giovedì 3 maggio 2012
SALVARE UNA VITA E' SALVARE IL MONDO? PER ISRAELE LA VITA UMANA NON CONTA UN CAZZO SPECIE SE E' LA VITA DEI PALESTINESI
Continua lo sciopero della fame di 2000 detenuti palestinesi
Sono circa 2000 i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane in sciopero della fame dal 17 aprile. Protestano contro le condizioni nelle carceri e contro le politiche detentive israeliane
Haaretz (Israele), 2 maggio 2012
Gravi quattro detenuti palestinesi in sciopero della fame
Sono circa 2000 i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane in sciopero della fame dal 17 aprile. Protestano contro le condizioni nelle carceri e contro le politiche detentive israeliane. Il responsabile medico di una struttura sanitaria carceraria preoccupato per le condizioni di salute di quattro di loro. Di Amira Hass con Jack Khoury
Si teme per la vita di quattro dei duemila palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane. Lo ha reso noto lunedì un medico del dipartimento penitenziario israeliano IPS. Qualche settimana fa proprio l'Israeli Prison Service aveva dato la notizia che 2000 detenuti palestinesi avevano iniziato lo sciopero della fame per protestare contro le condizioni nelle carceri e le politiche di amministrazione penitenziaria israeliana. Tra quelli che sarebbero in condizioni critiche ci sono Bilal Diyab, Ta'ir Halale e Omar Abu Shlal, condannati al carcere in regime di ‘detenzione amministrativa’ da un tribunale militare per ordine dello Shin Bet; chiedono di essere processati o rilasciati. Il quarto, Muhammad Siksak, originario della Striscia di Gaza, è in sciopero della fame perché ritenuto dalle autorità israeliane un "combattente illegale".
L'IPS non ha ancora esplicitamente confermato quanto detto dal medico penitenziario che ritiene i prigionieri in pericolo di vita, ma ha fatto sapere ad Haaretz di "essere tenuto per legge a garantire la buona salute e la sicurezza delle persone che ha in custodia. L'incolumità di tutti i prigionieri in sciopero della fame è una priorità per il (nostro) dipartimento; molto viene già fatto dal punto di vista medico per assicurare l’assistenza sanitaria ai detenuti, tutti sotto stretto controllo medico. Quelli che hanno richiesto assistenza a tempo pieno sono stati ricoverati nella struttura sanitaria di Ramle. Qualora la situazione dovesse aggravarsi, i detenuti sarebbero trasferiti in un ospedale pubblico, come già successo in precedenza" afferma il servizio penitenziario. A causa dell'aggravarsi delle sue condizioni, Bilal Dyab, in sciopero da 67 giorni, si trova già da martedì 1/5 all'Assaf Harofeh Hospital.
Lunedì un medico di Physicians for Human Rights Israel (Medici per i Diritti Umani Israele) ha fatto visita all'ospedale penitenziario; a suo parere i prigionieri dovrebbero essere rilasciati e ricoverati in una struttura sanitaria pubblica. Secondo Anat Litvin, l’attivista di Physicians for Human Rights, la struttura ospedaliera penitenziaria dell'IPS non ha le apparecchiature adeguate al monitoraggio e alla cura di persone in sciopero della fame in gravi condizioni. Nell'intervista che ha rilasciato al giornale online di Adalah, il Centro per l'assistenza legale per i diritti della Minoranza Araba in Israele, Litvin ha descritto conseguenze fisiche e psichiche dello sciopero della fame prolungato nei prigionieri. Secondo l’attivista, inoltre, i medici dell'IPS si troverebbero a dover rispettare tanto il dovere nei confronti dei detenuti che dell'istituzione per la quale lavorano, aspetto questo che potrebbe influenzare le loro decisioni. Nella struttura gestita dall'IPS ci sono altri quattro detenuti, tra i quali Ahmad Sa'adat, il segretario generale del FPLP, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ricoverato dopo il considerevole peggioramento del suo stato di salute. Lunedì l'avvocato Jawad Boulus, che rappresenta i prigionieri in sciopero della fame per la Palestinian Prisoner Society, ha detto ai giornalisti di Ramallah che, per quanto ne sa e a differenza di quanto successo nel caso di Khader Adnan, le autorità israeliane non avrebbero avviato trattative con i detenuti. Boulus si è detto molto colpito da quanto sta succedendo, perché i casi di Adnan e Hana Shalabi hanno portato all'attenzione internazionale la pratica israeliana della ‘detenzione amministrativa’.
Secondo l'IPS, attualmente sono 300 i prigionieri in regime di ‘detenzione amministrativa’ nelle carceri israeliane. La procedura, introdotta con la legge speciale di emergenza ai tempi del Mandato Britannico, permette di trattenere in arresto cittadini palestinesi sospetti, per periodi di durata variabile e reiterabili, senza accuse specifiche o processo.
I detenuti attualmente in sciopero della fame protestano principalmente contro il regime di isolamento, contro la ‘detenzione amministrativa’ e il perdurare delle disposizioni imposte prima del rilascio del soldato israeliano rapito Gilad Shalit.
La ‘detenzione amministrativa’ è una procedura che permette alle autorità israeliane di mandare in galera, in seguito a informazioni di intelligence note solo a un giudice militare, sospetti terroristi senza processo per periodi prorogabili della durata di sei mesi. In seguito alle sanzioni che furono imposte per fare pressione su Hamas ai tempi del rapimento di Gilad Shalit, ancora oggi si tende ad impedire le visite dei familiari residenti a Gaza dei prigionieri; ciò rende la situazione particolarmente difficile per le famiglie della Cisgiordania con parenti nelle carceri israeliane, che devono ogni volta sottostare alla perquisizione fisica. Sono stati inoltre cancellati i corsi di studio e introdotte altre forme di quelle che i detenuti giudicano ‘punizioni collettive’. Lo sciopero vuole anche mettere in evidenza ciò che i prigionieri definiscono "provvedimenti umilianti", quali la perquisizione notturna della cella.
Secondo l'avvocato Boulus Israele starebbe valutando quale potrebbe essere il potenziale danno dell’eventuale morte di uno dei detenuti in sciopero della fame. A suo dire non sarebbero in corso trattative per evitare il peggio, perché per i funzionari israeliani le conseguenze non sarebbero eccessive. L'Israeli Prison Service non ha ancora ribattuto a questa valutazione dell'avvocato.
NESSUNA PUNIZIONE PER GLI ASSASSINI DELLA FAMIGLIA SAMOUNI: I SOLDATI ISRAELIANI HANNO LICENZA DI UCCIDERE SENZA LIMITAZIONI
PIOMBO FUSO, L’IDF NON E’ RESPONSABILE
E' stata archiviata per "inconsistenza di accuse" l'indagine interna all'esercito israeliano per l'attacco missilistico, il 5 gennaio 2009, alla casa della famiglia al-Samouni in cui persero la vita 21 civili. L'ennesima assoluzione di Israele per un conflitto che ha provocato 1400 morti in 22 giorni.
GIORGIA GRIFONI
Roma, 3 maggio 2012, Nena News – I soldati israeliani non sono responsabili per la morte dei 21 civili palestinesi nel bombardamento della casa nella quale si erano rifugiati durante l’operazione Piombo Fuso contro la Striscia di Gaza, nel gennaio 2009. A stabilirlo è un’inchiesta interna delle Forze di sicurezza israeliane (Idf), conclusa martedì scorso dopo che il procuratore militare, il generale di brigata Dani Efron, ha dichiarato che “dalle indagini è emerso che le accuse sono inconsistenti. Nessuno dei soldati e degli ufficiali coinvolti ha agito in maniera negligente”. Secondo il maggiore Dorit Tuval, procuratore militare aggiunto per le questioni operative, “nell’uccisione dei civili i soldati non hanno agito per volontà o conoscenza, e nemmeno con fretta o negligenza”. Semplicemente, un missile ha colpito un’abitazione a caso.
LA VICENDA. Amira Hass, sul quotidiano Haaretz, racconta invece un’altra versione dei fatti. Il 4 gennaio 2009, un giorno prima del massacro, i comandanti della brigata Givati avrebbero ordinato a decine di membri della famiglia al-Samouni, nascosti in un edificio di tre piani, di trasferirsi in un’abitazione più piccola al lato opposto della strada di proprietà di Wa’el al-Samouni. I soldati avevano visto numerose donne, bambini, anziani e uomini disarmati spostarsi nell’altra casa. Alcuni uomini erano persino usciti, la mattina del 5 gennaio, per cercare un po’ di legna per il tè. Loro stessi hanno raccontato quanto si sentissero sicuri per la vicinanza dell’esercito e per il fatto che proprio i soldati li avessero raggruppati in quella casa. Secondo le testimonianze di ex-militari raccolte da Haaretz e dal gruppo Breaking the Silence, il comandante della brigata Givati Ilan Malka avrebbe poi concluso – grazie ad alcune immagini ad infrarossi – che nell’abitazione si trovavano uomini palestinesi armati. Avrebbe quindi ordinato un attacco missilistico aereo sulla casa. Il bilancio è stato di 21 morti e 40 feriti.
IL RAPPORTO GOLDSTONE. Secondo il legale del movimento per i diritti umani B’tselem, Yael Stein, “le modalità con cui l’esercito si libera da ogni responsabilità su questo caso mostra nuovamente il bisogno di un corpo investigativo esterno all’Idf”. Eppure di inchieste esterne sull’attacco israeliano a Gaza nei mesi di dicembre 2008 e gennaio 2009 ce ne sono state. Nell’aprile del 2009, ad esempio, l’Onu affidava a Richard Goldstone, ex-procuratore del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia e per il Ruanda, l’incarico di indagare su tutte le violazioni dei diritti umani compiute durante il conflitto. Il rapporto, 575 pagine diffuse il 15 settembre 2009, accusava sia le Forze di difesa israeliane che i combattenti palestinesi di gravi violazioni di diritti umani, di cui alcuni possibili crimini contro l’umanità. Contestato sia da Israele che dai Palestinesi come “di parte”, il documento è stato approvato un mese dopo dal Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite.
IL RAPPORTO MCGOWAN-DAVIS. Nel 2011, però, Goldstone ritratta il suo rapporto in un’intervista al Washington Post, scagionando Israele dall’accusa di aver colpito volutamente civili palestinesi. Il motivo? Qualche mese prima era stato diffuso il rapporto su un’inchiesta guidata dall’ex-giudice di New York Mary McGowan Davis, sempre per conto dell’Onu. Nel documento si legge che “Israele ha dedicato risorse significative per indagare su oltre 400 accuse riguardo le operazioni militari”, mentre Hamas non ha condotto neanche un’indagine sui lanci di missili verso la città di Sderot. Nel rapporto si giunge altresì alla conclusione che gli attacchi palestinesi siano mirati a obiettivi civili, mentre nel caso dei pesanti bombardamenti israeliani – tra i quali quelli al fosforo bianco – i civili “non furono colpiti per scelta”. Proprio quello che è accaduto alla famiglia al-Samouni: come spiega Goldstone nella stessa intervista “il bombardamento della loro casa fu la conseguenza dell’errata interpretazione dell’immagine di un drone da parte di un comandante” e che adesso “un ufficiale è sotto inchiesta per aver ordinato quell’attacco”.
ALTRE INDAGINI E WIKILEAKS. Goldstone e McGowan-Davis non sono state le uniche inchieste condotte sull’accaduto. Un mese dopo il cessate il fuoco, l’ufficio del procuratore generale di Ankara aveva cominciato a investigare sui crimini commessi a Gaza dopo che un’organizzazione islamica per i diritti umani aveva presentato un reclamo. Nello stesso periodo, un giudice spagnolo aveva avviato un’inchiesta sull’operato di sette ufficiali israeliani per l’omicidio mirato di esponente di Hamas nel 2002, che aveva ucciso anche 14 civili tra i quali sette bambini. Con una risoluzione – sulla base del rapporto Goldstone – del novembre 2009, il Consiglio di Sicurezza aveva ordinato a Israele e all’Autorità Palestinese di condurre delle proprie indagini per le accuse di crimini contro l’umanità. Nel febbraio 2010 il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon le aveva dichiarate “poco indipendenti, credibili e conformi agli standard internazionali”. Nell’aprile del 2011, invece, la rivista Foreign Policy aveva citato alcuni cablogrammi esclusivi di Wikileaks in cui l’ambasciatrice degli Stati Uniti all’Onu Susan Rice faceva pressioni sul segretario generale Ban Ki-Moon perché ritrattasse le sue raccomandazioni per un’indagine più approfondita sugli attacchi agli edifici dell’Onu a Gaza. Secondo Wikileaks, Ban Ki-Moon avrebbe rassicurato la Rice confermandole che stava lavorando assieme alla delegazione israeliana e dicendole che sarebbe rimasta soddisfatta del risultato ottenuto.
In un’altra rivelazione si legge che gli Stati Uniti e Israele avrebbero fatto pressioni anche sul Consiglio per i Diritti Umani, che poi avrebbe appuntato Goldstone per l’inchiesta su Gaza. Una schiera di indagini inutili, vista la decisione di qualche mese fa della Corte Penale Internazionale di non procedere alle accuse alle autorità israeliane di crimini contro l’umanità, in quanto la Palestina, e quindi Gaza, “non esiste”. Nena News
mercoledì 2 maggio 2012
Sosteniamo con forza la lotta dei prigionieri politici palestinesi
Continua la “Battaglia delle pance vuote” così in Palestina è conosciuta la lotta dei prigionieri politici palestinesi che a partire dal 17 aprile in 1500 hanno iniziato uno sciopero della fame, per il miglioramento delle durissime condizioni carcerarie e per la fine dell’odiosa pratica della detenzione amministrativa.
Lo sciopero della fame è ormai arrivato al 14 ° giorno, e va crescendo, ad oggi sono oltre 2300 gli scioperanti, un segnale chiarissimo della capacità di resistenza che sta crescendo tra gli oltre 4300 detenuti palestinesi. Tra questi Ahmad Sa'adat leader del FPLP le cui condizioni a seguito dello sciopero della fame si sono aggravate ed è stato trasferito nell'ospedale della prigione di di Ramleh.
Con questa forma di lotta pacifica e drammatica, negli ultimi mesi i prigionieri politici palestinesi hanno portato lo scontro con l’occupante israeliano fin dentro le carceri, lanciando al tempo stesso un indicazione di unità e di resistenza verso il proprio popolo. Già ad ottobre dello scorso anno centinaia di prigionieri palestinesi iniziarono a rifiutare il cibo per tre settimane. E’ stata poi la volta di Kadher Adnan che ha resistito per più di 64 giorni nel suo sciopero della fame contro l’ennesimo arresto arbitrario e preventivo a cui era sottoposto, seguito da Hana Shalabi una donna che è stata rilasciata ed esiliata dopo oltre 40 giorni di digiuno politico. I prigionieri palestinesi insieme alle associazioni di sostegno come Addameer e la Palestinians’ Prisoners Society , chiedono:
La fine della detenzione amministrativa; Il diritto alle visite per famiglie dei prigionieri della Striscia di Gaza, a cui questo diritto è negato da oltre 6 anni;
Il miglioramento delle condizioni di vita dei prigionieri e la fine della legge 'Shalit', che priva i detenuti palestinesi dell’accesso ai giornali e ai media, e persino del materiale didattico .
La fine alle le politiche di umiliazione inflitte ai detenuti e alle loro famiglie, quali perquisizioni corporali, le irruzioni notturne nelle celle e le punizioni collettive.
Dalle carceri israeliane i resistenti palestinesi chiedono la solidarietà internazionale, il sostegno alla loro lotta e la denuncia della macchina repressiva israeliana che si fa ogni giorno più dura. Dinanzi ai preparativi di possibile conflitto con l’Iran, e più in generale di fronte al quadro di instabilità e di tendenza alla guerra i palestinesi rappresentano, per i governanti sionisti, il fronte interno e quindi una popolazione estranea da tenere brutalmente sotto controllo. Come per altri aspetti, la comunità internazionale ossia l’Unione Europea e gli Stati Uniti, lasciano mano libera all’alleato israeliano che può così rafforzare la sua occupazione.
Questa lotta dei prigionieri palestinesi rappresenta una tappa del movimento di liberazione nazionale, ma a differenza di altre del passato si svolge in uno scenario inedito per difficoltà e contesto internazionale . Il movimento che si sta sviluppando nelle prigioni israeliane, sta crescendo per influenza e capacità organizzativa, tanto che nel secondo comunicato del Supremo Comitato Direttivo questi conferma la prosecuzione e l’estensione del movimento di protesta finché le richieste non saranno accolte.
Il Primo Maggio in Palestina è stata la giornata dei lavoratori e dei prigionieri, è stata l’ennesima giornata di resistenza popolare contro l’occupazione israeliana con manifestazioni in molte città e villaggi palestinesi.
Il movimento di solidarietà internazionalista è chiamato a sostenere come ha fatto nella giornata del 17 aprile la lotta dei prigionieri politici palestinesi .
Forum Palestina
E MENO MALE CHE SAREMMO NOI, EBREI DISSIDENTI E ANTISIONISTI, A ESSERE ANTISEMITI
Ad uno spettacolo per il Giorno della Memoria dell’Olocausto studenti israeliani hanno applaudito i nazisti.
di Chen Zhi
Gerusalemme – La settimana scorsa, durante il Giorno della Memoria dell’Olocausto, diverse decine di studenti delle superiori, che stavano guardando uno spettacolo rappresentante le estenuanti traversie della vita nel ghetto ebraico di Vilna durante la Seconda Guerra Mondiale, hanno applaudito e fatto il tifo per i nazisti.
La radio dell’esercito ha riferito lunedì che, durante lo spettacolo “Ghetto”, messo in scena mercoledì al Teatro Cameri di Tel Aviv davanti a un pubblico costituito dagli studenti di quattro istituti superiori, alcuni tra questi hanno interrotto l’austerità della storia con grida e fischi di disapprovazione rivolti agli attori e applaudito un nazista che colpiva a morte un ebreo. Durante una scena nella quale un kapò picchiava un ebreo, altri hanno chiesto a gran voce “colpiscilo più forte” e “ben fatto!”
Alla fine dello spettacolo, l’attore Oded Leopold dal palco ha chiesto al pubblico di interrompere gli applausi e ha rimproverato aspramente il comportamento degli studenti.
“Avete messo a disagio il popolo ebraico e l’olocausto,” ha detto Leopold, aggiungendo “Spero che ciò che succede nei vostri cuori sia diverso da ciò che è uscito dalle vostre bocche.”
Secondo il Times of Israel, il Ministro dell’Istruzione, Gideon Sa’ar, ha definito il comportamento degli studenti “ una vergogna che fa male al cuore.”
Leopold ha riferito al quotidiano ebraico Ma’ariv che alcuni degli attori sono scoppiati in lacrime per le interruzioni beffarde.
“Abbiamo pianto perché eravamo frustrati e offesi,” per la tensione emotiva connessa alla recitazione di scene relative all’olocausto, ha raccontato al giornale.
Gli insegnanti che accompagnavano gli studenti “non hanno alzato un dito” per interrompere le sparate, secondo due degli attori, con uno che scrive una lettera alla direzione del teatro per criticare i commenti dal palco di Leopold.
“Le reazioni da parte degli studenti non sono in alcun modo una vergogna per il popolo ebraico,” spiegava la lettera, anche se un preside ha affermato che “quattro dei miei studenti sono stati allontanati dallo spettacolo dagli insegnanti,” a quanto ha riferito la radio dell’esercito.
Il Direttore del Dipartimento dell’Istruzione di Cameri, Avi Kalma, ha sottolineato che si è trattato del primo incidente di questo tipo tra le migliaia di studenti che hanno assistito allo spettacolo che viene regolarmente messa in scena per commemorare, in quel giorno importante, la morte di sei milioni di ebrei per mano dei nazisti.
“Ghetto” ha debuttato in ebraico nel 1984. Lo spettacolo pluripremiato è stato rappresentato in tutto il mondo.
(tradotto da mariano mingarelli)
martedì 1 maggio 2012
1 MAGGIO: SCONTRI CON FERITI IN PALESTINA, MANIFESTAZIONI IN DIVERSI PAESI DELLA REGIONE
Quattro palestinesi sono stati feriti vicino Ramallah dal fuoco israeliano durante manifestazioni in sostegno dei detenuti politici coincise con il Giorno dei Lavoratori. Marce e sfilate in Egitto, Bahrain, Turchia e in altri paesi tra il Nord Africa e il Medio Oriente
Roma, 01 maggio 2012, Nena News – Migliaia di lavoratori sono scesi nelle strade di capitali e città del Nord Africa e del Medio Oriente in occasione del Giorno dei Lavoratori. Molte altre migliaia si preparano a farlo nelle prossime ore per reclamare diritti, l’aumento del salario e migliori condizioni sul posto di lavoro.
In Cisgiordania, il Primo Maggio è conciso con le lotte contro l’occupazione israeliana e oggi centinaia di palestinesi hanno tenuto una manifestazione in sostegno anche della protesta dei detenuti politici che attuano lo sciopero della fame in carcere in Israele. I militari hanno aperto il fuoco, pare anche con proiettili di gomma, ferendo almeno quattro giovani vicino alla prigione militare di Ofer, nei pressi di Ramallah. Una ragazza è salita su uno dei blindati israeliani tenendo in mano una bandiera palestinese in segno di vittoria (https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=sNDF2v0etho#).
Metà dei circa cinquemila detenuti politici palestinesi fanno lo sciopero della fame contro l’uso da parte di Israele della “detenzione amministrativa” (in cella per mesi o anni senza processo) e per ottenere migliori condizioni di vita. Al momento sono circa 300 i palestinesi in “detenzione amministrativa”. E’ ancora in ospedale Ahmed Saadat, il leader del Fronte popolare, che qualche giorno fa ha avuto un collasso dopo aver digiunato assieme ai suoi compagni di cella per oltre due settimane. Due detenuti Bilal Diab e Thaer Halahleh, che fanno lo sciopero della fame da 63 giorni, sono in condizioni critiche.
Un corteo per il Giorno dei lavoratori è previsto questa sera a Tel Aviv, in Israele. Al termine sono previsti interventi dei deputati Dov Khenin (Hadash) e Ilan Gilon (Meretz) e di rappresentanti degli indignados israeliani protagonisti la scorsa estate di una dura protesta sociale contro il carovita e il costo elevato delle abitazioni. Il movimento degli indignados ha annunciato che riprenderà la sua lotta con manifestazioni previste il 12 maggio e il 14 luglio, anniversario delle proteste dello scorso anno.
In Egitto i cortei di lavoratori, previsti al Cairo e in altre città, sono stati organizzati, spiegano i sindacati locali, per «raggiungere gli obiettivi della rivoluzione del 25 gennaio». «Il lavoro viene prima del profitto», hanno scandito i dimostranti in marcia al Cairo. Milioni di operai e manovali egiziani attendono ancora di vedere salire il salario minimo alla soglia accettabile di 1.500 pound (circa 200 euro) e l’estensione del sistema pensionistico e sanitario a tutta la popolazione. «Abbiamo ottenuto qualche cambiamento dalla rivoluzione del 25 gennaio ma non posso affermare che i lavoratori hanno avuto ciò che chiedono da anni», ha detto Ali Fatouh del sindacato indipendente dei trasporti.
Il governo turco ha schierato oggi 14mila agenti di polizia in varie città del paese per prevenire le proteste dei lavoratori che chiedono aumenti salariali. In Piazza Sihhiye ad Ankara le forze di sicurezza in assetto anti-sommossa hanno lanciato gas lacrimogeni contro alcune centinaia di manifestanti.
In Libano protestano anche i migranti contro le discriminazioni che devono affrontare nei luoghi di lavoro. Già ieri sera centinaia di uomini e donne provenienti in maggioranza dall’Asia hanno tenuto un raduno a Beirut.
In Bahrain centinaia di sciiti hanno manifestano per chiedere di poter tornare al loro impiego dopo essere stati licenziati nei mesi scorsi dai datori di lavoro sunniti per aver preso parte alle proteste contro la monarchia assoluta di re Hamad Bin Isa Al Khalifa. La polizia è intervenuta per disperdere il corteo, al quale hanno partecipato anche giovani della Rivoluzione del 14 Febbraio. Nena News
Iscriviti a:
Post (Atom)