domenica 7 ottobre 2018

DOPO IL CATACLISMA



RACCONTO

I bambini sgranarono gli occhi e ammutolirono sgomenti alle parole del maestro. Olmo smise di giocare con le foglie e Gioia di accarezzare l'agnellino che si era avvicinato. L'aria era fresca e pulita e il sole scaldava piacevolmente accarezzando le testoline degli scolari seduti all'aperto. Stavano apprendendo il significato della parola guerra, una pratica usuale agli uomini prima del cataclisma. I piccoli allievi ascoltavano increduli il racconto di bombe e di missili lanciati dagli aerei sulle popolazioni civili inermi. Racconti di distruzione e di odio dove proprio i più vulnerabili, coloro che avrebbero dovuto essere protetti e amati venivano inesorabilmente schiacciati e annientati. All'umanità del dopo cataclisma le parole guerra, odio, sopraffazione, schiavitù, razzismo erano sconosciute, o per lo meno erano sconosciute ai più giovani, per gli altri, coloro che sapevano, avevano perso il loro senso ed erano scomparse dal linguaggio e dal vocabolario. Titanicus non avrebbe voluto rievocarle per i bambini, ma era il maestro di storia ed era suo preciso dovere portare alla loro conoscenza le ragioni che avevano prodotto il grande cataclisma che aveva spazzato i tre quarti del genere umano e sconvolto la faccia della terra. Erano passati solo 50 anni dall'evento, un tempo insignificante per la storia, ma la vita dei sopravvissuti era completamente cambiata. Scomparse erano le centrali nucleari, le basi militari e cessata la produzione di armamenti. Tutto l'ordine sociale era mutato. Non c'erano più organizzazioni statali, né eserciti, né banche. Non c'erano disuguaglianze né povertà né fame e né sete per nessuno. La nuova umanità, molto ridotta nel numero, viveva come una grande unica famiglia e spendeva le proprie energie per migliorare la propria esistenza e quella del pianeta. La produzione dei beni era studiata per soddisfare le necessità di tutti e non per il profitto. Non c'erano né ricchi né poveri. Ognuno contribuiva con la propria intelligenza e con le proprie capacità al benessere collettivo. La cultura, la conoscenza e la consapevolezza venivano promosse e auspicate e nessuno si sentiva inutile, impotente e infelice. Non c'erano carceri e non c'erano gabbie. Scomparsa la violenza era scomparso con essa ogni istinto delittuoso e gli animali, anch'essi ridotti nel numero, vivevano liberi seguendo la loro natura senza la minaccia incombente di essere uccisi e sfruttati. Anche le malattie erano scomparse, assieme all'inquinamento, alle emissioni di gas serra, alla contaminazione dell'aria e dell'acqua. La natura era rifiorita in tutto il suo splendore espandendo la sua bellezza e accrescendo la biodiversità di specie animali e vegetali. A causa della nuova conformazione delle terre il mare era dappertutto e questo rendeva il paesaggio ancora più stupefacente e meraviglioso. Non è che la gente fosse tornata a un sistema di vita semplice e primitivo. Ciò che era cambiato erano i valori e le priorità. Nessuno più desiderava di diventare ricco e di accentrare nelle sue mani più di quanto gli servisse per vivere e per essere felice. La tecnologia non era stata spazzata via, ma il suo uso era solo al servizio del miglioramento della vita di tutti. Titanicus era molto vecchio e ricordava ogni aspetto greve e doloroso del mondo che c'era stato prima. Un mondo in cui imperavano la menzogna e la calunnia usate dai potenti per sopraffare e distruggere intere popolazioni per i loro interessi egoistici. Un mondo in cui si scatenavano guerre e aggressioni da parte di chi aveva tutto per togliere perfino la vita a chi non aveva niente. Un mondo in cui la violenza dilagava in ogni suo aspetto e grado invadendo le menti e avvelenando le masse con l'invidia, il razzismo e l'ignoranza. Dove gli esseri umani vivevano una vita nella confusione e nell'ansia, controllati dai potenti e saturi di ingiustizia. Un mondo senza libertà. Ma c'era anche in quel mondo chi non accettava quelle regole, chi era disposto anche a morire pur di gridare la propria sete di libertà, di vita, pur di affermare la propria dignità e il proprio valore conferitogli dall'universo. Erano il sale della terra e proprio queste persone venivano calunniate e uccise. Una violenza senza fine e una disperazione continua affliggeva il mondo prima del cataclisma. Titanicus ricordava bene i sentimenti di impotenza, di rabbia di tristezza che aveva provato di fronte a tanta disumanità. La prepotenza e l'arroganza dei potenti non aveva limiti e non aveva limiti la loro crudeltà. Sicari ben pagati e organizzati crescevano come i funghi foraggiati dagli stati più violenti e ammazzavano, impiccavano e decapitavano donne e bambini, le madri con i loro figli. Ogni aspetto della società mondiale trasudava violenza e quando un popolo o uno statista cercava di andare controcorrente veniva represso o sostituito con un colpo di stato, oppure annientato con un bombardamento. Gli uomini si erano dati delle regole e delle leggi internazionali, ma nei fatti erano carta straccia e l'unica vera legge era quella del più forte, del più prepotente, del più canaglia. I peggiori tra loro avevano speso molte energie per organizzare un potente apparato atto a divulgare menzogne e per oscurare alle masse le loro malefatte e l'acquiescenza dei più completava l'opera. Ma se gli esseri umani erano ridotti a schiavi e cavie, inconsapevoli perfino di esserlo, la natura a sua volta veniva devastata e snaturata. Tutti i suoi prodotti generosi erano contaminati e distrutti. Perfino i semi diventavano proprietà privata. Le foreste erano rase al suolo per far posto ad allevamenti sterminati di animali che venivano torturati e uccisi, l'aria era tossica le acque inquinate, il pianeta soffocava ed era oppresso e circondato da una fitta nuvola nera di forme pensiero negative. Ma anche dai rottami delle varie navicelle e sonde spaziali che roteavano attorno ad essa con il concreto rischio di colpirla in qualsiasi momento. Mentre i potenti coalizzati, convinti di essere forti ed eterni, preparavano una nuova guerra mondiale con l'intento di usare le armi nucleari, le masse ignare di essere sull'orlo dell'annientamento esultavano per la vittoria della squadra di calcio per cui facevano il tifo. Fu a quel punto che la madre terra esplose in un terremoto mondiale scuotendosi di dosso i piccoli uomini come se fossero state pulci. Interi continenti furono ingoiati dalle acque, tsunami distrussero paesi, la furia della natura ridisegnò la faccia del pianeta. Le terre emerse quando si placò il cataclisma erano molto ridotte e altrettanto ridotto il numero degli esseri viventi sopravvissuto.
Turbato dai ricordi il volto di Titanicus si era oscurato, poi guardò i fanciulli che ascoltavano le sue parole, i loro visi pieni di luce, erano la promessa del futuro. Prima del cataclisma era stato sicuro che non ci sarebbe stata nessuna speranza per l'umanità e che questa specie orgogliosa sarebbe stata così stupida da autodistruggersi trascinando nella sua catastrofe anche tutte le altre specie innocenti e la natura stessa, ma non era stato così. La Mente Universale aveva scelto di favorire l'impegno degli uomini saggi che avevano in tutti i modi cercato di arginare il disastro. Questa nuova umanità era cresciuta anche grazie ad essi, sviluppando capacità, sensi e intuizioni che la chiusura mentale degli uomini del passato non aveva mai avuto. Essi erano soliti usare nella loro quotidianità non solo la razionalità ma anche la fantasia, l'ispirazione, l'intuito ed erano pieni di entusiasmo e di stupore. I loro occhi non guardavano soltanto, ma vedevano e penetravano l'apparenza per giungere all'essenza delle cose. La loro spiritualità era elevata e il loro sodalizio con l'universo, di cui si sentivano parte, perfetto. Un sospiro di sollievo uscì dal petto di Titanicus, per quel giorno aveva istruito abbastanza i bambini sulle atrocità della storia passata della loro specie, perciò sciolse la riunione di studio e i piccoli tornarono a sorridere disperdendosi festanti.

martedì 21 marzo 2017

IL GRANDE GIOCO NUCLEARE IN EUROPA

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Manlio Dinucci


Il siluro lanciato attraverso il New York Times – l’accusa a Mosca di violare il Trattato sulle forze nucleari intermedie (Inf) – ha colpito l’obiettivo: quello di rendere ancora più tesi i rapporti tra Stati uniti e Russia, rallentando o impedendo l’apertura di quel negoziato preannunciato da Trump già nella campagna elettorale.

Il siluro porta la firma di Obama, che nel luglio 2014 (subito dopo il putsch di Piazza Maidan e la conseguente crisi con la Russia) accusava Putin di aver testato un missile nucleare da crociera, denominato SSC-X-8, violando il Trattato Inf del 1987 che proibisce lo schieramento di missili con base a terra e gittata compresa tra 500 e 5500 km.

Secondo quanto dichiarano anonimi funzionari dell’intelligence Usa, ne sono già armati due battaglioni russi, ciascuno dotato di 4 lanciatori mobili e 24 missili a testata nucleare. Prima di lasciare l’anno scorso la sua carica di Comandante supremo alleato in Europa, il generale Breedlove avvertiva che lo schieramento di questo nuovo missile russo «non può restare senza risposta».

Taceva però sul fatto che la Nato tiene schierate in Europa contro la Russia circa 700 testate nucleari statunitensi, francesi e britanniche, quasi tutte pronte al lancio ventiquattro’ore su ventiquattro. E man mano che si è estesa ad Est fin dentro la ex Urss, la Nato ha avvicinato sempre più le sue forze nucleari alla Russia.

Nel quadro di tale strategia si inserisce la decisione, presa dall’amministrazione Obama, di sostituire le 180 bombe nucleari B-61 – installate in Italia (50 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), Germania, Belgio, Olanda e Turchia – con le B61-12: nuove armi nucleari, ciascuna a quattro opzioni di potenza selezionabili a seconda dell’obiettivo da colpire, capaci di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando. Un programma da 10 miliardi di dollari, per cui ogni B61-12 costerà più del suo peso in oro.

Allo stesso tempo gli Usa hanno realizzato in Romania la prima batteria missilistica terrestre della «difesa anti-missile», che sarà seguita da un’altra in Polonia, composta da missili Aegis, già installati a bordo di 4 navi da guerra Usa dislocate nel Mediterraneo e Mar Nero. È il cosiddetto «scudo» la cui funzione è in realtà offensiva: se riuscissero a realizzarlo, Usa e Nato terrebbero la Russia sotto la minaccia di un first strike nucleare, fidando sulla capacità dello «scudo» di neutralizzare la rappresaglia.

Per di più, il sistema di lancio verticale Mk 41 della Lockheed Martin, installato sulle navi e nella base in Romania, è in grado di lanciare, secondo le specifiche tecniche fornite dalla stessa costruttrice, «missili per tutte le missioni», comprese quelle di «attacco contro obiettivi terrestri con missili da crociera Tomahawk», armabili anche di testate nucleari. Mosca ha avvertito che queste batterie, essendo in grado di lanciare anche missili nucleari, costituiscono una violazione del Trattato Inf.

Che cosa fa l’Unione europea in tale situazione? Mentre declama il suo impegno per il disarmo nucleare, sta concependo nei suoi circoli politici quella che il New York Times definisce «una idea prima impensabile: un programma di armamenti nucleari Ue». Secondo tale piano, l’arsenale nucleare francese sarebbe «riprogrammato per proteggere il resto dell’Europa e posto sotto un comune comando europeo», che lo finanzierebbe attraverso un fondo comune. Ciò avverrebbe «se l’Europa non potesse più contare sulla protezione americana».

In altre parole: qualora Trump, accordandosi con Putin, non schierasse più le B61-12 in Europa, ci penserebbe la Ue a proseguire il confronto nucleare con la Russia.

(il manifesto, 14 marzo 2017)

domenica 23 ottobre 2016

Il ruolo di Usa e Nato nel rapporto della Ue con la Cina

Accademia di marxismo presso l’Accademia cinese di scienze sociali
Associazione politico-culturale Marx XXI
Forum Europeo 2016 / La “Via Cinese” e il contesto internazionale
Roma, 15 ottobre 2016

Il ruolo di Usa e Nato nel rapporto della Ue con la Cina

Intervento di Manlio Dinucci


Vado subito al nodo della questione. Penso che non si possa parlare di relazioni tra Unione europea e Cina indipendentemente dall’influenza che gli Stati uniti esercitano sull’Unione europea, direttamente e tramite la Nato.

Oggi 22 dei 28 paesi della Ue (21 su 27 dopo l’uscita della Gran Bretagna dalla UE), con oltre il 90% della popolazione dell’Unione, fanno parte della Nato, riconosciuta dalla Ue quale «fondamento della difesa collettiva». E la Nato è sotto comando Usa: il Comandante supremo alleato in Europa viene sempre nominato dal Presidente degli Stati uniti d’America e sono in mano agli Usa tutti gli altri comandi chiave. La politica estera e militare dell’Unione europea è quindi fondamentalmente subordinata alla strategia statunitense, su cui convergono le maggiori potenze europee.

Tale strategia, chiaramente enunciata nei documenti ufficiali, viene tracciata nel momento storico in cui cambia la situazione mondiale in seguito alla disgregazione dell’Urss. Nel 1991 la Casa Bianca dichiara nella National Security Strategy of the United States: «Gli Stati Uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un'influenza in ogni dimensione - politica, economica e militare - realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana». Nel 1992, nella Defense Planning Guidance, il Pentagono sottolinea: «Il nostro primo obiettivo è impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione le cui risorse sarebbero sufficienti a generare una potenza globale. Queste regioni comprendono l'Europa occidentale, l'Asia orientale, il territorio dell'ex Unione Sovietica, e l'Asia sud-occidentale». Nel 2001, nel rapporto Quadrennial Defense Review – pubblicato una settimana prima della guerra Usa/Nato in Afghanistan, area di prmaria importanza geostrategica nei confronti di Russia e Cina – il Pentagono annuncia: «Esiste la possibilità che emerga in Asia un rivale militare con una formidabile base di risorse. Le nostre forze armate devono mantenere la capacità di imporre la volontà degli Stati uniti a qualsiasi avversario, così da cambiare il regime di uno Stato avversario od occupare un territorio straniero finché gli obiettivi strategici statunitensi non siano realizzati».

In base a tale strategia, la Nato sotto comando Usa ha lanciato la sua offensiva sul fronte orientale: dopo aver demolito con la guerra la Federazione Jugoslava, dal 1999 ad oggi ha inglobato tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre della ex Jugoslavia, tre della ex Urss, e tra poco ne ingloberà altri (a partire da Georgia e Ucraina, questa di fatto già nella Nato), spostando basi e forze, anche nucleari, sempre più a ridosso della Russia. Contemporaneamente, sul fronte meridionale strettamente connesso a quello orientale, la Nato sotto comando Usa ha demolito con la guerra lo Stato libico e ha cercato di fare lo stesso con quello siriano.

Usa e Nato hanno fatto esplodere la crisi ucraina e, accusando la Russia di «destabilizzare la sicurezza europea», hanno trascinato l’Europa in una nuova guerra fredda, voluta soprattutto da Washington (a spese delle economie europee danneggiate dalle sanzioni e controsanzioni) per spezzare i rapporti economici e politici Russia-Ue dannosi per gli interessi statunitensi. Nella stessa strategia rientra il crescente spostamento di forze militari Usa nella regione Asia/Pacifico in funzione anticinese. La U.S. Navy ha annunciato che nel 2020 concentrerà in questa regione il 60% delle sue forze navali e aeree.

La strategia statunitense è focalizzata sul Mar Cinese Meridionale, di cui l’ammiraglio Harris, capo del Comando Usa per il Pacifico, sottolinea l’importanza: da qui passa un commercio marittimo del valore annuo di oltre 5 mila miliardi di dollari, compreso il 25% dell’export mondiale di petrolio e il 50% di quello di gas naturale. Gli Usa vogliono controllare queste rotte in nome di quella che l’ammiraglio Harris definisce «libertà di navigazione fondamentale per il nostro sistema di vita qui negli Stati uniti», accusando la Cina (cito) di «azioni aggressive nel Mar Cinese Meridionale, analoghe a quelle della Russia in Crimea». Per questo la U.S. Navy «pattuglia» il Mar Cinese Meridionale. Sulla scia degli Stati uniti arrivano le maggiori potenze europee: lo scorso luglio la Francia ha sollecitato l’Unione europea a «coordinare il pattugliameto navale del Mar Cinese Meridionale per assicurare una regolare e visibile presenza in queste acque illegalmente reclamate dalla Cina». E mentre gli Stati uniti installano in Corea del Sud sistemi «anti-missile» ma in grado di lanciare anche missili nucleari, analoghi a quelli installati contro la Russia in Romania e prossimamente in Polonia, oltre che a bordo di navi da guerra nel Mediterraneo, il segretario generale della Nato Stoltenberg riceve il 6 ottobre a Bruxelles il ministro degli esteri sudcoreano, per «rafforzare la partnership della Nato con Seul».

Questi e altri fatti dimostrano che in Europa e in Asia viene attuata la stessa strategia. È il tentativo estremo degli Stati uniti e delle altre potenze occidentali di mantenere la supremazia economica, politica e militare, in un mondo in forte trasformazione, in cui emergono nuovi soggetti statuali e sociali. L’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione, nata dall’accordo strategico cino-russo, dispone di risorse e capacità lavorative tali da farne la maggiore area economica integrata del mondo. L’Organizzazione di Shanghai e i Brics sono in grado, con i loro organismi finanziari, di soppiantare in gran parte la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale che, per oltre 70 anni, hanno permesso agli Usa e alle maggiori potenze occidentali di dominare l’economia mondiale attraverso i prestiti-capestro ai paesi indebitati e altri strumenti finanziari. I nuovi organismi possono allo stesso tempo realizzare la dedollarizzazione degli scambi commerciali, togliendo agli Stati uniti la capacità di scaricare il loro debito su altri paesi stampando carta moneta usata cone valuta internazionale dominante.

Per mantenere la loro supremazia, sempre più vacillante, gli Stati uniti usano non solo la forza delle armi, ma altre armi spesso più efficaci di quelle propriamente dette.

La prima arma: i cosiddetti «accordi di libero scambio», come il «Partenariato transatlantico su commercio e investimenti» (TTIP) tra Usa e Ue e il «Partenariato Trans-Pacifico» (TPP), il cui scopo non è solo economico ma geopolitico e geostrategico. Per questo Hillary Clinton definisce il partenariato Usa-Ue «maggiore scopo strategico della nostra alleanza transatlantica», prospettando una «Nato economica» che integri quella politica e militare. Il progetto è chiaro: formare un blocco politico, economico e militare Usa-Ue, sempre sotto comando statunitense, che si contrapponga all’area eurasiatica in ascesa, basata sulla cooperazione tra Cina e Russia, che si contrapponga ai Brics, all’Iran e a qualunque altro paese si sottragga al dominio dell’Occidente. Poiché i negoziati sul Ttip stentano a procedere per contrasti di interesse e per una vasta opposizione in Europa, l’ostacolo viene ora aggirato con l’«Accordo economico e commerciale comprensivo» (CETA) tra Canada e Ue: un Ttip camuffato dato che il Canada fa parte del NAFTA insieme agli Usa. Il CETA sarà probabilmente firmato dalla Ue il prossimo 27 ottobre, durante la visita del primo ministro canadese Trudeau a Bruxelles.

La seconda arma: la penetrazione nei paesi bersaglio per disgregarli dall’interno. Facendo leva sui punti deboli che in varia misura ha ogni paese: la corruzione, l’avidità di denaro, l’arrivismo politico, il secessionismo fomentato da gruppi di potere locali, il fanatismo religioso, la vulnerabilità di vaste masse alla demagogia politica. Facendo leva, in certi casi, anche su un giustificato malcontento popolare per l’operato del proprio governo. Strumenti della penetrazione sono le cosiddette «organizzazioni non-governative», che sono in realtà la longa manus del Dipartimento di stato e della Cia. Quelle che, dotate di ingenti mezzi finanziari, hanno organizzato le «rivoluzioni colorate» nell’Est europeo, e hanno tentato la stessa operazione con la cosiddetta «Umbrella Revolution» a Hong Kong, mirando a fomentare movimenti analoghi in altre zone della Cina abitate da minoranze nazionali. Le stesse che operano in America Latina, con l’obiettivo primario di sovvertire le istituzioni democratiche del Brasile, minando così i Brics dall’interno. Strumenti della stessa strategia sono i gruppi terroristi, tipo quelli armati e infiltrati in Libia e in Siria per seminare il caos, contribuendo alla demolizione di interi Stati attaccati allo stesso tempo dall’esterno.

La terza arma: le «Psyops» (Operazioni psicologiche), lanciate attraverso le catene mediatiche mondiali, che vengono così definite dal Pentagono: «Operazioni pianificate per influenzare attraverso determinate informazioni le emozioni e motivazioni e quindi il comportamento dell’opinione pubblica, di organizzazioni e governi stranieri, così da indurre o rafforzare atteggiamenti favorevoli agli obiettivi prefissi». Con tali operazioni, che preparano l’opinione pubblica all’escalation bellica, si fa apparire la Russia come responsabile delle tensioni in Europa e la Cina come responsabile delle tensioni in Asia, accusandole allo stesso tempo di «violazione dei diritti umani».

Un’ultima considerazione: avendo lavorato a Pechino con mia moglie negli anni Sessanta, contribuendo tra l’altro alla pubblicazione della prima rivista cinese in lingua italiana, ho vissuto una fondamentale esperienza formativa nel momento in cui la Cina – liberatasi appena quindici anni prima dalla condizione coloniale, semicoloniale e semifeudale – era completamente isolata e non riconosciuta dall’Occidente né dalle Nazioni Unite come Stato sovrano. Di quel periodo mi rimane impressa la capacità di resistenza e la coscienza di questo popolo, all’epoca di 600 milioni, impegnato con la guida del Partito comunista a costruire una società su basi economiche e culturali completamente nuove. Penso che tale capacità sia oggi ugualmente necessaria perché la Cina odierna, che sta sviluppando le sue enormi potenzialità, possa resistere ai nuovi piani di dominio imperiale, contribuendo alla lotta decisiva per il futuro dell’umanità: quella per un mondo senza più guerre in cui trionfi la pace indissolubilmente legata alla giustizia sociale.

martedì 27 settembre 2016

Psyop: operazione Siria

L’arte della guerra

Psyop: operazione Siria

Manlio Dinucci


Le «Psyops» (Operazioni psicologiche), cui sono addette speciali unità delle forze armate e dei servizi segreti Usa, sono definite dal Pentagono «operazioni pianificate per influenzare attraverso determinate informazioni le emozioni e motivazioni e quindi il comportamento dell’opinione pubblica, di organizzazioni e governi stranieri, così da indurre o rafforzare atteggiamenti favorevoli agli obiettivi prefissi».

Esattamente lo scopo della colossale psyop politico-mediatica lanciata sulla Siria. Dopo che per cinque anni si è cercato di demolire lo Stato siriano, scardinandolo all’interno con gruppi terroristi armati e infiltrati dall’esterno e provocando oltre 250mila morti, ora che l’operazione militare sta fallendo si lancia quella psicologica per far apparire come aggressori il governo e tutti quei siriani che resistono all’aggressione.

Punta di lancia della psyop è la demonizzazione del presidente Assad (come già fatto con Milosevic e Gheddafi), presentato come un sadico dittatore che gode a bombardare ospedali e sterminare bambini, con l’aiuto dell’amico Putin (dipinto come neo-zar del rinato impero russo).

A tal fine sarà presentata a Roma agli inizi di ottobre, per iniziativa di varie organizzazioni «umanitarie», una mostra fotografica finanziata dalla monarchia assoluta del Qatar e già esposta all’Onu e al Museo dell’olocausto a Washington per iniziativa di Usa, Arabia Saudita e Turchia: essa contiene parte delle 55mila foto che un misterioso disertore siriano, nome in codice Caesar, dice di aver scattato per incarico del governo di Damasco allo scopo di documentare le torture e le uccisioni dei prigioneri, ossia i propri crimini (sull’attendibilità delle foto vedi il report di Sibialiria e l’Antidiplomatico).

Occorre a questo punto un’altra mostra, per esporre tutte le documentazioni che demoliscono le «informazioni» della psyop sulla Siria. Ad esempio, il documento ufficiale dell’Agenzia di intelligence del Pentagono, datato 12 agosto 2012 (desecretato il 18 maggio 2015 per iniziativa di «Judicial Watch»): esso riporta che «i paesi occidentali, gli stati del Golfo e la Turchia sostengono in Siria le forze di opposizione per stabilire un principato salafita nella Siria orientale, cosa voluta dalle potenze che sostengono l’opposizione allo scopo di isolare il regime siriano».

Ciò spiega l’incontro nel maggio 2013 (documentato fotograficamente) tra il senatore Usa John McCain, in Siria per conto della Casa Bianca, e Ibrahim al-Badri, il «califfo» a capo dell’Isis. Spiega anche perché il presidente Obama autorizza segretamente nel 2013 l’operazione «Timber Sycamore», condotta dalla Cia e finanziata da Riyad con milioni di dollari, per armare e addestrare i «ribelli» da infiltrare in Siria (v. il New York Times del 24 gennaio 2016).

Altra documentazione si trova nella mail di Hillary Clinton (declassificata come «case number F-2014-20439, Doc No. C05794498»), nella quale, in veste di segretaria di stato, scrive nel dicembre 2012 che, data la «relazione strategica» Iran-Siria, «il rovesciamento di Assad costituirebbe un immenso beneficio per di Israele, e farebbe anche diminuire il comprensibile timore israeliano di perdere il monopolio nucleare».

Per demolire le «informazioni» della psyop, ci vuole anche una retrospettiva storica di come gli Usa hanno strumentalizzato i curdi fin dalla prima guerra del Golfo nel 1991. Allora per «balcanizzare» l’Iraq, oggi per disgregare la Siria. Le basi aeree installate oggi dagli Usa nell’area curda in Siria servono alla strategia del «divide et impera», che mira non alla liberazione ma all’asservimento dei popoli, compreso quello curdo.

(il manifesto, 27 settembre 2016)

mercoledì 7 settembre 2016

Libia, la grande spartizione


Libia, la grande spartizione
Petrolio, immense riserve d’acqua, miliardi di fondi sovrani. Il bottino sotto le bombe

Manlio Dinucci


«L'Italia valuta positivamente le operazioni aeree avviate oggi dagli Stati uniti su alcuni obiettivi di Daesh a Sirte. Esse avvengono su richiesta del Governo di Unità Nazionale, a sostegno delle forze fedeli al Governo, nel comune obiettivo di contribuire a ristabilire la pace e la sicurezza in Libia»: questo il comunicato diffuso della Farnesina il 1° agosto.

Alla «pace e sicurezza in Libia» ci stanno pensando a Washington, Parigi, Londra e Roma gli stessi che, dopo aver destabilizzato e frantumato con la guerra lo Stato libico, vanno a raccogliere i cocci con la «missione di assistenza internazionale alla Libia». L’idea che hanno traspare attraverso autorevoli voci. Paolo Scaroni, che a capo dell’Eni ha manovrato in Libia tra fazioni e mercenari ed è oggi vicepresidente della Banca Rothschild, ha dichiarato al Corriere della Sera che «occorre finirla con la finzione della Libia», «paese inventato» dal colonialismo italiano. Si deve «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi», spingendo Cirenaica e Fezzan a creare propri governi regionali, eventualmente con l’obiettivo di federarsi nel lungo periodo. Intanto «ognuno gestirebbe le sue fonti energetiche», presenti in Tripolitania e Cirenaica.

È la vecchia politica del colonialismo ottocentesco, aggiornata in funzione neocoloniale dalla strategia Usa/Nato, che ha demolito interi Stati nazionali (Jugoslavia, Libia) e frazionato altri (Iraq, Siria), per controllare i loro territori e le loro risorse. La Libia possiede quasi il 40% del petrolio africano, prezioso per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale, dal cui sfruttamento le multinazionali statunitensi ed europee possono ricavare oggi profitti di gran lunga superiori a quelli che ottenevano prima dallo Stato libico. Per di più, eliminando lo Stato nazionale e trattando separatamente con gruppi al potere in Tripolitania e Cirenaica, possono ottenere la privatizzazione delle riserve energetiche statali e quindi il loro diretto controllo.

Oltre che dell’oro nero, le multinazionali statunitensi ed europee vogliono impadronirsi dell’oro bianco: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana, che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad. Quali possibilità essa offra lo aveva dimostrato lo Stato libico, costruendo acquedotti che trasportavano acqua potabile e per l’irrigazione, milioni di metri cubi al giorno estratti da 1300 pozzi nel deserto, per 1600 km fino alle città costiere, rendendo fertili terre desertiche.

Agli odierni raid aerei Usa in Libia partecipano sia cacciabombardieri che decollano da portaerei nel Mediterraneo e probabilmente da basi in Giordania, sia droni Predator armati di missili Hellfire che decollano da Sigonella. Recitando la parte di Stato sovrano, il governo Renzi «autorizza caso per caso» la partenza di droni armati Usa da Sigonella, mentre il ministro degli esteri Gentiloni precisa che «l'utilizzo delle basi non richiede una specifica comunicazione al parlamento», assicurando che ciò «non è preludio a un intervento militare» in Libia. Quando in realtà l’intervento è già iniziato: forze speciali statunitensi, britanniche e francesi – confermano il Telegraph e Le Monde – operano da tempo segretamente in Libia per sostenere «il governo di unità nazionale del premier Sarraj».

Sbarcando prima o poi ufficialmente in Libia con la motivazione di liberarla dalla presenza dell’Isis, gli Usa e le maggiori potenze europee possono anche riaprire le loro basi militari, chiuse da Gheddafi nel 1970, in una importante posizione geostrategica all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente. Infine, con la «missione di assistenza alla Libia», gli Usa e le maggiori potenze europee si spartiscono il bottino della più grande rapina del secolo: 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici confiscati nel 2011, che potrebbero quadruplicarsi se l’export energetico libico tornasse ai livelli precedenti.

Parte dei fondi sovrani, all’epoca di Gheddafi, venne investita per creare una moneta e organismi finanziari autonomi dell’Unione Africana. Usa e Francia – provano le mail di Hillary Clinton – decisero di bloccare «il piano di Gheddafi di creare una moneta africana», in alternativa al dollaro e al franco Cfa. Fu Hillary Clinton – documenta il New York Times – a convincere Obama a rompere gli indugi. «Il Presidente firmò un documento segreto, che autorizzava una operazione coperta in Libia e la fornitura di armi ai ribelli», compresi gruppi fino a poco prima classificati come terroristi, mentre il Dipartimento di stato diretto dalla Clinton li riconosceva come «legittimo governo della Libia».

Contemporaneamente la Nato sotto comando Usa effettuava l’attacco aeronavale con decine di migliaia di bombe e missili, smantellando lo Stato libico, attaccato allo stesso tempo dall’interno con forze speciali anche del Qatar (grande amico dell’Italia). Il conseguente disastro sociale, che ha fatto più vittime della guerra stessa soprattutto tra i migranti, ha aperto la strada alla riconquista e spartizione della Libia.

(il manifesto, 3 agosto 2016)