giovedì 9 aprile 2009

OSTACOLI ALLA PACE

Jeff Halper, Ostacoli alla pace.
Una ricontestualizzazione del conflitto israelo-palestinese, Una Città
Recensione di Paola Canarutto
“La ‘pace’ verrà solo quando ‘gli arabi’ dispereranno di ottenere mai uno Stato tutto per loro che sia davvero vitale e sovrano, solo quando acconsentiranno ad una parvenza di Stato che lasci il controllo esclusivo di Israele su tutto il paese. Che sia attraverso il processo di pace di Oslo, o con I ‘passi unilaterali’ di Sharon, Israele persegue ossessivamente e vanamente un approccio ‘win-lose’, in cui cioè ci sia un solo vincitore, per cui bisogna soggiogare I palestinesi una volta per tutte” (pag. 19).
Jeff Halper è il direttore dell’ICAHD, il Comitato israeliano contro la demolizione di case palestinesi. Vive a Gerusalemme, ed in particolare qui opera l’ICAHD – che non solo denuncia le demolizioni di case, come mezzo per cacciare gli abitanti non ebrei dalla città, ma pure si impegna concretamente a ricostruirne alcune.
Per la demolizione di case, Gerusalemme – che per Israele è, ‘completa e unita’, la propria capitale -, è un ottimo punto di osservazione. La distruzione del quartiere al Mughrabi fu uno dei primi atti successivi alla conquista della parte est della città,nel ‘67; una donna morì sotto le macerie. Il vantaggio ottenuto fu di ottenere una grande piazza, in cui gli ebrei possono pregare davanti al Muro del Pianto. E questo è solo un capitolo nel lungo elenco di distruzioni, iniziate nel ‘48 con la costituzione dello Stato, quando furono rasi al suolo centinaia di villaggi arabi, per far sì che gli abitanti palestinesi,una volta cacciati, non vi tornassero. Poi, quelle a cavallo della Linea Verde, a Gerusalemme Est e a Gaza, a partire dal ‘67. Quindi, quelle per colpire i parenti di coloro che avevano osato rispondere con le armi agli attacchi israeliani; e, soprattutto, le distruzioni di case costruite senza permesso.
Dall’inizio dell’intifada al 2005, Israele ha abbattuto, nel corso di operazioni militari, più di 5.000 case. E sono demolite anche le case dei palestinesi che sono cittadini di Israele, quelle dei villaggi che lo Stato non riconosce, anche se sussistono da ben prima che questo fosse creato. Ed i palestinesi, che sono il 20% della popolazione di Israele, vivono confinati sul 3,5% del territorio.
A Gerusalemme, Israele ha deciso che la popolazione araba non deve superare le proporzioni che aveva nel ‘67. Per mantenere questo ‘equilibrio demografico’, ai palestinesi non è concesso costruire se non nelle zone già edificate; intorno alla città, intanto, si costruiscono sempre più colonie, a cui possono accedere solo ebrei. Oggi i palestinesi sono un terzo degli abitanti di Gerusalemme, ma hanno accesso solo al 7% della superficie urbana residenziale. Ed a coloro che, per questa crisi degli alloggi artificialmente creata, vanno a vivere oltre il confine metropolitano, la cartà di identità gerosolomitana – kfakianamente definita come quella dei ‘residenti permanenti’ – viene confiscata; e chi e è privo deve sottostare a tutte le restrizioni imposte agli altri cisgiordani.
A Gerusalemme, le colonie circondano la parte araba della città, impedendone lo sviluppo ed ostacolandone il contatto con il resto della Cisgiordania. Ma il divieto di costruire riguarda pure le aree cisgiordane definite, con gli accordi di Oslo, ‘zona C’, vale a dire sotto il completo controllo israeliano. Anche lì ai palestinesi non sono concesse licenze edilizie, e chi osa procurarsi un tetto sulla testa vive sotto la continua minaccia dell’arrivo dei bulldozer.
Jeff descrive il sistema di controllo, che divide la Cisgiordania in tronconi, dove i palestinesi possono passare da uno all’altro solo se in possesso di un permesso israeliano. Chiarisce il motivo del fallimento degli accordi di Oslo, nel cui periodo di applicazione raddoppiò la popolazione delle colonie. E spiega perché la tanto reclamizzata ‘generosa offerta di Barak a Camp David fu in realtà tutto meno che generosa: i palestinesi sarebbero comunque rimasti sotto il controllo di Israele.
“Tutto ciò richiede una particolare abilità: bisogna garantire ai palestinesi uno Stato indipendente mantenendone di fatto il controllo totale, e convincere la comunità internazionale ad accettare la situazione. Ecco così la ‘Matrice di controllo, un labirinto di leggi, ordini militari, procedure di pianificazione, limitazioni alla libertà di spostamento, burocrazia kafkiana, insediamenti ed infrastrutture che, dietro la facciata di ‘buona amministrazione’, nascondono il controllo israeliano, facendo sparire il tema dell’Occupazione dall’opinione pubblica” (pag. 25).
Soprattutto, Jeff spiega il motivo di base delle angosce dei governi israeliani, che mirano a tenere i territori occupati nella guera del ‘67, ma non gli abitanti. Che hanno un ‘difetto’ fondamentale: non essere ebrei.
Questo ‘problema demografico’ esclude che si possa dare loro la cittadinanza. Se non se ne vogliono andare ‘con le buone’, ‘occorre’ rinchiuderli in dei bantustan. A governare i quali occorre mettere dei leader palestinesi acquiescenti alla volontà israeliana. In questo modo, l’occupazione si è trasformata in apartheid. Ma la situazione dei palestinesi è peggiore di quella dei neri sudafricani, quando governavano i razzisti bianchi: il Sudafrica aveva bisogno della manodopera nera, mentre Israele ha sostituito la manodopera palestinese con immigrati dalla Cina, dalla Thailandia, e così via.
“Poiché entro la fine del decennio i palestinesi potrebbero sorpassare in numero gli ebrei nell’area compresa tra il fiume Giordano ed il Mediterraneo, Israele considera la ‘bomba demografica’ come la principale minaccia alla propria egemonia. Per contrastare questo trend, Israele persegue attive politiche di trasferimento della popolazione: esilio e deportazione, espropriazione della terra, demolizione delle case ecc., tutto ciò per rendere la vita tanto impossibile da indurre la popolazione a un’emigrazione ‘volontaria’.”. Oggi, dopo la vittoria elettorale della destra e dell’estrema destra in Israele, queste parole - scritte nel 2005 – suonano ancora più profetiche, presaghe di un futuro ancora più nero del presente.
Nel fare chiarezza in un mare di disinformazione, voluta dalla propaganda israeliana ed egregiamente propagandata dai nostri media, il libro di Jeff è fondamentale. Sorgono alcuni dubbi nel leggere le soluzioni che prospetta: fallita l’idea dei due stati, data l’espansione delle colonie; negata dalla stragrande maggioranza degli israeliani ebrei, e non apprezzata nemmeno dalla maggior parte dei palestinesi, l’idea di uno stato unico, in cui i primi si troverebbero ben presto in minoranza, ma i secondi resterebbero comunque, almeno per un primo periodo, sottoposti al volere del gruppo ebraico, Jeff propone l’idea di una confederazione, comprendente anche la Giordania. In questo modo, gli ebrei di Israele non dovrebbero temere di diventare minoranza: anche se tornassero dei profughi palestinesi, questi potrebbero avere la cittadinanza di un altro stato della confederazione.
Fiamma Bianchi Bandinelli aveva suggerito, dalle pagine di Una Città, che questa Unione del Medio Oriente dovrebbe trovar sbocco nell’Unione Europea, e tale sembra a tutt’oggi l’ipotesi più ragionevole: Israele cerca continuamente di migliorare i propri rapporti con la UE, mantenendone fuori i palestinesi. Ipotizzare uno sbocco solo medio-orientale alla confederazione – per ora solo ipotetica – equivale secondo me a proiettare anche nel futuro il dominio israeliano sui palestinesi, stante l’alleanza di USA e Israele con la Giordania (e l’Egitto).
Ma queste sono solo ipotesi. La forza del libro di Jeff sta secondo me molto più nella parte in cui espone con estrema chiarezza lo status questionis, piuttosto che in quella in cui propone soluzioni. Perché è questo che manca, soprattutto in Italia: l’informazione. In mancanza di questa, si accetta la vulgata israeliana, secondo la quale la causa dei problemi non è mai l’occupazione, ma il ‘terrorismo’ – parola che comprende gli attacchi palestinesi contro la popolazione civile, ma mai quelli israeliani. Dal terrorismo palestinese Israele proclama di poter fornire scampo solo imponendo ‘misure di sicurezza’, dai posti di blocco al Muro. Jeff, invece, spiega con estrema chiarezza come Israele abbia espropriato il 24% della Cisgiordania e l’89% della Gerusalemme Est araba, confinando i palestinesi in enclave ed espandendo gli insediamenti; come, durante gli accordi di Oslo, abbia creato un massiccio sistema di autostrade, che agevolano il transito dei coloni, creando nel contempo barriere insuperabili ai palestinesi (le cui auto qui non possono transitare); e come si impossessi dello 80% delle risorse idriche cisgiordane, lasciando ai palestinesi solo quel che resta.
Si può solo sperare che un numero maggiore di libri di questa chiarezza sia tradotto in italiano.

mercoledì 8 aprile 2009

LO STATO FORTEZZA

Israele prepara la più grande esercitazione militare della sua storia


Per sensibilizzare la popolazione alla possibilità di uno immininente scontro armato
Israele sta preparando la più grande esercitazione militare della sua storia. Le manovre militari avverrano in circa due mesi e serviranno ad aumentare la consapevolezza tra la popolazone della possibilità di scoppio di una guerra.
Il quotidiano israeliano Haaretz riporta un intervista con il colonello Hilik Sofer nel quale il militare dice "dobbiamo esercitarci per l'eventualità che, durante una guerra, dei missili possano cadere su ogni parte del Paese senza alcun avvertimento". L'Idf, l'esercito israeliano, vuole convincere la popolazione che in una futura guerra l'intero Paese può diventare zona di frontiera. Il colonnello continua spiegando che l'intenzione dell'esercitazione "è di trasformare la popolazione da passiva ad attiva. Noi vogliamo che i cittadini capiscano che una guerra può scoppiare domattina". Sofer dice "L'intera popolazione parteciperà alle esercitazioni, non solo le scuole". L'esercito israeliano è considerato già uno dei più efficenti e dei più grandi al mondo, in proporzione alla popolazione. Ogni maschio al compimento dei 18 anni deve prestare tre anni di servizio militare e ogni ragazza per 2, fanno eccezione solo gli ebrei ultraortodossi che frequntano le scuole rabbiniche, inoltre tutti gli israeliani sono considerati riservisti fino ai 40 anni.

lunedì 6 aprile 2009

8 APRILE GIORNATA MONDIALE DEI ROM E SINTI

Anche in Italia si celebra la Giornata Mondiale dei Rom e Sinti.

Politici, attivisti, uomini di spettacolo, intellettuali al Campidoglio per un incontro memorabile con la cultura e l'orgoglio di un popolo perseguitato. Iniziative anche a Pesaro, Torino e nelle capitali europee

Roma, 5 aprile 2009. Il Coordinamento Nazionale Antidiscriminazione Sa Phrala, la Federazione Rom e Sinti insieme e il Gruppo EveryOne promuovono un’assemblea pubblica il 7 Aprile a Roma dalle ore 9 alle ore 13, presso la Sala della Protomoteca in Campidoglio per la celebrazione della Giornata Mondiale dei Rom e Sinti, istituita nel 1971 a Londra dall’International Romani Union (IRU) organismo non governativo e non territoriale che rappresenta tutti i Rom e Sinti al mondo, con potere di consultazione presso l’ ECOSOC alle Nazioni Unite dal 1979. Nel meeting, cui parteciperanno autorità parlamentari e rappresentanti delle Istituzioni nazionali e internazionali, sarà illustrato il significato della Giornata Mondiale dei Rom e Sinti: l'8 aprile, come è stato dichiarato nel 1971, durante il Primo Congresso che si tenne a Londra. Lo stesso anno fu fondata l’International Romani Union. E' la prima volta che la Giornata Mondiale dei Rom e Sinti viene celebrata in Italia. L’assemblea sarà aperta e conclusa dalle note di “Gelem Gelem”, l'inno dei Rom e Sinti, cantato dalla grande interprete ebrea Miriam Meghnagi. I promotori illustreranno al pubblico il significato della ricorrenza: Santino Spinelli, fondatore del Coordinamento Nazionale Sa Phrala e rappresentante della International Romani Union in Italia; Nazzareno Guarnieri, presidente della Federazione Rom e Sinti; Giulia Di Rocco, Sevla Sejdic, Vladimiro Torre, Sergio Suffer, Graziano Halilovic, Gian Mario Gillio, Gianluca Magagni, Giulio Russo ed EveryOne. "E' l'occasione di dimostrare pubblicamente, soprattutto per i politici, una volontà reale di combattere razzismo e pregiudizio," spiegano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, leader del Gruppo EveryOne, "come prevedono le Direttive europee. Fino ad oggi in Italia non si è fatto nulla per sostenere progetti di emancipazione e integrazione riservati a Rom e Sinti, nonostante si siano spese tante parole. Nei campi, trasformati in ghetti, la popolazione Rom e Sinta vive senza diritti in condizioni disumane. Ma ancora più tragica è la condizione dei cittadini Rom dell'Unione europea, in particolare i romeni, che sono oggetto di sgomberi iniqui, senza alternative di alloggio, di pestaggi, di insulti razziali, di azioni disumane di allontanamento. Vivono come topi, braccati, costretti a incamminarsi verso il nulla - dopo ogni sgombero - in processioni dolenti e senza speranza. La Giornata dei Rom e Sinti deve essere un momento di celebrazione, ma anche un'istanza perché la società italiana interrompa l'orrore della persecuzione razziale e segua le disposizioni dell'Unione europea, riconoscendo finalmente i diritti di un popolo perseguitato". l'8 aprile a Roma, Torino e altre città italiane si terranno iniziative per celebrare la Giornata Mondiale dei Rom e Sinti, in contemporanea con le capitali europee - da Parigi a Praga, da Londra a Berlino - e città storicamente legate alla cultura Rom e Sinta come Marsiglia, Lubiana, Chandigarh. A Pesaro, nel pomeriggio, performance di Land Art del Gruppo Watching The Sky - intitolata "Omaggio a Virgil Calderar, bambino Rom mai nato" - sulla spiaggia cittadina, per ricordare le vittime dell'Olocausto e delle numerose persecuzioni che hanno colpito il popolo Rom e Sinto, fino ai nostri giorni. "La performance sarà videoripresa," dice Ionut Grancea, giovane artista Rom romeno di Watching The Sky, "e presentata al Parlamento europeo e al Comitato contro le discriminazioni delle Nazioni unite,"

Per informazioni:
Coordinamento Sa Phrala - Ogni persona è tuo fratello
info@everyonegroup.com
spithrom@webzone.it
federazioneromsinti@yahoo.it
Tel. 331 3585406

Una famiglia di Gaza

Gaza, tonnellate di aiuti bloccati marciscono al sole.

Mentre nella Striscia di Gaza c'è una popolazione che vive di stenti e muore per la mancanza di prodotti elementari, le autorità egiziane fanno il "lavoro sporco", loro commissionato da Israele, dall'Unione Europea e dagli Stati Uniti, di imperdire il passaggio attraverso il posto di confine di Rafah di una quantità immensa di prodotti, che il senso di giustizia e di umanità di tutto il mondo sta inviando in aiuto del popolo palestinese imprigionato.

E' insopportabile vedere le immagini di questo video , la loro inequivocabile denuncia, e pensare all'ipocrisia con la quale il mondo bugiardo dei "donatori ufficiali", coordinato da Israele, discute su capitali promessi per la "ricostruzione di Gaza", fondi che mai verranno versati a chi di essi necessita per poter sopravvivere.
Di quale "ricostruzione" si blatera quando al porto israeliano di Ashkelon sono giunti dagli Stati Uniti quasi mille container carichi di armamenti e di esplosivi ad alto potenziale?
Quanti massacri dovrà ancora compiere l'esercito "più morale del mondo" prima che i criminali politici e militari che lo comandano possano essere finalmente condannati dal Tribunale Internazionale di Giustizia o da una qualsiasi Corte internazionale istituita a tale fine?

Quando i mezzi di informazione cominceranno a vergognarsi di come hanno sistematicamente taciuto o travisato le notizie delle innumerevoli violazioni dei diritti umanitari compiute dai soldati di Israele?

mariano

Le immagini del video su Repubblica tv mostrano la denuncia di Music for Peace:

http://tv.repubblica.it/copertina/gaza-gli-aiuti-bloccati/31366?video

Valentina Gallo Afflitto

Responsabile Segreteria