciati liberi di tornare nelle proprie case», assicura il capitano Eisaleh dal suo posto di comando. Ma una cosa è certa: di questi tempi a Tripoli è meglio non farsi vedere troppo in giro se hai la pelle un po’ scura. Nena News
questo articolo e’ stato pubblicato il primo settembre 2011 dal quotidiano Il Manifesto
I ribelli che hanno scacciato Gheddafi arrestano in massa gli africani neri. Dicono che hanno combattuto per il Colonnello. Ma prima della guerra, la Libia contava una popolazione subsahariana di un milione di persone impegnate in lavori manuali
STEFANO LIBERTI
Roma, 01 settembre 2011, Nena News – La caccia è iniziata dopo il tramonto. Una serie di camionette ha circondato la medina, la città Vecchia di Tripoli. Ne sono scesi gruppi di ribelli armati e hanno arrestato centinaia di persone. Li hanno presi a gruppi di dieci-quindici, caricati sui veicoli e portati in una specie di base militare improvvisata vicina all’arco di Marco Aurelio, di fronte al lungomare. Li hanno chiusi lì,primadi trasferirli nella prigione di Jdeda, a est della capitale. Tutti i fermati hanno una caratteristica comune: la pelle nera. L’accusa che viene loro mossa è gravissima: avere combattuto come mercenari al soldo di Gheddafi. «Ne abbiamo presi 200 solo ieri», sottolinea il capitano Salem Eisaleh, responsabile del comando militare dell’area. «Saranno interrogati. Verrà fatto un processo». Fuori dal comando stazionano diverse donne. Sono parenti degli arrestati: mogli, figlie, sorelle. Assicurano che i loro familiari non c’entrano niente con la guerra. Non hanno mai combattuto.
Sono lavoratori. «Io sono libica. Vengo da Bengasi. Mi hanno arrestato due fratelli», grida Aziza una ragazza nera col foulard e un largo sorriso. «Ma quali libici? Gli arrestati sono tutti stranieri: ghanesi, ciadiani, maliani», le fa eco il capitano Eisaleh. Che, al di là della garanzia che gli imputati saranno sottoposti a un processo, fa ben capire come la pensa: «La maggior parte di loro sono colpevoli. Sono mercenari che combattevano ad Abu Salim (l’ultima roccaforte di Gheddafi a caderein città ndr). Si sono travestiti da civili e si sono rifugiati nella medina. Ma li staneremo». Le retate cominciate l’altra notte sono solo l’inizio di un’operazione che si prevede di più vasta portata. «Ci sono almeno altri 500 mercenari nella città vecchia», assicura il capitano. «Se dagli interrogatori degli arrestati emerge qualche elemento che ci permetterà di prenderli, andremo nelle loro case. Altrimenti ci vorrà l’intervento delle forze speciali». La situazione in città per gli africani è a dir poco critica. Prima della guerra, la Libia contava una popolazione immigrata dall’Africa subsahariana di più di un milione di persone, impegnate soprattutto in quei lavori di fatica che i libici non facevano. Oggi molti sono fuggiti. Quelli rimasti sono guardati con estremo sospetto dai ribelli che hanno preso il controllo della città. Sono quasi automaticamente considerati ex mercenari dai combattenti, che oggi danno sfogo senza problemi a un razzismo neanche tanto velato. «Anche se alcuni hanno la nazionalità libica, non sono libici. Sono magari persone naturalizzate dal regime in passato. Gheddafi voleva cancellare le radici della Libia. Noi siamo un popolo mediterraneo», sottolinea il capitano Eisaleh, facendo capire che non ci sarà grande spazio per gli africani nella Libia di domani. «Anche i cosiddetti libici del sud non sono libici. Stanno con Gheddafi, sono africani», aggiunge un combattente nel cortile, riferendosi alle popolazioni della zona sahariana del paese. Il risultato è che oggi molti africani a Tripoli vivono nel terrore. Secondo l’organizzazione Medici senza frontiere (Msf) «una comunità di circa 1000 rifugiati emigranti vive all’interno e nei pressi di alcune imbarcazioni presenti in una base militare abbandonata a Tripoli, mentre un altro gruppo di 200 persone ha trovato rifugio in una fattoria da quando sono scoppiati i combattimenti nella zona sud di Tripoli». Molti gruppi più piccoli sono segnalati in giro per tutta la città: immigrati che rimangono chiusi in casa, senza uscire, per timore di essere arrestati o fatti oggetto di violenza.
Mebrahato Michael è uno di questi. Se ne sta barricato in quello che è una specie di rifugio a Shara Ashra, sobborgo alla periferia sud-ovest di Tripoli. Vive insieme a dodici compagni, tutti eritrei come lui. Stanno in questa abitazione di fortuna – due stanze che si aprono su una terrazza battuta dal sole – da quando sono arrivati nella capitale in provenienza da Sebha, la città sahariana ancora controllata dai lealisti, dove lavoravano da più di due anni. Lo stesso trasferimento dal sud è stato un’esperienza traumatica. «Durante il tragitto, due di noi sono stati colpiti da pallottole vaganti e sono morti», racconta Brhane Meldemariam, che ha perso il fratello. Da due settimane, quando i superstiti del viaggio sono arrivati nella capitale allora in preda ai combattimenti, si sono stabiliti su questa terrazza, dove già viveva un loro amico. Passano le proprie giornate lì, aspettando la sera, senza poter far nulla. «Abbiamo paura di essere scambiati per soldati di Gheddafi. Temiamo per la nostra vita», racconta Mebrahato con il tono di voce rotto dalla preoccupazione. Fuggiti dalla guerra a Sebha, si ritrovano ora intrappolati in casa. Sono tagliati fuori dal mondo. Non sanno cosa succede fuori. «Sentiamo solo rumori di spari. Chi controlla la città?», chiedono tutti insieme. Non sanno nulla degli arresti che si stanno compiendo nella medina. Sanno solo che è meglio non uscire, meglio non avventurarsi in una città che non conoscono e che non sembra molto ospitale. I tredici vivono della solidarietà di alcuni vicini del quartiere, che ogni tanto portano loro cibo, acqua, un po’ d’olio. «Alcuni sono buoni, soprattutto adesso che c’è l’aid el fitr (la festa che segna la fine del ramadan ndr). Ma solo ieri sono venuti due uomini armati e ci hanno detto di non uscire, perché potrebbe essere pericoloso per noi», aggiunge Mebrahato.
Per i tredici eritrei è consigliabile seguire l’indicazione dei «due uomini armati». Nei prossimi giorni presumibilmente le retate continueranno ed è meglio non finirci in mezzo. «Agli africani che sono semplici lavoratori non verrà torto un capello. Saranno lasciati liberi di tornare nelle proprie case», assicura il capitano Eisaleh dal suo posto di comando. Ma una cosa è certa: di questi tempi a Tripoli è meglio non farsi vedere troppo in giro se hai la pelle un po’ scura. Nena News
questo articolo e’ stato pubblicato il primo settembre 2011 dal quotidiano Il Manifesto
BALLE DI GUERRA
BALLE DI GUERRA, LA DISINFORMAZIONE REGNA IN LIBIA
Il Consiglio nazionale transitorio che ha vinto la guerra civile libica, continua a diffondere informazioni false (acqua tagliata, stupri di massa) per demonizzare i perdenti pro-Gheddafi e ottenere ulteriori aiuti e sostegni internazionali
MARINELLA CORREGGIA
Roma, 30 agosto 2011, Nena News – Di menzogne per demonizzare l’avversario e nobilitare l’intervento Nato, la guerra in Libia è costellata. Ecco due esempi degli ultimi giorni. 1) «I lealisti Gheddafi hanno tagliato acqua e luce a Tripoli». Il presidente del Cnt, Jalil, chiede aiuti umanitari e sostiene fra l’altro che manca l’acqua a Tripoli perché «i lealisti l’hanno tagliata». Il Cnt mente sin dagli inizi del conflitto, quando sostenne che i «miliziani di Gheddafi» avevano fatto 10mila morti. Tale Sayed Senouka lanciò la notizia alla tv saudita al Arabya sostenendo di essere membro libico della Corte penale internazionale. Il giorno dopo la Cpi smentì di avere alcun rapporto con Senouka, ma ormai i 10mila morti erano diventati un mantra. Da lì … la necessità di proteggere da altri massacri la popolazione di Bengasi con le bombe Nato sui tripolini. Quella cifra si rivelò un’enorme menzogna (Amnesty stimava in poco più di 200 i morti delle due parti nei primi scontri pre-Nato).
Ora la menzogna di Jalil riguarda l’acqua. In realtà la colpa della mancanza di acqua ed energia a Tripoli è della Nato e del Cnt. Lo spiega la stessa Al Jazeera che è andata e vedere i centri di pompaggio: i depositi sono vuoti perché la mancanza di elettricità rende impossibile il pompaggio dal Grande fiume. E di chi è la colpa per i black out elettrici? A) E’ effetto delle bombe Nato su infrastrutture anche civili; B) si deve alla rottura degli approvvigionamenti petroliferi causa l’embargo navale e gli scontri in aree strategiche; C) ai sabotaggi di oleodotti e gasdotti dalle montagne Nafusa, a opera dei ribelli. 2) «Una psicologa di Bengasi denuncia: Gheddafi e i figli stupravano le amazzoni». Secondo il Sunday Times ofMalta ripreso da molti media, a Siham Sergewa, psicologa infantile di Bengasi, alcune ex bodyguard del Raìs avrebbero raccontato di essere state abusate, da lui e anche dai suoi figli. Però la Sergewa è stata sbugiardata dall’inviato dell’Onu in Libia, in aprile, Cherif Bassiouni e da Amnesty. La donna era stata la fonte dell’accusa ai militari governativi di usare lo stupro come arma di guerra. Aveva infatti detto di aver spedito per posta alle donne dell’Est libico, dopo gli scontri di febbraio, 70.000 questionari, ottenendone indietro ben 60.000 compilati in sole 3 settimane (e in tempi di guerra!). E 259 donne avevano confermato di essere state violentate da soldati «di Gheddafi».
Come si può leggere in questo articolo fra molti – http://www.nytimes.com/2011/06/20/world/africa/20rape.html?_ r=1&pagewanted=all -, diversi esperti diffidavano. Poi il discredito ufficiale: quando Diana Eltahawy, di Amnesty, ha chiesto di incontrare alcune donne, la psicologa ha detto di aver perso i contatti. (http://www.libyafeb17.com/2011/06/amnesty-questions-claim-that-gaddafi-orderedrape-as-weapon-of-war/). Bassiouni ha sostenuto di non aver alcuna prova di stupri e quanto alla Sergewa, ha detto che quando le è stata chiesta copia dei 60.000 questionari, non li ha mai inoltrati. Nena News
Il Consiglio nazionale transitorio che ha vinto la guerra civile libica, continua a diffondere informazioni false (acqua tagliata, stupri di massa) per demonizzare i perdenti pro-Gheddafi e ottenere ulteriori aiuti e sostegni internazionali
MARINELLA CORREGGIA
Roma, 30 agosto 2011, Nena News – Di menzogne per demonizzare l’avversario e nobilitare l’intervento Nato, la guerra in Libia è costellata. Ecco due esempi degli ultimi giorni. 1) «I lealisti Gheddafi hanno tagliato acqua e luce a Tripoli». Il presidente del Cnt, Jalil, chiede aiuti umanitari e sostiene fra l’altro che manca l’acqua a Tripoli perché «i lealisti l’hanno tagliata». Il Cnt mente sin dagli inizi del conflitto, quando sostenne che i «miliziani di Gheddafi» avevano fatto 10mila morti. Tale Sayed Senouka lanciò la notizia alla tv saudita al Arabya sostenendo di essere membro libico della Corte penale internazionale. Il giorno dopo la Cpi smentì di avere alcun rapporto con Senouka, ma ormai i 10mila morti erano diventati un mantra. Da lì … la necessità di proteggere da altri massacri la popolazione di Bengasi con le bombe Nato sui tripolini. Quella cifra si rivelò un’enorme menzogna (Amnesty stimava in poco più di 200 i morti delle due parti nei primi scontri pre-Nato).
Ora la menzogna di Jalil riguarda l’acqua. In realtà la colpa della mancanza di acqua ed energia a Tripoli è della Nato e del Cnt. Lo spiega la stessa Al Jazeera che è andata e vedere i centri di pompaggio: i depositi sono vuoti perché la mancanza di elettricità rende impossibile il pompaggio dal Grande fiume. E di chi è la colpa per i black out elettrici? A) E’ effetto delle bombe Nato su infrastrutture anche civili; B) si deve alla rottura degli approvvigionamenti petroliferi causa l’embargo navale e gli scontri in aree strategiche; C) ai sabotaggi di oleodotti e gasdotti dalle montagne Nafusa, a opera dei ribelli. 2) «Una psicologa di Bengasi denuncia: Gheddafi e i figli stupravano le amazzoni». Secondo il Sunday Times ofMalta ripreso da molti media, a Siham Sergewa, psicologa infantile di Bengasi, alcune ex bodyguard del Raìs avrebbero raccontato di essere state abusate, da lui e anche dai suoi figli. Però la Sergewa è stata sbugiardata dall’inviato dell’Onu in Libia, in aprile, Cherif Bassiouni e da Amnesty. La donna era stata la fonte dell’accusa ai militari governativi di usare lo stupro come arma di guerra. Aveva infatti detto di aver spedito per posta alle donne dell’Est libico, dopo gli scontri di febbraio, 70.000 questionari, ottenendone indietro ben 60.000 compilati in sole 3 settimane (e in tempi di guerra!). E 259 donne avevano confermato di essere state violentate da soldati «di Gheddafi».
Come si può leggere in questo articolo fra molti – http://www.nytimes.com/2011/06/20/world/africa/20rape.html?_ r=1&pagewanted=all -, diversi esperti diffidavano. Poi il discredito ufficiale: quando Diana Eltahawy, di Amnesty, ha chiesto di incontrare alcune donne, la psicologa ha detto di aver perso i contatti. (http://www.libyafeb17.com/2011/06/amnesty-questions-claim-that-gaddafi-orderedrape-as-weapon-of-war/). Bassiouni ha sostenuto di non aver alcuna prova di stupri e quanto alla Sergewa, ha detto che quando le è stata chiesta copia dei 60.000 questionari, non li ha mai inoltrati. Nena News
Libia: il silenzio uccide!
Concordo con questa lettera di Marinella Correggia, anch'io mi sono stupita e indignata del silenzio di tutti e soprattutto della convinzione di tanti, anche in buona fede, che bisognava intervenire contro la violenza di Gheddafi e che la proposta di Chavez era nel migliore dei casi "sballata" se non opportunista e connivente con Gheddafi. Sono sempre stata convinta che era l'unica proposta sensata, ma proprio per questo non è stata presa in considerazione, infatti contano gli interessi, le menzogne (da cui tanti si sono fatti abbindolare) non certo il buon senso.
GUERRA, COSA SI SAREBBE DOVUTO FARE E NON SI E' FATTO
Mentre gli alleati locali della Nato (i cosiddetti ribelli) qualificano di "atto di aggressione" l'accoglienza che l'Algeria avrebbe dato a moglie e alcuni figli e nipoti di Gheddafi,
e mentre tutte le foto della famiglia sterminata dalla Nato in luglio a Sorman e diventata un simbolo dei crimini di guerra sono sparite dagli hotel e sono state sostituite dalla bandiera monarchica,
e mentre a Tripoli NON si contano i morti degli ultimi giorni (sotto i bombardamenti che hanno spianato la strada agli alleati locali, e per l'eliminazione fisica di lavoratori africani con il pretesto che erano "mercenari", e con l'epurazione di libici vicini all'ex regime e di quelli in precedenza fuggiti dall'Est),
e mentre nessuno conterà mai i morti civili di 20.000 raid aerei condotti da piloti mercenari occidentali (mercenari, visto che appoggiavano una fazione libica) sulla base di un mandato Onu per proteggere i civili stessi, e meno che mai nessuno conterà i morti fra i soldati, nel tiro al piccione dai cieli,
e mentre l'Italia NON accoglierà
e mentre prosegue una medioevale caccia all'uomo degna del miglior far west (di nuovo il "wanted" sulla poirta del sallon, ha ricordato il presidente del Venenzuela)
adesso mi rendo conto che l'unica cosa utile da fare in tutti i modi sarebbe stata una campagna A MARZO per appoggiare la proposta di Chavez e dei paesi dell'Alba, accettata dalla Libia: MEDIAZIONE FRA LE PARTI E INVIO DI OSSERVATORI ONU i quali avrebbero visto che non c'erano affatto i diecimila morti fra i manifestanti (mesi dopo,; Amnesty International parlava di 209 morti accertati, su entrambi i fronti visto che molti poliziotti e custodi erano stati uccisi dai manifestanti) togliendo la scusa per l'intervento. Invece non si è fatto.
Dopo che un giorno il manifesto forso solo casualmente non mi aveva pubblicato un pezzo su appunto questa iniziativa venezuelana (e anzi aveva pubblicato un pezzo di Wallerstein in cui praticamente qualificava di idiota il povero Chavez), agli inizi di marzo, sdegnata mi sono allontanata da loro non scrivendo quasi più in merito. Idiota. Occorreva insistere. Se il manifesto - l'unico quotidiano che dal 1991 è sempre stato contro le guerre - avesse fatto una simile campagna, dicendo qualcosa ogni giorno in merito, appoggiato da altri media alternativi e trascinando per esempio gli antiguerrra superstiti che non sapevano che fare, l'iniziativa di Chavez avrebbe avuto qualche chance, come chiedeva Fidel ai paesi e ai popoli del mondo.
Un'altra guerra, e niente di efficace da parte dei pacifisti. Che comunque non esistono più. Non parlerei più di pacifisti; meglio usare il termine "oppositori alla guerra". Arci, Acli, Cgil e componenti (mai un minuto di scpero contro nessuna guerra dal 19901 in avanti), Tavola della Pace, per non dire di Attac Francia, dei vari aderenti di punta al Forum Sociale Mondiale, dei vari Sullo, delle Ong varie e di chi aveva sempre altre urgenze umanitarie da seguire. Urgenze più urgenti dei massacri della Nato e dei loro alleati libici.
All'ipocrita Marcia Perugia Assisi che si svolgerà il 25 settembre avrei voglia di andare con un cartello: "Libia.Il silenzio dei pacifisti ha ucciso".
Molti del "movimento" e della "società civile" adesso arriveranno, a fare il business umanitario laggiù, parallelamente al business della ricostruzione e del petrolio.
Vincono sempre gli scrocconi di guerra che sono tanti e su tutti i fronti.
Ce n'è di che voler stracciare il passaporto e non rifarlo.
Marinella Correggia
GUERRA, COSA SI SAREBBE DOVUTO FARE E NON SI E' FATTO
Mentre gli alleati locali della Nato (i cosiddetti ribelli) qualificano di "atto di aggressione" l'accoglienza che l'Algeria avrebbe dato a moglie e alcuni figli e nipoti di Gheddafi,
e mentre tutte le foto della famiglia sterminata dalla Nato in luglio a Sorman e diventata un simbolo dei crimini di guerra sono sparite dagli hotel e sono state sostituite dalla bandiera monarchica,
e mentre a Tripoli NON si contano i morti degli ultimi giorni (sotto i bombardamenti che hanno spianato la strada agli alleati locali, e per l'eliminazione fisica di lavoratori africani con il pretesto che erano "mercenari", e con l'epurazione di libici vicini all'ex regime e di quelli in precedenza fuggiti dall'Est),
e mentre nessuno conterà mai i morti civili di 20.000 raid aerei condotti da piloti mercenari occidentali (mercenari, visto che appoggiavano una fazione libica) sulla base di un mandato Onu per proteggere i civili stessi, e meno che mai nessuno conterà i morti fra i soldati, nel tiro al piccione dai cieli,
e mentre l'Italia NON accoglierà
e mentre prosegue una medioevale caccia all'uomo degna del miglior far west (di nuovo il "wanted" sulla poirta del sallon, ha ricordato il presidente del Venenzuela)
adesso mi rendo conto che l'unica cosa utile da fare in tutti i modi sarebbe stata una campagna A MARZO per appoggiare la proposta di Chavez e dei paesi dell'Alba, accettata dalla Libia: MEDIAZIONE FRA LE PARTI E INVIO DI OSSERVATORI ONU i quali avrebbero visto che non c'erano affatto i diecimila morti fra i manifestanti (mesi dopo,; Amnesty International parlava di 209 morti accertati, su entrambi i fronti visto che molti poliziotti e custodi erano stati uccisi dai manifestanti) togliendo la scusa per l'intervento. Invece non si è fatto.
Dopo che un giorno il manifesto forso solo casualmente non mi aveva pubblicato un pezzo su appunto questa iniziativa venezuelana (e anzi aveva pubblicato un pezzo di Wallerstein in cui praticamente qualificava di idiota il povero Chavez), agli inizi di marzo, sdegnata mi sono allontanata da loro non scrivendo quasi più in merito. Idiota. Occorreva insistere. Se il manifesto - l'unico quotidiano che dal 1991 è sempre stato contro le guerre - avesse fatto una simile campagna, dicendo qualcosa ogni giorno in merito, appoggiato da altri media alternativi e trascinando per esempio gli antiguerrra superstiti che non sapevano che fare, l'iniziativa di Chavez avrebbe avuto qualche chance, come chiedeva Fidel ai paesi e ai popoli del mondo.
Un'altra guerra, e niente di efficace da parte dei pacifisti. Che comunque non esistono più. Non parlerei più di pacifisti; meglio usare il termine "oppositori alla guerra". Arci, Acli, Cgil e componenti (mai un minuto di scpero contro nessuna guerra dal 19901 in avanti), Tavola della Pace, per non dire di Attac Francia, dei vari aderenti di punta al Forum Sociale Mondiale, dei vari Sullo, delle Ong varie e di chi aveva sempre altre urgenze umanitarie da seguire. Urgenze più urgenti dei massacri della Nato e dei loro alleati libici.
All'ipocrita Marcia Perugia Assisi che si svolgerà il 25 settembre avrei voglia di andare con un cartello: "Libia.Il silenzio dei pacifisti ha ucciso".
Molti del "movimento" e della "società civile" adesso arriveranno, a fare il business umanitario laggiù, parallelamente al business della ricostruzione e del petrolio.
Vincono sempre gli scrocconi di guerra che sono tanti e su tutti i fronti.
Ce n'è di che voler stracciare il passaporto e non rifarlo.
Marinella Correggia
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