mercoledì 6 febbraio 2008

LO SCRITTORE PALESTINESE TARIQ ALI SULLA FIERA DEL LIBRO DI TORINO

Perchè non parteciperò alla fiera del libro di Torino 2008 di Tariq Ali
traduzione a cura di ISM-Italia
Quando ho accettato di partecipare alla Fiera del Libro di Torino, come ho fatto altre volte, io non sapevo che ‘l’ospite d’onore’ sarebbe stato Israele nel 60° anno della sua costituzione. Ma questo è anche il 60° anniversario di quello che i palestinesi chiamano la ‘nakba’…il disastro che accadde loro quell’anno, quando furono espulsi dai loro villaggi, uccisi in molti, e alcune donne stuprate dai colonizzatori. Questi fatti non sono più in discussione. Allora perché la fiera del libro di Torino non invita i palestinesi in ugual numero? 30 scrittori israeliani e 30 palestinesi (e vi assicuro che ce ne sono e sono eccellenti poeti e romanzieri) avrebbero potuto essere visti come un segno positivo e di pace e si sarebbe potuto svolgere un dibattito costruttivo. Una versione letteraria dell’orchestra Diwan di Daniel Barenboim, metà israeliani, metà palestinesi. Una tale iniziativa avrebbe messo le persone insieme, ma no. I commissari culturali sanno che cosa è meglio. Io ho discusso con vigore con alcuni scrittori israeliani in visita alla fiera in altre occasioni e avrei fatto volentieri lo stesso di nuovo se le condizioni fossero state differenti.
Quello che hanno deciso di fare è una brutta provocazione.
Apparirà che la cultura è sempre di più legata alle priorità politiche di USA/EU. L’occidente è cieco alle sofferenze dei palestinesi. La guerra israeliana in Libano, i rapporti giornalieri dal ghetto di Gaza non smuovono l’Europa ufficiale. In Francia, sappiamo, è praticamente impossibile criticare Israele. Anche in Germania, per ragioni particolari. Sarebbe triste se l’Italia scegliesse la stessa strada. Quante volte dobbiamo sottolineare che criticare le politiche coloniali di Israele non è anti-semitismo? Accettare questo significa diventare vittime spontanee del ricatto che l’establishment israeliano usa per mettere a tacere i suoi critici. Ci sono critici israeliani coraggiosi come Aharon Shabtai, Amira Hass, Yitzhak Laor e altri che non permettono che le loro voci siano soffocate in questo modo. Shabtai ha rifiutato di partecipare a questa fiera. Come potrei io fare diversamente?
Una cosa è sostenere il diritto di Israele a esistere, che io faccio e ho sempre fatto. Ma da questo estrapolare che questo diritto a esistere significhi che Israele ha un assegno in bianco per fare ciò che vuole a coloro che ha espulso e a coloro che tratta come Untermenschen (subumani) è inaccettabile. Personalmente io sono in favore di un unico stato Israele/Palestina nel quale tutti i cittadini siano uguali. Mi si dice che è una utopia. Può essere, ma è la sola soluzione a lungo termine. A causa del contenuto dei miei romanzi mi si chiede spesso (più recentemente in Madison, Wisconsin) se sia possibile ricreare i bei tempi della Andalusia e della Sicilia dove tre culture hanno coesistito per lungo tempo . La mia risposta è la stessa: l’unico posto in cui oggi si potrebbero ricreare quei tempi è Israele/Palestina.
Noi viviamo in un mondo di double standards (doppi standard), ma non è necessario accettarli. Capita alcune volte che individui e gruppi ai quali è stato fatto del male, lo infliggano a loro volta. Ma il primo non giustifica il secondo. E’ stato l’anti-semitismo europeo che ha tollerato il genocidio ebraico della seconda guerra mondiale del quale i palestinesi sono ora diventati le vittime indirette. Molti israeliani sono consci di questo fatto, ma preferiscono non pensarci. Molti europei considerano i palestinesi e i mussulmani come una volta hanno considerato gli ebrei. Questa è l’evidente ironia nei commenti della stampa e nelle trasmissioni televisive praticamente in ogni paese europeo
E’ un peccato che la burocrazia della Fiera del Libro di Torino abbia deciso di fare da mezzano ai nuovi pregiudizi che spazzano il continente.
Speriamo che il loro esempio non sia seguito altrove.

martedì 5 febbraio 2008

ANCORA SULL'EMBARGO A GAZA CHE STA DECIMANDO LA POPOLAZIONE

Il 2 febbraio, il giornale on-line Arab News ha pubblicato un articolo di Karen Koning AbuZayd, Presidente dell'UNRWA (l'agenzia ONU per l'assistenza ai profughi palestinesi).

http://www.arabnews.com/?page=7§ion=0&article=106391&d=3&m=2&y=2008

"Ridurre la popolazione di Gaza all'indigenza non porterà la pace

La Striscia di Gaza è sulla soglia di diventare il primo territorio intenzionalmente ridotto allo stato di indigenza abietta, con la consapevolezza, l'acquiescenza e - alcuni direbbero - l'incoraggiamento dell'intera comunità internazionale. Una comunità internazionale che proclama di se di volere difendere la dignità inerente di ogni essere umano non deve permettere che una cosa del genere possa succedere.

Su questo minuscolo territorio, lungo di 40 km e largo non più di 13-14 km, un buio pesto discese alle 8 di sera il 21 gennaio, quando le luci si spensero in tutte le case dei suoi 1,5 milioni di residenti. Il regime di sofferenza inflitto ai palestinesi aveva varcato una nuova soglia.

Ci sono stati tre giri di vite sulla popolazione di Gaza, innescati dall'esito delle elezioni (parlamentari) nel gennaio 2006, dall'assunzione da parte di Hamas del controllo (nella Striscia di Gaza) lo scorso giugno e dalla decisione di Israele, presa in settembre, di proclamare Gaza un "territorio ostile". Ognuna di queste istanze finì per innescare restringimenti sempre più duri delle condizioni di mobilità per le persone e per i beni ai confini della Striscia di Gaza. Ogni giro di vite finì per infliggere umiliazioni sempre più profonde sul palestinese normale, generando risentimenti sempre più profondi nei confronti del mondo esterno.

La chiusura dei confini di Gaza è senza precedenti. I palestinesi vi sono effettivamente incarcerati. La stragrande maggioranza non può lasciare ne entrare la Striscia di Gaza. Senza combustibili e senza pezzi di ricambio, le condizioni nel settore della sanità stanno precipitando mentre l'erogazione di acqua potabile ed i servizi pubblici arrancano. L'erogazione di corrente elettrica è sporadica ed è stata ridotta ulteriormente, in proporzione alla riduzione del combustibile di questi giorni. UNICEF comunica che il funzionamento solo parziale della principale stazione di pompaggio di Gaza sta compromettendo l'erogazione di acqua potabile a circa 600.000 palestinesi.

L'assistenza medica è a rischio, gli ospedali sono paralizzati da interruzioni di corrente elettrica e dalla penuria di combustibile per i generatori. Le infrastrutture ospedaliere, inclusi i macchinari essenziali stanno smettendo di funzionare ad un passo allarmante, con limitate possibilità di riparazioni o manutenzioni a causa della mancanza di pezzi di ricambio.

E' struggente vedere l'impatto del boicottaggio (della Striscia di Gaza) su pazienti che avrebbero bisogno di accedere a cure mediche fuori dalla Striscia di Gaza. La domanda per cure mediche fuori Gaza è in aumento, man mano che il livello delle cure mediche disponibili scenda all'interno di Gaza. Ma il regime di permesso per trasferimenti per motivi di cure mediche è stato reso più duro. Molti hanno visto le loro cure rimandate o negate, con aggravio delle loro condizioni mediche e perfino, con un esito letale che sarebbe stato prevenibile.

Le condizioni di vita a Gaza sono scese a livelli inaccettabili per un mondo dedicato all'eliminazione della povertà ed alla promozione di diritti umani come principi centrali. Il 35 percento della popolazione di Gaza vive con meno di due dollari per giorno, la disoccupazione ha raggiunto il 50 percento e l' 80 percento percepisce una qualche forma di assistenza umanitaria. C'è una tale penuria di cemento che la gente non riesce più a costruire tombe per i morti. Gli ospedali stanno erogando lenzuola per usarle nei funerali.

Come responsabile di un'agenzia ONU per lo sviluppo umanitario ed umano dei profughi palestinesi, sono profondamente preoccupata dalla palese inumanità della chiusura di Gaza. Sono turbata dall'apparente indifferenza di gran' parte del mondo mentre centinaia e migliaia di palestinesi vengono duramente flagellati per atti in cui non hanno alcuna parte.

Nell'espletamento del suo mandato, la UNRWA (UN Relief and Works Agency for Palestinian Refugees in Near East) estende una serie di servizi per migliorare le condizioni di vita e promuovere le condizioni di autosufficienza (dei profughi palestinesi). E' impossibile compiere le nostre operazioni sulla base di un diktat israeliano che apre e chiude arbitrariamente l'accesso (agli assistiti), come viene praticato ai confini con la Striscia di Gaza. Per dare un esempio: la settimana scorsa fummo sul punto di sospendere il nostro programma di distribuzione di viveri. Il motivo, apparentemente, era di quelli arbitrari: buste di plastica. Le autorità israeliane avevano bloccato il passaggio delle buste di plastica che utilizziamo per imballare le nostre razioni di cibo.

Come possiamo, nella Gaza di oggi, promuovere uno spirito di moderazione e di compromesso tra i palestinesi, o nutrire fiducia nella risoluzione pacifica delle contese ? Vi sono già indizi che la severità della chiusura dei confini sta facendo il gioco di coloro che non abbiano alcun desiderio di pace. Stiamo trascurando questo rischio a nostre spese.

Ciò che dovremmo fare oggi, è promuovere la moderazione e rincuorare coloro che credono che le giuste prospettive di Gaza stiano in una pacifica convivenza con i suoi vicini. Diamo il benvenuto alle nuove iniziative di resuscitare il processo di pace, di revitalizzare l'economia palestinese e di costruire istituzioni. Queste colonne, sulle quale una soluzione del conflitto andrebbe eretta, sono proprio quelle che stanno per essere erose.

La scorsa settimana, la popolazione di Gaza ha potuto godere di una sospensione temporanea (del blocco), quando il potere occupante ha permesso la fornitura di 2.2 milioni di litri di combustibile per settimana per la stazione elettrica di Gaza e di 0.5 milioni di litri per uso industriale, per gli ospedali e le cliniche. Siamo stati informati che i passaggi verso la Striscia di Gaza saranno parzialmente riaperti per permettere all'UNRWA e ad altre organizzazioni di portare circa 50 camion per giorno. Nessuno sa per quanto tempo la sospensione del blocco durerà considerando che la ripresa del lancio di missili Qassam, che noi stessi condanniamo fermamente, comporterà nuove chiusure.

Alla popolazione di Gaza è stato risparmiato di precipitare in nuovi abissi - ma solo per il momento.

Non vi è mai stato un bisogno più urgente che non adesso, per la comunità internazionale di agire per riportare la normalità a Gaza. "

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— Karen Koning AbuZayd is commissioner general for UN Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA).







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mercoledì 9 gennaio 2008

Israele ospite al salone del libro di Torino

Israele ospite d’onore alla fiera del libro di Torino 2008
La militarizzazione della cultura
a cura di ISM-Italia, 6 gennaio 2008

1. Una interessante indiscrezione
Il 2 ottobre u.s. su La Repubblica, pag VII di Torino cronaca, una interessante indiscrezione: “SARÀ Israele, con buone probabilità, la nazione straniera al centro della prossima edizione della Fiera internazionale del Libro di Torino, in calendario nella primavera (8-12maggio) del 2008. L'indiscrezione è trapelata in queste ore durante la festa-mercato dei librai torinesi di «Portici di Carta».” La partecipazione dello Stato ebraico alla kermesse libraria dovrebbe concretizzarsi nei prossimi giorni in un incontro fissato a Roma, il 15 ottobre, fra i vertici di Librolandia, guidati dal presidente Rolando Picchioni, e quelli diplomatici di Tel Aviv.”



Il tema della edizione 2008 della fiera sarà: "CI SALVERA' LA BELLEZZA? [sic!!!, sempre sic!!!]
Da chi? Dagli organizzatori della fiera? Da Israele? Da Bush? Da Romano Prodi e company? Da Veltroni e Franceschini?

Segue la spiegazione dei motivi della presenza come ospite d’onore dello stato di Israele:
“La letteratura israeliana gode da anni di una attenzione crescente, che si è cristallizzata attorno ai nomi di tre dei suoi maggiori rappresentanti, David Grossman, Amos Oz e Abraham Yehoshua (l’onnipresente, invasivo e invadente trio letterario che, secondo Tom Segev, Haaretz 11 agosto 2006, scrive i suoi comunicati “pacifisti”come se lavorasse nell’ufficio legale del ministero degli esteri israeliano)(1), o a scrittori che appartengono alla generazione successiva, come Etgar Keret.
I temi trattati nelle loro opere hanno assunto una valenza universale, che non riguarda soltanto Israele, ma si pongono come altrettante metafore dei dilemmi e delle contraddizioni che agitano il mondo contemporaneo. Ma il quadro culturale del Paese è ovviamente molto più ricco e articolato, a partire dal decano Aron Appelfeld, cresciuto culturalmente nella Mitteleuropa, che sarà anche lui a Torino.
La Fiera 2008 sarà l’occasione per conoscere questo Paese, anche attraverso storici e saggisti come Benny Morris, che si interrogherà proprio sugli eventi di sessant’anni fa, e i suoi artisti, musicisti e scienziati: in Israele è molto avanzata la progettualità urbanistica delle new towns (compreso il muro dell’apartheid?) e la ricerca sulle fonti alternative d’energia (forse le oltre 200 testate nucleari?).
La presenza di voci critiche (avranno invitato anche Ilan Pappe o Amira Hass o Gideon Levy o Edgar Morin o Yitzhak Laor o Nurit Peled o Aharon Shabtai o Jeff Halper o Uri Avnery o Avi Shlaim, oppure è un auspicio che siano presenti i sinceri democratici?) offrirà dunque l’occasione di discutere e mettere a fuoco anche un modello di una convivenza possibile (“mettere a fuoco”, un lapsus freudiano? Lor signori erano forse presenti alla farsa della conferenza di Annapolis e pensano di fare di meglio del gwbush?), con il contributo delle voci più disparate.“(di-sparate, direbbe Freud!)
Alla cultura torinese dopo l’eventocrazia e il mostrismo mancava l’allineamento al militarismo.

6. Alcuni interessanti e “disparati” punti di vista

Vi ricordate la guerra al Libano del 2006, per non dimenticare, ad esempio, la strage di Sabra e Chatila del 1982 e tutto il resto? Vi ricordate che la striscia di Gaza è un campo di concentramento dove con la attiva complicità dell’Italia, dell’Europa e degli USA si sta commettendo un genocidio? (“The Israeli recipe for 2008: Genocide in Gaza, Ethnic Cleansing in the West Bank” di Ilan Pappé, The Independent, June 23, 2007)
Israele non ha mai rispettato le risoluzione dell’ONU, ha violato e continua a violare le convenzioni di Ginevra, ha proseguito la costruzione del Muro dell’Apartheid, giudicato illegale dalla Corte internazionale di Giustizia (9 luglio 2004), ha commesso e continua a commettere crimini contro la popolazione civile documentate da numerose organizzazioni di difesa dei diritti umani israeliani.

Nurit Peled-Elhanan(2) il 28 dicembre 2007 in un incontro con le Donne in nero di Israele ha detto tra l’altro, in un intervento dal titolo “Nello Stato di Israele, la Madre Ebrea sta per scomparire”: “Ringrazio le Donne in Nero per avermi invitato a parlare qui oggi. Adesso, vorrei dedicare le mie parole ai bambini della Striscia di Gaza, che stanno lentamente sfiorendo a causa della fame e delle malattie, e alle loro madri, che continuano a mettere al mondo bambini, nutrirli ed istruirli meravigliosamente. Il tasso di alfabetizzazione nella striscia di Gaza oggi è al 92% - tra i più elevati al mondo, e tutto ciò nel più terribile campo di concentramento della terra, in cui quelli che vi risiedono vengono strangolati mentre il mondo civilizzato guarda in silenzio. …..

Pochi sono in Israele i genitori che ammettono a se stessi che quelli che uccidono i bambini, distruggono le case, sradicano gli ulivi e avvelenano le sorgenti non sono altro che i loro bellissimi figli e figlie, i figli che sono stati educati qui nell'arco degli anni alla scuola dell'odio e del razzismo. I figli che hanno imparato in 18 anni a temere e disprezzare lo straniero, ad avere paura dei vicini, dei gentili, figli che sono stati allevati nella paura dell'Islam – una paura che li prepara ad essere soldati brutali e discepoli dell'assassinio di massa. E non solo questi ragazzi e ragazze uccidono e torturano: lo fanno con il pieno sostegno della Mamma, con la piena approvazione di Papà, incoraggiati da una intera nazione che non alza neppure un sopracciglio davanti alla morte di bimbi, vecchi e invalidi. Una nazione che glorifica piloti che non sentono altro che uno scossone sull'ala* quando fanno cadere bombe su intere famiglie sterminandole.
Nell'inferno in cui viviamo, nel quotidiano inferno sotto il quale si agita e cresce il regno sotterraneo dei bambini morti, il ruolo delle Donne in Nero, delle madri e delle nonne che stanno in questa piazza ed in piazze simili in tutto il mondo è quello di essere custodi di una sana, naturale maternità per assicurarsi che quella voce non si spenga e non sparisca dalla faccia della terra. Di rammentare ad un mondo che ha perso la sua immagine umana che siamo stati tutti fatti a Sua Immagine; di dire costantemente e infaticabilmente che ancora, a dispetto del Muro dell'apartheid, a dispetto del crudele assedio di Gaza, a dispetto delle guerre senza causa, e di fronte alla furia di quelli che comandano in questo paese, i quali tutti fino all'ultimo sono criminali contro l'umanità, la voce delle donne e delle madri - la voce della compassione, della giustizia e della speranza - non verrà ridotta al silenzio.”
*si fa riferimento al pilota dell'aviazione militare ed ex capo di stato maggiore IDF Dan Halutz, il quale alla domanda di un giornalista - poco dopo che aveva lanciato una bomba da una tonnellata su un edificio di appartamenti nella Striscia di Gaza, uccidendo parecchi civili – su che cosa provasse quando lanciava una bomba, rispose “Ho sentito un leggero colpo all'ala quando la bomba è partita”. (n.d.t.)

Israele è responsabile della pulizia etnica dei palestinesi.
Lo ha detto lo storico israeliano Benny Morris, “What the new material shows is that there were far more Israeli acts of massacre than I had previously thought”, Survival of the Fittest? An Interview with Benny Morris By Ari Shavit, Haaretz, 8 gennaio 2004(3) .
Lo si può leggere in ogni dettaglio nel saggio “The Ethnic Cleansing of Palestine”, (La pulizia etnica della Palestina), Oneworld 2006, dello storico israeliano Ilan Pappè.

Israele è uno stato razzista.
Lo si può leggere in un editoriale di Haaretz, “A racist Jewish state” (Uno stato ebraico razzista), 20/07/2007 e nell’articolo del giornalista israeliano Gideon Levy, “One racist nation” (Una nazione razzista), Haaretz 26/03/2006 (Ha’aretz è un quotidiano israeliano).

Israele è uno stato fascista.
Lo si può leggere in “Politicidio – Sharon e i Palestinesi”, Fazi 2003, del sociologo israeliano Baruch Kimmerling.

Israele è uno stato di Apartheid.
Lo hanno sostenuto Danny Rubinstein, israeliano, editorialista di Haaretz, parlando alla ‘International Conference of Civil Society in Support of Israeli-Palestinian Peace‘ organizzata dall’ONU a Brussels il 30-31 agosto 2007: “Today Israel is an apartheid state with different status for four different Palestinian groups: those in Gaza, East Jerusalem, the West Bank and Israeli Palestinians”, e un recente editoriale di Haaretz, “Where is the occupation” del 3 ottobre 2007, “The de facto separation is today more similar to political apartheid than an occupation regime because of its constancy” (Ha’aretz è un quotidiano israeliano).

Lo storico israeliano Ilan Pappé ha concluso una sua conferenza a Tokio nel marzo 2007 con questa domanda: “Perché il mondo permette ad Israele di fare quello che fa?”
Noi aggiungiamo: Perché l’Italia e l’Europa sono complici a tutti i livelli di uno stato coloniale, razzista e fascista, responsabile di atrocità di così lungo periodo nei riguardi del popolo palestinese e libanese?
Israele è ormai il 4° venditore di armi al mondo, possiede oltre 200 testate nucleari e 3 sottomarini nucleari, presto ne avrà altri due.
Naomi Klein in “Shock economy” scrive:
“Ciò che rende Israele interessante come modello «pistola e caviale» non è solo il fatto che la sua economia sia stabile anche di fronte a grossi shock politici come la guerra con il Libano del 2006 o la presa di controllo della Striscia di Gaza da parte di Hamas, ma anche il modo in cui Israele ha creato un'economia che si espande precisamente in risposta diretta all'escalation della violenza. Le ragioni per cui l'industria israeliana è a suo agio tra i disastri non sono misteriose. Anni prima che le aziende americane ed europee comprendessero l'enorme potenziale del boom della sicurezza globale, le società tecnologiche israeliane lavoravano alla creazione di un'industria della sicurezza nazionale, e ancora oggi continuano a dominare il settore. L'Israeli Export Institute stima che 350 società israeliane si occupano della vendita di prodotti per la sicurezza interna e altre 30 entreranno nel mercato nel 2007 . Dal punto di vista delle aziende, questo sviluppo ha fatto di Israele un modello da emulare ne! mercato post-11 settembre. Dal punto di vista sociale e politico, invece, Israele dovrebbe rappresentare qualcos'altro: un severo monito. Il fatto che Israele continui a godere di una prosperità sempre maggiore, anche mentre muove guerra ai Paesi vicini e compie violenze nei territori occupati, dimostra quanto è pericoloso costruire un'economia sulla premessa della guerra permanente e di disastri sempre più drammatici. L'attuale abilità di Israele di unire pistole e caviale è il culmine di un mutamento sostanziale nella natura della sua economia, nel corso degli ultimi quindici anni: un mutamento che ha avuto un impatto profondo ma poco studiato sulla parallela disintegrazione delle prospettive di pace.”.
Le esportazioni israeliane di prodotti e servizi antiterrorismo sono aumentate del 15% nel 2006 e la crescita prevista nel 2007 è del 20% (Klein, ibidem).

7. La militarizzazione della cultura
La decisione dei responsabili della Fiera del libro di invitare lo stato di Israele come ospite d’onore non ha nulla a che vedere con la cultura.
Non è solo una palese violazione del principio della autonomia della cultura.
Non è solo un atto di servilismo politico per permettere a Israele la propaganda più strumentale.
Segna un passo emblematico in direzione della militarizzazione della cultura.
Passerà del tempo, ma alla fine il mondo guarderà con occhi assai critici ai crimini, alle complicità, agli opportunismi, ai silenzi e alle viltà che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese e altri conflitti, in questo passaggio d’epoca.

martedì 1 gennaio 2008

Alla cortese attenzione di


Dott. Margaret Chan
Direttore Generale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità

Dott. Jakob Kellenberger
Presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa

Dott. Pierre Salignon
Direttore Generale di Medici senza Frontiere

Dott. Pierre Micheletti
Presidente di Médecins du Monde







23 dicembre 2007

Gentile dott. Chan, cari colleghi,

alla fine di ottobre, il governo di Israele ha ordinato di ridurre drasticamente alla Striscia di Gaza le forniture di carburante, assolutamente indispensabile a produrre elettricità.

Per purificare l'acqua, perché funzionino le pompe, e per il trattamento delle acque reflue, è irrinunciabile avere energia. In carenza di carburante, di elettricità, di pezzi di ricambio per le apparecchiature (lo Stato di Israele controlla tutte le importazioni), gli abitanti della Striscia di Gaza non hanno sufficiente acqua pulita. Se questa manca, e non sono adeguatamente trattati gli scarichi fognari, è più facile che si verifichino malattie pericolose, del tutto prevenibili. Fra le altre conseguenze, vi sono la carenza di energia in settori critici come gli ospedali, le farmacie, gli ambulatori e le ambulanze, come pure nelle scuole e nelle abitazioni. Mancando l'elettricità, i frigoriferi non funzionano, e il cibo si decompone.

Il protratto assedio alla Striscia di Gaza ha avuto come effetto una grave carenza di farmaci e di forniture sanitarie. Secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), alla fine del mese di novembre del 2007 mancavano 85 farmaci essenziali. Per l'insufficiente fornitura di parti di ricambio, le apparecchiature sanitarie non possono essere riparate. Gli apparecchi per la dialisi, la ventilazione artificiale, la cardiologia ed il laboratorio analisi non funzionano in modo adeguato; mancano le provette. Il governo israeliano ha interrotto la fornitura di altri beni essenziali, come il materiale per la pulizia, la carta igienica, le lenzuola, le coperte, la carta ecc., sostenendo che sono “non necessari”. Per chiunque lavori nella sanità, l'affermazione è insostenibile; queste carenze rendono impossibile il regolare funzionamento degli ospedali.

Tali misure costituiscono una punizione collettiva, vietata dalla legge internazionale; equivalgono altresì al trattare in modo inumano una popolazione civile, la metà della quale è costituita da bambini. Si aggiunga che è stato colpito chi è molto vulnerabile: due terzi degli abitanti della Striscia di Gaza vivono già ora in una miseria abbietta. Non occorrono lunghe riflessioni per comprendere che questi provvedimenti possono causare, in tempi brevi, epidemie.

Ebrei Europei per una pace giusta, una federazione di gruppi europei di dieci Paesi, chiede all'OMS di insistere perché Israele annulli la minaccia di una guerra biologica e medica contro la popolazione di Gaza. Si uniscono a noi, in questa richiesta, altre organizzazioni ebraiche, così come operatori sanitari di ogni parte del mondo.


In solidarietà,

Dott. Paola Canarutto,
Ospedale S. Giovanni Bosco, Torino
a nome di Ebrei Europei per una Pace Giusta