giovedì 27 gennaio 2011

WASHINGTON CORRE IN SOSTEGNO DI MUBARAK

L’Egitto non è la Tunisia per gli Stati Uniti. Il Segretario di stato Clinton appoggia il dittatore egiziano. Per gli Usa contano solo il ruolo «moderato» dell’Egitto nel conflitto israelo-palestinese e la repressione degli islamisti. Guarda il video delle manifestazioni di ieri al Cairo.

Roma, 26 gennaio 2011, Nena News – Barack Obama sostiene il diritto dei tunisini alla democrazia, alla libertà e a migliori condizioni di vita ma lo nega agli egiziani. Il governo guidato dal presidente egiziano Hosni Mubarak «è stabile e sta cercando soluzioni per rispondere alle legittime necessità della popolazione». Così si è espressa ieri il Segretario di stato americano, Hillary Clinton, commentando le imponenti manifestazioni antigovernative che si sono tenute in tutte le principali città egiziane e in cui sono rimasti uccisi tre dimostranti (a Suez) e un poliziotto (al Cairo). Una posizione che spiega bene l’idea che l’Amministrazione Usa ha della democrazia in Medio Oriente e in Nordafrica: i popoli arabi devono rimanere sotto il tallone di regimi brutali se questi svolgono una politica favorevole agli interessi americani nella regione e compiacente nei confronti di Israele. E’ questo il caso dell’Egitto, paese molto diverso dalla Tunisia nelle strategie americane per il ruolo «moderato» che svolge da decenni nel conflitto israelo-palestinese e per la repressione sistematica dei Fratelli Musulmani, ritenuta la più consistente delle forze di opposizione in Egitto. Non solo Washignton ma tutti i governi occidentali rimangono in silenzio di fronte alle farse elettorali organizzate dal regime egiziano – che si concludono immancabilmente con la vittoria schiacciante del partito di Mubarak – perchè elezioni libere e trasparenti potrebbe portare al potere gli islamisti e forze progressiste che, tra le altre cose, si oppongono alla politica compiacente verso gli Usa e Israele che svolge il presidente egiziano, al potere da ben 30 anni.

Nena News vi propone un articolo pubblicato il 26 gennaio 2001 dal quotidiano il Manifesto che fa il punto sulla rivolta del «Pane e Libertà» che infiamma l’Egitto

E ORA BRUCIA ANCHE L’EGITTO

Brucia anche l’Egitto, sull’onda della rivolta tunisina, come non accadeva dal 1967, quando l’inattesa e umiliante sconfitta del Paese nella «Guerra dei Sei Giorni» fece scendere in strada milioni di cittadini. Al grido di «Via Mubarak», «Pane, lavoro e salario minimo», «Libertà e fine delle leggi d’emergenza», ieri centinaia di migliaia di egiziani – un milione secondo fonti non ufficiali – hanno invaso le strade del Cairo e di Alessandria, della città operaia di Mahalla, Assiut, Port Said, e anche di el Arish e Mahdia nel «prospero» Sinai e di città di solito «tranquille», come Tanta. E hanno scelto di farlo proprio nel «Giorno della Polizia», una delle ricorrenze più amate dal regime.

Nei centri periferici sono state protagoniste le donne, soprattutto quelle più povere che ogni giorno con pochi pound in tasca devono fare i salti mortali per assicurare almeno un pasto alla loro famiglia. Hanno invaso le strade spingendo figli e mariti a fare altrettanto, a non temere la reazione della polizia. Un movimento ampio, oltre ogni previsione, che ha dato un forte scossone al regime del presidente-faraone Hosni Mubarak, incollato alla poltrona del potere da trent’anni e che intende candidarsi per l’ennesimo mandato alle elezioni del prossimo autunno o passare lo scettro al figlio Gamal, «economista» paladino delle privatizzazioni e della riduzione dei sussidi statali ai più poveri. Gamal ieri è partito con la famiglia per la Gran Bretagna spaventato dall’ampiezza della rivolta.

Ma le manifestazioni egiziane hanno messo in forte allarme anche i governi occidentali, protettori del «moderato» Mubarak e incuranti delle violazioni dei diritti umani, delle torture nelle carceri, dei diritti politici negati in Egitto. Lo rivela l’intervento del Segretario di stato Usa Hillary Clinton che ha chiesto a «tutte le parti» di mettere fine agli scontri. Washington teme di perdere il suo principale alleato in Medioriente dopo aver già perduto Ben Ali. Mubarak ha dalla sua parte l’esercito, a differenza del dittatore tunisino costretto alla fuga, ma non è detto che il fermento in atto nel paese non spinga i vertici militari a favorire soluzioni diverse dal semplice passaggio del potere da Murabak padre a Mubarak figlio del quale si parla da anni.

Ieri sera migliaia di egiziani occupavano Piazza Tahrir, sede di diversi palazzi delle istituzioni, decisi a resistere, con cibo e coperte, fino a quando non saranno accolte le loro richieste, a partire dall’uscita di scena di Mubarak. A nulla è servito il dispiegamento nella capitale e in altri centri di 30 mila agenti dei reparti antisommossa che le hanno tentate tutte – ma non hanno sparato – per respingere la folla che, ad esempio, al Cairo voleva bloccare l’ingresso dell’Assemblea del Popolo (è stato smentito invece un tentativo di invasione del Museo Egizio). Idranti, lacrimogeni, percosse, manganellate e calci non sono bastati a respingere chi scandiva «Via Mubarak» e «Pane e lavoro». «Ho fame, mi puoi arrestare, mi puoi anche uccidere, non mi importa, ma io ho fame», urlavano alcuni manifestanti. Oltre a decine di feriti e centinaia di arresti, ieri ci sono stati almeno tre morti: due manifestanti a Suez, uno dei quali ucciso da un proiettile di gomma, e un agente di polizia caduto e calpestato dalla folla.

Il successo delle proteste popolari ha sorpreso il raìs, il governo e anche l’opposizione che in parte si è tenuta a distanza dalla strade. A questa storica giornata l’opposizione è giunta divisa. Hanno avuto ragione il gruppo Kifaya e il movimento del «6 aprile», entrambi espressione della società civile, che hanno lavorato per giorni per organizzare, anche grazie a internet, le proteste e non si sono fatti intimidire dalle minacce della polizia che ha compiuto un centinaio di arresti preventivi nella notte tra lunedì e martedì. I due gruppi hanno mobilitato i propri sostenitori ponendo l’accento sulle politiche economiche del regime che stanno affamando un numero crescente di egiziani. Recriminano in queste ore alcuni leader dell’opposizione, come quelli del partito di sinistra Tagammu che avevano chiesto ai propri militanti di rimanere a casa.

Ambigua, come spesso accade, la posizione dei Fratelli musulmani, la più consistente forza di opposizione, che non ha aderito alle manifestazioni anti-Mubarak ma ha lasciato liberi i propri militanti di decidere. E ha avuto torto anche il più noto degli oppositori di Mubarak, Mohammed ElBaradei, che dopo aver rivolto un appello alla «cacciata» del presidente, ha scelto di rimanere all’estero e di non rientrare. «Dopo i brogli ai quali abbiamo assistito alle elezioni parlamentari egiziane e la rivolta tunisina, chi si rifiuta di manifestare (contro il regime) scrive una pagina nera nella nostra storia», ha avvertito Mohammed Abdel Aziz di Kifaya.

Pesa come un macigno anche la decisione della Chiesa copta di vietare ai cristiani di partecipare alle proteste popolari. L’avvocato Neguib Gobriel, attivista dei diritti umani, ha speigato che queste manifestazioni «non portano alcun beneficio» ai copti. «Non viene richiesta l’abolizione di leggi che ci discriminano, non verrà chiesta maggiore libertà per ristrutturare o costruire nuove chiese. Le dimostrazioni di oggi non sono affare nostro», ha detto. Ma forse a tenere i copti lontano dalle piazze è stato soprattutto il favore con cui i cristiani d’Egitto guardano, nonostante tutto, al regime, nel timore che la rivolta contro Mubarak apra la strada al radicalismo religioso.

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