FREEDOM WAVES: ATTIVISTI RISCHIANO MESI CARCERE
Nuovi particolari sull'assalto alla flotilla da parte degli espulsi. In prigione ancora 18 pacifisti, tra cui l'europarlamentare irlandese Paul Murphy.
GIORGIA GRIFONI
Roma, 10 novembre 2011, Nena News. Due mesi di reclusione senza accusa né processo. E’ quanto rischiano 18 dei 27 attivisti della “Freedom Waves” Flotilla, arrestati dalla marina israeliana lo scorso 4 novembre in acque internazionali, mentre si dirigevano verso la Striscia di Gaza con un carico di medicinali per rompere l’assedio imposto al territorio dallo stato ebraico.
In un comunicato dell’ufficio stampa della Freedom Flottila diffuso ieri, gli organizzatori spiegano qual è l’unica condizione concessa dalle autorità israeliane per evitare questo tipo di detenzione amministrativa: “Il giudice ha chiesto loro di firmare una dichiarazione secondo la quale sarebbero entrati in Israele volontariamente e illegalmente”. Un’ammissione che molti degli attivisti non sono disposti a fare poiché non sembra corrispondere alla realtà dei fatti: “Sono stati rapiti con violenza e trascinati in Israele contro la propria volontà mentre cercavano di raggiungere Gaza”, continua il comunicato.
Di particolare risonanza la testimonianza dell’europarlamentare irlandese e attivista Paul Murphy che, sempre tramite il comunicato, ha fatto sapere che “non sottoscriverà menzogne per tornare in libertà. Chiede, in nome della legalità internazionale, di fermare lo strapotere dello stato più illegale del mondo e di essere immediatamente liberato, insieme agli altri sequestrati della missione umanitaria Freedom Waves”. Unica nota positiva è la scarcerazione –prevista per oggi- del professore e attivista canadese David Heap, tra i primi ad aver portato un testimonianza dell’assalto alla “Freedom Waves”.
Gli organizzatori della Flotilla continuano a far pressione sia sul governo canadese che sul Parlamento europeo per ottenere la liberazione immediata degli attivisti rimasti nelle carceri israeliane, dopo che 9 di loro sono già stati espulsi da Tel Aviv. Questi utlimi hanno raccontato per filo e per segno quello che è successo durante e dopo l’arrembaggio delle navi Tahrir e Saoirse da parte delle autorità israeliane. Tra loro Jihan Hafiz, giornalista di Democracy Now, che ha diffuso nuovi particolari su quello che è avvenuto il 4 novembre a 45 miglia nautiche dalla Striscia di Gaza. “Due cannoniere ad acqua –racconta la Hafiz- hanno iniziato a sparare getti d’acqua sulla nave irlandese allagandola, fulminando le prese e facendo saltare il sistema elettrico”. La testimonianza continua con la descrizione dell’assalto dei militari, che avrebbero “puntato le armi alla testa dei passeggeri, picchiandoli, maltrattandoli, perquisendoli e filmandoli nudi”. Tutt’altro che il modo pacifico con cui, secondo le fonti militari israeliane, gli attivisti sarebbero stati condotti nel porto di Ashdod. Nena News
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sabato 12 novembre 2011
giovedì 10 novembre 2011
Detenzione amministrativa per tutto il mondo che osa solidarizzare con i palestinesi
ATTIVISTI IRLANDESI RIPORTATI A TEMPO INDEFINITO IN PRIGIONE ISRAELIANA
Posted on 10 novembre 2011 by paola| Leave a comment
riportiamo con allarme e urgenza il comunicato stampa della Irish Ship to Gaza in attesa di scrivere il nostro:
Per maggiori informazioni, contattare:
Laurence Davis (+353) (0) 86 360 5053
Claudia Saba (+353) (0) 086 393 8821
Irish Ship to Gaza
Comunicato Stampa, giovedì 10 novembre 2011, 9:45 am
ISRAELE IMPEDISCE AGLI ATTIVISTI IRLANDESI DI IMBARCARSI SUL VOLO DI RITORNO A CASA
I sette attivisti per I diritti umani irlandesi che dovevano essere di ritorno a casa in Irlanda, questo pomeriggio alle 14.25, all’ultimo minuto si sono visti impedire l’imbarco sul volo dall’aeroporto di Ben Gurion da guardie armate israeliane. La scorsa notte erano stati traferiti in celle di attesa ed erano pronti per essere imbarcati questa mattina sul volo delle 7.40 per Londra, quando, all’ultimo minuto gli è stato impedito da forze di sicurezza israeliane e sono stati riportati alla prigione di Givon. Tutti e sette sono ora agli arresti a tempo indeterminato, senza alcuna ulteriore informazione su quando saranno rilasciati, da parte delle autorità israeliane o del Dipartimeno degli Affari Esteri Irlandese.
Un coordinatore della Irish Ship to Gaza ha parlato brevemente al telefono con Fintan Lane prima che la comunicazione fosse interrotta brutalmente. Lane ha fatto in tempo a dire : “Questo è un tentativo degli israeliani deliberato e calcolato di stroncare il nostro morale. Ma non accadrà.”
Lane ha anche raccontato che i sette sono stati sottoposti a “ripetute e continue molestie e perquisizioni corporali umilianti” che sono rimasti ammanettati ed è stato loro “impedito di dormire”.
Gay Lawlor, il fratello di Zoe Lawlor, ha parlato brevemente con Zoe, il quale ha descritto quanto stava accadendo come “cattiveria pura” da parte degli israeliani.
Le famiglie dei detenuti stanno chiamando in grande apprensione i coordinatori della Irish Ship to Gaza.
Laurence Davis, portavoce della Irish Ship to Gaza ha commentato: “Siamo oltraggiati da questo ultimo tentative delle autorità israeliane di spezzare il morale dei nostril attivisti per I diritti umnai, le loro famiglie e I loro sostenitori e di tutti coloro di non vedevano l’ora di dare loro il benvenuto a casa questo pomeriggio a Dublino. Questo è l’ulteriore esempio della crudeltà e arroganza che I Palestinesi sono costretti a subire e sopportare ogni giorno.”
Un altra portavoce della Irish Ship to Gaza, Claudia Saba ha aggiunto: “E’ particolarmente stressante per le famiglie apprendere che I loro cari non torneranno a casa come previsto e oltretutto senza avere informazioni o notizie su quando saranno finalmente liberati. ”
Posted on 10 novembre 2011 by paola| Leave a comment
riportiamo con allarme e urgenza il comunicato stampa della Irish Ship to Gaza in attesa di scrivere il nostro:
Per maggiori informazioni, contattare:
Laurence Davis (+353) (0) 86 360 5053
Claudia Saba (+353) (0) 086 393 8821
Irish Ship to Gaza
Comunicato Stampa, giovedì 10 novembre 2011, 9:45 am
ISRAELE IMPEDISCE AGLI ATTIVISTI IRLANDESI DI IMBARCARSI SUL VOLO DI RITORNO A CASA
I sette attivisti per I diritti umani irlandesi che dovevano essere di ritorno a casa in Irlanda, questo pomeriggio alle 14.25, all’ultimo minuto si sono visti impedire l’imbarco sul volo dall’aeroporto di Ben Gurion da guardie armate israeliane. La scorsa notte erano stati traferiti in celle di attesa ed erano pronti per essere imbarcati questa mattina sul volo delle 7.40 per Londra, quando, all’ultimo minuto gli è stato impedito da forze di sicurezza israeliane e sono stati riportati alla prigione di Givon. Tutti e sette sono ora agli arresti a tempo indeterminato, senza alcuna ulteriore informazione su quando saranno rilasciati, da parte delle autorità israeliane o del Dipartimeno degli Affari Esteri Irlandese.
Un coordinatore della Irish Ship to Gaza ha parlato brevemente al telefono con Fintan Lane prima che la comunicazione fosse interrotta brutalmente. Lane ha fatto in tempo a dire : “Questo è un tentativo degli israeliani deliberato e calcolato di stroncare il nostro morale. Ma non accadrà.”
Lane ha anche raccontato che i sette sono stati sottoposti a “ripetute e continue molestie e perquisizioni corporali umilianti” che sono rimasti ammanettati ed è stato loro “impedito di dormire”.
Gay Lawlor, il fratello di Zoe Lawlor, ha parlato brevemente con Zoe, il quale ha descritto quanto stava accadendo come “cattiveria pura” da parte degli israeliani.
Le famiglie dei detenuti stanno chiamando in grande apprensione i coordinatori della Irish Ship to Gaza.
Laurence Davis, portavoce della Irish Ship to Gaza ha commentato: “Siamo oltraggiati da questo ultimo tentative delle autorità israeliane di spezzare il morale dei nostril attivisti per I diritti umnai, le loro famiglie e I loro sostenitori e di tutti coloro di non vedevano l’ora di dare loro il benvenuto a casa questo pomeriggio a Dublino. Questo è l’ulteriore esempio della crudeltà e arroganza che I Palestinesi sono costretti a subire e sopportare ogni giorno.”
Un altra portavoce della Irish Ship to Gaza, Claudia Saba ha aggiunto: “E’ particolarmente stressante per le famiglie apprendere che I loro cari non torneranno a casa come previsto e oltretutto senza avere informazioni o notizie su quando saranno finalmente liberati. ”
martedì 8 novembre 2011
Israele ancora comportamento criminale
Il Dirottamento della Saoirse è stato Violento e pericoloso
Il coordinatore della nave irlandese per Gaza è stato in grado di fare una telefonata dalla prigione israeliana dove, insieme a 13 cittadini israeliani, è attualmente detenuto.
L’abbordaggio della motonave Saoirse è stato violento e pericoloso. A dispetto di chiare proteste da parte degli occupanti di entrambe le navi che non volevano essere deportati in Israele, essi sono stati presi con la forza. L’intero abbordaggio è durato almeno tre ore. E’ iniziato con dei getti d’acqua ad alta pressione dentro le due navi, e mettendo sotto la mira delle armi i passeggeri. Sono stato gettato giù per le scaòe della nave da un getto d’acqua. Le finestre sono state rotte e il ponte della barca messo a fuoco. Le barche sono state circondate e costrette tra loro al punto che si sono scontrate e danneggiate durante loscontro, il maggior danno l’ha avuto la Saoirse. Le due navi stavano per affondare. Il metodo usate durante l’abbordaggio è stato pericoloso per le vite umane. Inizialmente le forze israeliane volevano abbandonare in mare le due barche, ma i rapiti hanno chiesto che non fossero! abbandonate in mare, dove sarebbero certamente affondate. Tutte le proprietà dei passeggeri e dell’equipaggio sono state sequestrate e, fino ad ora, non sappiamo se e quando ne rientraremo in possesso. I 14 prigionieri irlandesi rimangono nella prigione di Givon.
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Il coordinatore della nave irlandese per Gaza è stato in grado di fare una telefonata dalla prigione israeliana dove, insieme a 13 cittadini israeliani, è attualmente detenuto.
L’abbordaggio della motonave Saoirse è stato violento e pericoloso. A dispetto di chiare proteste da parte degli occupanti di entrambe le navi che non volevano essere deportati in Israele, essi sono stati presi con la forza. L’intero abbordaggio è durato almeno tre ore. E’ iniziato con dei getti d’acqua ad alta pressione dentro le due navi, e mettendo sotto la mira delle armi i passeggeri. Sono stato gettato giù per le scaòe della nave da un getto d’acqua. Le finestre sono state rotte e il ponte della barca messo a fuoco. Le barche sono state circondate e costrette tra loro al punto che si sono scontrate e danneggiate durante loscontro, il maggior danno l’ha avuto la Saoirse. Le due navi stavano per affondare. Il metodo usate durante l’abbordaggio è stato pericoloso per le vite umane. Inizialmente le forze israeliane volevano abbandonare in mare le due barche, ma i rapiti hanno chiesto che non fossero! abbandonate in mare, dove sarebbero certamente affondate. Tutte le proprietà dei passeggeri e dell’equipaggio sono state sequestrate e, fino ad ora, non sappiamo se e quando ne rientraremo in possesso. I 14 prigionieri irlandesi rimangono nella prigione di Givon.
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domenica 6 novembre 2011
Le navi dirette a Gaza per rompere l'assedio: testimonianze di tortura e violenza contro gli attivisti
Da Ship to Gaza-Ένα πλοίο για την Γάζα.
BREAKING: Capitano di Tahrir G. Klontzas conferma torture da parte delle forze israeliane sugli attivisti aggrediti e rapiti in acque internazionali. Lui stesso è stato torturato.
G. Klontzas, ha riferito che le forze israeliane lo hanno ammanettato fino a causargli problemi circolatori e che è stato costretto con la violenza da tre soldati a dare le impronte digitali. Per costringerlo a fornire le impronte digitali è stato stretto al collo cosi forte che non poteva più respirare. Ha riferito anche che i soldati israeliani gli hanno infilato le dita negli occhi causandogli un orte dolore. Lui era stato calmo, non aveva assunto comportamenti negativi che potessero in alcun modo portare a tali maltrattamenti;aveva solo chiesto di vedere il suo avvocato.
BREAKING: Capitano di Tahrir G. Klontzas conferma torture da parte delle forze israeliane sugli attivisti aggrediti e rapiti in acque internazionali. Lui stesso è stato torturato.
G. Klontzas, ha riferito che le forze israeliane lo hanno ammanettato fino a causargli problemi circolatori e che è stato costretto con la violenza da tre soldati a dare le impronte digitali. Per costringerlo a fornire le impronte digitali è stato stretto al collo cosi forte che non poteva più respirare. Ha riferito anche che i soldati israeliani gli hanno infilato le dita negli occhi causandogli un orte dolore. Lui era stato calmo, non aveva assunto comportamenti negativi che potessero in alcun modo portare a tali maltrattamenti;aveva solo chiesto di vedere il suo avvocato.
sabato 5 novembre 2011
ISRAELE BLOCCA LA SAOIRSE E LA TAHRIR
Le due navi sono state intercettare e abbordate a poche decine di miglia dalla costa di Gaza, in acque internazionali. Stasera manifestazioni di protesta a Gaza, in Cisgiordania, in Italia e altri paesi
Gaza, 04 novembre 2011, Nena News – Unità da guerra israeliane hanno fermato e abbordato le due imbarcazioni di Freedom Waves, “Saoirse” e “Tahrir” partite due giorni fa dalla Turchia e dirette a Gaza city con l’intento di rompere il blocco navale della Striscia. Secondo i media israeliani non ci sarebbero stati feriti o violenze ma la notizia non ha ancora avuto una conferma dagli attivisti a bordo che, presumibilmente, sono stati tutti arrestati. Sono queste le notizie che arrivano dalle acque internazionali a poche miglia dalla costa di Gaza. Le comunicazioni con le due navi pacifiste – che hanno a bordo 27 attivisti e giornalisti e materiale sanitario per 30mila dollari – si sono interrotte e non è ancora chiaro se la “Saoirse” e la “Tahrir” vengano ora trainate verso il porto israeliano di Ashdod. Poco prima di essere fermate le due imbarcazioni delle Freedom Waves avevano respinto l’intimazione giunta dalle navi israeliane di invertire la rotta o di dirigersi verso i porti egiziani. Subito dopo i comandi militari israeliani hanno dato l’ordine di fermare la mini-flotilla. Manifestazioni in sostegno delle Freedom Waves e contro l’azione di forza compiuta da Israele sono previste stasera nei Territori palestinesi, in Italia e in altri paesi.
Intanto Ankara ha smentito le notizie di stampa secondo cui le due imbarcazioni salpate due giorni fa dai suoi porti, sarebbero state scortate da navi da guerra turche. Il governo turco è stato pesantemente ammonito da Dipartimento di stato Usa dal fornire alcuna scorta o forma di protezione alle navi pacifiste dirette a Gaza. Gli Stati Uniti hanno fatto sapere di ritenere l’iniziativa di Freedom Waves «pericolosa» e hanno esortato i cittadini americani ad astenersi da attività del genere. A bordo delle due imbarcazioni ci sono giornalisti e pacifisti, giunti da Australia, Canada, Irlanda e Stati Uniti, e anche palestinesi e un arabo israeliano.
La nuova campagna, “Freedom Waves to Gaza”, è partita in sordina con l’obiettivo dichiarato di non dare il tempo alle autorità israeliane di preparare contromisure, come accaduto lo scorso luglio con la Freedom Flotilla II, bloccata nei porti greci dai divieti del governo di Atene messo sotto pressione da Tel Aviv e Washington. Anche stavolta la sfida lanciata dai movimenti di solidarietà internazionali è la blocco navale imposto da Tel Aviv alla popolazione della Striscia di Gaza, chiusa in un assedio totale dal 2006, quando Hamas ne assunse il controllo politico e militare.
«Israele ha imprigionato Gaza e la Cisgiordania – ha detto Majd Kayyal, studente palestinese di filosofia, di Haifa, a bordo della Tahrir – proibendoci ogni contatto fisico. Vogliamo rompere l’assedio che Isralee ha imposto alla nostra gente. Il fatto di essere in acque internazionali è già una vittoria per il movimento». Freedom Waves ha approfittato dell’iniziativa anche per inviare un messaggio alla comunità internazionale, in primis alle Nazioni Unite, chiedendo di prendere azioni immediate che pongano fine al blocco criminale della Striscia, blocco in violazione dalla Quarta Convenzione di Ginevra. Si muove anche la società civile in Israele e nei Territori occupati. Attivisti palestinesi ed ebrei hanno organizzato manifestazioni in Cisgiordania e in territorio israeliano. A Ramallah e a Gaza city ieri sono tenute manifestazioni davanti agli uffici delle Nazioni Unite.
L’ultimo tentativo di rompere via mare il blocco di Gaza è del luglio scorso da parte della Freedom Flotilla II. All’epoca, le imbarcazioni coinvolte vennero bloccate nei porti greci su ordine della Marina di Atene che subì dure pressioni da parte del governo israeliano (la stessa nave irlandese Saoirse, in viaggio in questo momento, fu sabotata prima di riuscire a salpare). L’anno prima, nel maggio 2010, era stata la volta della prima Freedom Flotilla, un viaggio finito nel sangue: l’esercito israeliano abbordò la nave turca Mavi Marmara e uccise nove attivisti turchi. L’attacco provocò un raffredamento delle relazioni tra Israele e Turchia, che non ha mai smesso di chiedere a Tel Aviv scuse ufficiali e un risarcimento finanziario alle famiglie dei nove attivisti uccisi. Nena News
Le due navi sono state intercettare e abbordate a poche decine di miglia dalla costa di Gaza, in acque internazionali. Stasera manifestazioni di protesta a Gaza, in Cisgiordania, in Italia e altri paesi
Gaza, 04 novembre 2011, Nena News – Unità da guerra israeliane hanno fermato e abbordato le due imbarcazioni di Freedom Waves, “Saoirse” e “Tahrir” partite due giorni fa dalla Turchia e dirette a Gaza city con l’intento di rompere il blocco navale della Striscia. Secondo i media israeliani non ci sarebbero stati feriti o violenze ma la notizia non ha ancora avuto una conferma dagli attivisti a bordo che, presumibilmente, sono stati tutti arrestati. Sono queste le notizie che arrivano dalle acque internazionali a poche miglia dalla costa di Gaza. Le comunicazioni con le due navi pacifiste – che hanno a bordo 27 attivisti e giornalisti e materiale sanitario per 30mila dollari – si sono interrotte e non è ancora chiaro se la “Saoirse” e la “Tahrir” vengano ora trainate verso il porto israeliano di Ashdod. Poco prima di essere fermate le due imbarcazioni delle Freedom Waves avevano respinto l’intimazione giunta dalle navi israeliane di invertire la rotta o di dirigersi verso i porti egiziani. Subito dopo i comandi militari israeliani hanno dato l’ordine di fermare la mini-flotilla. Manifestazioni in sostegno delle Freedom Waves e contro l’azione di forza compiuta da Israele sono previste stasera nei Territori palestinesi, in Italia e in altri paesi.
Intanto Ankara ha smentito le notizie di stampa secondo cui le due imbarcazioni salpate due giorni fa dai suoi porti, sarebbero state scortate da navi da guerra turche. Il governo turco è stato pesantemente ammonito da Dipartimento di stato Usa dal fornire alcuna scorta o forma di protezione alle navi pacifiste dirette a Gaza. Gli Stati Uniti hanno fatto sapere di ritenere l’iniziativa di Freedom Waves «pericolosa» e hanno esortato i cittadini americani ad astenersi da attività del genere. A bordo delle due imbarcazioni ci sono giornalisti e pacifisti, giunti da Australia, Canada, Irlanda e Stati Uniti, e anche palestinesi e un arabo israeliano.
La nuova campagna, “Freedom Waves to Gaza”, è partita in sordina con l’obiettivo dichiarato di non dare il tempo alle autorità israeliane di preparare contromisure, come accaduto lo scorso luglio con la Freedom Flotilla II, bloccata nei porti greci dai divieti del governo di Atene messo sotto pressione da Tel Aviv e Washington. Anche stavolta la sfida lanciata dai movimenti di solidarietà internazionali è la blocco navale imposto da Tel Aviv alla popolazione della Striscia di Gaza, chiusa in un assedio totale dal 2006, quando Hamas ne assunse il controllo politico e militare.
«Israele ha imprigionato Gaza e la Cisgiordania – ha detto Majd Kayyal, studente palestinese di filosofia, di Haifa, a bordo della Tahrir – proibendoci ogni contatto fisico. Vogliamo rompere l’assedio che Isralee ha imposto alla nostra gente. Il fatto di essere in acque internazionali è già una vittoria per il movimento». Freedom Waves ha approfittato dell’iniziativa anche per inviare un messaggio alla comunità internazionale, in primis alle Nazioni Unite, chiedendo di prendere azioni immediate che pongano fine al blocco criminale della Striscia, blocco in violazione dalla Quarta Convenzione di Ginevra. Si muove anche la società civile in Israele e nei Territori occupati. Attivisti palestinesi ed ebrei hanno organizzato manifestazioni in Cisgiordania e in territorio israeliano. A Ramallah e a Gaza city ieri sono tenute manifestazioni davanti agli uffici delle Nazioni Unite.
L’ultimo tentativo di rompere via mare il blocco di Gaza è del luglio scorso da parte della Freedom Flotilla II. All’epoca, le imbarcazioni coinvolte vennero bloccate nei porti greci su ordine della Marina di Atene che subì dure pressioni da parte del governo israeliano (la stessa nave irlandese Saoirse, in viaggio in questo momento, fu sabotata prima di riuscire a salpare). L’anno prima, nel maggio 2010, era stata la volta della prima Freedom Flotilla, un viaggio finito nel sangue: l’esercito israeliano abbordò la nave turca Mavi Marmara e uccise nove attivisti turchi. L’attacco provocò un raffredamento delle relazioni tra Israele e Turchia, che non ha mai smesso di chiedere a Tel Aviv scuse ufficiali e un risarcimento finanziario alle famiglie dei nove attivisti uccisi. Nena News
venerdì 4 novembre 2011
I giovani palestinesi chiedono alle Nazioni Unite di agire
Proteggete le imbarcazioni dirette a Gaza! Ponete fine al blocco di Gaza!
Il 2 novembre 2011, due imbarcazioni con a bordo 27 civili provenienti da vari paesi, tra cui un nostro giovane rappresentante, sono salpate verso Gaza. Conoscendo le tattiche violente che Israele ha usato per intercettare le precedenti barche dirette a Gaza, tra cui l'assalto militare dell 31 Maggio 2010 verso la Freedom Flotilla, che ha provocato la morte di nove volontari e il ferimento di oltre 50, chiediamo alle Nazioni Unite di adottare misure urgenti per proteggere questa missione così come per porre fine alla complicità col criminale blocco israeliano verso Gaza. Il soldato israeliano Gilad Shalit è stato restituito alla sua famiglia, eliminando così uno dei principali pretesti, sebbene non fosse una giustificazione, di Israele per il severo assedio imposto su Gaza. E mentre 1.027 prigionieri palestinesi sono stati scambiati per Shalit (anche se 550 devono ancora essere rilasciati), oltre 1,5 milioni di palestinesi rimangono intrappolati in una prigione chiamata Gaza.
A scuola, all'università, e attraverso le nostre organizzazioni, abbiamo appreso i diritti umani e il diritto internazionale, eppure sembra che i palestinesi rientrino in una classe di persone a cui questi diritti non si applicano. Come i neri in America mezzo secolo fa, o in Sud Africa due decenni fa, siamo vittime di una ideologia escludente e di quelli che la tollerano e la rendono possibile. Infatti le voci che parlano con più vigore di diritti umani, libertà, stato di diritto, sono quelle stesse che rendono possibile la violazione sistematica di questi stessi principi. Siamo stanchi di ascoltare questi enti ipocriti che non rispettano il nostro popolo, ma solo a parole i nostri diritti e aspirazioni. Cosa ci guadagna l'ONU a condonare questa ipocrisia, questo doppio standard e le sistematiche violazioni delle sue stesse leggi e principi?
Lo scorso maggio, nel tentativo di scoraggiare la Freedom Flotilla II, Segretario Generale Ban Ki Moon ha dichiarato che tutti gli aiuti a Gaza avrebbero dovuto passare attraverso "valichi legittimi e canali prestabiliti", che in pratica significa attraverso Israele. È una vergogna vedere il capo di una organizzazione mondiale che dovrebbe difendere e promuovere i diritti di tutti i popoli, parlare in nome di una potenza occupante belligerante, a scapito di un popolo occupato. Smettete di trattare Gaza (e la Palestina nel suo complesso) come una questione di beneficenza! I nostri problemi e la crisi umanitaria sono il risultato di deliberate politiche israeliane che ci negano libertà e diritti umani. Non ci sono "canali prestabiliti" per la nostra libertà che passino attraverso Israele.
Noi, giovani palestinesi nati e cresciuti sotto il giogo dell'occupazione, dichiariamo il nostro appoggio e la piena partecipazione in azioni palestinesi ed internazionali nonviolente che sfidino la brutalità di Israele, in particolare l'assedio israeliano verso Gaza, che, secondo le stesse dichiarazioni delle Nazioni Unite, costituisce un'illegale punizione collettiva verso la nostra gente. Facciamo appello alle Nazioni Unite, che hanno il compito di mantenere la pace e la sicurezza mondiale, a smettere di riconoscere ed rispettare l'assedio, perchè questo serve solo a dare falsa legittimità alle pratiche di Israele, consentendo in tal modo di continuare questa punizione collettiva, e sporcando così l'intero sistema delle Nazioni Unite. Spetta alle Nazioni Unite adottare misure urgenti per proteggere le imbarcazioni in rotta verso Gaza, e tutti i volontari umanitari a bordo, nonché dichiarare il sostegno a quest'azione umanitaria, progettata per fare quello che l'ONU ei suoi stati membri finora non sono riusciti a fare.
Diciamo oggi, senza mezzi termini, alle Nazioni Unite, al Segretario Generale, e a tutti Paesi che, attivamente o attraverso la complicità (tra cui il silenzio e l'inazione), sostengono la punizione collettiva e l'oppressione continua del popolo palestinese - “lottate per ciò che è giusto o rimanete fuori della nostra lotta, state fuori dalla nostra strada.”
Il 2 novembre 2011, due imbarcazioni con a bordo 27 civili provenienti da vari paesi, tra cui un nostro giovane rappresentante, sono salpate verso Gaza. Conoscendo le tattiche violente che Israele ha usato per intercettare le precedenti barche dirette a Gaza, tra cui l'assalto militare dell 31 Maggio 2010 verso la Freedom Flotilla, che ha provocato la morte di nove volontari e il ferimento di oltre 50, chiediamo alle Nazioni Unite di adottare misure urgenti per proteggere questa missione così come per porre fine alla complicità col criminale blocco israeliano verso Gaza. Il soldato israeliano Gilad Shalit è stato restituito alla sua famiglia, eliminando così uno dei principali pretesti, sebbene non fosse una giustificazione, di Israele per il severo assedio imposto su Gaza. E mentre 1.027 prigionieri palestinesi sono stati scambiati per Shalit (anche se 550 devono ancora essere rilasciati), oltre 1,5 milioni di palestinesi rimangono intrappolati in una prigione chiamata Gaza.
A scuola, all'università, e attraverso le nostre organizzazioni, abbiamo appreso i diritti umani e il diritto internazionale, eppure sembra che i palestinesi rientrino in una classe di persone a cui questi diritti non si applicano. Come i neri in America mezzo secolo fa, o in Sud Africa due decenni fa, siamo vittime di una ideologia escludente e di quelli che la tollerano e la rendono possibile. Infatti le voci che parlano con più vigore di diritti umani, libertà, stato di diritto, sono quelle stesse che rendono possibile la violazione sistematica di questi stessi principi. Siamo stanchi di ascoltare questi enti ipocriti che non rispettano il nostro popolo, ma solo a parole i nostri diritti e aspirazioni. Cosa ci guadagna l'ONU a condonare questa ipocrisia, questo doppio standard e le sistematiche violazioni delle sue stesse leggi e principi?
Lo scorso maggio, nel tentativo di scoraggiare la Freedom Flotilla II, Segretario Generale Ban Ki Moon ha dichiarato che tutti gli aiuti a Gaza avrebbero dovuto passare attraverso "valichi legittimi e canali prestabiliti", che in pratica significa attraverso Israele. È una vergogna vedere il capo di una organizzazione mondiale che dovrebbe difendere e promuovere i diritti di tutti i popoli, parlare in nome di una potenza occupante belligerante, a scapito di un popolo occupato. Smettete di trattare Gaza (e la Palestina nel suo complesso) come una questione di beneficenza! I nostri problemi e la crisi umanitaria sono il risultato di deliberate politiche israeliane che ci negano libertà e diritti umani. Non ci sono "canali prestabiliti" per la nostra libertà che passino attraverso Israele.
Noi, giovani palestinesi nati e cresciuti sotto il giogo dell'occupazione, dichiariamo il nostro appoggio e la piena partecipazione in azioni palestinesi ed internazionali nonviolente che sfidino la brutalità di Israele, in particolare l'assedio israeliano verso Gaza, che, secondo le stesse dichiarazioni delle Nazioni Unite, costituisce un'illegale punizione collettiva verso la nostra gente. Facciamo appello alle Nazioni Unite, che hanno il compito di mantenere la pace e la sicurezza mondiale, a smettere di riconoscere ed rispettare l'assedio, perchè questo serve solo a dare falsa legittimità alle pratiche di Israele, consentendo in tal modo di continuare questa punizione collettiva, e sporcando così l'intero sistema delle Nazioni Unite. Spetta alle Nazioni Unite adottare misure urgenti per proteggere le imbarcazioni in rotta verso Gaza, e tutti i volontari umanitari a bordo, nonché dichiarare il sostegno a quest'azione umanitaria, progettata per fare quello che l'ONU ei suoi stati membri finora non sono riusciti a fare.
Diciamo oggi, senza mezzi termini, alle Nazioni Unite, al Segretario Generale, e a tutti Paesi che, attivamente o attraverso la complicità (tra cui il silenzio e l'inazione), sostengono la punizione collettiva e l'oppressione continua del popolo palestinese - “lottate per ciò che è giusto o rimanete fuori della nostra lotta, state fuori dalla nostra strada.”
mercoledì 2 novembre 2011
Barche irlandesi e canadesi verso Gaza per sfidare l'assedio illegale imposto da Israele.
> 1 Nov 2011
> COMUNICATO STAMPA – PER DIFFUSIONE IMMEDIATA
>
> Palestinesi si uniscono alle barche per sfidare assieme l'assedio imposto da Israele su Gaza.
>
>
> Barche irlandesi e canadesi si trovano ora in acque internazionali verso Gaza per sfidare l'assedio illegale imposto da Israele.
>
> Attivisti palestinesi lanciano un appello per la fine della complicità internazionale ai crimini israeliani
>
> Si svolgeranno azioni di solidarietà in tutta la Cisgiordania e in Israele
>
> [Ramallah] Due barche civili, la canadese Tahrir (Liberazione) e l'irlandese Saoirse (Libertà), con a bordo 27 passeggeri provenienti da 9 paesi (inclusi giornalisti ed equipaggio), stanno viaggiando in acque internazionali verso la Striscia di Gaza per sfidare l'assedio criminale e illegale imposto da Israele. Un palestinese di Haifa hanno aderito a questa nuova missione internazionale che vuole sfidare via mare la morsa implacabile di Israele su Gaza. Il messaggio che portano è di unità, di sfida, di speranza, nonostante Israele separi fisicamente i palestinesi gli uni dagli altri. Gli organizzatori del “Freedom Waves to Gaza” hanno scelto di non pubblicizzare l'impresa in anticipo viste le azioni israeliane per bloccare e sabotare la Freedom Flotilla II lo scorso luglio. Le barche, che sono salpate da Fethiye, Turchia, sono attese a Gaza venerdì pomeriggio; navigheranno in acque internazionali ed entreranno direttamente nelle acque territoriali di Gaza, senza attraversare le acque territoriali di Israele. Le barche porteranno un carico simbolico - $ 30.000 in medicine, insieme ad un gruppo eterogeneo di passeggeri, tutti impegnati nella difesa non violenta della flottiglia e dei diritti umani del popolo palestinese.
>
> "Israele ha ingabbiato i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, e ci proibisce di incontrarci fisicamente. Vogliamo rompere l'assedio che Israele ha imposto al nostro popolo", ha affermato Majd Kayyal, uno studente di filosofia palestinese di Haifa, a bordo della Tahrir. Kayyal ha aggiunto: "Il fatto che siamo in acque internazionali è già una vittoria per il movimento. L'assedio israeliano imposto su Gaza è insostenibile e porre fine a questa ingiustizia è una responsabilità morale".
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> Nel frattempo, i giovani palestinesi hanno firmato una dichiarazione che esorta la comunità internazionale e le Nazioni Unite in particolare, "ad adottare misure urgenti per proteggere questa missione e porre fine alla loro complicità con il blocco criminale imposto da Israele sulla Striscia di Gaza." Essi hanno condannato le precedenti dichiarazioni del segretario generale dell'ONU, che richiedeva che gli aiuti a Gaza passassero attraverso "valichi legittimi e canali prestabiliti", nonostante l'ONU stessa abbia ammesso che il fallimento di Israele nell'adempiere alle sue responsabilità ha creato una crisi senza precedenti della dignità umana.
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> Durante questa settimana attivisti palestinesi in Cisgiordania e in Israele stanno organizzando azioni di solidarietà con la missione Freedom Waves, tra cui un sit in presso il complesso delle Nazioni Unite (Tokyo Street, Ramallah) e raduni in altre città della Cisgiordania.
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> Questa missione rappresenta l'undicesimo tentativo di rompere l'assedio di Gaza via mare. Delle precedenti, cinque sono riuscite a raggiungere Gaza tra agosto e dicembre 2008, mentre le altre sono state intercettate e violentemente bloccate da Israele. Nel maggio 2010, Israele ha attaccato i passeggeri della Freedom Flotilla in acque internazionali, uccidendo nove civili e ferendone oltre 50. Le azioni di Israele sono state ampiamente e ripetutamente denunciate e condannate in tutto il mondo. I tentativi di portare una seconda flottiglia a Gaza sono stati vanificati lo scorso luglio dal governo greco sotto pressione di Israele e dei governi occidentali, e da atti di sabotaggio israeliano.
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> Israele ha intensificato nei giorni scorsi i bombardamenti aerei su Gaza, sottolineando la necessità di iniziative internazionali simili a questa che possano fungere da detterente per Israele.
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> COMUNICATO STAMPA – PER DIFFUSIONE IMMEDIATA
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> Palestinesi si uniscono alle barche per sfidare assieme l'assedio imposto da Israele su Gaza.
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> Barche irlandesi e canadesi si trovano ora in acque internazionali verso Gaza per sfidare l'assedio illegale imposto da Israele.
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> Attivisti palestinesi lanciano un appello per la fine della complicità internazionale ai crimini israeliani
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> Si svolgeranno azioni di solidarietà in tutta la Cisgiordania e in Israele
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> [Ramallah] Due barche civili, la canadese Tahrir (Liberazione) e l'irlandese Saoirse (Libertà), con a bordo 27 passeggeri provenienti da 9 paesi (inclusi giornalisti ed equipaggio), stanno viaggiando in acque internazionali verso la Striscia di Gaza per sfidare l'assedio criminale e illegale imposto da Israele. Un palestinese di Haifa hanno aderito a questa nuova missione internazionale che vuole sfidare via mare la morsa implacabile di Israele su Gaza. Il messaggio che portano è di unità, di sfida, di speranza, nonostante Israele separi fisicamente i palestinesi gli uni dagli altri. Gli organizzatori del “Freedom Waves to Gaza” hanno scelto di non pubblicizzare l'impresa in anticipo viste le azioni israeliane per bloccare e sabotare la Freedom Flotilla II lo scorso luglio. Le barche, che sono salpate da Fethiye, Turchia, sono attese a Gaza venerdì pomeriggio; navigheranno in acque internazionali ed entreranno direttamente nelle acque territoriali di Gaza, senza attraversare le acque territoriali di Israele. Le barche porteranno un carico simbolico - $ 30.000 in medicine, insieme ad un gruppo eterogeneo di passeggeri, tutti impegnati nella difesa non violenta della flottiglia e dei diritti umani del popolo palestinese.
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> "Israele ha ingabbiato i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, e ci proibisce di incontrarci fisicamente. Vogliamo rompere l'assedio che Israele ha imposto al nostro popolo", ha affermato Majd Kayyal, uno studente di filosofia palestinese di Haifa, a bordo della Tahrir. Kayyal ha aggiunto: "Il fatto che siamo in acque internazionali è già una vittoria per il movimento. L'assedio israeliano imposto su Gaza è insostenibile e porre fine a questa ingiustizia è una responsabilità morale".
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> Nel frattempo, i giovani palestinesi hanno firmato una dichiarazione che esorta la comunità internazionale e le Nazioni Unite in particolare, "ad adottare misure urgenti per proteggere questa missione e porre fine alla loro complicità con il blocco criminale imposto da Israele sulla Striscia di Gaza." Essi hanno condannato le precedenti dichiarazioni del segretario generale dell'ONU, che richiedeva che gli aiuti a Gaza passassero attraverso "valichi legittimi e canali prestabiliti", nonostante l'ONU stessa abbia ammesso che il fallimento di Israele nell'adempiere alle sue responsabilità ha creato una crisi senza precedenti della dignità umana.
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> Durante questa settimana attivisti palestinesi in Cisgiordania e in Israele stanno organizzando azioni di solidarietà con la missione Freedom Waves, tra cui un sit in presso il complesso delle Nazioni Unite (Tokyo Street, Ramallah) e raduni in altre città della Cisgiordania.
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> Questa missione rappresenta l'undicesimo tentativo di rompere l'assedio di Gaza via mare. Delle precedenti, cinque sono riuscite a raggiungere Gaza tra agosto e dicembre 2008, mentre le altre sono state intercettate e violentemente bloccate da Israele. Nel maggio 2010, Israele ha attaccato i passeggeri della Freedom Flotilla in acque internazionali, uccidendo nove civili e ferendone oltre 50. Le azioni di Israele sono state ampiamente e ripetutamente denunciate e condannate in tutto il mondo. I tentativi di portare una seconda flottiglia a Gaza sono stati vanificati lo scorso luglio dal governo greco sotto pressione di Israele e dei governi occidentali, e da atti di sabotaggio israeliano.
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> Israele ha intensificato nei giorni scorsi i bombardamenti aerei su Gaza, sottolineando la necessità di iniziative internazionali simili a questa che possano fungere da detterente per Israele.
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lunedì 19 settembre 2011
Processo Arrigoni
PROCESSO ARRIGONI. IL “NUOVO” EGITTO CONSENTIRÀ O NO L’INGRESSO ALLA DIFESA ITALIANA?
Posted on 18 settembre 2011 by dimitri| Leave a comment
Comunicato stampa.
Tra due giorni l’avvocato della famiglia Arrigoni, accompagnato da una piccola delegazione di cittadini italiani, si recherà a Gaza City per la seconda udienza del processo che dovrebbe far luce sui mandanti e gli assassini di quella che, per decine di migliaia di persone, era “la voce di Gaza”.
A distanza di 48 ore dalla partenza, l’avvocato Pagani non sa ancora se l’Egitto gli fornirà l’autorizzazione per attraversare il valico di Rafah.
I rappresentanti dello Stato italiano, il cui dovere è quello di accertare la verità e ottenere giustizia per il proprio cittadino assassinato cinque mesi fa, cosa stanno facendo per rispettare il loro compito? Sappiamo che Vittorio era una voce scomoda anche per il nostro governo, ma questo non può ostacolare la ricerca della verità né ridurre il dovere, da parte del Ministro degli esteri, di fare quanto possibile – e quanto dovuto – affinché sia resa giustizia alla memoria di Vik.
Il presidente Napolitano, il 16 aprile disse “accertare subito la verità”. Sono trascorsi cinque mesi da quella dichiarazione, perciò chiediamo che lo Stato italiano faccia il suo dovere affinché le parole di Napolitano non abbiano il suono della pura retorica.
Ufficio Stampa FreedomFlotilla Italia
CONTATTI: 338.1521278
Posted on 18 settembre 2011 by dimitri| Leave a comment
Comunicato stampa.
Tra due giorni l’avvocato della famiglia Arrigoni, accompagnato da una piccola delegazione di cittadini italiani, si recherà a Gaza City per la seconda udienza del processo che dovrebbe far luce sui mandanti e gli assassini di quella che, per decine di migliaia di persone, era “la voce di Gaza”.
A distanza di 48 ore dalla partenza, l’avvocato Pagani non sa ancora se l’Egitto gli fornirà l’autorizzazione per attraversare il valico di Rafah.
I rappresentanti dello Stato italiano, il cui dovere è quello di accertare la verità e ottenere giustizia per il proprio cittadino assassinato cinque mesi fa, cosa stanno facendo per rispettare il loro compito? Sappiamo che Vittorio era una voce scomoda anche per il nostro governo, ma questo non può ostacolare la ricerca della verità né ridurre il dovere, da parte del Ministro degli esteri, di fare quanto possibile – e quanto dovuto – affinché sia resa giustizia alla memoria di Vik.
Il presidente Napolitano, il 16 aprile disse “accertare subito la verità”. Sono trascorsi cinque mesi da quella dichiarazione, perciò chiediamo che lo Stato italiano faccia il suo dovere affinché le parole di Napolitano non abbiano il suono della pura retorica.
Ufficio Stampa FreedomFlotilla Italia
CONTATTI: 338.1521278
venerdì 2 settembre 2011
Il rapporto ONU su Mavi Marmara condanna Israele
Israele ha diritto a difendersi dalle minacce terroristiche e a controllare quello che arriva a Gaza, il blocco navale israeliano di Gaza è legale. Questa è l'unica affermazione positiva che emerge dal rapporto Onu sulla strage a bordo della Mavi Marmara e sembra un contentino concesso ad Israele, visto che la commissione non aveva ricevuto il mandato d'esperimersi sulla legalità del blocco, una valutazione che semmai spetterebbe alle apposite corti internazionali e non a una commissione ad hoc per investigare solo l'incidente.
La commissione Palmer ha concluso che da parte d'Israele c'è stato un uso "irragionevole" ed "eccessivo" della forza, ma soprattutto che le autorità israeliane non sono riuscite a forniere "spiegazioni soddisfacenti" sulle uccisioni dei nove passeggeri che hanno perso la vita nell'assalto. Secondo l'ONU i risultati delle autopsie, per le quali molte delle vittime sono state uccise da colpi a bruciapelo, diversi sparati alle spalle, non sono stati spiegati adeguatamente nel materiale sottoposto da Israele alla commissione.
Il rappresentante d'Israele nella commissione ha firmato il rapporto e Israele si è detta contenta del fatto che la commissione abbia stabilito la legalità del blocco, evitando accuratamente ogni riferimento alle accuse secondo le quali l'assalto è comunque avvenuto molto lontano dalla zona interessata al blocco, alle sue modalità e alle evidenze autoptiche che indicano che diverse delle vittime sono state oggetto di vere e proprie esecuzioni a sangue freddo, come quella illustrata nel video qui di seguito. Morti "inaccettabili" ".
I passeggeri furono sottoposti a "maltrattamenti fisici, intimidazioni, minacce, confisca ingiustificata dei loro beni e fu loro negata l'assistenza consolare". È appena il caso di ricordare che non si trattò di confisca dei beni dei passeggeri, ma di veri e propri furti, con i militari israeliani poi sorpresi a vendere su Ebay i materiali rubati o ad usare le carte di credito rubate ai passeggeri per spese personali. Niente che abbia cittadinanza in uno stato di diritto o nel diritto internazionale. E infatti la commissione definisce oltraggioso l'atteggiamento israeliano verso i passeggeri, anche quelli che non fecero alcuna resistenza e che si trovavano sulle altre imbarcazioni della Flotilla. Un clamoroso contrasto con le conclusioni dell'inchiesta parallela israeliana, che ha stabilito che non solo tutto fu fatto nell'assoluta legalità, ma che tutte le azioni israeliani furono appropriate e condotte con onore. Un contrasto già sufficiente a liquidare l'inchiesta israeliana come pessima propaganda, per niente onorevole, una vergogna nella vergogna.
La pubblicazione del rapporto, anticipato in queste ore dal New York Times già pronto da mesi, è stata ritardata nel vano tentativo di giungere a una conciliazione tra Turchia e Israele che, nonostante le pressioni di Washington in tal senso si è rifiutata di scusarsi con la Turchia per il massacro. Lunghi negoziati non hanno ancora portato a una formulazione soddisfacente per Israele, che come d'abitudine non vuole riconoscersi alcuna responsabilità, forse per non deludere quanti festeggiarono il massacro come una vittoria sportiva per le strade, e così il primo ministro turco Erdogan ha accompagnato l'uscita del rapporto con un ultimatum di 24 ore, al termine del quale se Israele non avrà porto le sue scuse al governo turco considererà chiusa la faccenda e trarrà le conseguenze del caso.
Nonostante il rapporto sia un capolavoro di diplomazia e cerchi in ogni modo d'introdurre considerazioni accessorie a favore d'Israele, quelle nove esecuzioni non spiegate e non motivate da alcuna necessità pesano come un macigno e sottolineano che la sostanza delle conclusioni della commissione è l'accertamento di una serie di omicidi per mano israeliana.
Tanto che il rapporto conclude indicando la necessità di scuse ufficiali da parte d'Israele e il pagamento di risarcimenti alle famiglie delle vittime e agl altri danneggiati da Israele. Di fronte a una conclusione del genere il governo turco, che ha pazientato per mesi, non ha potuto che trarre conclusioni definitive, annunciando che imporrà e chiederà d'imporre ad Israele sanzioni commisurate alla gravità dell'accaduto qualora questo non ottemperi alle richieste.
mercoledì 20 luglio 2011
OGGI SIT-IN ALL'AMBASCIATA ISRAELIANA
Israele, in violazione di basilari norme del diritto internazionale, ha compiuto l'ennesimo sopruso catturando con abbordaggio in acque internazionali la nave francese Dignité e sequestrando i pacifisti che vi erano a bordo per impedire che i natante e passeggeri giungessero a Gaza superando dal mare l'assedio che illegalmente ed illegittimamente ha decretato per quella popolazione.
Israele invoca il suo diritto alla sicurezza e denuncia di sentirsi minacciato dal terrorismo. Ma in realtà questo è solo un pretestuoso falso. Dignité come tutto il naviglio della Freedom Flotilla II non trasportava armi né qualcosa che potesse attentare alla sicurezza della popolazione israeliana: era stata perquisita dalle autorità greche che lo avevano accertato. La verità è che Israele non teme il terrorismo che ben conosce, perché - come storicamente è ben noto anche se pochissimi lo ricordano per evitare l'assurda ed impropria accusa di antisemitismo - è la pratica del terrorismo che ha aperto la strada alla costituzione dello stato israeliano ed è tuttora ricorrente pratica di questa "unica democrazia del Medio Oriente". Israele sa come difendersi dal terrorismo e dalla violenza e sa che su questo terreno ha facilmente partita vinta. Non sa invece come difendersi dai pacifisti, dalla resistenza popolare non violenta.Sul terreno della non violenza sa che alla lunga risulterà perdente. Per questo teme i pacifisti e le pratiche non violente. Per questo sequestra i pacifisti, li espelle forzosamente e proibisce il loro ritorno per cinque ed ora addirittura per dieci anni.
E ciò va svelato. Va fatto sapere che ormai si è scoperto qual è il tallone di Achille di questo nerboruto ed armatissimo Stato che è impotente nei confronti di chi è disarmato.
E vanno smascherate le illegalità che sono alla base delle politiche aggressive e razziste di Israele come va denunciata la connivente complicità degli stati occidentali che garantiscono l'impunità a questo presunto esempio di democrazia nel Medio Oriente.
Per questo LA RETE ROMANA DI SOLIDARIETA' CON IL POPOLO PALESTINESE invita quant^ hanno a cuore le ragioni della democrazia e della pace a partecipare al
sit in indetto per oggi 20 luglio alle ore 18 innanzi all'ambasciata israeliana (via Aldovrandi angolo via Mercati)
Israele invoca il suo diritto alla sicurezza e denuncia di sentirsi minacciato dal terrorismo. Ma in realtà questo è solo un pretestuoso falso. Dignité come tutto il naviglio della Freedom Flotilla II non trasportava armi né qualcosa che potesse attentare alla sicurezza della popolazione israeliana: era stata perquisita dalle autorità greche che lo avevano accertato. La verità è che Israele non teme il terrorismo che ben conosce, perché - come storicamente è ben noto anche se pochissimi lo ricordano per evitare l'assurda ed impropria accusa di antisemitismo - è la pratica del terrorismo che ha aperto la strada alla costituzione dello stato israeliano ed è tuttora ricorrente pratica di questa "unica democrazia del Medio Oriente". Israele sa come difendersi dal terrorismo e dalla violenza e sa che su questo terreno ha facilmente partita vinta. Non sa invece come difendersi dai pacifisti, dalla resistenza popolare non violenta.Sul terreno della non violenza sa che alla lunga risulterà perdente. Per questo teme i pacifisti e le pratiche non violente. Per questo sequestra i pacifisti, li espelle forzosamente e proibisce il loro ritorno per cinque ed ora addirittura per dieci anni.
E ciò va svelato. Va fatto sapere che ormai si è scoperto qual è il tallone di Achille di questo nerboruto ed armatissimo Stato che è impotente nei confronti di chi è disarmato.
E vanno smascherate le illegalità che sono alla base delle politiche aggressive e razziste di Israele come va denunciata la connivente complicità degli stati occidentali che garantiscono l'impunità a questo presunto esempio di democrazia nel Medio Oriente.
Per questo LA RETE ROMANA DI SOLIDARIETA' CON IL POPOLO PALESTINESE invita quant^ hanno a cuore le ragioni della democrazia e della pace a partecipare al
sit in indetto per oggi 20 luglio alle ore 18 innanzi all'ambasciata israeliana (via Aldovrandi angolo via Mercati)
martedì 19 luglio 2011
Marina israeliana abborda battello ,fermati gli attivisti diretti a Gaza
martedì 19 luglio 2011
La "Dignité - Al Karama" è l'unica imbarcazione della Freedom Flotilla 2 a essere riuscita ad aggirare il blocco navale greco. A poche miglia dalla costa della Striscia, riferiscono gli attivisti, è stata avvicinata da unità israeliane che vogliono impedirle di giungere a destinazioneGERUSALEMME - Giunta a poche miglia dalla costa della Striscia di Gaza, ma ancora in acque internazionali, la "Dignité - Al Karama", yacht facente parte della Freedom Flotilla 2 1 con a bordo 17 passeggeri, ha trovato ad attenderla, come previsto, il blocco navale israeliano 2. La piccola imbarcazione, l'unica a essere riuscita a compiere il tragitto dell'intera flotta carica di aiuti umanitari per i palestinesi, è stata affiancata in mattinata da unità della marina militare di Tel Aviv, decise a impedirle di proseguire, ha riferito un organizzatore della Freedom Flotilla 2. Secondo la radio pubblica israeliana, lo yacht è stato intercettato a circa 50-60 miglia marittime (circa 110 chilometri) dalla costa di Gaza. Al Jazeerariferisce che militari israeliani sono saliti a bordo e hanno assunto il controllo dell'imbarcazione, per scortarla nel porto israeliano di Ashdod. L'abbordaggio, dice la radio israeliana, è avvenuto senza incidenti.prevedevano di arrivare in un porto dell'enclave palestinese intorno a mezzogiorno. Gli attivisti hanno anche lanciato un appello al governo francese perché "si assuma le proprie responsabilità e protegga i passeggeri" e hanno chiesto a Israele di "non fare ricorso alla violenza".Sulla "Dignité - Al Karama" sono presenti diversi giornalisti, partiti al seguito di Freedom Flotilla 2. A bordo è salita anche una giornalista israeliana, Amira Hass, inviata del quotidiano Haaretz. Secondo la sua corrispondenza, prima di salire a bordo la marina israeliana ha preso contatto col battello e ha chiesto ai passeggeri di identificarsi e di dichiarare l'eventuale possesso di armi. Gli attivisti della "Dignité - Al Karama", secondo i portavoce del Free Gaza Movement che ha organizzato l'iniziativa, si limiteranno a una resistenza passiva.La "Dignité - Al Karama" è salpata domenica scorsa dal porto greco di Kastellorizo, vicino al confine con la Turchia, unica imbarcazione della Flotilla sfuggita, ancora una volta, alla sorveglianza della guardia costiera greca. Le altre nove navi sono rimaste bloccate in diversi porti per problemi tecnici o burocratici. Il 5 luglio scorso, proprio la "Dignité - Al Karama" aveva eluso nella notte il blocco 3 alla partenza della missione umanitaria degli attivisti imposto dalle autorità di Atene. Due giorni dopo, lo yacht era stato intercettato dalla guardia costiera ellenica 4mentre faceva rifornimento di carburante in un porticciolo dell'isola di Creta e rimorchiato verso il porto più grande di Sitia, sulla stessa isola. Ma stavolta i greci non hanno potuto trattenere la "Dignité" oltre misura: essendo arrivato il via libera da Parigi per il viaggio dell'imbarcazione verso Gaza, hanno infine dovuto lasciarla partire per la sua destinazione finale.Un'altra nave, l'americana "Audacity of Hope" aveva tentato la sortita a inizio luglio, subito dopo l'ordine di non salpare impartito da Atene alla Flotilla, ma era stata bloccata e il suo capitano era finito agli arresti
dal blog Frammenti Vocali in Medio oriente
La "Dignité - Al Karama" è l'unica imbarcazione della Freedom Flotilla 2 a essere riuscita ad aggirare il blocco navale greco. A poche miglia dalla costa della Striscia, riferiscono gli attivisti, è stata avvicinata da unità israeliane che vogliono impedirle di giungere a destinazioneGERUSALEMME - Giunta a poche miglia dalla costa della Striscia di Gaza, ma ancora in acque internazionali, la "Dignité - Al Karama", yacht facente parte della Freedom Flotilla 2 1 con a bordo 17 passeggeri, ha trovato ad attenderla, come previsto, il blocco navale israeliano 2. La piccola imbarcazione, l'unica a essere riuscita a compiere il tragitto dell'intera flotta carica di aiuti umanitari per i palestinesi, è stata affiancata in mattinata da unità della marina militare di Tel Aviv, decise a impedirle di proseguire, ha riferito un organizzatore della Freedom Flotilla 2. Secondo la radio pubblica israeliana, lo yacht è stato intercettato a circa 50-60 miglia marittime (circa 110 chilometri) dalla costa di Gaza. Al Jazeerariferisce che militari israeliani sono saliti a bordo e hanno assunto il controllo dell'imbarcazione, per scortarla nel porto israeliano di Ashdod. L'abbordaggio, dice la radio israeliana, è avvenuto senza incidenti.prevedevano di arrivare in un porto dell'enclave palestinese intorno a mezzogiorno. Gli attivisti hanno anche lanciato un appello al governo francese perché "si assuma le proprie responsabilità e protegga i passeggeri" e hanno chiesto a Israele di "non fare ricorso alla violenza".Sulla "Dignité - Al Karama" sono presenti diversi giornalisti, partiti al seguito di Freedom Flotilla 2. A bordo è salita anche una giornalista israeliana, Amira Hass, inviata del quotidiano Haaretz. Secondo la sua corrispondenza, prima di salire a bordo la marina israeliana ha preso contatto col battello e ha chiesto ai passeggeri di identificarsi e di dichiarare l'eventuale possesso di armi. Gli attivisti della "Dignité - Al Karama", secondo i portavoce del Free Gaza Movement che ha organizzato l'iniziativa, si limiteranno a una resistenza passiva.La "Dignité - Al Karama" è salpata domenica scorsa dal porto greco di Kastellorizo, vicino al confine con la Turchia, unica imbarcazione della Flotilla sfuggita, ancora una volta, alla sorveglianza della guardia costiera greca. Le altre nove navi sono rimaste bloccate in diversi porti per problemi tecnici o burocratici. Il 5 luglio scorso, proprio la "Dignité - Al Karama" aveva eluso nella notte il blocco 3 alla partenza della missione umanitaria degli attivisti imposto dalle autorità di Atene. Due giorni dopo, lo yacht era stato intercettato dalla guardia costiera ellenica 4mentre faceva rifornimento di carburante in un porticciolo dell'isola di Creta e rimorchiato verso il porto più grande di Sitia, sulla stessa isola. Ma stavolta i greci non hanno potuto trattenere la "Dignité" oltre misura: essendo arrivato il via libera da Parigi per il viaggio dell'imbarcazione verso Gaza, hanno infine dovuto lasciarla partire per la sua destinazione finale.Un'altra nave, l'americana "Audacity of Hope" aveva tentato la sortita a inizio luglio, subito dopo l'ordine di non salpare impartito da Atene alla Flotilla, ma era stata bloccata e il suo capitano era finito agli arresti
dal blog Frammenti Vocali in Medio oriente
domenica 17 luglio 2011
Freedom Flotilla, parte la nave francese alla volta di Gaza
Freedom Flotilla, parte la nave francese alla volta di Gaza
La Dignitè/Karama è partita nella notte, l'unica a essere sfuggita alle maglie dell'ostruzionismo greco
La barca francese Dignité / Karama ha lasciato l'isola greca di Kastellorizo intorno alle 20:30 ora locale ieri, sabato 16 Luglio, 2011, in direzione sud. I dieci passeggeri a bordo rappresentano ora tutta la Freedom Flotilla 2, essendo le altre navi rimaste bloccate in diversi porti greci da ostacoli burocratici, sabotaggi, improvvisi impedimenti e ritiro delle bandiere.
La Dignité, battente bandiera francese, ha lasciato la Corsica il 25 giugno e nelle ultime settimane è rimasta in acque greche, che è riuscita a lasciare senza essere, per ora, seguita dalla Guardia Costiera Greca o dalla Marina.
Tra i passeggeri ci sono Dror Feiler, portavoce di Ship to Gaza Sweden e anche presidente della Rete Ebrei Europei per una Giusta Pace, Vangelis Pissias, portavoce di Ship to Gaza Greece, Claude Léostic, rappresentante di Un bateau français vers Gaza, Omeyya Naoufel Seddik di Tunisiens des Fédération pour une citoyenneté des deux Rives (FTCR), Stéphan Corriveau, coordinatore di Canada Boat to Gaza, Thomas Sommer-Houdeville, portavoce di Un bateau français vers Gaza, e altri rappresentanti delle iniziative canadese, francese e greca della Freedom Flotilla 2. A bordo della Dignité c'è anche la giornalista israeliana Amira Hass, di Haaretz, e una troupe di Al-Jazeera TV.
La Dignitè/Karama è partita nella notte, l'unica a essere sfuggita alle maglie dell'ostruzionismo greco
La barca francese Dignité / Karama ha lasciato l'isola greca di Kastellorizo intorno alle 20:30 ora locale ieri, sabato 16 Luglio, 2011, in direzione sud. I dieci passeggeri a bordo rappresentano ora tutta la Freedom Flotilla 2, essendo le altre navi rimaste bloccate in diversi porti greci da ostacoli burocratici, sabotaggi, improvvisi impedimenti e ritiro delle bandiere.
La Dignité, battente bandiera francese, ha lasciato la Corsica il 25 giugno e nelle ultime settimane è rimasta in acque greche, che è riuscita a lasciare senza essere, per ora, seguita dalla Guardia Costiera Greca o dalla Marina.
Tra i passeggeri ci sono Dror Feiler, portavoce di Ship to Gaza Sweden e anche presidente della Rete Ebrei Europei per una Giusta Pace, Vangelis Pissias, portavoce di Ship to Gaza Greece, Claude Léostic, rappresentante di Un bateau français vers Gaza, Omeyya Naoufel Seddik di Tunisiens des Fédération pour une citoyenneté des deux Rives (FTCR), Stéphan Corriveau, coordinatore di Canada Boat to Gaza, Thomas Sommer-Houdeville, portavoce di Un bateau français vers Gaza, e altri rappresentanti delle iniziative canadese, francese e greca della Freedom Flotilla 2. A bordo della Dignité c'è anche la giornalista israeliana Amira Hass, di Haaretz, e una troupe di Al-Jazeera TV.
Freedom Flotilla, resta la certezza
Pubblicato da ab il 16/7/11 • Inserito nella categoria: Primo Piano
15/07/2011
Maria Elena Delia, tra i coordinatori del gruppo italiano, fa il punto della situazione
scritto per noi da
Maria Elena Delia*
Un mese fa cominciava la grande migrazione di quella a cui abbiamo deciso di attribuire ufficiale dignità di “nuova specie” comparsa miracolosamente su questo pianeta, quella dei Freedom Riders, vale a dire quelle centinaia di entusiasti e determinatissimi attivisti, giornalisti e rappresentanti di varia politica internazionale pronti, senza riserva alcuna, ad imbarcarsi sulle navi della Freedom Flotilla. Verso Gaza.
Un mese fa, lo ricordo bene, cominciava quell’esodo che da ogni parte del mondo li avrebbe visti sciamare su suolo ellenico. E che li avrebbe visti, poi, dover tristemente ripartire senza nemmeno aver potuto tentare di raggiungere Gaza. Le barche bloccate dal governo greco, manus longa di Israele, impossibilitate a muoversi, inchiodate da un fermo del tutto illegale, ma inamovibile e difeso a spada tratta dalla maggior parte dei governi europei, e non solo.
Oggi, ad un mese di distanza, sono già in troppi a chiedersi, a chiederci che fine abbia fatto la Flotilla, perché nessuno ne stia più parlando come, invece, si dovrebbe fare considerando la gravità di quanto accaduto e, soprattutto, quali saranno i prossimi passi.
Le nostre barche sono ancora in Grecia, la Stefano Chiarini a Corfù, la Tahrir (Canada) e la Gernika (Spagna) a Creta, i due cargo e le altre navi passeggeri ferme al Pireo (fatta eccezione per la Saoirse, la barca irlandese che fu sabotata proprio nelle stesse ore in cui la greca Juliano subiva la stessa sorte e che è attualmente ferma in Turchia).
La Gernika e la Chiarini hanno ricevuto proprio in queste ultime ore il via-libera amministrativo a muoversi. Dopo un esasperante braccio di ferro con le autorità portuali, fino ad ora impegnatissime ad individuare improbabili e bizzarre irregolarità (che i nostri capitani hanno candidamente ammesso di non aver mai neppure sentito nominare in decenni di onorata carriera), pare che alcuni di noi abbiano ora il permesso di lasciare la Grecia. Verso ovest, naturalmente. Permesso, naturalmente, tutto da verificare.
Nel frattempo altri, meno fortunati, restano ancora prigionieri. L’Audacity of Hope, ad esempio, la barca statunitense che per prima aveva tentato di divincolarsi dal laccio greco per essere, ahimè, subito fermata, è da settimane sequestrata al Pireo senza che neppure le venga fornita energia elettrica per rendere sopportabile la vita di coloro che, ancora a bordo a proteggere l’imbarcazione e attendere eventuali sviluppi, vivono senza luce né refrigerio in un’Atene che da settimane ha superato i 40 gradi.
La Juliano, dopo aver riparato i danni riportati dal sabotaggio, ha potuto muoversi per brevi tratti, sempre in acque greche e sempre seguita fedelmente dalle imbarcazioni della guardia costiera greca, per doversi fermare infine ad Heraklion e vedersi ritirare la bandiera di navigazione dal Presidente della Sierra Leone in persona.
Che la Flotilla sia stata solo momentaneamente fermata e che si ripartirà non è solo una speranza, né un’ipotesi. E’ una certezza. Che si dovranno identificare altri porti di partenza, anche. L’Europa, infatti, pare proprio non averci gradito. Mercoledì mattina alcuni rappresentanti del Coordinamento di Freedom Flotilla Italia sono stati invitati a partecipare ad uno strano incontro con Mikhail Kampanis, l’Ambasciatore Greco in Italia e con il suo Primo Consigliere. Il diplomatico non ha fatto alcun mistero di non aver per nulla apprezzato, come tutto il popolo greco del resto, la scelta del suo Paese e ha voluto condividere con noi un documento ufficiale interno in cui il governo greco dichiarava alle sue ambasciate che la Flotilla sarebbe stata fermata su “richiesta” non solo di Israele e Stati Uniti, ma anche di Francia, Italia e Turchia.
Mai ci era capitato di sentire un diplomatico esprimersi in questo modo nei confronti del proprio Paese, diventato ormai l’unico capro espiatorio in un groviglio politico e legale della cui complessità non sarebbe credibile, né serio, considerare la Grecia unica responsabile. E crediamo fermamente che questo bizzarro invito di Kampanis abbia avuto proprio questo scopo, un moto d’orgoglio e di rabbia a ribadirci che, sì, forse il lavoro sporco è stato tutto greco, ma che il mondo sapesse che dietro le quinte c’erano ben altri attori, alcuni dei quali, confessiamo, sorprendenti. Che la Turchia, ad esempio, avrebbe addirittura fatto parte del quintetto dei principali boicottatori di questa missione ci ha molto sorpreso e sarà certamente oggetto delle nostre prossime analisi.
Che la Francia, l’unica ad aver lasciato liberamente salpare dalle proprie coste una delle barche essendosi così guadagnata i nostri elogi e la nostra ammirazione, sia invece parte integrante dello stesso quintetto, è stata un’altra sorpresa. Ma la nostra perplessità è stata prontamente ridimensionata da Kampanis: nulla sarebbe stato più facile per il governo francese che lasciar partire la Dignitè dalla Corsica, garantendosi così la popolarità di un beau geste, sicuri che una volta arrivata in Grecia la barca non avrebbe fatto comunque molta strada.
E proprio la Dignitè è l’unico dei cuori pulsanti di questa Flotilla che potrebbe, forse, ancora soprendere. E sorprenderci.
15/07/2011
Maria Elena Delia, tra i coordinatori del gruppo italiano, fa il punto della situazione
scritto per noi da
Maria Elena Delia*
Un mese fa cominciava la grande migrazione di quella a cui abbiamo deciso di attribuire ufficiale dignità di “nuova specie” comparsa miracolosamente su questo pianeta, quella dei Freedom Riders, vale a dire quelle centinaia di entusiasti e determinatissimi attivisti, giornalisti e rappresentanti di varia politica internazionale pronti, senza riserva alcuna, ad imbarcarsi sulle navi della Freedom Flotilla. Verso Gaza.
Un mese fa, lo ricordo bene, cominciava quell’esodo che da ogni parte del mondo li avrebbe visti sciamare su suolo ellenico. E che li avrebbe visti, poi, dover tristemente ripartire senza nemmeno aver potuto tentare di raggiungere Gaza. Le barche bloccate dal governo greco, manus longa di Israele, impossibilitate a muoversi, inchiodate da un fermo del tutto illegale, ma inamovibile e difeso a spada tratta dalla maggior parte dei governi europei, e non solo.
Oggi, ad un mese di distanza, sono già in troppi a chiedersi, a chiederci che fine abbia fatto la Flotilla, perché nessuno ne stia più parlando come, invece, si dovrebbe fare considerando la gravità di quanto accaduto e, soprattutto, quali saranno i prossimi passi.
Le nostre barche sono ancora in Grecia, la Stefano Chiarini a Corfù, la Tahrir (Canada) e la Gernika (Spagna) a Creta, i due cargo e le altre navi passeggeri ferme al Pireo (fatta eccezione per la Saoirse, la barca irlandese che fu sabotata proprio nelle stesse ore in cui la greca Juliano subiva la stessa sorte e che è attualmente ferma in Turchia).
La Gernika e la Chiarini hanno ricevuto proprio in queste ultime ore il via-libera amministrativo a muoversi. Dopo un esasperante braccio di ferro con le autorità portuali, fino ad ora impegnatissime ad individuare improbabili e bizzarre irregolarità (che i nostri capitani hanno candidamente ammesso di non aver mai neppure sentito nominare in decenni di onorata carriera), pare che alcuni di noi abbiano ora il permesso di lasciare la Grecia. Verso ovest, naturalmente. Permesso, naturalmente, tutto da verificare.
Nel frattempo altri, meno fortunati, restano ancora prigionieri. L’Audacity of Hope, ad esempio, la barca statunitense che per prima aveva tentato di divincolarsi dal laccio greco per essere, ahimè, subito fermata, è da settimane sequestrata al Pireo senza che neppure le venga fornita energia elettrica per rendere sopportabile la vita di coloro che, ancora a bordo a proteggere l’imbarcazione e attendere eventuali sviluppi, vivono senza luce né refrigerio in un’Atene che da settimane ha superato i 40 gradi.
La Juliano, dopo aver riparato i danni riportati dal sabotaggio, ha potuto muoversi per brevi tratti, sempre in acque greche e sempre seguita fedelmente dalle imbarcazioni della guardia costiera greca, per doversi fermare infine ad Heraklion e vedersi ritirare la bandiera di navigazione dal Presidente della Sierra Leone in persona.
Che la Flotilla sia stata solo momentaneamente fermata e che si ripartirà non è solo una speranza, né un’ipotesi. E’ una certezza. Che si dovranno identificare altri porti di partenza, anche. L’Europa, infatti, pare proprio non averci gradito. Mercoledì mattina alcuni rappresentanti del Coordinamento di Freedom Flotilla Italia sono stati invitati a partecipare ad uno strano incontro con Mikhail Kampanis, l’Ambasciatore Greco in Italia e con il suo Primo Consigliere. Il diplomatico non ha fatto alcun mistero di non aver per nulla apprezzato, come tutto il popolo greco del resto, la scelta del suo Paese e ha voluto condividere con noi un documento ufficiale interno in cui il governo greco dichiarava alle sue ambasciate che la Flotilla sarebbe stata fermata su “richiesta” non solo di Israele e Stati Uniti, ma anche di Francia, Italia e Turchia.
Mai ci era capitato di sentire un diplomatico esprimersi in questo modo nei confronti del proprio Paese, diventato ormai l’unico capro espiatorio in un groviglio politico e legale della cui complessità non sarebbe credibile, né serio, considerare la Grecia unica responsabile. E crediamo fermamente che questo bizzarro invito di Kampanis abbia avuto proprio questo scopo, un moto d’orgoglio e di rabbia a ribadirci che, sì, forse il lavoro sporco è stato tutto greco, ma che il mondo sapesse che dietro le quinte c’erano ben altri attori, alcuni dei quali, confessiamo, sorprendenti. Che la Turchia, ad esempio, avrebbe addirittura fatto parte del quintetto dei principali boicottatori di questa missione ci ha molto sorpreso e sarà certamente oggetto delle nostre prossime analisi.
Che la Francia, l’unica ad aver lasciato liberamente salpare dalle proprie coste una delle barche essendosi così guadagnata i nostri elogi e la nostra ammirazione, sia invece parte integrante dello stesso quintetto, è stata un’altra sorpresa. Ma la nostra perplessità è stata prontamente ridimensionata da Kampanis: nulla sarebbe stato più facile per il governo francese che lasciar partire la Dignitè dalla Corsica, garantendosi così la popolarità di un beau geste, sicuri che una volta arrivata in Grecia la barca non avrebbe fatto comunque molta strada.
E proprio la Dignitè è l’unico dei cuori pulsanti di questa Flotilla che potrebbe, forse, ancora soprendere. E sorprenderci.
lunedì 11 luglio 2011
Freedom Flotilla, la protesta degli attivisti
Freedom Flotilla, la protesta degli attivisti
Con le barchette di cartone a Villa borghese
Contro la decisione del governo israeliano di bloccare le azioni di solidarietà internazionale verso i cittadini della Striscia di Gaza, nei confronti dei quali esiste un blocco impenetrabile dal 2007 da parte dell’esercito di Gerusalemme. Due cargo umanitari sono bloccati. Sit in anche sulla Terrazza del Pincio
ROMA - Un gruppo di attivisti ha inscenato un’azione di protesta contro le azioni del governo israeliano per bloccare la solidarietà internazionale verso la Palestina. Con dieci barche di cartone, i rappresentanti della Freedom Flotilla , che ha lo scopo di rompere l’assedio israeliano di Gaza, in atto dal 2007, portando ai palestinesi solidarietà e riaffermando il loro diritto a disporre della propria terra e delle proprie coste, si sono recati al laghetto di Villa Borghese di Roma, riempiendolo di barche per protestare contro la decisione della Grecia, su ordini di Israele, di bloccare le navi della Freedom Flotilla Stay Human 2 impedendo loro di raggiungere il porto di Gaza.
I cargo umanitari. Attualmente le navi della Freedom Flotilla, compresi due cargo di aiuti umanitari, sono bloccate in base all'applicazione, da molti giudicato pretestuoso, di un articolo del codice di navigazione, valido in caso di guerra o di emergenza interna. Gli attivisti si sono recati anche alla Terrazza del Pincio dove hanno lanciato aerei di carta per protestare contro il blocco israeliano degli aeroporti europei avvenuto ieri quando, nell'ambito dell'iniziativa "Welcome to Palestine", centinaia di attivisti si sono dati appuntamento, l'8 luglio scorso, all'aeroporto di Tel Aviv al solo scopo di poter entrare apertamente nei Territori Palestinesi Occupati.
Vietato volare verso Tel Aviv. Da ieri, infatti, in Belgio, Germania, Francia, Svizzera e Italia, le compagnie aeree hanno impedito con un atto giudicato assai discutibile, l'imbarco sui propri aerei ai passeggeri regolarmente muniti di biglietto e di passaporto diretti a Tel Aviv. Alcuni di coloro che invece, sono arrivati a Tel Aviv sono stati immediatamente rispediti indietro ed altri addirittura arrestati e attualmente, a quanto pare, ancora in carcere.
(10 luglio 2011)
Con le barchette di cartone a Villa borghese
Contro la decisione del governo israeliano di bloccare le azioni di solidarietà internazionale verso i cittadini della Striscia di Gaza, nei confronti dei quali esiste un blocco impenetrabile dal 2007 da parte dell’esercito di Gerusalemme. Due cargo umanitari sono bloccati. Sit in anche sulla Terrazza del Pincio
ROMA - Un gruppo di attivisti ha inscenato un’azione di protesta contro le azioni del governo israeliano per bloccare la solidarietà internazionale verso la Palestina. Con dieci barche di cartone, i rappresentanti della Freedom Flotilla , che ha lo scopo di rompere l’assedio israeliano di Gaza, in atto dal 2007, portando ai palestinesi solidarietà e riaffermando il loro diritto a disporre della propria terra e delle proprie coste, si sono recati al laghetto di Villa Borghese di Roma, riempiendolo di barche per protestare contro la decisione della Grecia, su ordini di Israele, di bloccare le navi della Freedom Flotilla Stay Human 2 impedendo loro di raggiungere il porto di Gaza.
I cargo umanitari. Attualmente le navi della Freedom Flotilla, compresi due cargo di aiuti umanitari, sono bloccate in base all'applicazione, da molti giudicato pretestuoso, di un articolo del codice di navigazione, valido in caso di guerra o di emergenza interna. Gli attivisti si sono recati anche alla Terrazza del Pincio dove hanno lanciato aerei di carta per protestare contro il blocco israeliano degli aeroporti europei avvenuto ieri quando, nell'ambito dell'iniziativa "Welcome to Palestine", centinaia di attivisti si sono dati appuntamento, l'8 luglio scorso, all'aeroporto di Tel Aviv al solo scopo di poter entrare apertamente nei Territori Palestinesi Occupati.
Vietato volare verso Tel Aviv. Da ieri, infatti, in Belgio, Germania, Francia, Svizzera e Italia, le compagnie aeree hanno impedito con un atto giudicato assai discutibile, l'imbarco sui propri aerei ai passeggeri regolarmente muniti di biglietto e di passaporto diretti a Tel Aviv. Alcuni di coloro che invece, sono arrivati a Tel Aviv sono stati immediatamente rispediti indietro ed altri addirittura arrestati e attualmente, a quanto pare, ancora in carcere.
(10 luglio 2011)
domenica 10 luglio 2011
Perché io, ebreo, ero nella Flotta per Gaza?
Marco Ramazzotti Stokel
C'ero e con un sacco di altri ebrei, europei e americani. Scusate il mio scrivere volgare, com accento ebreo - romano. Non si può rinnegare la propria volgare natura.
C'é effettivamente da chiedersi che ci vanno a fare degli ebrei alla Flotta per Gaza. A rompere ?
Ma non sono gli arabi, i musulmani, i nemici ancestrali? Non sono i palestinesi i terroristi per eccellenza? Io sono ebreo e ne ho sopra le orecchie dei nemici ancestrali.
Ebrei e Filistim, i filistei (Palestinesi), si facevano la guerra per occupare le stesse terre. E' la logica della guerra quando la produzione prevalente viene dall'agricoltura.
Poi i ceti dirigenti degli ebrei sono mandati in esilio dai Romani. Chi rimane in Palestina? I soliti poveracci. (io difendo sempre i poveracci). E che succede? Succede che, con i secoli, poveri Ebrei e poveri Filistim inevitabilmente si mescolano e – se proprio vogliamo parlare di sangue, discendenze, etnie e simili - gli abitanti della moderna Palestina sono un bel mix di ex ebrei islamizzati, turchi, palestinesi e similia. Che casino! Poi le persecuzioni. Altolà! Solo in Europa. Gli ebrei arabi e gli ebre rifugiatisi nei paesi non sono stati perseguitati da nessuno fino alla creazione di Israele, quando i Palestinesi perdono la loro terra.
Ma il Dio d'Israele non aveva detto che la Palestina era degli Ebrei? Occorre qui un minimo di interpretazione storica: se il buon Dio si dimostra così parziale verso gli Ebrei, togliendo la terra ai Paestinesi, non é il buon Dio! Ovvero, non é il NOSTRO buon Dio! Interpretazione storica: non agli ebrei, ma ai monoteisti Dio dà la SUA terra. E monoteisti sono Ebrei, Cristiani, Musulmani, la Gente del Libro (la Bibbia). Così almeno la penso io. Voi fate un po' come vi pare.
Ma poi arriva la Shoa. C'é poco da scherzare. C'é chi scrive che gli ebrei si identificano perché loro non hanno pace, perché sono lo scherzo del destino e lo scherno degli uomini.
Adoro Elio Toaff, l'antico rabbino capo di Roma, perché há sollevato il dito medio della mano destra e si é unito alla Resistenza (altra cosa su cui non si scherza). Há combattuto, é stato preso dai tedeschi, si é messo a pregare (le preghiere di chi sta morendo) e un ufficiale tedesco gli há indicato un sentiero e gli ha detto: “Scappa”. La voce di Dio attraverso un nazista? Le vie del Signore sono infinita (e non ci si scherza neppure un poco). Vorrei essere stato con lui, a combattere i nazifascisti.
Io non aspetto che mi vengano a prendere perché la mia difesa é la democrazia, la Costituzione Italiana, quella Costituzione per cui Toaff, il suo amico …........... e Pertini hanno combattuto. L'Unione Europea. Altro grande sogno di pace per cui combattere (non il sogno degli speculatori e dei finanzieri),.
Fuggire in Isarele? Non ci penso proprio. Sono un ex militare italiano, ho giurato fedeltà alla Costituzione Repubblicana e alla bandiera italiana. Non ci penso neppure un attimo di andare in Israele, non posso essere sionista, non sono un uomo da doppie fedeltà. E sono un uomo di pace. E allora, perché Gaza? Se credo in un Dio giusto, se credo alla Costituzione anti-fascista, chi difendo? Chi riceve 3 miliardi di dollari in aiuti militari, che sa solo fare guerre o chi viene sottoposto da 60 anni a pulizia etnica? Ma non eravamo noi Ebrei quelli sottoposti a pulizia etnica? Noi non eravamo cittadini: oggi i Palestinesi sono cittadini per gli Israeliani? Da duemila anni, a Pasqua preghiamo Dio che ci faccia incontrare il prossimo anno a Gerusalemme. Oggi, sono i Palestinesi a fare la stessa preghiera. Non abbiamo imparato niente? Il muro, quello mitico di Varsavia, oggi é il muro della vergogna, quel muro che toglie acqua e pascolo e olivi ai Palestinesi. Non abbiamo imparato nulla? Perché Gaza? Perché rinchiudere un milione e mezzo di Palestinesi in una prigione e bombardarli ogni tanto, per addestrare i piloti degli aeroplani, non é diverso dal rinchiudere un milione e mezzo di ebrei nei campi di concentramento e farli morire di disperazione.
Io vado a Gaza, con tanti altri ebrei, il mio amico francese Georges (há perso i genitori in un campo), la mia amica americana Edith Epstein (há 89 anni, é una degli ultimi sopravvissuti ai campi di concentramento), e tanti altri. Sapete? Siamo disperati e ormai possiamo solo combattere Israele.
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C'ero e con un sacco di altri ebrei, europei e americani. Scusate il mio scrivere volgare, com accento ebreo - romano. Non si può rinnegare la propria volgare natura.
C'é effettivamente da chiedersi che ci vanno a fare degli ebrei alla Flotta per Gaza. A rompere ?
Ma non sono gli arabi, i musulmani, i nemici ancestrali? Non sono i palestinesi i terroristi per eccellenza? Io sono ebreo e ne ho sopra le orecchie dei nemici ancestrali.
Ebrei e Filistim, i filistei (Palestinesi), si facevano la guerra per occupare le stesse terre. E' la logica della guerra quando la produzione prevalente viene dall'agricoltura.
Poi i ceti dirigenti degli ebrei sono mandati in esilio dai Romani. Chi rimane in Palestina? I soliti poveracci. (io difendo sempre i poveracci). E che succede? Succede che, con i secoli, poveri Ebrei e poveri Filistim inevitabilmente si mescolano e – se proprio vogliamo parlare di sangue, discendenze, etnie e simili - gli abitanti della moderna Palestina sono un bel mix di ex ebrei islamizzati, turchi, palestinesi e similia. Che casino! Poi le persecuzioni. Altolà! Solo in Europa. Gli ebrei arabi e gli ebre rifugiatisi nei paesi non sono stati perseguitati da nessuno fino alla creazione di Israele, quando i Palestinesi perdono la loro terra.
Ma il Dio d'Israele non aveva detto che la Palestina era degli Ebrei? Occorre qui un minimo di interpretazione storica: se il buon Dio si dimostra così parziale verso gli Ebrei, togliendo la terra ai Paestinesi, non é il buon Dio! Ovvero, non é il NOSTRO buon Dio! Interpretazione storica: non agli ebrei, ma ai monoteisti Dio dà la SUA terra. E monoteisti sono Ebrei, Cristiani, Musulmani, la Gente del Libro (la Bibbia). Così almeno la penso io. Voi fate un po' come vi pare.
Ma poi arriva la Shoa. C'é poco da scherzare. C'é chi scrive che gli ebrei si identificano perché loro non hanno pace, perché sono lo scherzo del destino e lo scherno degli uomini.
Adoro Elio Toaff, l'antico rabbino capo di Roma, perché há sollevato il dito medio della mano destra e si é unito alla Resistenza (altra cosa su cui non si scherza). Há combattuto, é stato preso dai tedeschi, si é messo a pregare (le preghiere di chi sta morendo) e un ufficiale tedesco gli há indicato un sentiero e gli ha detto: “Scappa”. La voce di Dio attraverso un nazista? Le vie del Signore sono infinita (e non ci si scherza neppure un poco). Vorrei essere stato con lui, a combattere i nazifascisti.
Io non aspetto che mi vengano a prendere perché la mia difesa é la democrazia, la Costituzione Italiana, quella Costituzione per cui Toaff, il suo amico …........... e Pertini hanno combattuto. L'Unione Europea. Altro grande sogno di pace per cui combattere (non il sogno degli speculatori e dei finanzieri),.
Fuggire in Isarele? Non ci penso proprio. Sono un ex militare italiano, ho giurato fedeltà alla Costituzione Repubblicana e alla bandiera italiana. Non ci penso neppure un attimo di andare in Israele, non posso essere sionista, non sono un uomo da doppie fedeltà. E sono un uomo di pace. E allora, perché Gaza? Se credo in un Dio giusto, se credo alla Costituzione anti-fascista, chi difendo? Chi riceve 3 miliardi di dollari in aiuti militari, che sa solo fare guerre o chi viene sottoposto da 60 anni a pulizia etnica? Ma non eravamo noi Ebrei quelli sottoposti a pulizia etnica? Noi non eravamo cittadini: oggi i Palestinesi sono cittadini per gli Israeliani? Da duemila anni, a Pasqua preghiamo Dio che ci faccia incontrare il prossimo anno a Gerusalemme. Oggi, sono i Palestinesi a fare la stessa preghiera. Non abbiamo imparato niente? Il muro, quello mitico di Varsavia, oggi é il muro della vergogna, quel muro che toglie acqua e pascolo e olivi ai Palestinesi. Non abbiamo imparato nulla? Perché Gaza? Perché rinchiudere un milione e mezzo di Palestinesi in una prigione e bombardarli ogni tanto, per addestrare i piloti degli aeroplani, non é diverso dal rinchiudere un milione e mezzo di ebrei nei campi di concentramento e farli morire di disperazione.
Io vado a Gaza, con tanti altri ebrei, il mio amico francese Georges (há perso i genitori in un campo), la mia amica americana Edith Epstein (há 89 anni, é una degli ultimi sopravvissuti ai campi di concentramento), e tanti altri. Sapete? Siamo disperati e ormai possiamo solo combattere Israele.
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giovedì 7 luglio 2011
FLOTILLA: VERSO GAZA CON “DIGNITA’”
Rompe il blocco greco, la Dignité – Al karama, unica nave in acque internazionali della Freedom Flotilla 2. E mentre i media israeliani diffondono la notizia che la nave francese avrebbe già fatto marcia indietro, nella notte un raid aereo ha colpito il nord della Striscia ferendo tre palestinesi.
Roma, 06 Luglio 2011 – Nena News – “Davanti il nulla, solo il mare”. Così concludeva il suo articolo Quentin Girard, inviato speciale del francese Liberation, che ieri ha diffuso la notizia della partenza della Dignité-al Karama, l’imbarcazione francese di 15 metri, che è riuscita a salpare verso Gaza.
Quando la Dignité è riuscita a lasciare il porto industriale di Salamina, lunedì mattina, e a ritrovarsi in acque internazionali verso le ore 15.00, non era ancora chiara la destinazione; poi, “dopo lunghe discussioni, i passeggeri della Dignité hanno deciso che andranno a Gaza”, così scriveva ieri Girard, a bordo della nave da diporto, insieme a 3 uomini dell’equipaggio e 8 passeggeri, tra cui il leader della sinistra francese Olivier Besancenot, l’eurodeputata ecologista Nicole Kill-Nielsen, Anick Coupé, la portavoce dell’Unione sindacati Solidaire e Nabil Ennabi, presidente delle Comunità musulmane in Francia.
Così la notizia che il piccolo yacht fosse riuscito a eludere la sorveglianza delle autorità greche, che da venerdì hanno imposto il divieto di partire a tutte le imbarcazioni della Freedom Flotilla 2 – Stay Human, si è diffuso ieri in rete, come un tam tam che ha riportato una qualche speranza in chi da giorni segue le notizie del convoglio umanitario. Anche se come fa notare lo stesso Girard, la Dignité, essendo una piccola imbarcazione da diporto, una delle navi meno importanti dell’intera Flotilla, dovrà fare i conti con i mezzi tecnici, approvvigionamento di acqua e carburante, che possano consentirle di andare avanti nel viaggio. In un sms iviato alla redazione di Liberation, ieri l’inviato ha scritto che la Dignité non procederà per Gaza, “se non avrà il sostegno politico di tutti i comitati organizzatori della Flotilla”. Ieri sera Israel Radio poi ripresa dal quotidiano Ha’aretz, aveva riportato la notizia secondo cui la Dignité aveva fatto marcia indietro, notizia smentita poi dagli organizzatori.
Sempre ieri – scrivono gli organizzatori – la nave Juliano, con a bordo una delegazione greco norvegese , sabotata la scorsa settimana, è stata riparata, giudicata atta alla navigazione , ispezionata e con tutte le carte in regola per riprendere il mare dalle autorità portuali . Il capitano ha quindi richiesto l’autorizzazione a partire per Fokaia, città portuale in Attica, 10 miglia a est, dal momento che la barca era stata invitata dal sindaco per un evento in onore della Flotilla: permesso che le autorità portuali hanno negato.
Ancora ieri è apparso davanti ad un tribunale greco il capitano della nave USA, la “Audacity of Hope”, il sessantenne John Klusmer, tornato in libertà dopo l’arresto da parte delle autorità greche per aver violato il divieto a salpare imposto da Atene. Le accuse a suo carico non sono ancora state ritirate, fanno sapere i due legali che si stanno occupando del caso. Inoltre 8 dei passeggeri della nave a stelle e strisce, che il 3 avevano iniziato uno sciopero della fame, riunitisi di fronte all’ambasciata USA ad Atene, sono stati fermati (e poi rilasciati) dalla polizia greca con l’accusa di “occupazione di suolo pubblico”.
Rimangono ancorate al Pireo tutte le altre imbarcazioni; alcuni passeggeri sono rientrati nei loro paesi, è questo del resto che vuole la Grecia ma anche Israele, una battaglia verso lo sfinimento, per chi ha pagato di tasca propria biglietti aerei e preso ferie dai propri posti di lavoro, per raggiungere la Grecia e imbarcarsi; altri sono rimasti. Si fanno bilanci, c’è chi avanza l’ipotesi che la Flotilla 2 sia “game over”, pur avendo raggiunto l’attenzione mediatica, che si debba pensare a nuove strategie di mobilitazione internazionale per rimuovere l’assedio di Israele su Gaza.
Intanto continuano le mobilitazioni e le pressioni sul governo greco ma anche sui governi dei paesi di appartenenza dei passeggeri della Flotilla Stay Human. Ieri gli attivisti spagnoli della nave Guernica hanno occupato l’ambasciata spagnola ad Atene e si sono letteralmente “barricati” dentro, chiedendo al governo spagnolo di far pressioni sui vertici di Atene per far partire la nave bloccata nel porto sull’isola di Creta. A Parigi sempre ieri è stata organizzata una manifestazione al Ministero degli Esteri; presidi e sit-in davanti alle sedi diplomatiche elleniche si sono avuti, tra lunedi e martedi, nelle principali città italiane.
Sul fronte israeliano, dopo le proteste allestite nel week-end a Tel Aviv, 10 associazioni pacifiste hanno condannato in un comunicato stampa congiunto, il governo israeliano per aver organizzato “la campagna di diffamazione” nei confronti della Flotilla 2 che considerano “un legittimo atto politico di protesta”. Solidarietà per il convoglio umanitario anche dalla popolazione palestinese di Gaza, dove stanotte Israele ha colpito ferendo tre persone, a nord della Striscia. Stamattina al porto di Gaza, decine di giovani si sono riuniti in un sit-in in solidarietà con la Flotilla. Nena News.
Roma, 06 Luglio 2011 – Nena News – “Davanti il nulla, solo il mare”. Così concludeva il suo articolo Quentin Girard, inviato speciale del francese Liberation, che ieri ha diffuso la notizia della partenza della Dignité-al Karama, l’imbarcazione francese di 15 metri, che è riuscita a salpare verso Gaza.
Quando la Dignité è riuscita a lasciare il porto industriale di Salamina, lunedì mattina, e a ritrovarsi in acque internazionali verso le ore 15.00, non era ancora chiara la destinazione; poi, “dopo lunghe discussioni, i passeggeri della Dignité hanno deciso che andranno a Gaza”, così scriveva ieri Girard, a bordo della nave da diporto, insieme a 3 uomini dell’equipaggio e 8 passeggeri, tra cui il leader della sinistra francese Olivier Besancenot, l’eurodeputata ecologista Nicole Kill-Nielsen, Anick Coupé, la portavoce dell’Unione sindacati Solidaire e Nabil Ennabi, presidente delle Comunità musulmane in Francia.
Così la notizia che il piccolo yacht fosse riuscito a eludere la sorveglianza delle autorità greche, che da venerdì hanno imposto il divieto di partire a tutte le imbarcazioni della Freedom Flotilla 2 – Stay Human, si è diffuso ieri in rete, come un tam tam che ha riportato una qualche speranza in chi da giorni segue le notizie del convoglio umanitario. Anche se come fa notare lo stesso Girard, la Dignité, essendo una piccola imbarcazione da diporto, una delle navi meno importanti dell’intera Flotilla, dovrà fare i conti con i mezzi tecnici, approvvigionamento di acqua e carburante, che possano consentirle di andare avanti nel viaggio. In un sms iviato alla redazione di Liberation, ieri l’inviato ha scritto che la Dignité non procederà per Gaza, “se non avrà il sostegno politico di tutti i comitati organizzatori della Flotilla”. Ieri sera Israel Radio poi ripresa dal quotidiano Ha’aretz, aveva riportato la notizia secondo cui la Dignité aveva fatto marcia indietro, notizia smentita poi dagli organizzatori.
Sempre ieri – scrivono gli organizzatori – la nave Juliano, con a bordo una delegazione greco norvegese , sabotata la scorsa settimana, è stata riparata, giudicata atta alla navigazione , ispezionata e con tutte le carte in regola per riprendere il mare dalle autorità portuali . Il capitano ha quindi richiesto l’autorizzazione a partire per Fokaia, città portuale in Attica, 10 miglia a est, dal momento che la barca era stata invitata dal sindaco per un evento in onore della Flotilla: permesso che le autorità portuali hanno negato.
Ancora ieri è apparso davanti ad un tribunale greco il capitano della nave USA, la “Audacity of Hope”, il sessantenne John Klusmer, tornato in libertà dopo l’arresto da parte delle autorità greche per aver violato il divieto a salpare imposto da Atene. Le accuse a suo carico non sono ancora state ritirate, fanno sapere i due legali che si stanno occupando del caso. Inoltre 8 dei passeggeri della nave a stelle e strisce, che il 3 avevano iniziato uno sciopero della fame, riunitisi di fronte all’ambasciata USA ad Atene, sono stati fermati (e poi rilasciati) dalla polizia greca con l’accusa di “occupazione di suolo pubblico”.
Rimangono ancorate al Pireo tutte le altre imbarcazioni; alcuni passeggeri sono rientrati nei loro paesi, è questo del resto che vuole la Grecia ma anche Israele, una battaglia verso lo sfinimento, per chi ha pagato di tasca propria biglietti aerei e preso ferie dai propri posti di lavoro, per raggiungere la Grecia e imbarcarsi; altri sono rimasti. Si fanno bilanci, c’è chi avanza l’ipotesi che la Flotilla 2 sia “game over”, pur avendo raggiunto l’attenzione mediatica, che si debba pensare a nuove strategie di mobilitazione internazionale per rimuovere l’assedio di Israele su Gaza.
Intanto continuano le mobilitazioni e le pressioni sul governo greco ma anche sui governi dei paesi di appartenenza dei passeggeri della Flotilla Stay Human. Ieri gli attivisti spagnoli della nave Guernica hanno occupato l’ambasciata spagnola ad Atene e si sono letteralmente “barricati” dentro, chiedendo al governo spagnolo di far pressioni sui vertici di Atene per far partire la nave bloccata nel porto sull’isola di Creta. A Parigi sempre ieri è stata organizzata una manifestazione al Ministero degli Esteri; presidi e sit-in davanti alle sedi diplomatiche elleniche si sono avuti, tra lunedi e martedi, nelle principali città italiane.
Sul fronte israeliano, dopo le proteste allestite nel week-end a Tel Aviv, 10 associazioni pacifiste hanno condannato in un comunicato stampa congiunto, il governo israeliano per aver organizzato “la campagna di diffamazione” nei confronti della Flotilla 2 che considerano “un legittimo atto politico di protesta”. Solidarietà per il convoglio umanitario anche dalla popolazione palestinese di Gaza, dove stanotte Israele ha colpito ferendo tre persone, a nord della Striscia. Stamattina al porto di Gaza, decine di giovani si sono riuniti in un sit-in in solidarietà con la Flotilla. Nena News.
mercoledì 6 luglio 2011
“POCA FAVILLA GRAN FIAMMA SECONDA” –
“POCA FAVILLA GRAN FIAMMA SECONDA” – CHI HA PAURA DELLA FREEDOM FLOTILLA?
by Massimo Mandolini-Pesaresi
Published in Italiano, Narghile,
on 04/07/2011
Country: Israel, United States,
Tags: activism, Arab Spring, Democracy, Economic Crisis, Gaza, Gaza blockade, Greece, Human Rights, Israel, United States
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La tormentata vicenda della Freedom Flotilla non si è ancora risolta, mentre attivisti di tutto il mondo sono impegnati a esercitare pressione sul governo greco e su quello degli US, affinché le navi possano essere lasciate libere di proseguire il loro viaggio fino a Gaza. E’ stata anche annunciata una campagna di boicottaggio, sia turistico che dei prodotti, contro la Grecia.
In questo clima di apprensione, tensione e speranza, viene spontaneo interrogarsi sulle ragioni delle concertate manovre volte a fermare il convoglio. Vediamo di esaminare alcune di tali motivazioni.
Che Israele abbia tutto l’interesse di bloccare la Freedom Flotilla, è ovvio. Da mesi il governo israeliano è alla ricerca di un ‘face-lift’. Nel timore di diventare uno stato pariah (come il Sud Africa dell’Apartheid), Israele si è lanciato in una campagna di PR volta a presentare una nuova immagine dello stato sionista: “Israele che non ti aspetti”, come suonava appunto il titolo della manifestazione che ‘occupò’ Piazza Duomo a Milano per dieci giorni, il mese scorso.
In tale linea si colloca la recente, storica visita di Netanyahu negli US, durante la quale abbiamo assistito al deprimente spettacolo dei Congressisti pronti a festeggiare e applaudire (29 ovazioni!) il PM. Il loro zelo, ai limiti del patetico, è certo giustificato: le elezioni presidenziali sono vicine e il bisogno di cash per la campagna elettorale è drammaticamente urgente, e la Lobby israeliana tiene i cordoni della borsa. In questa prospettiva va letta anche la vergognosa dichiarazione della Clinton, che la Flotilla costituisce “un irresponsabile atto di provocazione” [i].
Ci sono poi strategie in un panorama geopolitico più circoscritto: mi riferisco, ad esempio, alle recenti ‘nozze’ Netanyahu-Papandreou (come persuasivamente sostiene un articolo di Barak Ravid, “Netanyahu’s big fat Greek Wedding.” [ii]
La Grecia, un paese ridotto sul ciglio di una catastrofe finanziaria, è facile preda di ricatti sia dall’esterno sia dai suoi autocrati indigeni. Inoltre Papandreou è ben consapevole che la terra gli sta tremando sotto i piedi a causa delle proposte misure di austerity, e non può permettersi l’ostilità dei potenti, vicini o lontani. (Sugli sforzi di Washington di iniziare un rapporto privilegiato di ‘collaborazione’ con la Grecia, si veda, ad esempio, il dispaccio diplomatico (10 febbraio 2010), relativo a un incontro fra l’Ambasciatore americano, Daniel V. Speckhard e il Ministro degli Esteri greco, Dimitri Droutsas.) [iii]
Si direbbe che l’ ‘Asse del Male’ (Axis of Evil), costituito fondamentalmente dalla linea Washington-Tel Aviv, si espanda in questo caso verso Atene (e indirettamente verso i centri del potere finanziario e corporativo della UE). Se il mastino Netanyahu abbaia forte e va a stringere ‘alleanze’ sul suolo ellenico, sono i padroni d’oltre-Atlantico che gli permettono simili esibizioni.
Tale complesso gioco di forze può certo spiegare una complicità fra USA, Israele e Grecia, ma resta il fatto che le manovre sono rivolte contro un pugno di attivisti disarmati. Incutono davvero tanto timore questi intellettuali pacifisti?
Il timore che essi incutono va, a mio parere, ben al di là della circoscritta azione di solidarietà con il martoriato popolo di Gaza, sottoposto da anni a una punizione collettiva [iv] per aver scelto, con libere e democratiche elezioni, dei candidati (Hamas), che non sono graditi ai ‘padroni’ (cioè, le forze di occupazione israeliana e i boss di Washington).
La vera paura è forse che la piccola impresa di solidarietà possa incoraggiare e galvanizzare attivisti di tutto il mondo a seguirne l’esempio e combattere con le efficaci armi di una protesta e resistenza non-violente il potere costituito. In altre parole, si teme che la ribellione dalle province si propaghi al cuore dell’ ‘Impero’.
Il malcontento – la rabbia, direi meglio – ha raggiunto negli US livelli pari a quelli della grande Depressione del ’29. Tale rabbia può essere deviata nel senso di una involuzione di tipo fascistoide (e a questo si adoperano attivamente partiti della specie del Tea Party), ma esiste il rischio, ed un rischio reale, che essa invece sfoci in azioni democratiche – come si è visto appunto nelle massicce proteste del Vermont – capaci di alterare profondamente l’attuale situazione di privilegio assoluto da parte di una frazione del popolo americano.
In questi tempi di comunità globale e virtuale, gli effetti rimbalzano da un punto all’altro del pianeta. Se Kamal ‘Abbas, uno dei leader di Piazza Tahrîr, ha inviato un messaggio di solidarietà ai manifestanti del Vermont, esiste una chiara consapevolezza che la Primavera Araba può portare a inattese (e indesiderate) fioriture negli Stati Uniti o in altri paesi occidentali. Meglio quindi soffocare sul nascere ogni simile velleità democratica.
Se il gioco è ormai a livello globale, e globale è anche la repressione, parimenti planetaria è la solidarietà, pronta a mobilitarsi in ogni momento critico. In questo week-end di Independence Day, migliaia di attivisti sono impegnati a telefonare agli uffici dello State Department o a inviare messaggi alle sedi consolari greche, affinché il Capitano Klusmire [v] (Audacity of Hope) venga rilasciato dalle autorità elleniche e la nave possa finalmente salpare con le altre verso Gaza. La consapevolezza di tale solidarietà può, e deve, darci fiducia e coraggio in questo difficile momento.
Massimo Mandolini Pesaresi, July 4th,, 2011
[i] Ad una conferenza stampa, il 24 giugno, Hillary Clinton ha dichiarato fra l’altro, che la Flotilla “entrando nelle acque territoriali israeliane può creare una situazione in cui gli Israeliani hanno il diritto di difendersi”(” by entering into Israeli waters and creating a situation in which the Israelis have the right to defend themselves.”). Il Segretario di Stato non ha comunque chiarito in che modo un convoglio umanitario possa porre una minaccia a una delle maggiori potenze militari del mondo. (Si veda anche l’articolo di Stephen Zunes, “Washington Okays Attack on Unarmed US Gaza Flotilla Ship”, Salem-News, 1 luglio 2011, http://www.salem-news.com/articles/july012011/gaza-safety-sz.ph)/
[ii] Haaretz, 1 luglio 2011, http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/netanyahu-s-big-fat-greek-wedding-1.370794 (Ringrazio l’amico Roberto Iannuzzi per la gentile segnalazione). (L’articolo è consultabile qui in versione italiana (ndr) )
[iii] Wikileaks Cablegate: http://wikileaks.org/cable/2010/02/10ATHENS77.html
[iv] Si ricordi che la nozione stessa di “punizione collettiva” costituisce una violazione del diritto internazionale.
[v] Secondo un comunicato diffuso dal gruppo US BOAT TO GAZA, il Capitano Klusmire è attualmente detenuto in cella d’isolamento, senz’acqua né servizi igienici, e non ha ricevuto alcuna visita dal personale dell’Ambasciata Americana ad Atene (un diritto che gli è garantito dalla legge internazionale) Aggiungo qui la nota personale che, quando oggi ho chiamato l’Ambasciata per esprimere il mio sdegno al trattamento del Capitano, il funzionario ha seccamente risposto che ne erano al corrente.
by Massimo Mandolini-Pesaresi
Published in Italiano, Narghile,
on 04/07/2011
Country: Israel, United States,
Tags: activism, Arab Spring, Democracy, Economic Crisis, Gaza, Gaza blockade, Greece, Human Rights, Israel, United States
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La tormentata vicenda della Freedom Flotilla non si è ancora risolta, mentre attivisti di tutto il mondo sono impegnati a esercitare pressione sul governo greco e su quello degli US, affinché le navi possano essere lasciate libere di proseguire il loro viaggio fino a Gaza. E’ stata anche annunciata una campagna di boicottaggio, sia turistico che dei prodotti, contro la Grecia.
In questo clima di apprensione, tensione e speranza, viene spontaneo interrogarsi sulle ragioni delle concertate manovre volte a fermare il convoglio. Vediamo di esaminare alcune di tali motivazioni.
Che Israele abbia tutto l’interesse di bloccare la Freedom Flotilla, è ovvio. Da mesi il governo israeliano è alla ricerca di un ‘face-lift’. Nel timore di diventare uno stato pariah (come il Sud Africa dell’Apartheid), Israele si è lanciato in una campagna di PR volta a presentare una nuova immagine dello stato sionista: “Israele che non ti aspetti”, come suonava appunto il titolo della manifestazione che ‘occupò’ Piazza Duomo a Milano per dieci giorni, il mese scorso.
In tale linea si colloca la recente, storica visita di Netanyahu negli US, durante la quale abbiamo assistito al deprimente spettacolo dei Congressisti pronti a festeggiare e applaudire (29 ovazioni!) il PM. Il loro zelo, ai limiti del patetico, è certo giustificato: le elezioni presidenziali sono vicine e il bisogno di cash per la campagna elettorale è drammaticamente urgente, e la Lobby israeliana tiene i cordoni della borsa. In questa prospettiva va letta anche la vergognosa dichiarazione della Clinton, che la Flotilla costituisce “un irresponsabile atto di provocazione” [i].
Ci sono poi strategie in un panorama geopolitico più circoscritto: mi riferisco, ad esempio, alle recenti ‘nozze’ Netanyahu-Papandreou (come persuasivamente sostiene un articolo di Barak Ravid, “Netanyahu’s big fat Greek Wedding.” [ii]
La Grecia, un paese ridotto sul ciglio di una catastrofe finanziaria, è facile preda di ricatti sia dall’esterno sia dai suoi autocrati indigeni. Inoltre Papandreou è ben consapevole che la terra gli sta tremando sotto i piedi a causa delle proposte misure di austerity, e non può permettersi l’ostilità dei potenti, vicini o lontani. (Sugli sforzi di Washington di iniziare un rapporto privilegiato di ‘collaborazione’ con la Grecia, si veda, ad esempio, il dispaccio diplomatico (10 febbraio 2010), relativo a un incontro fra l’Ambasciatore americano, Daniel V. Speckhard e il Ministro degli Esteri greco, Dimitri Droutsas.) [iii]
Si direbbe che l’ ‘Asse del Male’ (Axis of Evil), costituito fondamentalmente dalla linea Washington-Tel Aviv, si espanda in questo caso verso Atene (e indirettamente verso i centri del potere finanziario e corporativo della UE). Se il mastino Netanyahu abbaia forte e va a stringere ‘alleanze’ sul suolo ellenico, sono i padroni d’oltre-Atlantico che gli permettono simili esibizioni.
Tale complesso gioco di forze può certo spiegare una complicità fra USA, Israele e Grecia, ma resta il fatto che le manovre sono rivolte contro un pugno di attivisti disarmati. Incutono davvero tanto timore questi intellettuali pacifisti?
Il timore che essi incutono va, a mio parere, ben al di là della circoscritta azione di solidarietà con il martoriato popolo di Gaza, sottoposto da anni a una punizione collettiva [iv] per aver scelto, con libere e democratiche elezioni, dei candidati (Hamas), che non sono graditi ai ‘padroni’ (cioè, le forze di occupazione israeliana e i boss di Washington).
La vera paura è forse che la piccola impresa di solidarietà possa incoraggiare e galvanizzare attivisti di tutto il mondo a seguirne l’esempio e combattere con le efficaci armi di una protesta e resistenza non-violente il potere costituito. In altre parole, si teme che la ribellione dalle province si propaghi al cuore dell’ ‘Impero’.
Il malcontento – la rabbia, direi meglio – ha raggiunto negli US livelli pari a quelli della grande Depressione del ’29. Tale rabbia può essere deviata nel senso di una involuzione di tipo fascistoide (e a questo si adoperano attivamente partiti della specie del Tea Party), ma esiste il rischio, ed un rischio reale, che essa invece sfoci in azioni democratiche – come si è visto appunto nelle massicce proteste del Vermont – capaci di alterare profondamente l’attuale situazione di privilegio assoluto da parte di una frazione del popolo americano.
In questi tempi di comunità globale e virtuale, gli effetti rimbalzano da un punto all’altro del pianeta. Se Kamal ‘Abbas, uno dei leader di Piazza Tahrîr, ha inviato un messaggio di solidarietà ai manifestanti del Vermont, esiste una chiara consapevolezza che la Primavera Araba può portare a inattese (e indesiderate) fioriture negli Stati Uniti o in altri paesi occidentali. Meglio quindi soffocare sul nascere ogni simile velleità democratica.
Se il gioco è ormai a livello globale, e globale è anche la repressione, parimenti planetaria è la solidarietà, pronta a mobilitarsi in ogni momento critico. In questo week-end di Independence Day, migliaia di attivisti sono impegnati a telefonare agli uffici dello State Department o a inviare messaggi alle sedi consolari greche, affinché il Capitano Klusmire [v] (Audacity of Hope) venga rilasciato dalle autorità elleniche e la nave possa finalmente salpare con le altre verso Gaza. La consapevolezza di tale solidarietà può, e deve, darci fiducia e coraggio in questo difficile momento.
Massimo Mandolini Pesaresi, July 4th,, 2011
[i] Ad una conferenza stampa, il 24 giugno, Hillary Clinton ha dichiarato fra l’altro, che la Flotilla “entrando nelle acque territoriali israeliane può creare una situazione in cui gli Israeliani hanno il diritto di difendersi”(” by entering into Israeli waters and creating a situation in which the Israelis have the right to defend themselves.”). Il Segretario di Stato non ha comunque chiarito in che modo un convoglio umanitario possa porre una minaccia a una delle maggiori potenze militari del mondo. (Si veda anche l’articolo di Stephen Zunes, “Washington Okays Attack on Unarmed US Gaza Flotilla Ship”, Salem-News, 1 luglio 2011, http://www.salem-news.com/articles/july012011/gaza-safety-sz.ph)/
[ii] Haaretz, 1 luglio 2011, http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/netanyahu-s-big-fat-greek-wedding-1.370794 (Ringrazio l’amico Roberto Iannuzzi per la gentile segnalazione). (L’articolo è consultabile qui in versione italiana (ndr) )
[iii] Wikileaks Cablegate: http://wikileaks.org/cable/2010/02/10ATHENS77.html
[iv] Si ricordi che la nozione stessa di “punizione collettiva” costituisce una violazione del diritto internazionale.
[v] Secondo un comunicato diffuso dal gruppo US BOAT TO GAZA, il Capitano Klusmire è attualmente detenuto in cella d’isolamento, senz’acqua né servizi igienici, e non ha ricevuto alcuna visita dal personale dell’Ambasciata Americana ad Atene (un diritto che gli è garantito dalla legge internazionale) Aggiungo qui la nota personale che, quando oggi ho chiamato l’Ambasciata per esprimere il mio sdegno al trattamento del Capitano, il funzionario ha seccamente risposto che ne erano al corrente.
Resoconto del viaggio ad Atene per la Flotta di Gaza,
Resoconto del viaggio ad Atene per la Flotta di Gaza, giugno -luglio 2011
di Marco Ramazzotti Stockel
Della Flotta hanno fatto parte 22 organizzazioni con 10 navi e circa 350 partecipanti.
C'erano cristiani, musulmani e un consistente numero di ebrei.
Le nazionalità dei partecipanti: italiani, francesi, svedesi, norvegesi, tunisini, americani, canadesi, greci, turchi, spagnoli, inglesi, bosniaci, tedeschi. Forse ce ne erano altre, ma non le ho registrate.
Non c'era una rappresentanza cattolica in quanto tale – politicamente, un vero peccato - mentre c'erano rabbini.
Al mio arrivo Dror Feiler (del Comitato Esecutivo, EJJP e gruppo svedese) mi há fatto partecipare a corsi per la sicurezza tenuti in inglese per il gruppo svedese – norvegese. Atmosfera molto cordiale. L'atteggiamento dei partecipanti era molto prudente e pacifista. L'età media era piuttosto avanzata. In questo gruppo c'erano anche persone di origine araba ma di nazionalità svedese.
Successivamente Dror mi há fatto aggregare al gruppo francese e avrei dovuto navigare su di una delle loro due navi.
Del gruppo francese faceva parte anche Georges Gumpel, della Union Juive Française pour la Paix, conosciuto a Montpellier. Rapporto molto cordiale, abbiamo lavorato insieme.
La mia presenza, da rappresentante ebreo, é stata ovviamente ben accolta e há suscitato lunghe conversazioni, anche in gruppo, su ebraicità, sionismo, Israele, Sefarditi e askenaziti …... Nel gruppo francese persone di tutte le età e c'erano francesi di origine araba e tunisini.
C'era stampa e TV di lingua francese.
I primi giorni sono stati impiegati altri in corsi di sicurezza tenuti da un insegnante di sociologia dell'Università di Gothenburg. L'insegnante era persona intelligente e gentile, con grossa esperienza di lotte pacifiste.
Voci che, all'inizio, suonavano piuttosto combattive, alla fine erano più omogenee al gruppo nel suo complesso. L'unica formatrice un po' preoccupante per il suo militantismo era di “Free Gaza”, che – mi é stato detto - é stata chiamata all'ordine dal Comitato Esecutivo.
Sono stati distribuiti vari documenti informativi, certamente ben fatti ed utili. Le lezioni teoriche sono state accompagnate da lezioni pratiche.
Una battagliera infermiera inglese há affrontato i problemi della salute in funzione delle strategie e delle armi che le Forze Armate Israeliane avrebbero potuto usare contro di noi (bastoni elettrici, pistole elettriche, gas lagrimogeni, gas vomitevoli, prodotti chimici irritanti, cani, …..). Qui ho dato il mio contributo.
Si allegano alcuni dei documenti più importanti.
C'é stato un invito a cena del gruppo USA. Lì ho incontrato Edith Epstein, sopravvissuta ai campi di sterminio, 89 anni e affascinante, sempre sorridente e battagliera. Dopo la prima Flotta, al reimpatrio, all'aeroporto gli israeiani l'hanno sottoposta a ispezione fisica integrale. Poveretti.
E' arrivata la madre di Dror, che vive in Israele ed é una militante nonostante i suoi 80 anni.
A differenza della prima volta, questa volta l'Autorità Nazionale Palestinese appoggia fortemente la Flotta. Hamas c'é ma non si vede e non deve esser menzionato perché é “cattiva”.
Su mio suggerimento, abbiamo preparato un documento in cui presentavamo la voce degli ebrei critici di Israele.
Trascrivo il documento “degli ebrei”, il cui originale era in inglese.
“Perché siamo qui, noi Ebrei che ci opponiamo all'occupazione Israeliana della Palestina e al blocco di Gaza?
Come partecipanti alla Flotta, vorremmo che la gente sapesse che la sicurezza del Popolo Ebraico non sarà mai garantita dalla violenza militare Israeliana, dal sistema di apartheid e dalla pulizia etnica perpetrata dagli Israeliani contro i Palestinesi.
La sicurezza del Popolo Ebraico richiede il pieno e totale riconoscimento dei fondamentali diritti umani del Popolo Palestinese.
E' inaccettabile che terra, acqua, beni, cultura e libertà di un popolo possano essere rubati perché Israele e la Comunità Internazionale rifiutano la legittima rappresentanza politica come Stato ai Palestinesi.
Ci siamo uniti alla Flotta in quanto Ebrei Europei per esprimere la necessità della liberazione della Palestina e della fine del blocco di Gaza.
Questa Flotta há un messaggio per il mondo che noi Ebrei Europei totalmente condividiamo: nessuno può chiudere in una prigione illegale un milione e mezzo di persone senza imprigionarci l'intera umanità.
Combattere la Shoa é responsabilità dell'intero mondo e non solo del Popolo Ebraico.
Unione ebraica francese per la pace
Ebrei Italiani per la pace
Ebrei Europei per una pace giusta”
Poi ho proposto un incontro all'ufficio del Parlamento Europeo, a cui abbiamo partecipato una parlamentare europea francese, un parlamentare spagnolo ed io, come rappresentante di organizzazioni ebraiche europee partecipanti alla Flotta.
Trascrivo il comunicato stampa redatto dopo l'incontro all'ufficio del Parlamento Europeo (originale in inglese):
1 Giugno 2011
Willy Meyer, Membro del Parlamento Europeo, Spagnolo
Nicole Kiil - Nielsen, Membro del parlamento Europeo, Francese
Marco Ramazzotti Stockel, rappresentante di organizzazioni ebraiche, Italiano
“Parlamentari Europei, che fanno parte della Flotta per Gaza, hanno incontrato oggi il sig. Leonidas Antonakopoulous, Responsabile dell' Ufficio d'Informazioni del Parlamento Europeo in Grecia, e gli hanno illustrato l'attuale situazione della Flotta.
Hanno informato il sig. Antonakopoulos di due casi di sabotaggio contro due navi della Flotta Europea (una greco-svedese-norvegese e una irlandese) e degli ostacoli burocratici creati dalle Autorita' Portuali Greche.
Il sig. Antonakopoulos ha dichiarato che tali azioni sono "inaccettabili" e che avrebbe contattato le Autorita' Greche e richiesto la loro assistenza e cooperazione verso i cittadini e le navi Europee.
I Parlamentari Europei della Flotta e i rappresentanti hanno chiesto al sig. Antonakopoulos di intervenire presso le Autorita' per richiedere una approfondita investigazione sui casi di sabotaggio e di non creare ostacoli burocratici.
I Parlamentari e i rappresentanti hanno inoltre richiesto al sig. Antonakopoulos di intervenire presso le Autorita' Israeliane sollecitandole a non intraprendere azioni violente contro la Flotta e i suoi partecipanti come e' successo, in acque internazionali, lo scorso anno.
Attacchi e sabotaggi sono ferite alla sovranita' dell'Unione Europea e dei suoi singoli Stati”.
L'incontro con il Ministero degli Esteri Greco é stato sicuramente richiesto ma non si é mai verificato.
Del Comitato Esecutivo della Flotta fa parte Maria Teresa Delia, rappresentante dell'Italia. Molto competente e gentile. E' stato facile collaborare fra di noi e gliene sono grato.
Ho incontrato un'unica giornalista italiana, la Lano di InfoPal. La mancanza di stampa italiana é stato un fatto pesante e molto negativo.
Durante la presenza in Atene della Flotta, ci sono state delle violentissime manifestazioni anti-governative. Nuvole di gas lagrimogeni hanno stagnato sulla città e sono arrivati all'albergo dove risiedeva il gruppo francese.
Le notizie dei sabotaggi agli assi delle eliche di due navi, fatti in modo che questi si rompessero in navigazione provocando il loro affondamento, é stato il primo grosso colpo alla Flotta. Poi ci sono stati “privati” che hanno denunciato alle autorità portuali greche carenze delle navi, che sono state ispezionate fino “all'ultimo chiodo”. Erano ostacoli burocratici, strategicamente lunghi e senza senso. Poi c'é stato il rifiuta di far approvvigionare la nave francese di carburante.
Ho avuto un incontro con la 1a Segretaria dell'Ambasciata d'Italia, dott.ssa Oliva, che há registrato quel che dovevo dirle sulla Flotta e sulla mia presenza lì senza alcun commento. La gente della nave italiana, attraccata a Corfù, non há avvicinato l'Ambasciata. Secondo me, é un errore politico ed istituzionale. L'unica cosa che mi há detto é che l'Ambasciata di Tel Aviv era pronta ad intervenire in nostro soccorso.
Il gruppo Francese e Spagnolo hanno richiesto incontri com le loro Ambasciate.
L'Ambasciata Spagnola (come quella Italiana) non há fatto nessun commento.
L'Ambasciata Francese, per bocca dell'Ambasciatore, há ribadito la posizione del Governo, assolutamente contro la Flotta (metodo pericoloso e sbagliato). Il console e quello che sembrava fosse il funzionario delle sicurezza, hanno avuto un atteggiamento più aperto, se non di chiara simpatia. Hanno garantito ogni aiuto in Israele.
La strategia internazionalista della Flotta é stata sconvolta dalla decisione del gruppo degli USA di agire da solo. Ci hanno chiesto di partecipare ad una dimostrazione sotto l'Ambasciata degli USA di mattino. Al pomeriggio, senza dire nulla a nessuno, hanno deciso di salpare. Nessuno ne há fatto menzione alla stampa, ma la rabbia era tanta.
Il secondo vero colpo alla Flotta: l'ordine del Ministro degli Interni di vietare ogni spostamento per le navi destinate a Gaza. Un poliziotto accanto alle navi, per segnalare ogni possibile spostamento.
Si é scatenata una discussione sul che fare: uscire con una barca per una dimostrazione simbolica, manifestazione in piazza, al porto, da soli, con gli altri … Scontrarsi con i greci invece che con gli Israeliani? Senza alcuna stampa o televisione? Scontri fra 50 stranieri con i poliziotti greci quando i lavoratori greci a centinaia di migliaia fanno da mesi manifestazioni durissime? La credibilità di una campagna passa per una dimostrazione solitaria al porto?
Io non potevo intervenire nella discussione (in quanto italiano, ospite); non sarei sicuramente salito in barca per lasciare spazio a qualche francese; nessun mandato di ECO a partecipare a simili cose.
Ho deciso che era meglio partire, anche perché i costi della missione continuavano a salire.
Cordialissimo saluto con Dror. Per entrambi “non finisce qui”.
Questa missione a Gaza, iniziata e terminata un po' ridicolamente ad Atene, é stata contrassegnata dal nervosismo e dalla paura per le possibili violenze Israeliane, violenze fisiche, morali e materiali (sequestro di tutto quello che ci saremmo portati dietro). Ma la gente, tutta, era convinta della assoluta necessità di una lotta pacifica, senza risposte in alcun modo violente.
Il fallimento della missione comincia a fare i suoi “morti”: la ricerca delle responsabilità si é subito scatenata. Capro espiatorio, almeno al momento iniziale, sono i greci che avevano assicurato di capire tutto e di essere in grado di gestire tutto. Non é stato così.
Ma gli israeliani hanno passato un anno a pensare come non cadere negli errori dell'anno precedente e hanno dimostrato di avere argomenti e strumenti per difendersi.
Spero che la strategia “navale” venga interamente ripensata per poter prendere di contropiede gli Israeliani.
E' stata una sconfitta? Si, ma per tutti.
Noi non siamo riusciti nel nostro intento. Gaza sta peggio di prima.
Gli israeliani hano dimostrato di temerci molto. Tamburi di guerra per mesi, minacce, i cani che scendevano dagli elicotteri sulla Flotta (!) e hanno dovuto chiedere aiuto a tutti: contro 350 pacifisti!
Obama ci fa una figura tragica con una fetta del suo elettorato, alla faccia dei messaggi al popolo dell'Islam. Viene pubblicamente sbeffeggiato da Israele.
L'ONU dimostra la sua parzialità e Ban Ki Moon la sua povertà di spirito, la sua debolezza, la sua subalternità.
Chi sta peggio é l'Unione Europea.
La Grecia há permesso sabotaggi di navi europee in casa sua e, impedendoci di partire, há ceduto una fetta della sua sovranità nazionale per le lenticchie d'Israele.
La UE non há detto una parola. Chi comanda a casa nostra: noi europei o loro, USA-Israele?
Che strategie, che politiche dopo la “primavera araba”? Nulla, appena lotte e guerre per conquistarsi mercati.
Che fine hanno fatto i principi che sono alla base dell'UE, cioé di libera circolazione per terra e per mare, libera circolazione di uomini, beni e finanziamenti? Ci hanno bloccato per qualcosa che neppure veniva effettuata nel mare nazionale greco, ma in acque palestinesi.
Gli Stati hanno fatto fallimento, rimangono i popoli.
Il mondo Arabo? Idem, gli Stati hanno fatto fallimento, rimangono i popoli.
I popoli possono fare quello che gli Stati non possono fare. Ma non ci fanno neppure fare questo.
Tutti, Stati, organizzazioni sovranazionali, avevano solo da garantire con ispezioni la non presenza di armi a bordo delle navi. Ma se avessero fatto le ispezioni, allora Israele avrebbe dimostrato che il suo vero problema non sono le armi, ma la pulizia etnica dei Palestinesi e soprattutto di Gaza.
Conclusioni dopo il mio ritorno.
Sarebbe importantissimo che, per parlare della Flotta a Gaza, io potessi parlare – da ebreo - alla gente di quella che é l'orribile vita dei Palestinesi e delle somiglianze della storia Palestinese con la storia Ebraica.
di Marco Ramazzotti Stockel
Della Flotta hanno fatto parte 22 organizzazioni con 10 navi e circa 350 partecipanti.
C'erano cristiani, musulmani e un consistente numero di ebrei.
Le nazionalità dei partecipanti: italiani, francesi, svedesi, norvegesi, tunisini, americani, canadesi, greci, turchi, spagnoli, inglesi, bosniaci, tedeschi. Forse ce ne erano altre, ma non le ho registrate.
Non c'era una rappresentanza cattolica in quanto tale – politicamente, un vero peccato - mentre c'erano rabbini.
Al mio arrivo Dror Feiler (del Comitato Esecutivo, EJJP e gruppo svedese) mi há fatto partecipare a corsi per la sicurezza tenuti in inglese per il gruppo svedese – norvegese. Atmosfera molto cordiale. L'atteggiamento dei partecipanti era molto prudente e pacifista. L'età media era piuttosto avanzata. In questo gruppo c'erano anche persone di origine araba ma di nazionalità svedese.
Successivamente Dror mi há fatto aggregare al gruppo francese e avrei dovuto navigare su di una delle loro due navi.
Del gruppo francese faceva parte anche Georges Gumpel, della Union Juive Française pour la Paix, conosciuto a Montpellier. Rapporto molto cordiale, abbiamo lavorato insieme.
La mia presenza, da rappresentante ebreo, é stata ovviamente ben accolta e há suscitato lunghe conversazioni, anche in gruppo, su ebraicità, sionismo, Israele, Sefarditi e askenaziti …... Nel gruppo francese persone di tutte le età e c'erano francesi di origine araba e tunisini.
C'era stampa e TV di lingua francese.
I primi giorni sono stati impiegati altri in corsi di sicurezza tenuti da un insegnante di sociologia dell'Università di Gothenburg. L'insegnante era persona intelligente e gentile, con grossa esperienza di lotte pacifiste.
Voci che, all'inizio, suonavano piuttosto combattive, alla fine erano più omogenee al gruppo nel suo complesso. L'unica formatrice un po' preoccupante per il suo militantismo era di “Free Gaza”, che – mi é stato detto - é stata chiamata all'ordine dal Comitato Esecutivo.
Sono stati distribuiti vari documenti informativi, certamente ben fatti ed utili. Le lezioni teoriche sono state accompagnate da lezioni pratiche.
Una battagliera infermiera inglese há affrontato i problemi della salute in funzione delle strategie e delle armi che le Forze Armate Israeliane avrebbero potuto usare contro di noi (bastoni elettrici, pistole elettriche, gas lagrimogeni, gas vomitevoli, prodotti chimici irritanti, cani, …..). Qui ho dato il mio contributo.
Si allegano alcuni dei documenti più importanti.
C'é stato un invito a cena del gruppo USA. Lì ho incontrato Edith Epstein, sopravvissuta ai campi di sterminio, 89 anni e affascinante, sempre sorridente e battagliera. Dopo la prima Flotta, al reimpatrio, all'aeroporto gli israeiani l'hanno sottoposta a ispezione fisica integrale. Poveretti.
E' arrivata la madre di Dror, che vive in Israele ed é una militante nonostante i suoi 80 anni.
A differenza della prima volta, questa volta l'Autorità Nazionale Palestinese appoggia fortemente la Flotta. Hamas c'é ma non si vede e non deve esser menzionato perché é “cattiva”.
Su mio suggerimento, abbiamo preparato un documento in cui presentavamo la voce degli ebrei critici di Israele.
Trascrivo il documento “degli ebrei”, il cui originale era in inglese.
“Perché siamo qui, noi Ebrei che ci opponiamo all'occupazione Israeliana della Palestina e al blocco di Gaza?
Come partecipanti alla Flotta, vorremmo che la gente sapesse che la sicurezza del Popolo Ebraico non sarà mai garantita dalla violenza militare Israeliana, dal sistema di apartheid e dalla pulizia etnica perpetrata dagli Israeliani contro i Palestinesi.
La sicurezza del Popolo Ebraico richiede il pieno e totale riconoscimento dei fondamentali diritti umani del Popolo Palestinese.
E' inaccettabile che terra, acqua, beni, cultura e libertà di un popolo possano essere rubati perché Israele e la Comunità Internazionale rifiutano la legittima rappresentanza politica come Stato ai Palestinesi.
Ci siamo uniti alla Flotta in quanto Ebrei Europei per esprimere la necessità della liberazione della Palestina e della fine del blocco di Gaza.
Questa Flotta há un messaggio per il mondo che noi Ebrei Europei totalmente condividiamo: nessuno può chiudere in una prigione illegale un milione e mezzo di persone senza imprigionarci l'intera umanità.
Combattere la Shoa é responsabilità dell'intero mondo e non solo del Popolo Ebraico.
Unione ebraica francese per la pace
Ebrei Italiani per la pace
Ebrei Europei per una pace giusta”
Poi ho proposto un incontro all'ufficio del Parlamento Europeo, a cui abbiamo partecipato una parlamentare europea francese, un parlamentare spagnolo ed io, come rappresentante di organizzazioni ebraiche europee partecipanti alla Flotta.
Trascrivo il comunicato stampa redatto dopo l'incontro all'ufficio del Parlamento Europeo (originale in inglese):
1 Giugno 2011
Willy Meyer, Membro del Parlamento Europeo, Spagnolo
Nicole Kiil - Nielsen, Membro del parlamento Europeo, Francese
Marco Ramazzotti Stockel, rappresentante di organizzazioni ebraiche, Italiano
“Parlamentari Europei, che fanno parte della Flotta per Gaza, hanno incontrato oggi il sig. Leonidas Antonakopoulous, Responsabile dell' Ufficio d'Informazioni del Parlamento Europeo in Grecia, e gli hanno illustrato l'attuale situazione della Flotta.
Hanno informato il sig. Antonakopoulos di due casi di sabotaggio contro due navi della Flotta Europea (una greco-svedese-norvegese e una irlandese) e degli ostacoli burocratici creati dalle Autorita' Portuali Greche.
Il sig. Antonakopoulos ha dichiarato che tali azioni sono "inaccettabili" e che avrebbe contattato le Autorita' Greche e richiesto la loro assistenza e cooperazione verso i cittadini e le navi Europee.
I Parlamentari Europei della Flotta e i rappresentanti hanno chiesto al sig. Antonakopoulos di intervenire presso le Autorita' per richiedere una approfondita investigazione sui casi di sabotaggio e di non creare ostacoli burocratici.
I Parlamentari e i rappresentanti hanno inoltre richiesto al sig. Antonakopoulos di intervenire presso le Autorita' Israeliane sollecitandole a non intraprendere azioni violente contro la Flotta e i suoi partecipanti come e' successo, in acque internazionali, lo scorso anno.
Attacchi e sabotaggi sono ferite alla sovranita' dell'Unione Europea e dei suoi singoli Stati”.
L'incontro con il Ministero degli Esteri Greco é stato sicuramente richiesto ma non si é mai verificato.
Del Comitato Esecutivo della Flotta fa parte Maria Teresa Delia, rappresentante dell'Italia. Molto competente e gentile. E' stato facile collaborare fra di noi e gliene sono grato.
Ho incontrato un'unica giornalista italiana, la Lano di InfoPal. La mancanza di stampa italiana é stato un fatto pesante e molto negativo.
Durante la presenza in Atene della Flotta, ci sono state delle violentissime manifestazioni anti-governative. Nuvole di gas lagrimogeni hanno stagnato sulla città e sono arrivati all'albergo dove risiedeva il gruppo francese.
Le notizie dei sabotaggi agli assi delle eliche di due navi, fatti in modo che questi si rompessero in navigazione provocando il loro affondamento, é stato il primo grosso colpo alla Flotta. Poi ci sono stati “privati” che hanno denunciato alle autorità portuali greche carenze delle navi, che sono state ispezionate fino “all'ultimo chiodo”. Erano ostacoli burocratici, strategicamente lunghi e senza senso. Poi c'é stato il rifiuta di far approvvigionare la nave francese di carburante.
Ho avuto un incontro con la 1a Segretaria dell'Ambasciata d'Italia, dott.ssa Oliva, che há registrato quel che dovevo dirle sulla Flotta e sulla mia presenza lì senza alcun commento. La gente della nave italiana, attraccata a Corfù, non há avvicinato l'Ambasciata. Secondo me, é un errore politico ed istituzionale. L'unica cosa che mi há detto é che l'Ambasciata di Tel Aviv era pronta ad intervenire in nostro soccorso.
Il gruppo Francese e Spagnolo hanno richiesto incontri com le loro Ambasciate.
L'Ambasciata Spagnola (come quella Italiana) non há fatto nessun commento.
L'Ambasciata Francese, per bocca dell'Ambasciatore, há ribadito la posizione del Governo, assolutamente contro la Flotta (metodo pericoloso e sbagliato). Il console e quello che sembrava fosse il funzionario delle sicurezza, hanno avuto un atteggiamento più aperto, se non di chiara simpatia. Hanno garantito ogni aiuto in Israele.
La strategia internazionalista della Flotta é stata sconvolta dalla decisione del gruppo degli USA di agire da solo. Ci hanno chiesto di partecipare ad una dimostrazione sotto l'Ambasciata degli USA di mattino. Al pomeriggio, senza dire nulla a nessuno, hanno deciso di salpare. Nessuno ne há fatto menzione alla stampa, ma la rabbia era tanta.
Il secondo vero colpo alla Flotta: l'ordine del Ministro degli Interni di vietare ogni spostamento per le navi destinate a Gaza. Un poliziotto accanto alle navi, per segnalare ogni possibile spostamento.
Si é scatenata una discussione sul che fare: uscire con una barca per una dimostrazione simbolica, manifestazione in piazza, al porto, da soli, con gli altri … Scontrarsi con i greci invece che con gli Israeliani? Senza alcuna stampa o televisione? Scontri fra 50 stranieri con i poliziotti greci quando i lavoratori greci a centinaia di migliaia fanno da mesi manifestazioni durissime? La credibilità di una campagna passa per una dimostrazione solitaria al porto?
Io non potevo intervenire nella discussione (in quanto italiano, ospite); non sarei sicuramente salito in barca per lasciare spazio a qualche francese; nessun mandato di ECO a partecipare a simili cose.
Ho deciso che era meglio partire, anche perché i costi della missione continuavano a salire.
Cordialissimo saluto con Dror. Per entrambi “non finisce qui”.
Questa missione a Gaza, iniziata e terminata un po' ridicolamente ad Atene, é stata contrassegnata dal nervosismo e dalla paura per le possibili violenze Israeliane, violenze fisiche, morali e materiali (sequestro di tutto quello che ci saremmo portati dietro). Ma la gente, tutta, era convinta della assoluta necessità di una lotta pacifica, senza risposte in alcun modo violente.
Il fallimento della missione comincia a fare i suoi “morti”: la ricerca delle responsabilità si é subito scatenata. Capro espiatorio, almeno al momento iniziale, sono i greci che avevano assicurato di capire tutto e di essere in grado di gestire tutto. Non é stato così.
Ma gli israeliani hanno passato un anno a pensare come non cadere negli errori dell'anno precedente e hanno dimostrato di avere argomenti e strumenti per difendersi.
Spero che la strategia “navale” venga interamente ripensata per poter prendere di contropiede gli Israeliani.
E' stata una sconfitta? Si, ma per tutti.
Noi non siamo riusciti nel nostro intento. Gaza sta peggio di prima.
Gli israeliani hano dimostrato di temerci molto. Tamburi di guerra per mesi, minacce, i cani che scendevano dagli elicotteri sulla Flotta (!) e hanno dovuto chiedere aiuto a tutti: contro 350 pacifisti!
Obama ci fa una figura tragica con una fetta del suo elettorato, alla faccia dei messaggi al popolo dell'Islam. Viene pubblicamente sbeffeggiato da Israele.
L'ONU dimostra la sua parzialità e Ban Ki Moon la sua povertà di spirito, la sua debolezza, la sua subalternità.
Chi sta peggio é l'Unione Europea.
La Grecia há permesso sabotaggi di navi europee in casa sua e, impedendoci di partire, há ceduto una fetta della sua sovranità nazionale per le lenticchie d'Israele.
La UE non há detto una parola. Chi comanda a casa nostra: noi europei o loro, USA-Israele?
Che strategie, che politiche dopo la “primavera araba”? Nulla, appena lotte e guerre per conquistarsi mercati.
Che fine hanno fatto i principi che sono alla base dell'UE, cioé di libera circolazione per terra e per mare, libera circolazione di uomini, beni e finanziamenti? Ci hanno bloccato per qualcosa che neppure veniva effettuata nel mare nazionale greco, ma in acque palestinesi.
Gli Stati hanno fatto fallimento, rimangono i popoli.
Il mondo Arabo? Idem, gli Stati hanno fatto fallimento, rimangono i popoli.
I popoli possono fare quello che gli Stati non possono fare. Ma non ci fanno neppure fare questo.
Tutti, Stati, organizzazioni sovranazionali, avevano solo da garantire con ispezioni la non presenza di armi a bordo delle navi. Ma se avessero fatto le ispezioni, allora Israele avrebbe dimostrato che il suo vero problema non sono le armi, ma la pulizia etnica dei Palestinesi e soprattutto di Gaza.
Conclusioni dopo il mio ritorno.
Sarebbe importantissimo che, per parlare della Flotta a Gaza, io potessi parlare – da ebreo - alla gente di quella che é l'orribile vita dei Palestinesi e delle somiglianze della storia Palestinese con la storia Ebraica.
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