giovedì 30 dicembre 2010

Il razzismo ha rialzato la testa, e il pubblico resta impassibile.

Stampare sempre più articoli bigotti non cambia i fatti: il razzismo ha rialzato la testa, con l'incoraggiamento dei nostri leader politici, e la maggior parte di noi resta indifferente.

di Gideon Levy

Tutto questo sta accadendo, e gli israeliani pensano che stiamo parlando di cose banali. Il sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai, descrive la xenofobia degli abitanti della sua città come "comprensibile e giusta”, e il salvatore politico che verrà, l'anchorman Yair Lapid, scrive che se i sudanesi fossero norvegesi, nessuno parlerebbe di razzismo.



Il populismo ossequioso di Lapid, il coscienzioso patrono dei residenti indigenti della sua città, non può coprire la vergogna: se la gente di pelle scura fosse bionda con gli occhi azzurri, non ci sarebbe alcun problema. La prova? Israele ha assorbito centinaia di migliaia di russi non ebrei, biondi con gli occhi azzurri, e nessuno ha protestato, nessuno ha mormorato una parola di biasimo. Chiedete agli etiopi, chiedete agli arabi israeliani, compresi beduini e drusi che servono nelle Forze di Difesa di Israele, e quindi decidete se stiamo parlando di puro razzismo, o di altro.





La gente per la strada farnetica parole di razzismo, e gli esperti spazzano questa immondizia puzzolente sotto il tappeto. I nostri leader sono ancora in piedi, scusandosi di quello che sta accadendo tacendo o con un'adesione meramente formale. Il pubblico, come al solito, è apatico, e la rabbia si incendia, minacciando di bruciare tutta la casa con dentro tutti.

Hai guardato le facce sorridenti dei manifestanti, nel quartiere Hatikva di Tel Aviv, martedì, o hai ascoltato le parole pronunciate quando un ebreo etiope si è alzato a parlare, e gli appelli a bruciare la casa degli stranieri? Credi davvero che questo non sia razzismo? Ascoltate i discorsi sulla nostra società "pura", sull'attenzione al "carattere" di determinate comunità, e sulla diffusione di malattie o di minacce per le giovani donne e chiedetevi: Non sono questi xenofobia e razzismo?

Suona come se lo fosse, sembra che sia, si comporta come se fosse. E lo è. Ma stampare sempre più articoli bigotti non cambia i fatti: il razzismo ha rialzato la testa, con l'incoraggiamento dei nostri leader politici, e la maggior parte di noi resta indifferente. Poche persone si chiedono: è davvero una società in cui vogliamo vivere?

Improvvisamente, gli abitanti di Bat Yam e del quartiere Hatikva sono spaventati e cercano protezione. Una città e un quartiere già noti per la criminalità, e in qualche misura anche conosciuti per essa, spostano le loro paure e i loro guai sullo straniero, anche se gli stranieri, in queste zone, sono meno responsabili del disagio di quanto non lo siano gli stessi residenti.

Così è stato in Europa nel 1930, ed è così da noi ora. Tali dimostrazioni potrebbero accadere in Europa, oggi. solo ad opera di gruppi neo-nazisti e simili; da noi, un sindaco le loda. In Europa ci sarebbero contro-manifestazioni forti. Se l'odio fosse diretto contro gli ebrei, i leader dell'Europa si mobiliterebbero con forti controdimostrazioni. Da noi, non esiste praticamente alcuna risposta.

Questo è ciò che accade quando il "centro" politico è vuoto e immaginario. Lapid e Huldai, Gideon Sa'ar e Tzipi Livni, e, come dato di fatto, la maggior parte degli israeliani, sono maestri della menzogna, della negazione e della repressione. Il danno che fanno non è meno grave di quello provocato dai sobillatori dell'odio, sono complici di un crimine. Ci sono società peggiori della nostra, ma non c'è società più soddisfatta di sé, fiera, condiscendente e cieca ai suoi problemi.

Come al solito, il problema non sono gli estremisti. Essi esistono ovunque. Il problema è un centro politico pieno di apatia e di auto-soddisfazione. Vive con le sue bugie e i suoi divertimenti, e non è per niente preoccupato, ma sempre in cerca dell'emozione successiva. I neri possono spazzare le strade (e scomparire quando hanno fatto il loro lavoro), e gli esperti mendaci possono aiutare la nostra coscienza. Entrambi puliscono la spazzatura ce li lasciamo alle spalle.

Costruiremo campi di detenzione di massa e li chiameremo "aree di attesa". Bandiremo i rifugiati e diremo che questo è "consensuale". Noi continueremo ad essere razzisti e a viverci pacificamente, dopo tutto, Lapid e Huldai hanno detto che è tutto a posto. E se qualcuno osa dire qualcosa su umanesimo, diritti umani e compassione, sarà visto, nel migliore dei casi, come uno dal cuore tenero e, nel peggiore, come un traditore. Basta chiedere a Lapid, stella nascente nei nostri cieli politici.

(traduzione di barbara gagliardi)

mercoledì 29 dicembre 2010

Nuovi attacchi e uccisioni a Gaza

28 dicembre 2010. Ore 22:23 locali.

Quasi a voler sfruttare il periodo delle feste di fine anno e il letargo dell'attenzione dei media verso questo lembo di terra martoriato, continua l'escalation di attacchi israeliani ai civili di Gaza.

Ieri notte navi da guerra israeliana hanno assaltato un peschereccio palestinese, mentre questo si trovava a navigare in acque legalmente riconosciute essere di Gaza. Rapito l'equipaggio di 6 pescatori, dei quali fino ad ora non si ha nessuna notizia.

Questo pomeriggio, soldati israeliani durante una incursione in territorio palestinese hanno sparato alcuni colpi verso alcuni lavoratori impegnati a recuperare materiale edile di riciclo da delle macerie a Est di Gaza. Colpito da una scheggia di proiettile e fortunatamente ferito solo in modo lieve, Mahmoud Mousa Mohammed di 19 anni. Quando i miei compagni dell'ISM lo hanno visitato era ancora visibilmente sotto shock.

L'episodio piu' efferato di attacchi israeliani questa sera a Est di Khan Younis, dove un colpo di carro armato ha ucciso un ragazzo e ferito altri 5 civili.

Nonostante le prime informazioni identificavano la vittima come un guerrigliero della resistenza, testimoni nella zona che ho contattato personalmente poco fa mi hanno confermato trattasi anch'essa di vittima civile.

Domani con i compagni dell'ISM ci rechiamo per un sopraluogo e per offrire la nostra solidarietà ai familiari di questi nuovi lutti di Natale.

Sono probabili bombardamenti aerei nella nottata.

Seguiranno aggiornamenti a questa pagina Facebook:

http://www.facebook.com/pages/Vittorio-Arrigoni/290463280451

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni da Gaza city

27 DICEMBRE 2008, A GAZA IL CIELO SI OSCURO’

Gli aerei israeliani colpirono per tutto il giorno la Striscia. Era l’inizio di «Piombo fuso» che dopo tre settimane avrebbe lasciato sul terreno 1.400 palestinesi morti, tra i quali centinaia di donne e bambini. Oggi a Roma la commemorazione delle vittime.

Gerusalemme, 27 dicembre 2010, Nena News – Apparvero in cielo all’improvviso intorno alle 11.30, le decine di cacciabombardieri israeliani che il 27 dicembre di due anni fa colpirono massicciamente e in più punti la Striscia di Gaza facendo strage in particolare di agenti di polizia riuniti per una cerimonia ufficiale. Ma era solo l’inizio di «Piombo fuso», il nome con il quale è nota l’offensiva israeliana contro Gaza, che in tre settimane avrebbe ucciso oltre 1.400 palestinesi e ferito almeno altri 5mila, in buona parte civili (gli israeliani uccisi furono 13, quasi tutti militari caduti in combattimento o per fuoco amico). Senza dimenticare le molte migliaia di abitazioni distrutte o danneggiate gravemente. Immensi i danni alle infrastrutture civili.

Raduni e commemorazioni per le vittime palestinesi di « Piombo fuso» sono previsti oggi in molte città del mondo, anche a Roma. Stasera alle ore 18, si terra’ una manifestazione con candele e fiaccole in Piazza S. Marco e sulle scale del Campidoglio, che proseguirà in Piazza Navona, dove è stato allestito uno stand della Mezzaluna rossa palestinese. Nelle stesse ore dovrebbe fare ingresso a Gaza la «Carovana dell’Asia» con beni di prima necessità. La carovana era partita da Nuova Delhi in India lo scorso 2 dicembre e ha attraversato Pakistan, Iran, Turchia, Siria, Libano, Giordania ed Egitto.

Nel primo giorno di «Piombo fuso» i morti palestinesi furono stimati tra i 200 e i 300: il giorno con più caduti nei 60 anni di conflitto israelo-palestinese. I feriti furono 700. Tra gli obiettivi colpiti nelle prime fasi degli attacchi gli edifici della pubblica amministrazione e delle forze dell’ordine dipendenti dal governo di Hamas (che dal 2007 controlla Gaza), obiettivo ufficiale dell’offensiva lanciata dal governo israeliano. Tra gli obiettivi colpiti c’è una caserma di polizia in cui stava avvenendo la cerimonia di diploma per i nuovi ufficiali, nel cui bombardamento sono morte circa 40 persone tra cui il comandante della polizia di Gaza, Tawfiq Jaber (alla fine del conflitto saranno 230 i morti tra i membri delle forze dell’ordine dipendenti dal governo di Hamas). Il secondo giorno viene colpita anche anche l’università islamica di Gaza. I palestinesi rispondono con lanci di razzi che causano una vittima e diversi feriti tra gli israeliani.

Nell’arco di tempo che va dal 31 dicembre 2008 al 2 gennaio 2009, i raid di Israele uccidono diverse figure di rilievo di Hamas, tra cui Nizar Rayyan. Il 3 gennaio comincia anche l’attacco di terra, con il sistema sanitario di Gaza al collasso e con 250.000 abitanti senza elettricità e l’acqua corrente limitata. Il 6 gennaio 2009, un raid israeliano colpisce una scuola dell’Unrwa (Onu) adibita a rifugio per civili, facendo 40 morti. Pochi giorni dopo verrà colpito il quartier generale dell’Unrwa mentre si diffondono voci sull’utilizzo da parte di Israele di proiettili con fosforo bianco, confermate dall’indagine svolta dal giudice internazionale Richard Goldstone.

Nella serata del 17 gennaio il gabinetto di sicurezza dello Stato di Israele annuncia un «cessate il fuoco» unilaterale, precisando di aver realizzato e superato gli obiettivi prefissati dell’Operazione Piombo fuso. Cesseranno dunque i bombardamenti, i colpi di artiglieria e le incursioni, ma l’esercito di occupazione non abbandonerà l’area finché verranno lanciati ordigni. Hamas inizialmente non riconosce questa tregua, in quanto nessuna delle sue proposte (tregua di un anno, con possibilità di rinnovo, qualora Israele abbandoni la Striscia entro 5-7 giorni e ponga fine al blocco della Striscia di Gaza) è stata presa in considerazione. Dopo ventidue giorni, oltre 1.400 (tra i quali 410 bambini) vengono uccisi, i feriti invece sono 5.300. Da parte israeliana si calcolano invece 13 vittime, di cui tre civili e quasi 200 i feriti. Ma «Piombo fuso» in realtà non è mai finita. Prosegue il duro assedio israeliano (ed egiziano) di Gaza e nove attivisti turchi sono stati uccisi lo scorso 31 maggio da commando israeliani lanciati all’attacco delle navi della Freedom Flotilla diretta a Gaza con aiuti umanitari. Rimangono inascoltate le raccomandazioni contenute nel rapporto preparato dal giudice Goldstone, ora giudicato un «nemico» dalle autorità israeliane. Nena News

Attacco a Gaza 27 gennaio

lunedì 27 dicembre 2010

Stasera fiaccolata per Gaza

27 dicembre
ore 18 Campidoglio – ore 20 Piazza Navona

Fiaccolata della libertà per ricordare Gaza e le sue vittime
e
per la libertà di manifestare pacificamente per i diritti del popolo palestinese.
A DUE ANNI DAL MASSACRO DI PIOMBO FUSO
mentre Israele bombarda di nuovo e il mondo tace, ricordiamo i 1417 morti tra cui 360 bambini
e
Chiediamo che la comunita internazionale obblighi Israele a rompere l’assedio 
 che affligge la popolazione di Gaza privandola di una vita dignitosa in violazione continua dei
diritti umani.
 
Condanniamo la complicità del nostro governo
Che usa le tasse prelevate ai cittadini e i fondi tagliati alla cultura, alla sanità, all’istruzione  per finanziare armamenti, ricerche ed esercitazioni belliche in collaborazione con Israele.
Mentre studenti, precari e lavoratori italiani hanno visto ridurre servizi e redditi,
milioni di euro sono finiti nell’esercitazione VEGA 2010 che ha coinvolto 600 soldati dell’aeronautica militare e decine di tornados e F16 italiani impiegati nei cieli sardi e israeliani per esercitazioni  che affinano le tecniche di distruzione di massa
rendendo i contribuenti italiani involontari complici dei crimini contro l’umanità.

RICORDIAMO IL MASSACRO DI GAZA
per denunciare silenzi e complicità e per dire a Israele che la resistenza e la solidarieta’ internazionale sono più forti delle sue bombe.
                              
                                RETE ROMANA DI SOLIDARIETÀ COL POPOLO PALESTINESE  
                                     reteromanapalestina@gmail.com

domenica 26 dicembre 2010

Israele augura buon natale!

LE FORZE DI OCCUPAZIONE ISRAELIANE UCCIDONO UN PASTORE
IN BEIT LAHYA

Ieri mattina Salama Abu Hashish, vent'anni, stava facendo pascolare le sue pecore e capre a Beit Lahya, nel nord di Gaza, quando le forze di occupazione israeliane gli hanno sparato senza nessun avvertimento. Il proiettile lo ha colpito alla schiena ed è andato dritto attraverso uno dei suoi reni. È stato sottoposto ad un operazione ed è stato ricoverano in terapia intensiva all'ospedale di Kamal Adwan, dove è morto alle 17.30. Le forze di occupazione non solo hanno strappato una vita alla famiglia Abu Hashish, ma hanno reso vedova una giovane donna di 19 anni ed orfano un neonato che era nato solo la notte precedente. Salama Abu Ashish era appena diventato padre e non ha nemmeno fatto in tempo a dare un nome al suo primo figlio. Altri 3 lavoratori sono stati feriti nel nord di gaza dai proiettili israeliani ieri.

Gli attacchi di ieri confermano un'escalation negli assalti israeliani verso i lavoratori nell'area del confine: solo nelle ultime 5 settimane 40 persone sono state ferite nella buffer zone, un'area “no-go” che corre all'interno dell'area palestinese del confine in una fascia larga da 300 a 500 metri. Secondo le Nazioni Unite, tuttavia, la zona ad alto rischio si allarga fino ai 1000-1500 metri.
L'area totale ammonta al 35% delle terre arabili di Gaza. Secondo il Palestinian Center for Human Rights, 84 lavoratori sono stati feriti nove sono stati uccisi da militari israeliani dal gennaio 2010. Salama Abu Hashish è la decima vittima civile nell'area vicino al confine solo quest'anno

Riad Abu Hashish, lo zio della vittima, ha riferito che Salama portava regolarmente le sue pecore e capre a pascolare nell'area vicino al confine nord. Secondo la sua testimonianza ieri si trovava tra i 150 e i 200 metri dal confine quando è stato colpito da un cecchino delle forze di occupazione israeliane. Poichè l'ambulanza non poteva raggiungere l'area, i raccoglitori di pietre vicini lo hanno portato via su un carretto trainato da un asino.

“Tutto questo è a causa dell'occupazione e della povertà che ha portato aGaza! Lui rischiava andando nella buffer zone perchè non ha altre possibilità per dare da mangiare ai suoi animali”. Ha riferito Riad Abk Hashish sotto shock.

ISM Gaza fa un appello per una fine immediata degli spari a civili innocenti, costretti a fare questo lavoro dall'assedio illegale e esorta la comunità internazionale a fare pressione su Israele affinchè ponga fine a questi attacchi.



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sabato 25 dicembre 2010

Manifestazione a Bi'lin. I soldati non hanno gradito il clima natalizio e hanno risposto con accresciuta violenza entrando fino al villaggio

NATALE A GAZA da Vik

Domani è un Buon-Natale-Funerale qui a Gaza.

Coi compagni dell'ISM ci recheremo ad una veglia funebre per porgere le condoglianze ai genitori di Salama Abu Hashish, pastore di 20 anni, ucciso ieri mattina con un proiettile alla schiena mentre stava pascolando le sue pecore a Beit Lahya, nel Nord della Striscia.

Stay Human

BUON NATALE STILE ISRAELIANO

27 DICEMBRE FIACCOLATA PER RICORDARE "PIOMBO FUSO"

Fiaccolata della libertà per ricordare Gaza e le sue vittime

A due anni dall'aggressione israeliana a Gaza la Rete Romana di
solidarietà con il popolo palestinese torna in piazza il 27 dicembre
2010 con una fiaccolata di pace al Campidoglio, per ricordare i 1417
morti, tra cui 360 bambini, uccisi dall'operazione piombo fuso.
La Rete chiede anche la condanna dell'ultimo assedio disumano della
nostra storia che affligge la popolazione di Gaza privandola di tutto
quanto è necessario a una vita dignitosa e rispettosa dei più elementari
diritti umani. Si ricorda anche a tutti i cittadini (eccetto gli evasori
fiscali) che circa 41 milioni di euro prelevati dalle loro tasse sono
finiti in armamenti e ricerche di carattere bellico, e che Israele ne è
stato tra i beneficiari privilegiati.

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venerdì 24 dicembre 2010

Demolizioni

PALESTINA: QUANDO ARRIVANO LE RUSPE
L’asimmetrico conflitto israelo-palestinese è una lotta per la terra che si consuma metro dopo metro, casa dopo casa, a danno della popolazione palestinese autoctona in patente violazione dei Trattati internazionali e della Convenzione di Ginevra.

DI ANGELO STEFANINI *

Gerusalemme, 24 dicembre 2010, Nena News – “È proibita da parte della Potenza Occupante qualsiasi distruzione di beni immobili o personali appartenenti, a titolo individuale o collettivo, a persone private o allo Stato o ad altre autorità pubbliche o a organizzazioni sociali o cooperative, eccetto laddove tale distruzione sia resa assolutamente necessaria da operazioni militari”. (Art 53, IV Convenzione di Ginevra ,1949)

Il 9 novembre il quotidiano israeliano Haaretz riportava che, nonostante il rimprovero della Casabianca per la ininterrotta costruzione di abitazioni illegali sul territorio palestinese occupato (TPO), il piano israeliano di edificazione di centinaia di nuovi alloggi a Gerusalemme Est proseguiva imperterrito[1]. Contemporaneamente, in quegli stessi giorni, continuavano gli ordini di demolizione di case e di sfratto di famiglie palestinesi nella parte araba della città[2].

L’ICHAD (Comitato Israeliano Contro la Demolizione delle Case) stima che, dal 1967 al 28 luglio 2010, nel TPO siano state demolite 24.813 strutture abitative palestinesi, 2.000 soltanto a Gerusalemme Est. Dall’anno 2000 al gennaio 2009 sono state abbattute 10.105 case, una media di 1.011 all’anno. Il numero di ordini di demolizione ancora da eseguire e’ a tutt’oggi pari a circa 20.000[3].

Le autorità israeliane giustificano la demolizione di case con ragioni o militari (deterrenza e anti-terrorismo) o amministrative per la mancanza di permessi o la violazione di norme abitative. Secondo molte organizzazioni, come Amnesty International e il Comitato Internazionale della Croce Rossa, questi interventi hanno invece due principali motivazioni:

1. infliggere una “punizione collettiva” alla popolazione innocente (comportamento considerato un crimine di guerra dalla 4° Convenzione di Ginevra);

2. appropriarsi di territorio palestinese e, a Gerusalemme Est, modificare la percentuale della popolazione residente a favore della componente ebraica. Il primo tipo di demolizioni avviene soprattutto durante i periodi di conflitto armato; il secondo tipo, più importante in termini numerici e per il suo significato politico, si sta protraendo da decenni con un picco di particolare frequenza in questi ultimi mesi.

L’autorità israeliana persegue come illegali le costruzioni effettuate senza autorizzazione per le quali in genere fa seguire l’ordine di abbattimento. I palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana a Gerusalemme Est e nell’area C della Cisgiordania sono sottoposti a divieti di edificazione talmente rigidi che molte famiglie devono subire la violenza distruttiva delle ruspe e la privazione del diritto ad una casa.

Abitazione palestinese in via di demolizione ad Hebron

Gli Accordi di Oslo (1993) prevedevano che Israele mantenesse per alcuni anni il controllo civile e militare della cosiddetta Area C, equivalente a più del 60% della Cisgiordania. I circa 150.000 palestinesi che vivono in quelle zone soffrono di notevoli restrizioni a costruire e a muoversi liberamente. Migliaia di ettari (il 18% della Cisgiordania), in particolare la Valle del Giordano e le colline a sud di Hebron, sono classificati come “area militare inaccessibile” dove è vietato edificare.

A Gerusalemme Est, area della città occupata nel 1967 e annessa illegalmente nel 1980, Israele ha espropriato il 35% del territorio, circa 24 Kmq, allo scopo di costruire nuovi insediamenti ebraici. Su queste terre il governo israeliano ha finanziato l’edificazione di quasi 50 mila unità residenziali per la popolazione ebraica e meno di 600 per quella palestinese, l’ultima delle quali più di 30 anni fa[4]. Nonostante la popolazione palestinese rappresenti il 30% dell’intera Gerusalemme, essa è confinata sul 7% della superficie della città in abitazioni il più delle volte inadeguate. La maggior parte della terra che rimane nelle mani dei palestinesi, circa 45 Kmq, non è edificabile mentre negli ultimi 40 anni i residenti di Gerusalemme Est sono praticamente quadruplicati (da 69.000 a 273.000). Si stima che la crescita naturale della popolazione palestinese richiederebbe la costruzione di 1.500 unità abitative all’anno, mentre nel 2008 sono stati accordati soltanto 125 permessi che hanno consentito la costruzione di 400 alloggi.

A causa della crescente e soffocante densità abitativa nella parte palestinese della città, che nel 2002 era pari a quattro volte quella della zona ebraica occidentale, per i pochi palestinesi che ancora possiedono un pezzo di terra non rimane che sperare nella remota possibilità di un permesso di costruzione. Quando questo, come nella maggior parte dei casi, non arriva, non rimane che costruire abusivamente.

I palestinesi di Gerusalemme Est sono estremamente vulnerabili agli interventi di demolizione. Delle 46 mila abitazioni del settore orientale della città soltanto 20 mila sono state costruite con la dovuta autorizzazione. In qualsiasi momento, quindi, quasi la metà della popolazione palestinese di Gerusalemme può essere soggetta a sfratto o alla demolizione della propria casa. Il recente Piano regolatore[5], che cita esplicitamente tra i suoi obiettivi quello di mantenere l’”equilibrio demografico” tra residenti ebrei (70%) e palestinesi (30%), prevede 13.550 nuove unità abitative per la popolazione palestinese di Gerusalemme Est, 10 mila delle quali, tuttavia, da costruire soltanto nel 2030.

All’inizio degli anni 90, l’allora sindaco di Gerusalemme, Teddy Kollek, aveva riconosciuto esplicitamente la profonda ingiustizia delle demolizioni per una popolazione costretta a costruire illegalmente per l’assenza quasi totale delle dovute autorizzazioni. Contro la sua volontà di modificare le cose, tuttavia, la destra israeliana al governo aveva istituito un’apposita unità operativa a Gerusalemme Est, tuttora in funzione, che si occupa soltanto delle case abusive della popolazione palestinese. Nessun’altra unità del genere esiste in tutto Israele e nessuna abitazione di proprietà ebraica è mai stata demolita.

Quando arrivano le ruspe, la tragedia raggiunge il culmine. Accompagnate da agenti di polizia e soldati israeliani, le squadre di demolizione possono presentarsi in qualsiasi momento del giorno e della notte, concedendo soltanto un breve preavviso per rimuovere beni e masserizie. Secondo la legge militare israeliana, le famiglie sfollate non hanno diritto a ottenere un alloggio né a essere compensate. Se non vengono ospitate da familiari, amici o organizzazioni caritatevoli, sono abbandonate a se stesse[6].

Casa abbattuta a Beit Hanina (Gerusalemme), foto dal sito www.guardian.co.uk

È difficile quantificare il trauma e la sofferenza che comporta la distruzione della propria abitazione. La casa è più di una semplice struttura fisica e il suo significato è soprattutto simbolico. È il luogo dove si svolge la parte più intima dell’esistenza personale. È il rifugio, la rappresentazione fisica della famiglia e il posto dove si trovano gli oggetti più cari. Nella cultura palestinese la casa possiede un ulteriore significato. I figli che si sposano tendono a fissare la propria residenza accanto alla famiglia di origine allo scopo di preservare non soltanto la vicinanza fisica ma, soprattutto, una continuità nella proprietà della terra dei propri avi. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante per una società agricola e di rifugiati che hanno perduto la casa nativa a seguito dei conflitti del 1948 e del 1967. La demolizione dell’abitazione o la sua espropriazione rappresenta un’ulteriore aggressione all’identità di una persona[7].

Le famiglie le cui case sono demolite spesso non possono permettersene un’altra e devono contare sull’ospitalità di parenti o amici. Il trauma viene percepito in modo diverso da uomini, donne e bambini. L’uomo rimane profondamente umiliato per il senso di impotenza a proteggere la propria famiglia, la perdita dei legami con la terra dei suoi avi, la sua eredità e quella della sua gente. La maggior parte delle donne non lavorano fuori casa, la quale costituisce la loro principale sfera d’influenza ed è lo spazio che appartiene a loro. Esse sono quindi molto più traumatizzate dall’obbligo di trovare un’altra sistemazione, in un territorio altrui in cui non hanno più la responsabilità di gestire spazi e attività familiari. Vedono distrutta la propria immagine e il loro ruolo di mogli e di madri, il ruolo di chi dà praticamente espressione alla vita domestica. Una casa distrutta è come una persona cara che muore, un vuoto che non può essere colmato da soluzioni alternative che, in genere, si rivelano disastrose. Una donna costretta a sistemarsi in un’altra famiglia va ad occupare l’ambito vitale di un’altra donna (la madre o la cognata) e perde inevitabilmente il controllo su marito e figli[8]. La perdita della privacy causa spesso un aumento dei conflitti tra i membri della famiglia con un’esplosione della violenza domestica.

Salwa, 28 anni, così esprime la sua tragedia personale: “La gente potrà anche provare dispiacere quando sente il frastuono della demolizione, ma pensi che qualcuno sia capace di sentire la demolizione dei nostri cuori? dei nostri sogni? dei nostri programmi futuri? Credo che queste voci non siano mai udite. Pensi che si siano accorti della mia paura, della mia agonia, del mio orrore? Niente affatto. Paura, agonia, orrore non hanno voce, non fanno rumore, e l’occupazione militare non ha occhi, non ha moralità, non ha coscienza, non ha Dio”[9].

Nei bambini il trauma della demolizione della casa lascia un marchio indelebile che dura tutta la vita. Già nei mesi che precedono l’intervento demolitivo essi sono testimoni della paura e del senso di inadeguatezza dei propri genitori che vivono costantemente in un’atmosfera di insicurezza. All’arrivo delle squadre di demolizione, vedono i propri cari sottoposti a violenze e umiliati, circondati dal fragore delle ruspe che sradicano e distruggono la loro dimora, il loro mondo, i loro giocattoli. La presenza di decine di poliziotti, assistiti da soldati in tenuta da combattimento, disegna nella mente del bambino un quadro dei propri genitori come pericolosi criminali. Questo processo ha un enorme impatto sulle condizioni psichiche e fisiche di tutti membri della famiglia, non soltanto dei bambini.

La demolizione della casa è seguita da lunghi periodi di instabilità della famiglia. Secondo uno studio della ONG Save the Children[10], la maggior parte delle famiglie impiegano almeno due anni prima di trovare un luogo di residenza permanente. Un’altra ricerca rivela il profondo impatto psicologico sulle donne che tendono a sviluppare sintomi depressivi di vario tipo[11]. Altri studi hanno descritto gli effetti deleteri sui bambini che si manifestano con disturbi emotivi e comportamentali[12]. Le maggiori fonti di tensione nella famiglia sono, per i bambini, la sensazione di essere abbandonati e, per i genitori, la comparsa della depressione.

Meir Margalit

Commenta Meir Margalit, storico israeliano della comunità ebraica in Palestina ed ex-sionista radicale, “Non c’è nessun dubbio: il bulldozer prende posto accanto al carro armato come simbolo del modo in cui Israele si relaziona con i palestinesi. Entrambi i simboli dovrebbero comparire sulla bandiera nazionale. Entrambi sono espressione dell’aggressione che ha preso il sopravvento dell’esperienza nazionale israeliana. L’uno completa l’altro. Entrambi simbolizzano il lato oscuro del progetto che Israele sta portando avanti di sradicare ed espellere i palestinesi dalle terre in cui si trovano”[13].

Sia sul territorio israeliano sia nel TPO, Israele è vincolato dalla legislazione internazionale inclusi quei trattati internazionali sui diritti umani di cui Israele è uno Stato firmatario (State Party), come il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e la Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione Razziale. Nel Territorio Occupato, inoltre, la condotta di Israele come potenza occupante deve conformarsi ai dettati della legislazione umanitaria internazionale che si applica in tutti i casi di occupazione militare, compresa la 4° Convenzione di Ginevra relativa alla Protezione delle Persone Civili in Tempo di Guerra. Israele è l’unico Stato appartenente all’ONU che rifiuta di riconoscere i propri obblighi nei confronti della Convenzione di Ginevra nonostante le sconfessioni e le condanne ricevute in varie sedi dalla comunità internazionale, in particolare la Corte Internazionale di Giustizia[14].

* Angelo Stefanini. Centro Studi e Ricerche sulla Salute Internazionale e
Interculturale, Universita’ di Bologna. Coordinatore Sanitario Cooperazione Italiana – Gerusalemme.

giovedì 23 dicembre 2010

ESCALATION DI ATTACCHI SU GAZA

Gerusalemme, 22 dicembre 2010 Nena News (foto da Thecornerreport)- Due nuovi feriti ieri a Gaza, nell’area di Khan Younis, in seguito agli attacchi dell' aviazione militare israeliana, il secondo raid della giornata, secondo fonti palestinesi. Ma è da un mese che i raid israeliani si sono intensificati sia a nord che a sud della Striscia, in risposta, secondo quanto dichiarato dai vertici militari israeliani, ai razzi lanciati alle comunità che vivono lungo il confine e agli attacchi contro le truppe, sempre presenti lungo e dentro Gaza. In seguito al razzo Qassam lanciato dalla Striscia e atterrato a pochi metri dall&rs! quo;asilo di un kibbutz nei pressi di Ashkelon, aumenta il timore che possa incrementarsi l’escalation di violenza, a pochi giorni dalle feste natalizie che riportano alla memoria la tragedia di Operazione Piombo Fuso, l’attacco delle forze israeliane sulla Striscia di Gaza di due anni fa che ha provocato più di 1400 vittime della popolazione civile palestinese. Altri quattro attacchi aerei sono stati condotti, secondo le fonti di Al Jazeera , tra lunedi e martedi a nord della Striscia sul campo profughi di Jabailya e sui centri abitati di Beit Lahya, Beit Hanoun e Zeitoun. Sabato notte le forze militari israeliane hanno ucciso 5 miliziani : uno degli attacchi che ha provocato più vittime da Operazione Piombo Fuso. Il capo dell’esercito israeliano Gabi Ashkenazi ha definito i raid di questi giorni “volti a colpire obiettivi di Hamas, alla luce dell’aumento del lancio di Qassam sulle comunità lungo il confine e contr! o le truppe israeliane delle ultime due settimane”. Sebb! ene dietro al lancio dei Qassam di questi giorni e agli attacchi alle jeep e ai mezzi blindati ci sarebbero la Jihad islamica e altri gruppi, Ashkenazi crede che “questi militanti abbiano solo risposto a ordini e segnali lanciati da Hamas”. Secondo i commenti e gli editoriali apparsi sulla stampa israeliana, Hamas, starebbe cercando di “cambiare le regole del gioco”, con Israele che tenta di riportare lo stato di calma piatta, cosi come è stato almeno per un anno dopo Operazione Piombo Fuso. Secondo gli editorialisti di Ha’aretz, Avi Issacharoff e Amos Harel, sebbene Hamas stia giocando un ruolo limitato nel lancio di Qassam di questi ultimi giorni, il fatto che dia il via libero indirettamente ad azioni portate avanti da altri gruppi palestinesi, rappresenterebbe la volontà di testare la risposta di Israele e di ritagliarsi degli spazi di azione senza arrivare a un confronto diretto e più ampio. Da Gaza, invec! e i commenti politici indicano che Hamas lavorerà per riportare la calma e ripristinare lo status quo. Mentre l’attenzione è concentrata sull’escalation degli attacchi da parte della aeronautica militare da un lato e sul lancio dei Qassam dall’altro, tanto che l’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Meron Reuben ha presentato questa mattina un appello ufficiale al Segretario Generale ONU Ban Ki-Moon e al Consiglio di Sicurezza in merito al lancio del razzo sull’area di Ashkelon, chiedendo alla comunità internazionale di inviare “un messaggio chiaro e risoluto” al governo di Hamas, poco si sente parlare delle ennesime uccisioni e ferimenti di civili palestinesi al confine con Israele. Solo a novembre secondo il rapporto mensile di OCHA, Ufficio di coordinamento umanitario delle Nazioni Unite nei territori palestinesi, sono 26 i civili palestinesi feriti dalle forze militari israeliane, di cui 18 lungo! il confine. Spesso adolescenti e ragazzini che cercano di soprav! vivere racimolando asfalto o altri materiali da costruzione dalle zone vicine al confine, per rivenderlo. Oppure contadini, costretti a coltivare le proprie terre nell’area controllata da Israele, con accesso ristretto e limitato, zone che costituiscono il 35% della terra agricola di Gaza. I ferimenti e le uccisioni avvengono, secondo i dati OCHA, per le continue restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi, in aree collocate fino a oltre 1500 metri dalla barriera che delimita il confine, un’area che comprende il 17% dell’intero territorio della Striscia. Restrizioni alla libertà di movimento che continuano anche sulle miglia nautiche: sempre secondo OCHA nel 2010 Israele ha ucciso tre pescatori e ne ha feriti 7. L’alleggerimento del blocco totale imposto a Gaza, non cambia la crisi abitativa che costringe intere famiglie Gazaui a vivere ammassate le une sulle altre o senzatetto, dice oggi il lancio dell! ’agenzia Irin dell’ONU, perchè rimane limitato l'ingresso dei materiali da costruzione. Sempre secondo OCHA, le attuali restrizioni sull’ingresso dei materiali da costruzione, l’impedimento imposto al movimento dei civili cosi come la limitazione sull’export, non hanno di fatto modificato la crisi umanitaria di Gaza né migliorato le drammatiche condizioni economiche in cui versa la popolazione. Anche i materiali da costruzione che entrano attraverso i tunnel con l’Egitto non sono sufficienti a coprire il fabbisogno della popolazione locale: c'è un immediato bisogno di almeno 86.000 abitazioni. E le restrizioni applicate dai donatori europei e statunitensi vietano alle agenzie internazionali di utilizzare materiali contrabbandati attraverso i tunnel. Il che significa lasciare nella miseria miglia di famiglie palestinesi, ancora senza casa, a due anni da Operazione Piombo Fuso. (red Nena News)

Bomba su Gaza

mercoledì 22 dicembre 2010

27 DICEMBRE FIACCOLATA PER RICORDARE "PIOMBO FUSO"

Rete Romana d i Solidarietà con il Popolo Palestines e

Luned 27 dicembr e
or e 18 Piazz a de L Campidoglio

reteromanapalestin @gmai .
Vita terra e libert à per i popolo palestines e

FIACCOLATA PER RICORDARE LE VITTIME DELL'OPERAZIONE "PIOMBO FUSO"

PER LA LIBERTÀ DI MANIFESTARE PER LA PALESTINA
A ROMA E NEL MONDO

ORE 20 PIAZZA NAVONA
foto, video, informazioni
nel secondo anniversario dei bombardamenti
sulla popolazion e d i Gaza

SCENDIAMO IN PIAZZA PER LA PALESTINA!

Da Vik ultime notizie da Gaza. Il 27 dicembre fiaccolata per ricordare piombo fuso e i prigionieri

18:23

Una sola parola. BOICOTTARE ISRAELE.

http://bdsmovement.net/



Ore 17 30 locali.

Altri missili su Khan Younis e di nuovo su Rafah.

Per il momento si contano 4 feriti, ma il bilancio e' certamente destinato a crescere.

http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=344173



Ore 16 45.

10 minuti fa aerei da guerra hanno bombardato Rafah, apparentemente un luogo di esercitazione delle Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio harmato di Hamas



0re 15:32 locali

Altri bombardamenti certi, e pesanti, previsti nelle prossime 12 ore.

Tutti i palazzi governativi sono stati evacuati,

dopo le bombe di ieri notte, il piu' massiccio attacco aereo dopo gennaio 2009.

Non siamo alle porte di un nuovo Piombo Fuso, ma e' dinnanzi ai nostri occhi, lampante

una escalation in corso.

Il piombo non e’ piu’ fuso ma continua a piombarci addosso a intervalli regolari.



Ore 00 29 locali: la Striscia di Gaza sotto pesanti bombardamenti aerei da Sud a Nord.

7 attacchi lungo tutta la Striscia.

Caccia f 16 hanno colpito Rafah, 3 volte Khan Younis e poi a Nord Beit Lahia e Jabalya.

Nel centro della Striscia colpita una fabbrica di latte.

Per il momento si contano 3 palestinesi feriti, di cui uno molto grave, a cui hanno dovuto amputare una gamba.



Panico fra la popolazione civile.

Seguiranno aggiornamenti.

Stay Human

Vittorio Arrigoni da Gaza city

Palestina occupata

Costanti aggiornamenti qui:

http://www.facebook.com/pages/Vittorio-Arrigoni/290463280451

Ancora bombardamenti su Gaza. Comunicato dell'ass. AMLRP

PER NON DIMENTICARE GAZA
A DUE ANNI DAL MASSACRO DI PIOMBO FUSO
ISRAELE BOMBARDA DI NUOVO
*
DEMOCRATICI DI TUTTO IL MONDO
lo sapete che il terrore che viaggia sugli F16 ha nuovamente svegliato i bambini scampati al fosforo bianco?
DEMOCRATICI DI TUTTO IL MONDO
Lo sapete che il 10 dicembre si è conclusa l’esercitazione “VEGA 2010” in cui gli STORMI ITALIANI (di Grosseto, di Trapani, di Piacenza, di Pisa, di Foggia, Treviso e Cagliari) e quelli ISRAELIANI e NATO si sono esercitati insieme con grande dispendio economico prelevando i fondi dalle nostre tasse e dai tagli ai servizi e alla cultura?
DEMOCRATICI DI TUTTO IL MONDO
Lo sapete che il 19 e il 20 dicembre quelle esercitazioni sono state messe in pratica fruttando i primi morti, feriti e terrorizzati nella striscia di Gaza già assediata?
NO, questo NON LO SAPETE perché i nostri democratici giornali non ce l’hanno scritto.
DEMOCRATICI DI TUTTO IL MONDO
Informatevi e scoprirete quanti bambini, quante donne e quanti uomini hanno goduto della nostra Irpef e delle nostre tasse sotto forma di missili, dime, cluster, uranio, fosforo bianco.
DEMOCRATICI DI TUTTO IL MONDO
Se domani un soldato israeliano verrà arrestato o ferito, i nostri giornali si riempiranno di lacrime e voi, ora silenziosi… chiederete la pace!
Ma oggi? Dove stanno, dove state oggi? 360 bambini bruciati vivi dai soldati israeliani chiedono di
ALZARE LE NOSTRE VOCI CONTRO QUESTI CRIMINI,
contro chi li commette, chi li commissiona e chi li copre con la complicita’ o col silenzio.

Non vogliamo più vedere le nostre ambulanze schiacciate dai carriarmati, i nostri medici e infermieri uccisi “dall’esercito più democratico del Medioriente”, le armi di distruzione di massa usate col consenso dei governi sedicenti democratici
RICORDIAMO IL MASSACRO DI GAZA
per denunciare silenzi e complicita’ e per dire a Israele che la resistenza e la solidarieta’ internazionale sono piu’ forti delle sue bombe.
Associazione Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese
info@palestinamezzalunarossa.org

martedì 21 dicembre 2010

Alla faccia della gratitudine!

Non c'è che dire, Israele sa come festeggiare in allegria la festa di Hanukkah. Due anni fa bruciò 1500 persone a Gaza quest'anno si è accontentato del monte Carmelo. Non sempre si possono fare le cose in grande e certo 40 morti sono ben poca cosa di fronte a 1500, ma l'illuminazione è stata comunque garantita.
Essendo sprovvisto di qualsiasi sistema di difesa e di sicurezza civile, avendo speso i soldi per sistemi di offesa e sicurezza militare il chè non si traduce certo in sicurezza per i cittadini, ha dovuto gridare AL fuoco Al fuoco! Il fuoco poi se lo era acceso con i suoi comportamenti ambientali che tanto vernicia di ecologico, come le foreste finte che ricoprono i villaggi palestinesi distrutti, se in Palestina non sono mai cresciuti i pini, perchè ve li hanno piantati? Israele si comporta come quei bambini o quei pazzi che sanno molto bene appiccare gli incendi ma molto male spegnerli.
Al grido di aiuto hanno risposto in molti, compreso l'AP che ha mandato una squadra di pompieri.
Così mentre gli israeliani bruciano i palestinesi, i palestinesi hanno contribuito a spegnere gli israeliani che bruciavano. E fin qui tutto bene. Netanjau ha detto grazie e arivederci. Dopodichè Israele ha avuto la faccia tosta di affermare che l'incendio era doloso e che era stato appiccato...dai palestinesi, che uno dice "bella graditudine" ma si sa ogni occasione è buona e va sfruttata. Solo che la bufala è così grossa che scoppia.
POi ci doveva essere una cerimonia per ringraziare quelli che si erano dati da fare, ma sentite come è andata a finire per i palestinesi:

Notizie da Israele: divieto d'accesso ai palestinesi che ti hanno aiutato!

Domenica 19 Dicembre 2010 15:57

Guerre Contro
15.12.2010
http://guerrecontro.altervista.org/blog/?p=5894

Aiutano a spegnere il fuoco ma: “Non potete entrare!”



Nel corso dell’incendio che ha devastato il Monte Carmelo la settimana scorsa, Israele si era trovato impreparato e in grande difficoltà, con il fuoco favorito dal vento, mesi di siccità, mancanza di uomini, preparazione e di mezzi. In suo soccorso si erano attivati diversi paesi, tra cui l’Italia. Da parte sua, l’Autorità nazionale palestinese aveva inviato da Ramallah una squadra di vigili del fuoco per aiutare a domare l’incendio.



Ieri era prevista una cerimonia per ringraziare tutti coloro che si erano prodigati ma è stata annullata. Erano stati invitati 10 vigili del fuoco palestinesi ma solo 7 erano riusciti a passare i posti di blocco alla frontiera, in quanto a 3 di loro è stato negato dalle autorità militari il permesso d’ingresso per motivi di sicurezza. Una assurdità dato che per motivi di sicurezza i tre abitanti della West Bank avevano aiutato Israele a spegnere l’incendio che ha lasciato sul terreno 41 vittime, centinaia di intossicati e ettari di bosco distrutti.

Rizek Ahmed, il Capo dei vigili del fuoco palestinese, il cui permesso è arrivato troppo tardi per permettergli di partecipare alla cerimonia, ha affermato che il rifiuto dei permessi d’ ingresso senza un motivo apparente sono di routine per molti palestinesi, ma lui e il suo staff sono rimasti in questa occasione sbigottiti quando hanno appreso che non a tutti era concesso di entrare in Israele.

Dopo l’accaduto l’esercito israeliano si è giustificato per la pessima figura attribuendo l’accaduto ad un ‘errore tecnico’. In realtà, questa situazione paradossale è la spia rivelatrice di quello che succede normalmente 365 giorni all’anno. In realtà, i permessi vengono concessi o negati seguendo il principio della più totale arbitrarietà.

Ahmad Tipi, un parlamentare arabo-israeliano della Knesset non ha potuto fare altro che annullare l’evento che aveva contribuito ad organizzare.

CHI PROTEGGE I BAMBINI PALESTINESI?

Nello scorso anno a Gerusalemme sono state aperte cause legali contro piu' di 1.200 minori palestinesi accusati di avere lanciato sassi contro la polizia, quasi il doppio degli arrestati l'anno precedente nel territorio dell'intera Cisgiordania.

di Nunzio Corona


Gerusalemme – Aumentano in queste ultime settimane le preoccupazioni per il livello di violenza cui sono sottoposti i bambini palestinesi dalle forze di sicurezza israeliane. Nena-News del 13 dicembre riferiva dei “Bambini nel mirino” nel martoriato quartiere di Silwan a Gerusalemme Est[1] riportando quanto documentato dall’organizzazione israeliana B’Tselem[2]: arresti e violenze su giovani minorenni in totale violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e della stessa legge israeliana.



Lo stesso giorno Amira Hass sul quotidiano israeliano Haaretz[3] riferiva della grande risonanza che questi fatti stanno avendo in Gran Bretagna dove il 7 dicembre un dibattito parlamentare stigmatizzava il trattamento riservato ai detenuti palestinesi minorenni. Un portavoce del governo britannico rilevava in quella sede come “troppo spesso non riceviamo risposte alle pressioni” che facciamo su Israele. Le motivazioni sono in genere insoddisfacenti e si rifanno a generiche questioni di sicurezza.

Nello scorso anno a Gerusalemme sono state aperte cause legali contro piu’ di 1200 minori palestinesi accusati di avere lanciato sassi contro la polizia, quasi il doppio degli arrestati l’anno precedente nel territorio dell’intera Cisgiordania. Lo riferisce l‘Associazione per i Diritti Umani in Israele (ACRI),[4] che documenta la violenza con cui le forze israeliane calpestano i diritti legali dei bambini lasciando molti di loro con profondi traumi emotivi. Le testimonianze raccolte rivelano come il piu’ delle volte i bambini sono arrestati in incursioni a notte fonda, ammanettati e interrogati per ore senza la presenza di un genitore o un avvocato. In molti casi i bambini riferiscono di avere subito violenze e minacce.

Defence for Children International (DCI) ha documentato casi di tortura sui bambini. “Per la prima volta…tre casi (documentati) di bambini che hanno riferito di avere subito shock elettrici da parte di agenti israeliani nella colonia di Ariel”. Erano accusati di lanciare sassi. L’applicazione di shock elettrico ha portato ad una confessione anche se i ragazzi insistono sulla loro innocenza. DCI e il Comitato Pubblico contro la Tortura in Israele (PACBI) hanno sollecitato le autorita’ israeliane a condurre un’inchiesta sui fatti riferiti riguardanti l’”applicazione di cavi da batteria di automobile ai genitali di un ragazzo di 14 anni per costringerlo a confessare di aver lanciato sassi.”[5]

Le Nazioni Unite sono consapevoli della vulnerabilita’ dei bambini alla violenza politica in situazioni di conflitto e ne chiedono conto ai propri Stati Membri. Le Osservazioni Conclusive della 53ma sessione (Gennaio 2010) della Commissione sui Diritti del Bambino sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati[6] sono estremamente severe sul Rapporto presentato dallo Stato di Israele. Sottolineando come la “legislazione di Israele continui a discriminare nella definizione di bambino tra i bambini israeliani (sotto i 18 anni) e i bambini palestinesi nel Territorio Palestinese Occupato – TPO (sotto i 16 anni)”, le “gravi preoccupazioni” espresse dalla Commissione vanno dalle “violazioni al diritto alla vita, sopravvivenza e sviluppo dei bambini all’interno della giurisdizione dello Stato”, alle “serie violazioni sofferte dai bambini durante l’Operazione Piombo Fuso a Gaza… a causa della violenza sproporzionata, l’assenza di distinzione per la popolazione civile e gli ostacoli posti agli aiuti umanitari e medici”; al “reiterato rifiuto di Israele di fornire qualsiasi informazione sulla situazione dei bambini nel TPO”; alla “pratica persistente secondo cui bambini palestinesi sono usati come scudi umani e come informatori a scopo spionistico”; alla “violazione degli standard internazionali nella amministrazione della giustizia minorile e il diritto a un giusto processo.” E prosegue: “La Commissione e’ gravemente preoccupata dei piu’ di 2000 bambini, alcuni di 12 anni, accusati di reati contro la sicurezza tra il 2005 e il 2009, detenuti senza capo d’imputazione fino a 8 giorni e perseguiti penalmente in tribunali militari… soggetti a lunghi periodi in isolamento e ad abusi in condizioni disumane e degradanti [con] inadeguata rappresentanza legale..[e senza la possibilita' di] visite familiari poiche’ ai parenti e’ negato l’ingresso in Israele.”

[Gaza-bambini]

Cosa si fa per proteggere questi bambini dalla violenza politica? La protezione dei minori e’ responsabilita’ dello Stato, ma nel contesto della lunghissima occupazione militare israeliana e in assenza di uno Stato sovrano palestinese il dovere di proteggere i bambini e di assicurare il loro benessere ricade soprattutto sulle organizzazioni internazionali e le Agenzie delle Nazioni Unite. Un recente (Settembre 2010) Rapporto[7] del Centro Studi sui Rifugiati, Universita’ di Oxford, dal titolo “Proteggere i bambini palestinesi dalla violenza politica” descrive come la comunita’ internazionale abbia finora fallito miseramente in questo compito a causa della tendenza dominante a focalizzarsi su interventi di tipo riparativo anziche’ sulla prevenzione, preoccupata soprattutto di evitare questioni politiche con lo Stato di Israele e i suoi sostenitori.

Tipico e’ il caso dell’UNICEF, il Fondo della Nazioni Unite per i bambini: ” Il rapporto stretto e dipendente che molte organizzazioni per la protezione dei bambini intrattengono con i maggiori governi occidentali significa che il loro lavoro e’ di conseguenza condizionato. Per esempio, la presunta riluttanza dell’UNICEF a prendere posizioni pubbliche nei confronti delle violazioni compiute da Israele, quale firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite per i Diritti del Bambino e di altri strumenti giuridici internazionali, viene attribuita da diversi intervistati soprattutto al timore di alienare donatori e politici influenti negli Stati Uniti dove la lobby pro-israeliana gode di un potere immenso.” (pag.31). Un ex-dirigente di UNICEF nel TPO ammette:” Riguardo a quello che era consentito dire sulla violazione dei diritti dei bambini si riceveva piu’ pressioni da New York [Quartiere Generale di UNICEF] che dallo stesso Governo israeliano.”

Anziche’ farsi incessanti promotrici della eliminazione della minaccia della violenza dello Stato israeliana e dei coloni dalle strade, dalle scuole e dalle case dove sono i bambini, le organizzazioni internazionali preferiscono spendere la maggior parte delle loro energie e dei loro fondi per identificare luoghi dove i bambini palestinesi possano usufruire di attivita’ psico-sociali di dubbio impatto o di sempre piu’ inconsistenti opportunita’ educative e culturali. “Esistono scarse prove,” affermano gli autori, “che i principali donatori, come l’Unione Europea, i governi della Gran Gretagna e degli Stati Uniti, siano disposti a intraprendere quel genere di azioni che sono necessarie a livello politico” (pag. 33) per contrastare le sistematiche violazioni al diritto internazionale che hanno un impatto cosi’ devastante sulla vita dei bambini e delle loro famiglie.

La crisi dei diritti umani che stanno pagando i bambini palestinesi richiede che la comunita’ internazionale si concentri sulle cause anziche’ sugli effetti della violenza sui minori. Di conseguenza, conclude il Rapporto dell’universita’ di Oxford, nonostante l’ammirevole lavoro che stanno facendo, le agenzie che lavorano per la protezione dei minori dovrebbero essere valutate in base alla loro efficacia nel prevenire i danni della violenza politica sui bambini palestinesi. Allo stesso tempo, la loro mancanza di volonta’ ad andare oltre azioni di tipo semplicemente migliorativo, come gli interventi psico-sociali, dovrebbe essere oggetto di attenta discussione critica. Nena News
[1] Barbara Antonelli, I Love You Silwan: Bambini Nel Mirino. http://www.nena-news.com/?p=5613



[2] B’Tselem, Caution: Children Ahead. The Illegal Behavior of the Police toward Minors in Silwan Suspected of Stone Throwing. http://www.btselem.org/Download/201012_Caution_Children_Ahead_Eng.pdf

[3] Amira Hass, Otherwise Occupied / Labour is concerned..http://www.haaretz.com/print-edition/features/otherwise-occupied-labour-is-concerned-1.330315

[4] Unsafe Space: The Israeli Authorities’ Failure to Protect Human Rights amid Settlements in East Jerusalem.

domenica 19 dicembre 2010

La normalizzazione dell'Occupazione: la metropolitana di Gerusalemme

Il tanto atteso sistema ferroviario di Gerusalemme è pronto
Giovedì 16 Dicembre 2010 04:05 Charly Wegman
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Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, 08 Dicembre 2010

La normalizzazione dell'Occupazione: la metropolitana di Gerusalemme

Scritto da

Yahoo! news
22.11.2010

Dopo anni di ritardo e il costo di un miliardo di euro, il sistema ferroviario leggero di Gerusalemme, che ha suscitato polemiche il tutta la Città Santa, si sta preparando per il suo lancio a lungo atteso nella prima metà del prossimo anno.

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Per anni, i lavori di costruzione hanno avallato a Gerusalemme un traffico già congestionato dalle auto, lasciando i locali e i commercianti stufi e frustrati.

“La popolazione ha sofferto fin da quando l’opera ha avuto inizio, nel 2006, ma ora abbiamo raggiunto il nostro obiettivo,” ha dichiarato Shnuel Elgrably, portavoce della Jerusalem Transport Management Team, un gruppo di esperti, consulenti del ministero dei trasporti e del sindaco della città.

Il progetto doveva essere terminato nel 2008, ma la data di completamento è stata continuamente rinviata per una serie di motivi, che vanno da errori di costruzione alla scoperta inattesa di reperti storici.

Ha subito pure un attacco politico dovuto al fatto che la rete completata avrebbe per lo più attraversato la Gerusalemme Est araba, che venne occupata da Israele durante la guerra mediorientale del 1967.

Un gruppo filo-palestinese ha citato in giudizio Alstom e Veolia, le due compagnie francesi coinvolte nel progetto, sostenendo che esse stavano violando il diritto internazionale consentendo alla rete di passare attraverso la Gerusalemme Est occupata.

“Questo ci ha comportato minacce di boicottaggio e la perdita di importanti contratti,” ha rivelato all’AFP un funzionario della Veolia a patto di rimanere anonimo.

I palestinesi si oppongono a qualsiasi estensione del controllo israeliano sulla parte orientale della città, che essi vedono come la capitale del loro stato promesso.

Israele considera l’intera Gerusalemme quale sua capitale “eterna e indivisibile”.

Nello specifico, i residenti e i commercianti siti lungo il tragitto della metropolitana si lamentano di aver patito per un anno di lavori sudici e rumorosi.

“Abbiamo dovuto convivere con la polvere, siamo stati tempestati dai martelli pneumatici, con il risultato che i nostri clienti ci hanno abbandonato,” ha borbottato un negoziante del centro della città.

Pur riconoscendo le difficoltà che i lavori di costruzione hanno prodotto, Elgrably ha affermato che non c’erano alternative.

“Doveva succedere. Entro 15 anni la città avrà più di un milione di abitanti,” rispetto ai 790.000 attuali, ha dichiarato. “La metropolitana leggera è l’unica soluzione per risolvere i problemi del traffico.”

Per ridurre il numero delle automobili nel centro della città, con un conseguente miglioramento dell’accesso ai pedoni e la riduzione dell’inquinamento, il governo israeliano fa affidamento sul nuovo sistema tranviario.

Nel 2004, durante la gara di appalto, esso ha offerto una concessione della durata di 30 anni, che è stata vinta dalla City Pass, un consorzio composto dalla società di ingegneria civile israeliana Ashtrom, insieme alla Alstom France e a Veolia, sostenuto da finanziamenti provenienti dalla Israel’s Harel Insurance e dalla Polar Investments.

La linea iniziale comprenderà 24 stazioni, distribuite lungo un percorso di 14 chilometri (circa 9 miglia).

Il tragitto andrà da Pisgat Ze’ev, un quartiere di insediamento ebraico nella Gerusalemme Est, fino al Monte Herzl nella parte occidentale, passando lungo la Jaffa Street, l’arteria commerciale centrale della Città Santa.

Secondo Elggrably, che si aspetta che circa 320.000 persone al giorno utilizzino la nuova metropolitana, “la reddività è stato l’unico criterio preso in considerazione per decidere sul percorso del progetto.”

I dati previsti si basano su un rapporto che sostiene che circa il 37,7 % della gente che vive lungo il percorso del tram fa uso del trasporto pubblico.

In totale, saranno messe in servizio circa 46 carrozze ciascuna in grado di trasportare 250 passeggeri.

Nelle ore di punta, un treno dovrebbe arrivare ogni 5 minuti.

Alla fine, la rete dovrebbe essere estesa alla Hebrew University, nella parte orientale della città, e all’Hadassah Hospital in quella occidentale.

Il progetto si è scontrato con una serie di problemi logistici, alcuni dei quali comuni a qualsiasi progetto di pianificazione di una città e altri più specifici sono legati alla peculiarità di Gerusalemme.

Circa 300 famiglie sono state sfrattate e risarcite per far posto alle rotaie e si sono dovuti risolvere numerosi problemi topografici.

Il progetto ha richiesto anche la formazione di una speciale unità anti-terrorismo, e la ristrutturazione di strade risalenti al periodo ottomano.

Una sfida finale concerneva trovare il modo per far curvare il tram ad angolo retto al termine occidentale di Jaffa Street.

E’ stato proposto un tunnel, ma alla fine la città ha optato per un ponte ed ha commissionato all’architetto spagnolo Santiago Calatrava di disegnarne il progetto.

Il risultato? Un pauroso ponte sospeso con “cavi” per somigliare all’arpa che si dice sia stata suonata dal biblico re Davide, che aveva conquistato Gerusalemme, trasformandola nella capitale del regno di Israele.



Testo inglese in http://news.yahoo.com/s/afp/20101122/lf_afp/israeltransportjerusalemrail - tradotto da Mariano Mingarelli



http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2386:la-normalizzazione-delloccupazione-la-metropolitana-di-gerusalemme&catid=25:dalla-palestina&Itemid=75

ISRAELE: I SISTEMI ANTIMISSILE PROTEGGONO SOLO LE INSTALLAZIONI MILITARI NON I CIVILI

ISRAELE: I SISTEMI ANTIMISSILE PROTEGGONO SOLO LE INSTALLAZIONI MILITARI NON I CIVILI
Qualche mese fa i comandi annunciavano con enfasi il dispiegamento delle batterie antimissile a protezione dei centri abitati. Ora si apprende che verranno schierate solo a difesa delle basi militari

Gerusalemme, 16 dicembre 2010, Nena News – Senza protezione civile in caso di grandi incendi, come quello che ha bruciato i boschi del Monte Carmelo, ora lo Stato di Israele ammette di non aver sviluppato i suoi sistemi antimissile per proteggere i centri abitati e la popolazione civile ma invece per difendere le sue installazioni militari. A dare l’annuncio shock è stato domenica scorsa il generale Gadi Eisenkot, comandante responsabile della regione settentrionale, durante una conferenza all’Università di Haifa.

«Gli abitanti di Israele non devono farsi illusioni, non si aprirà un ombrello sulle loro teste (in caso di attacco missilistico al paese, ndr), i sistemi (di difesa) sono stati concepiti per proteggere le basi militari. Significa che i civili soffriranno durante i giorni di (una eventuale) guerra», ha dichiarato Eisenkot rivelando ai suoi concittadini una verità che la leadership politica ha tenuto nascosta.

Ma forse Eisonkot ha parlato proprio a nome delle autorità allo scopo di preparare la popolazione alle conseguenze di una guerra – che in futuro, come dicono gli esperti militari, Israele lancerà con ogni probabilità contro il Libano e l’Iran – che non risparmierà anche la città più grande del paese, Tel Aviv, sulla costa mediterranea. D’altronde già il mese scorso il capo uscente dell’intelligence militare, Amos Yadlin, parlando del prossimo conflitto in Medio oriente «necessario», dal punto di vista israeliano, per fermare il programma nucleare iraniano, aveva descritto un quadro inquietante per i civili israeliani. «Tel Aviv sarà in prima linea nel prossimo conflitto», disse Yadlin presentando il suo ultimo rapporto al premier Benyamin Netanyahu, non mancando di rimarcare che il movimento sciita libanese Hezbollah, che Israele attaccò con grandi forze nell’estate del 2006, possiede un arsenale molto più ampio ed avanzato rispetto a quattro anni fa, quando fu già in grado di sparare circa 4.000 razzi verso il nord di Israele

I comandi militari israeliani ritengono che Hezbollah sia in possesso di oltre 40 mila razzi, molti dei quali capaci di raggiungere anche Tel Aviv, e che l’Iran possa lanciare da grande distanza missili Shehab-3b e Sejjil-2 in grado di colpire qualsiasi punto del territorio dello Stato ebraico.

Israele ha sviluppato l’Iron Dome (Cupola di Ferro), un sistema di difesa da razzi di diverso calibro, grazie ad una iniezione di fondi americani. Lo scorso maggio il presidente Usa Barack Obama infatti aveva chiesto e ottenuto dal Congresso lo stanziamento di 205 milioni di dollari per completare i test e lo sviluppo dell’Iron Dome, oltre ai 3 miliardi di dollari che Washington versa annualmente a Israele. Il sistema qualche mese fa venne presentato come in grado di garantire un’ampia protezione dai razzi a media e breve gittata a città grandi e piccole. Si disse che l’Iron Dome avrebbe evitato conseguenze per i civili dalla reazione che scatterebbe in caso di nuovi massicci attacchi dell’aviazione e dell’esercito dello Stato ebraico in Libano o a Gaza. Altrettanto ottimistica fu la presentazione delle possibilità del sistema Arrow, sviluppato da Israele sempre con l’aiuto finanziario degli Stati Uniti, che consentirebbe di intercettare nell’alta atmosfera missili balistici a lunga gittata. Israele ha avviato la sperimentazione anche di un terzo sistema anti-missile/anti-razzo del quale però al momento si sa poco.

Ma gli annunci del raggiungimento di una protezione pressoché assoluta dai missili, poco alla volta sono stati sostituiti da dichiarazioni più caute ed incerte negli ultimi mesi. Fino alle parole del generale Gadi Eisenkot che domenica ha messo in chiaro che i civili a pagaranno il conto della (probabile) decisione dei vertici politico-militari di lanciare attacchi cosiddetti «preventivi» contro Hezbollah e Iran. Nena News

giovedì 16 dicembre 2010

LIBANO: PEGGIORA LA VITA DEI PROFUGHI PALESTINESI

LIBANO: PEGGIORA LA VITA DEI PROFUGHI PALESTINESI
Una delegazione di avvocati, giornalisti, politici italiani si è recata dal 7 al 11 Dicembre nei campi profughi palestinesi del Libano, riscontrando che la situazione degli oltre 400.000 profughi è in continuo peggioramento. Nena News pubblica il resoconto del viaggio

Beirut- L’unica fonte di sostegno è l’UNWRA (ente per i rifugiati delle Nazioni Unite), che dispone di risorse del tutto insufficienti a soddisfare le esigenze primarie dei palestinesi. Le autorità libanesi osteggiano ogni miglioramento delle loro condizioni per evitare qualsiasi rischio di integrazione; i profughi per il governo libanese rilevano unicamente sotto il profilo della sicurezza.

I campi profughi ufficialmente riconosciuti sono 12, ma ve ne sono altri 15 non ufficiali (che contengono la metà dei palestinesi). In sei dei campi ufficiali l’accesso è regolato da check point libanesi, per oltrepassare i quali è necessario munirsi di permesso. Anche noi della delegazione abbiamo dovuto munirci di autorizzazione con giorni di anticipo.

La situazione demografica è esplosiva. L’unico censimento risale al 1948, ma da allora la popolazione è triplicata, anche per nuove ondate di profughi (dopo “Settembre Nero”, nel 1970, molti sono arrivati anche dalla Giordania), pur rimanendo identica l’estensione dei campi. I campi sono così cresciuti in linea verticale, non potendo ulteriormente espandersi sul terreno. I nuovi profughi non vengono riconosciuti dal Governo libanese; oltre 5000,00 persone sono del tutto prive di qualsiasi documento.

Ciò li mantiene in uno stato di illegalità permanente e molti di loro vengono arrestati in continuazione dalla polizia libanese. La gestione amministrativa dei campi è complicata, non essendovi autorità ufficialiriconosciute e condivise, ma solo dei comitati popolari, che fanno capo sia Fatah che ad Hamas, che talvolta coesistono nello stesso campo, che cercano di amministrare i campi, in un equilibrio precario e ad alta tensione. Il campo di Sidone, Ein al Hilwe, con le sue 80 mila persone, è una vera e propria città (quasi gli abitanti dell’italiana Alessandria, per dare un’idea); difficile pensare come sia possibile la sopravvivenza e la convivenza in un tale contesto senza una vera e propria organizzazione amministrativa, in pochi chilometri quadrati così densamente popolati. Il 60 % dei profughi lavora all’interno degli stessi campi. Ciò è dovuto anche al fatto che il Libano vieta ai profughi lo svolgimento di 72 professioni, vieta l’iscrizione agli albi, vieta alle imprese libanesi la loro assunzione. Chi lavora in Libano il più delle volte è in nero con uno stipendio miserabile. Molti campi sono privi di sistema fognario, idrico ed elettrico. Girando ci si imbatte in una selva di tubi di distribuzione dell’acqua e di cavi dell’elettricità inestricabilmente aggrovigliati. La commistione tra impianto idrico ed elettrico crea una situazione di continuo pericolo per gli abitanti, ed ogni anno si contano decine di morti folgorati in particolare bambini. In un campo di Beirut, dove vivono 20 mila persone in 750 mq, l’acqua che proviene da pozzi scavati nello stesso campo ed è altamente salata, viene erogata mezzora ogni 48 ore. La corrente salta in continuazione e si devono arrangiare con generatori autonomi che moltiplicano i costi.

mappa dei campi profughi in Libano

La situazione sanitaria è altrettanto drammatica. Non esistono ospedali nei campi, ma solo dei presidi sanitari, che forniscono solo le prime cure. L’UNWRA garantisce un presidio ed un medico per ogni campo; a tali presidi si aggiungono quelli gestiti da ONG, finanziate dalla solidarietà internazionale. Dopo le prime cure i malati vengono mandati a casa o indirizzati presso ospedali libanesi (convenzionati solo per un limitato numero di operazioni chirurgiche). L’UNWRA copre le spese dell’ospedale fino a 3000 euro (che si riducono a 2000 per chi ha più di 60 anni…) ed i profughi non hanno la possibilità di integrare il pagamento. Le malattie più gravi e quelle non convenzionate rimangono così del tutto prive di cure.

Nei campi non ufficiali la situazione è ancora peggiore. In due campi vicino a Tiro vi è una sola clinica mobile. Tutti i presidi che abbiamo visto lavorano mezza giornata non avendo le risorse per il funzionamento continuato. Il più delle volte, soprattutto per i malati cronici, le cure si limitano alla somministrazione di calmanti.

La situazione scolastica non è migliore. L’UNWRA garantisce gli studi fino alle scuole superiori. Ci sono 30.000 studenti distribuiti su 14 scuole, ma solo una minima parte di quelli che iniziano porta a termine il ciclo scolastico. Il 42 % raggiunge la scuola media, solo il 13 % la scuola superiore. Tutti gli altri sono costretti all’abbandono per aiutare la famiglia.

L’università è preclusa ai profughi; degli 800 studenti maturati nel 2009, solo un centinaio hanno proseguito grazie alle borse di studio, e gli altri sono stati costretti a fermarsi. Le università statali peraltro rifiutano ai profughi l’iscrizione alle facoltà scientifiche (medicina, ingegneria fisica).

Il budget UNWRA ci dicono essere di 70 milioni di dollari all’anno, il 50% dei quali va in spese del personale, ed il resto è quasi interamente assorbito da ulteriori spese di gestione; per l’assistenza vera e propria rimangono gli spiccioli. Non è dato peraltro sapere a quanto ammontino gli stipendi dei funzionari…. Un recente studio congiunto UNRWA – Università americana di Beirut ha accertato che il 67 % dei profughi vive al di sotto della soglia di povertà. I nostri intervistati affermano senza esitazione che la stessa Autorità nazionale palestinese (Anp, Ramallah) di fatto ha cessato di interessarsi della situazione dei profughi.

I profughi sono peraltro osteggiati da tutte le componenti politiche libanesi, che si spartiscono il potere secondo rigidi criteri etnico – religiosi, in un equilibrio che sarebbe inevitabilmente influenzato dalla componente palestinese. I palestinesi sono musulmani sunniti e sono temuti per questo sia dalla componente cristiana, che dagli stessi Hebzollah, musulmani pure loro, ma sciiti, nonché dagli stessi musulmani sunniti libanesi che sono allineati su posizioni filo-occidentali. Le varie fazioni palestinesi presenti nei campi profughi faticano a sedersi attorno ad un tavolo per darsi una rappresentanza unitaria (anche se subiscono in modo solo riflesso i contrasti che si sono creati a Gaza ed in Cisgiordania). In alcune specifiche situazioni sono però riuscite a superare le divisioni creando un frontecomune, come nel caso della ricostruzione del campo profughi di Nahr El Bared, distrutto tre anni fa nel conflitto tra esercito libanese e le milizie di Fatah al Islam (organizzazione definita unanimemente di infiltrati nemici degli interessi dei profughi).

L’ultimo fronte comune si è formato per l’impegno ad osservare una totale neutralità dei palestinesi rispetto alla situazione che si potrebbe creare dopo la sentenza che dovrebbe chiudere il 14 Dicembre prossimo l’inchiesta internazionale sull’omicidio di Rafik Hariri (ucciso in un attentato nel Febbraio 2005); se si verificasse quanto temuto, che la richiesta di incriminazione dovesse attribuire l’attentato a membri Hebzollah, si potrebbe configurare il rischio di una nuova guerra civile.

Tutti i palestinesi concordano nel ritenere che se anche un parte di loro si facesse coinvolgere a fianco di una delle parti in conflitto, ciò avrebbe conseguenze catastrofiche per loro. Va sottolineato infine come tutti gli intervistati, di qualunque appartenenza politica, hanno ribadito e di ritenersi solo ospiti dello stato libanese, e di non avere alcuna intenzione di radicarvisi; non c’è stato il minimo arretramento nel rivendicare il loro diritto al ritorno nelle terre del 1948 prevalentemente la Galilea, come previsto dalla Risoluzione dell’ONU 194 del 1948, mai applicata dalla comunità internazionale.

Segnaliamo che tutte le Ong, ed i presidi medici, hanno bisogno di soldi, medicine, di apparecchiature mediche. La ABSPP (Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese), che ha partecipato al nostro viaggio, tiene contatti con tutte le realtà che abbiamo incontrato e può essere il tramite per gli aiuti www.abspp.org

via Bolzaneto 19/1 16162 Genova Ccp:Numero 22246169 Cc Banca Popolare Etica :

IT92N0501801400000000131000

Adottare un orfano costa solo 50 euro al mese.

Campo profughi in Libano

mercoledì 15 dicembre 2010

Sfiduciato dalla piazza

Come può sentirsi un giovane di 20 anni che sente di non avere futuro? Come un precario che non sa se lavorerà ancora domani e riuscirà a mantenere la famiglia? come un operaio in cassa integrazione? Un migrante trattato come spazzatura? un terremotato che ancora aspetta la ricostruzione? Di queste persone era costituita la piazza di ieri, persone che non ne possono più e chiedono giustizia, democrazia,cultura, futuro. Dall'altra parte nel palazzo, un cialtrone narcisista e straricco che continua a ripetere che "l'Italia va bene e andrà ancora meglio" probabilmente si, con fatica quando se ne sarà andato.
Serrati nel palazzo la marmaglia dei cialtroni continuava a regolarsi i propri conti come se la protesta della piazza di Roma e di tante altre città italiane non li riguardasse e si trattasse solo di una manciata di "facinorosi" "teppisti" e "canaglia" da reprimere e stigmatizzare.
Non hanno neppure notato, i signori, che il furore è scoppiato all'interno delle imponenti manifestazioni quando è giunta la notizia che la compravendita dei voti era andata bene e che Berlusconi non era stato sfiduciato, quindi ancora la legge Gelmini e tutto il resto.
Come al solito la polizia ha dato la solita squallida dimostrazione di ferocia e violenza e ben cento manifestanti sono rimasti feriti e molti altri arrestati. E tutti gli squallidi personaggi di ogni schieramento a criticare la violenza...dei manifestanti.
Perchè invece la loro non è violenza...i giovani hanno le idee chiare in proposito "Accozzaglia di affaristi razzisti ladri e mafiosi" hanno scritto alla sede della Borsa di Milano "Finanziate il nostro futuro" Ma quelli della borsa le borse con dentro i nostri diritti se le tengono ben strette e i governi sempre pronti a finanziare banche e industrie come la Fiat, ma non certo a finanziare scuole pubbliche diritto allo studio, e chi veramente ha bisogno di essere finanziato. Ormai non ci sono più diritti, semmai si concedono dei favori come fanno i mafiosi. I giovani sono stati derubati di tutto, ma non si vendono. In tanta violenza di parole e di comportamento, in tanto cinico disinteresse della sorte di tutta una società civile,hanno avuto il coraggio di parlare di buoni e di cattivi: C'erano i blak blok, ma fatemi il piacere! Semmai c'erano i Book blok. E' vero qualche provocatore c'è stato, ciò è documentato da foto: alcuni poliziotti armati di pistole e scarpette bianche che si facevano passare per manifestanti...tattiche obsolete...ma la rabbia era vera, generale e enorme. E questo è solo l'inizio...

martedì 14 dicembre 2010

BREAKING THE SILENCE: INVOCARE SICUREZZA PER OCCUPARE

BREAKING THE SILENCE: INVOCARE SICUREZZA PER OCCUPARE
Viene presentato oggi in Israele il rapporto dell’associazione pacifista con le testimonianze di oltre 700 soldati che hanno «rotto il silenzio» sugli abusi, le angherie e le violenze a danno dei palestinesi sotto occupazione militare.

Gerusalemme, 14 dicembre 2010, Nena News (nella foto dal sito www.wwenglish.com, uomini di una unita’ speciale israeliana) – Le pesanti restrizioni che condizionano fortemente la vita dei palestinesi non servono, come affermano i leader politici e i comandi militari di Israele, a garantire la sicurezza dei cittadini dello Stato ebraico. Piuttosto hanno il fine di mantenere il controllo e l’occupazione dei territori palestinesi del 1967 (Gerusalemme Est, Gaza e Cisgiordania) e a garantire la loro annessione di fatto. E’ questa la tesi dell’ultimo rapporto – un volume di 431 pagine – che diffonde oggi l’organizzazione pacifista israeliana «Breaking di Silence» che si è data il compito di pubblicare le testimonianze di militari, impiegati nei Territori occupati, che hanno deciso di «rompere il silenzio» e di rivelare gli abusi, le angherie e le violenze che subisono i palestinesi.

Nel rapporto sono riportate le testimonianze, parecchie in condizione di anonimato, di oltre 700 ufficiali e soldati di Esercito, Marina e Aviazione raccolte in questi ultimi dieci anni, ossia dall’inizio della seconda Intifada sino ad oggi.

Rispondendo alle domande di un giornalista di Nena News, Yehuda Shaul, uno dei fondatori dell’associazione pacifista, ha spiegato che sono quattro i pilastri dell’occupazione israeliana dei Territori palestinesi: prevenzione, separazione, tessuto sociale, applicazione della legge. La più importante è la prevenzione, ha detto Shaul, perché caposaldo di quell’idea di sicurezza che, di fatto, autorizza qualsiasi militare israeliano a non distinguere tra civili e militanti armati palestinesi e di procedere ad arresti indiscriminati, raid notturni nei villaggi e nelle case, demolizioni di abitazioni, «assassinii mirati», confisca di terreni ed edifici. Tutto in nome della «prevenzione del terrorismo».

Un soldato, riferisce il rapporto di «Breaking the Silence», ricorda come nel 2003 i comandi militari israeliani diedero l’ordine di costruire un posto di blocco nella cittadina di Toubas (Nablus). «Era in pieno centro, tra le donne che facevano la spesa e i bambini che giocavano al calcio – ricorda il militare – quel posto di blocco aveva l’unica funzione di dire: siamo qui in mezzo a voi. Una volta (durante la notte, ndr) lanciamo una bomba a mano (per gioco ,ndr)…dopo il boom osservammo i cittadini risvegliarsi». Agghiacciante è il racconto di un ex membro di una unità speciale israeliana che ricorda di aver partecipato all’uccisione a sangue freddo di alcuni poliziotti palestinesi «solo per vendetta», dopo un attacco armato di un commando palestinesi nel quale qualche giorno prima erano rimasti uccisi sei soldati israeliani.

Un poster dell'associazione pacifista israeliana

Il rapporto di «Breaking the Silence» mette in risalto che la risposta dell’esercito è forte anche nei confronti delle iniziative non violente dei palestinesi contro l’occupazione. Un atteggiamento assolutamente in linea con le politiche volte a creare problemi di ogni tipo alla vita quotidiana della popolazione civile palestinese, dai posti di blocco disseminati sul territorio agli ostacoli ai movimenti delle persone, anche se sono gravemente ammalate o semplicemente dirette al lavoro. Non è peraltro secondario il ruolo delle colonie israeliane nell’azione di controllo del territorio. A cominciare dalla regolare partecipazione di ufficiali-coloni nel processo decisionale. «Tutto è finalizzato al controllo – ha concluso Yehuda Shaul -, ad evitare che i palestinesi possano avere un vero Stato indipendente, sulla base del convincimento che la realizzazione dei diritti dei palestinesi significherebbe automaticamente la negazione di quelli degli israeliani. Un’idea perversa che giustifica il dominio su di un altro popolo». Nena News

unità speciali israeliane

lunedì 13 dicembre 2010

Solidarietà con Enzo Iacopino, a dimettersi deve essere la Nirestein

Care compagne e cari compagni,

come certamente sapete, per domani mattina è convocata una conferenza stampa a Roma per presentare la Freedom Flotilla 2, con la presenza di alcuni compagni della Coalizione Internazionale. La conferenza stampa si terrà presso la sede nazionale dell'Ordine dei Giornalisti, In Via Parigi n. 11, dalle ore 11.00. Da alcuni giorni, la Israel Lobby si è scatenata contro il Presidente dell'Ordine, Enzo Iacopino, chiedendone le dimissioni, perchè "colpevole" di ospitare la nostra conferenza stampa. La canea, guidata dai soliti Fiamma Nirenstein, Claudio Pagliara, Dimitri Buffa e dal sito Informazione Corretta, è fatta anche da un massiccio invio di mail di protesta.

Il Presidente Iacopino non si è lasciato intimidire ed ha confermato l'ospitalità nella sede dell'O.d.G. per la conferenza stampa. E' assolutamente necessario ed urgente manifestare solidarietà al Presidente Iacopino, per cui chiediamo a tutte e tutti di inviare immediatamente a nostra volta mail ai seguenti indirizzi:



enzo.iacopino@odg.it e, per conoscenza (Cc) a enrico.paissan@odg.it e giancarlo.ghirra@odg.it .

domenica 12 dicembre 2010

Bambina palestinese dopo aver incontrato l'esercito più immorale del mondo

L'esercito più immorale del mondo

Sulla nomina di Yair Naveh a Vice Capo del Personale dell´Esercito Israeliano
Sabato 11 Dicembre 2010 18:35 Nurit Peled-Elhanan Premio Sakharov
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3 Dicembre 2010

Il grande stupore con cui è stato salutata la nomina di Yair Naveh a Vice Capo del Personale è di per sè un fatto di cui ci si dovrebbe stupire. Dopo tutto, chi altri avrebbe potuto essere nominato Vice Capo del Personale se non Yair Naveh? A chi altro piacerebbe assassinare immediatamente chiunque guardi a lui con sospetto, uccidere immediatamente chiunque si muova, distruggere, devastare, conquistare, schiacciare? Yair Naveh è uno dei migliori figli dell’esercito, ha appreso tutto ciò che doveva apprendere e dato prova di sé sul campo. L’Alta Corte di Giustizia non gli interessa (Uri Blau, grazie alle informazioni fornite dall’ex soldato Anat Kamm, su Haaretz, 28 Novembre 2008), non riconosce i diritti umani, odia gli arabi – o forse loro passano solo sulla sua strada al lavoro. Ma adora uccidere. Che altro è necessario per un Vice Capo del Personale dell’esercito di Occupazione, la cui funzione è stata ben definita nel corso di quarant’anni: uccisione, eliminazione, distruzione, devastazione e abuso di una popolazione civile di milioni di persone?

Ma coloro che sono dubbiosi sulla sua nomina e vorrebbero ostacolarla sono ancora immersi in una specie di infondato romanticismo sull’Esercito di Occupazione israeliano. Un romanticismo che pretende che le persone come Yair Naveh sono l’eccezione e che non si può lasciare l’esercito nelle loro mani. Né nelle mani dei coloni, né dei mercenari o dei rabbini che predicano l’assassinio dei bambini non ebrei, né dei piloti che sentono solo un sobbalzo sull’ala quando sganciano una bomba su una casa abitata [1], né nelle mani di ragazze soldato come Eden Aberjil, o nelle mani di comandanti come il Col. Bentzi Gruber, il quale è assolutamente convinto che il massacro di Gaza sia stata un’espressione della giustizia divina e che Dio sia quindi dalla nostra parte, che l’uccisione di centinaia di bambini a Gaza sia stata commessa in accordo con il codice etico dell’IDF (Forze di Difesa Israeliane) che ci impone dei limiti morali e dunque “non è possibile che noi abbiamo arrecato danno a degli innocenti”, che non capisce perché riceva delle spiacevoli lettere che spaventano sua moglie nella sua meravigliosa casa rinforzata in un insediamento (Yediot Aharonot, Venerdì 26/11/2010). In quali mani dovremmo dunque lasciare l’esercito? Forse nelle mani di coloro che hanno partecipato come osservatori e aiutanti al massacro di Sabra e Shatila (vedi il nominato all’Oscar Walse with Bashir) e le cui anime da allora sono state scosse fino ad oggi, o nelle mani di coloro che “Rompono il Silenzio” (il gruppo “Break the Silence”, ndr) perché non possono portare il fardello dei loro crimini e sono perseguitati giorno e notte dallo sguardo terrorizzato di una ragazzina di Gaza/Jenin/Nablus/Beit Umar/Bil’in/Ni’lin/Sheikh Jarrah/Beit Hanun/Jabaliya/Qalqiliya o Hebron, o nelle mani delle donne soldato che, diversamente da Eden Aberjil, hanno difficoltà a ricordare se sorridevano quando venivano fotografate vicino al cadavere di un bambino a Hebron, per il divertimento o per i ragazzi, e le cui vite sono state costantemente scosse da quando sono state dismesse dal servizio nell’esercito e hanno realizzato ciò che avevano fatto? [3]

Yair Naveh, i suoi discepoli e i suoi insegnanti , ci impediscono di immaginare e credere, contro ogni evidenza, che quarant’anni di abusi, uccisioni e distruzioni siano eccezioni al codice etico dell’esercito più immorale del mondo. La nomina di Yair Naveh ci impedisce di continuare a raccontare ai nostri puri, giovani, entusiasti figli, che vogliono contribuire e agire, costruire ed istruire, e che si inseriscono nei programmi pre-esercito con un magnifico fervore di auto-realizzazione, sicuri che potranno apportare un cambiamento “dall’interno”, che tutto andrà bene solo se si inseriranno nelle giuste unità – le unità “combattenti” – cioè quelle dell’assassinio, delle uccisioni e delle eliminazioni, o al limite nelle unità di “sostegno al combattimento” – quelle che forniscono l’addestramento per le uccisioni e gli assassini e che irrobustiscono le nostre forze; la nomina di Yair Naveh ci impedisce di continuare a dire ai nostri figli che, in risposta agli opuscoli dei rabbini che inneggiano all’uccisione e al massacro, possono distribuire la loro– e nostra – dottrina di pace e fratellanza tra le truppe dell’IDF.

La nomina di Yair Naveh è opportuna. Nessuno è più adatto di lui a stare quasi alla testa dell’esercito più immorale del mondo, l’esercito più crudele al mondo, che si considera illuminato. Un esercito con una disponibilità illimitata di soldi e potere e mercenari (li hanno già giudaizzati tutti?), una folla immersa in impulsi ed interessi nessuno dei quali è morale. Questo è il significato di un esercito. Per questa ragione non è Yair Naveh ma noi, che dobbiamo rinunciare al ruolo di creare soldati, fornire soldati, far nascere sodati ed istruire futuri soldati. Dobbiamo raccogliere il coraggio e insegnare ai nostri figli e rifiutare. Rifiutare di prender parte ad un’organizzazione guidata da criminali di guerra, assassini di bambini. Un’organizzazione come questa non può essere altro che un’organizzazione criminale. Evitala come eviteresti il fuoco – dobbiamo dire loro – e pensa ad altri modi in cui puoi contribuire alla società in cui vivi. Forse puoi andare a vivere a Yeruham per tre anni, aiutare i bambini etiopi che sono trattati con sfacciato razzismo nella loro terra promessa, oppure vai a vivere a Bil’in o a Ni’lin o in qualsiasi altro villaggio palestinese che è stato preso d’occhio dall’esercito per distruggerlo? Puoi forse organizzare sempre più barche di solidarietà con Gaza? O forse con il tuo corpo puoi bloccare la via a polizia e soldati che vanno a buttare i bambini sulla strada a Sheikh Jarrah e Silwan? Forse puoi aiutare i rifugiati che arrivano sulle nostre spiagge fuggendo da olocausti e genocidi perché hanno sentito che qui c’era la democrazia, e aiutarli a nascondersi, a cavarsela, a scappare dal crudele governo razzista della democrazia degli Ebrei? Forse puoi salvare il Mar Morto? Ci sono così tante possibilità, figli, per contribuire al miglioramento della società - dello Stato, se volete - del posto in cui vivete. E queste possibilità non includono l’uniforme dell’IDF, né le sue pistole, né le sue bombe o i suoi comandanti, modello e pietra di paragone dei quali è Yair Naveh, uno dei molti ai cui ordini non dovrete mai obbedire.

E’ quindi un nostro vantaggio vedere un uomo del genere alla testa dell’esercito – o quasi. La nomina di Yair Naveh ci permetterà di indicare un oggetto preciso e dire ai nostri figli: vedi? Questo è l’uomo cattivo. Non andargli vicino. E quando loro chiederanno spaventati: che cosa fa ai bambini? – Noi risponderemo: li uccide, semplicemente così, senza l’Alta Corte di Giustizia e senza Btselem. [2]

Tradotto dall’inglese da Chiara Ascari e Luisa Morgantini

Translated from Hebrew by George Malent

Note del traduttore:

1. Nell’agosto del 2002, poco dopo che le Forze Aeree Israeliane sganciassero una bomba sopra una casa a Gaza, uccidendo il leader di Hamas Salah Shehadeh assieme a 14 civili innocenti, molti dei quali erano bambini, chiesero al comandante delle Forze Aeree, Dan Halutz, come si sentisse da pilota quando sganciava una bomba. Lui rispose: “Sento un leggero sobbalzo sull’aereo, risultante dallo sganciamento della bomba. Un attimo dopo, è finita. E questo è tutto. Questo è quello che sento.” Halutz è stato più tardi nominato Capo del Personale dell’ Israel Defence Forces (Vered Levi-Barzilai, “Yefei nefesh, nim’astem”, Haaretz, 23 Agosto 2002. In ebraico. http://www.haaretz.co.il/hasite/pages/ShArt.jhtml?itemNo=543557 )

2. Btselem: un’organizzazione israeliana per i diritti umani che monitora gli abusi dell’esercito e della polizia israeliani in Cisgiordania. Website: http://www.btselem.org/English/index.asp. Il Primo Ministro Yitzhak Rabin disse che avrebbe voluto poter trattare con i territori palestinesi “senza l’Alta Corte e senza Btselem”.

3. Riferimento al documentario "to see if I'm smiling". di Tamat Yarom, 2007. http://www.haaretz.co.il/hasite/pages/ShArtPE.jhtml?itemNo=921422&contrassID=2&subContrassID=13&sbSubContrassID=0

sabato 11 dicembre 2010

41esimo anniversario della strage di piazza Fontana

Archivio Strage Piazza Fontana "Giulio China"

PREFAZIONE

TESI INTEGRALE

BIBLIOGRAFIA

COMPLOTTANDO CON AMOS SPIAZZI – “LE STRAGI FURONO VOLUTE E ORGANIZZATE DA SERVIZI SEGRETI STRANIERI - ERAVAMO VITTIME DI UN GIOCO PIÙ SPORCO E PIÙ GRANDE, VOLUTO DA INTERESSI INTERNAZIONALI E DA DIRETTIVE NAZIONALI"…



Gianluca Di Feo per “L’espresso”



Quanti Amos Spiazzi operano ancora? "Quanti non posso saperlo, ormai io sono fuori. Ma da cittadino e da militare spero che siano tanti. E anche bene organizzati. Lo dico nell'interesse del Paese. Non è finito tutto con la caduto del Muro". Anche quando cerca di chiarire la legittimità delle sue azioni, Amos Spiazzi riesce a seminare inquietudine.

A 75 anni, il colonnello della Rosa dei venti non sembra essersi arreso: sconfitto il comunismo, oggi vede un nuovo nemico nell'Islam integralista. E l'ufficiale, passato indenne attraverso mezzo secolo di trame e di processi, adesso dichiara: "Gladio non viene sciolta perché praticamente siamo ancora nella Nato. Anzi, direi che sotto certi punti di vista potrebbe essere pienamente attiva anche oggi. In funzione anti islamica, per esempio".

Spiazzi è in pensione da anni, ma non ha rinunciato all'uniforme, né alla fede "in uno Stato che fa capo alla tradizione romana cattolica contrapposta al mondialismo, alle suggestioni del socialcomunismo e del capitalismo". In un libro intervista fa sfilare la sua vita in una parata di complotti e movimenti lunga 313 pagine: Sandro Neri, autore di questo 'Segreti di Stato' che uscirà nelle librerie per Aliberti, lo incalza con gli atti giudiziari e le inchieste giornalistiche, tra cui i celebri articoli de 'L'espresso' sull'Italia golpista. Il risultato è un documento massiccio, denso di nomi, operazioni e sigle.

La tesi di fondo è che la strategia della tensione sia servita "a creare un'offensiva contro la destra e la sinistra per attuare un regime forte, tutelato da leggi eccezionali, garanzia di una particolare politica". Prendete il tentato putsch del dicembre 1970, quello guidato dal principe nero Junio Valerio Borghese. Spiazzi dichiara - smentendo Licio Gelli - di essere stato lui a fare la telefonata che fermò i congiurati e li spinse alla ritirata. Quella notte all'ufficiale dell'esercito era stato ordinato di eseguire 'l'esigenza Triangolo': un piano che prevedeva di usare reparti scelti per aiutare polizia e carabinieri a reprimere disordini. "Capii che a Borghese era stata tesa una trappola e che, anche in nome dell'amicizia e dell'ammirazione che mi legavano a lui, dovevo avvertirlo".



Perché? "Una verità va ribadita a grandi lettere: le stragi furono volute e organizzate da servizi segreti stranieri. Eravamo vittime di un gioco più sporco e più grande, voluto da interessi internazionali e da direttive nazionali". Una sintesi? Tutta colpa della Democrazia cristiana e di Washington: "Gli interessi erano quelli americani, le direttive rispecchiavano in pieno la sudditanza italiana all'Alleanza atlantica. Le forze più legate e devote agli Stati Uniti volevano e dovevano continuare a governare il paese a qualunque costo. Le minacce di colpi di Stato erano un pericolo inventato".

Impressionante la descrizione dei gruppi addestrati per fronteggiare il pericolo di un assalto sovietico o di una rivoluzione comunista. C'era Gladio, creata dalla Nato in funzione filo-americana e poco incline verso la destra italiana. C'era la sua Rosa dei venti che in realtà si chiamava Os, Organizzazione di sicurezza, "formata da persone non iscritte a partiti politici, altamente patriottiche e disposte a impegnarsi, in caso di invasione del territorio nazionale, a difendere la patria, le proprie case la propria gente".

Il fulcro erano 'i legionari': militari della riserva, selezionati e pronti a tutto. Ma in tutti i reparti delle forze armate - sostiene Spiazzi - esistevano liste segrete di coscritti e ufficiali su cui contare in caso di disordini. Uomini di fiducia che poi gravitano su Ordine nuovo, Avanguardia nazionale, Fronte nazionale e altre sigle di quella stagione. Mentre dalla sua galassia cattolico tradizionalista fanno capolino gli alfieri della Lega Nord, i veneti di Fabrizio Comencini e persino Mario Borghezio.

Sarebbe bello leggere il libro di Sandro Neri come una spy story sulla guerra fredda, densa di personaggi e dall'atmosfera rétro. Il guaio è che si tratta della nostra storia. E che forse non è nemmeno finita. Almeno così crede Amos Spiazzi: "Il fascismo è sparito, il compromesso storico ha annacquato e poi dissolto il Pci, i nuovi equilibri hanno imposto strategie e obiettivi diversi... Ma oggi è di nuovo tempo di alzare la guardia".


Dagospia 08 Febbraio 2008

http://www.mediafire.com/?sharekey=8b4d0729661371e067cd7f7bd65f7eefc8441db34b6deb71ce018c8114394287

Ci sono:

Sentenza della Corte d'Assise di Catanzaro 1979

Memoria Meroni

Sentenza Ordinanza Salvini 1998



Sentenza Appello 2004



Sentenza primo grado 2001



Sentenza Cassazione 2005



Sentenza Ordinanza Salvini 1995

Atti Fascicolo Dibattimento e altro

Sezione ATTI FASCICOLO DEL PM

Fascicoli Maletti e Pagnotta

Fascicolo Taviani

Consulenze Giannuli

Consulenza Flamini

Faldone 99

Documenti Sid

Aginter Press
La sottile linea nera. Neofascismo e servizi segreti da Piazza Fontana a Piazza della Loggia

Milano, 3 giugno 2008 - 18:09



http://www.radioradicale.it/scheda/255414/la-sottile-linea-nera-neofascismo-e-servizi-segreti-da-piazza-fontana-a-piazza-della-loggia





Guido Salvini: “Si legge, dice Franzinelli, nel libro senza firma, venduto nella libreria di Franco Freda “Bisogna fare una strage, ma una strage dalla quale non uscissero che fantasmi e dopo la quale il popolo inginocchiato si consegnasse a chi solo poteva garantirgli la sicurezza” “.

Israele sempre più razzista

DIETRO IL RAZZISMO “IMMOBILIARE” DEI RABBINI
La lettera dei rabbini contro l'affitto di immobili ai "non ebrei" continua a sollevare polemiche. Opinionisti israeliani parlano però di “esplicitazione pubblica” di quello che è un sentimento strisciante nella maggior parte della società israeliana.

Gerusalemme 10 dicembre 2010, red Nena News – Aumenta il numero di rabbini israeliani che hanno aggiunto i loro nomi, sottoscrivendola, alla lettera scritta alcuni giorni fa da cinquanta rabbini: condannando “chiunque affitti case o terreni della terra di Israele a non ebrei”. A diffondere ieri la notizia è stato il quotidiano Yedioth Ahronoth, che parla di altri 220 nuovi firmatari, tra cui dozzine di rabbini stipendiati da municipi presso i quali erogano i servizi religiosi.

Il documento pubblico, con cui i firmatari esplicitano il divieto di affitto di immobili ai “gentili”, in quanto conforme ad un precetto espresso nella Torah, e citando passi dell’Esodo, è apparso alla stampa martedì, seguendo il manifesto già diffuso a Safed, in Galilea ad ottobre con l’appello del rabbino capo Shmuel Eliyahu, sottoscritto da altri 17 rabbini, che incitava i residenti a non affittare stanze agli studenti arabi. Il primo di una lunga lista di dichiarazioni simili, come sottolineato ieri dall’articolo del giornalista Jonathan Cook, apparso su The Nation, che mette in luce come simili provvedimenti siano stati sostenuti da decine di rabbini anche a Tel Aviv, e Benei Barak, un sobborgo di quasi 150.000 ebrei ultraortodossi, dove i rabbini hanno ammonito qualsiasi ebreo affittasse a “stranieri”, con esplicito riferimento alle centinaia di lavoratori immigrati e rifugiati africani che affollano le aree periferiche di Tel Aviv.

Dietro alle motivazioni della lettera, si legge nel testo, ci sarebbero – oltre a ragioni di ordine religioso – anche “le differenze di stili di vita” e ragioni di ordine economico (affittare a non ebrei fa svalutare il prezzo dell’immobile, causando “perdite ai vicini di casa”). Chiunque si comporti in modo contrario, va prima ammonito, poi ostracizzato dalla comunità.

Ma l’editto rabbinico ha suscitato subito polemiche e sollevato critiche di diversi gruppi in difesa dei diritti umani, figure dell’intellighentja israeliana, ma anche politici della Knesset, tra cui il premier Neatanyahu. In molti hanno chiesto al procuratore generale Yehuda Weinstein di intraprendere azioni decise contro i firmatari, sulla base di “incitamento al razzismo”. Ma nessuna risposta è ancora arrivata né dalla procura generale né dal Ministero di Giustizia, anche perché l’argomento portato avanti finora in difesa dei rabbini è che la posizione espressa nel manifesto pubblico, non rappresenta una opinione personale, ma trattasi di una interpretazione della Halacha (il complesso delle norme codificate della legge ebraica).

Un gruppo di accademici e intellettuali ha chiesto a Weinstein la sospensione immediata dei rabbini firmatari dal loro incarico: si tratta dello stesso gruppo che chiese al procuratore generale di prendere provvedimenti contro Shmuel Eliyahu.

I precedenti casi in passato dimostrano pero come la procura abbia sempre evitato di aprire indagini nel caso di dichiarazioni pubbliche o sermoni, portando avanti la tesi che i rabbini sarebbero in ogni caso “puniti” nell’ambito del dibattito pubblico. Inoltre solo i rabbini capo sono dipendenti statali, quindi soggetti alle regolamentazioni della Commissione Servizi Civili, mentre i rabbini “municipali” rispondono ai consigli religiosi; il Rabbinato è responsabile in questo caso della condotta professionale di quelli municipali: teoricamente i due rabbini capo possono convocare un rabbino municipale per un’udienza, se la procura generale arriva alla conclusione che ha oltrepassato la propria autorità o agito impropriamente. Azioni però che avvengono di rado.

Forti critiche sono arrivate dallo Yed Vashem, il Museo dell’Olocausto di Gersalemme e dall’Associazione Internazionale dei sopravvissuti dell’Olocausto, che ha paragonato il contenuto del manifesto rabbinico ai proclami nazisti che vietavano agli ebrei di affittare case. Mercoledì solo circa 150 manifestanti hanno condannato la lettera, protestando di fronte alla Grande Sinagoga di Gerusalemme.
Alcuni storici israeliani hanno parlato in questi giorni di “esplicitazione pubblica” di quello che è comunque un sentimento strisciante nella maggior parte della società israeliana. Lo storico Ilan Greilsammer ha dichiarato all’agenzia Ynet che i pensieri espressi nella lettera dei rabbini “sono il riflesso di quello che la gente pensa sotto sotto”. La novità sta solo nel fatto che tali pensieri vengano espressi pubblicamente.
“Queste affermazioni sarebbero state inaccetabili nella società israeliana in passato” ha detto Yair Ettinger, giornalista di Haaretz e esperto di comunità ortodosse. “Ma oggi, anche se non è politicamente corretto, la gente si permette di dire in pubblico cose che non oserebbe dire nello spazio privato di una sinagoga. S tratta di un grande cambiamento.”

Arik Ascherman, direttore dei Rabbini per i diritti umani, ha dichiarato in questi giorni che il crescente estremismo dell’ortodossia religiosa in Israele riflette il pensiero crescente della destra ultra-nazionalista.

E basta ricordare che solo la scorsa settimana un sondaggio pubblicato dall’Istituto per la Democrazia Israeliana rivela che l’86% della popolazione ebraica crede che decisioni critiche per lo stato di Israele dovrebbero essere prese dalla maggioranza ebraica. Il 53% vorrebbe che lo Stato incoraggiasse i residenti arabi a lasciare il paese, solo il 51% crede che gli arabi dovrebbero godere di diritti uguali a quelli degli ebrei (una percentuale che decresce sensibilmente quando ad essere intervistati sono i gruppi religiosi ortodossi e ultraortodossi).
E per finire il 46% degli ebrei intervistati non vogliono avere arabi come loro vicini di casa. Seguiti nella “classifica del razzismo” da persone con malattie mentali e lavoratori stranieri (entrambi 39%) e da coppie omosessuali. Nena News