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martedì 2 agosto 2011

Israele vuole costruire il muro dell'apartheid anche sulle alture del Golan

Alture del Golan: un nuovo muro di separazione
di Marta Fortunato


Un altro muro, un'altra divisione. Nel Golan siriano occupato dal 1967, Israele ha intenzione di costruire un muro per separare la città di Majdal as-Shams dai sobborghi di al-Oude e Ain al-Tinah.
Una barriera di cemento alta 8 metri e lunga 4 chilometri, secondo quanto riportato dall'agenzia siriana SANA, una barriera che ancora una volta viola il diritto internazionale.




Forse una mossa in previsione di settembre quando Abu Mazen si rivolgerà all'ONU per chiedere il riconoscimento dello stato palestinese. Un modo per isolare ulteriormente quest'area e per scongiurare nuove possibili manifestazioni lungo il confine siriano da parte dei rifugiati palestinesi che vivono nei campi profughi della Siria. Un muro di sicurezza, secondo la versione israeliana.

Il Golan è stato occupato nel 1967 e annesso unilateralmente da Israele nel 1981, senza nessun riconoscimento da parte della comunità internazionale. Com'è avvenuto in Cisgiordania, gli israeliani hanno iniziato a colonizzare l'area e ora nel Golan vivono più di 20.000 coloni in 30 diversi insediamenti mentre la popolazione siriana é passata da 150.000 a 20.000 abitanti.
Molti di loro hanno rifiutato la cittadinanza israeliana e pertanto vengono considerati dei “residenti temporanei”.

Quest'anno 27 rifugiati palestinesi sono stati uccisi dall'esercito israeliano nel Golan occupato.
Il 15 maggio, durante le manifestazioni per il 63° anniversario della Nakba, più di 4000 persone hanno dato vita a proteste pacifiche nelle alture del Golan e hanno cercato di raggiungere Israele. La dura risposta dei soldati israeliani non si è fatta attendere e 4 persone sono state uccise dai lacrimogeni e dai proiettili sparati ad altezza d'uomo.

Qualche settimana dopo, in occasione della commemorazione della Naksa, l'occupazione israeliana della Cisgiordania, la reazione israeliana di fronte a migliaia di rifugiati palestinesi provenienti dalla Siria è stata ancora più cruenta: 23 palestinesi sono stati uccisi e più di 200 feriti. Ed ora, “per motivi di sicurezza”, un nuovo muro verrà costruito.

martedì 26 luglio 2011

ISRAELE, “INDIGNATI” IN PIAZZA

Nuove manifestazioni a Tel Aviv contro il carovita ma tra le tende di viale Rothschild si discute anche dei Territori Occupati grazie ad "Anarchici contro il muro". Guarda il VIDEO

MICHELE GIORGIO

Roma, 26 luglio 2011, Nena News – Gli «indignados» di Tel Aviv resistono. L’accampamento di viale Rothschild non smobilita, nonostante le cariche della polizia a cavallo di sabato sera e le decine di fermi effettuati tra le oltre 20mila persone che hanno sfilato nelle vie del centro per protestare contro le «case d’oro», gli affitti stratosferici, il costo della vita insopportabile e a favore dell’aumento dei salari e di ciò che rimane dello stato sociale. Al contrario la mobilitazione si intensifica. Ieri centinaia di manifestanti hanno bloccato alcuni degli incroci stradali più trafficati a Tel Aviv e in altre città, come Haifa e Rosh Hain. Un campo di tende improvvisato è spuntato all’improvviso accanto alle Torri Azrieli mandando in tilt il traffico. Ma nessun taxista e automobilista ha protestato, il consenso alle iniziative degli indignati è ampio in tutto il paese. Tutti si sentono nella stessa barca.

Proteste di questa portata non si vedevano da tempo nella più importante delle città israeliane, più nota per la vita notturna e lo stile liberal dei suoi abitanti che per le rivolte contro i governi. Ormai sono centinaia le tende allineate che partono dalla «bianca» piazza Habima, a poche centinaia di metri dalla centralissima via Dizengoff. Ci sono gli studenti, giovani disoccupati, famiglie intere, gli israeliani poveri di Holon e Bat Yam qualche homeless. Più di tutto c’è la classe media istruita e ben avviata appena qualche anno fa e che ora precipita, trascinata giù nel baratro dall’ansia di non arrivare alla fine del mese. Il costo della vita è salito oltre il 15% negli ultimi anni. L’acquisto di un’abitazione è un’impresa eccezionale per i giovani o una famiglia di 4-5 persone, quando i prezzi al supermercato sono tra i più alti dei paesi occidentali e le tasse da pagare pesanti. In Israele fare il pieno di benzina costa il 30% in più rispetto alla media europea, fare il pieno costa di più solo in Italia. Così la protesta si allarga, coinvolge altre città, le tende aumentano ovunque e le manifestazioni arrivano davanti alla Knesset. Non è (ancora) una rivolta, manca una direzione politica che gli «indignati» in ogni caso rifiutano. Ma dove si spingerà la protesta di viale Rothschild nessuno può prevederlo.

«Tutto è cominciato per i prezzi delle case e il costo degli affitti, paragonabili oggi a quelli di Mosca e Manhattan. Ma quelli erano solo i problemi immediati che hanno portato la gente in strada» spiega in un buon italiano Senny Rapoport, giovane fotografo di Tel Aviv rientrato qualche settimana fa da un lungo periodo trascorso a Napoli. «Il quadro è ben più grave, in particolare per le retribuzioni – aggiunge Senny – qui tanti guadagnano non più di 5.000 shekel, più o meno mille euro, che se ne vanno per il 90% nel pagamento dell’affitto e quello che rimane si spende per il cibo che (In Israele) costa il 40-70% più che in Europa». La ragione di tutto ciò è semplice, dice Senny, «il paese è governato economicamente da un gruppo molto stretto di persone, poche imprese che controllano il mercato e fissano i prezzi». Un oligopolio che negli ultimi trent’anni ha sostituito il vecchio modello laburista di stato sociale, smantellato dagli stessi leader del Labour durante l’orgia liberista che ha segnato la vita economica di Israele in questi ultimi anni. «Sono un medico condotto e posso dire che la sanità pubblica in Israele è molto buona ma i nostri salari sono bassi e questo ha spinto tanti medici ad andare verso la medicina privata – racconta Miriam, in agitazione da settimane con centinaia di medici – per questo motivo lottiamo anche per salvare la medicina pubblica. In Israele tutto il sistema pubblico crollando, così come lo stato sociale. Ci sentiamo vicini ai giovani qui (in viale Rothschild) che sono istruiti, vanno all’università ma quando completano gli studi non trovano lavoro e la casa».

Credeva di poter dormire sonni tranquilli il premier Netanyahu. Per oltre due anni si è preoccupato quasi esclusivamente di «politica estera», ossia di come far deragliare il negoziato con i palestinesi e di rilanciare la colonizzazione israeliana nei territori occupati di Cisgiordania e Gerusalemme Est, anche a costo di una rottura (che in concreto non è mai avvenuta) con l’Amministrazione Usa. A rendere più sereno il suo riposo è stata di recente la complicità greca ed europea nel silurare la Freedom Flotilla per Gaza e il sicuro veto di Barack Obama alla proclamazione unilaterale d’indipendenza palestinese alle Nazioni Unite. Ma proprio quasi pensava di poter chiudere la legislatura con scioltezza, per inerzia, tra le mani gli è esplosa la questione del carovita e delle «case d’oro». Il primo ministro non ha compreso che il recente boicottaggio popolare del sempre più costoso formaggio cottage (di largo consumo in Israele) è stato il segnale di un malessere profondo e non un’espressione isolata del malcontento dei consumatori.

In Occidente esaltano il governo israeliano per la gestione dell’economia nazionale che non solo ha retto all’urto delle recessione mondiale ma è cresciuta negli ultimi due anni del 4-5%, tenendo bassi i livelli di disoccupazione. Qualcuno ha anche proposto il governatore della Banca centrale d’Israele, Stanley Fischer, un alfiere dei tassi alti, come direttore generale del Fondo Monetario Internazionale. Ma in realtà la crescita è avvenuta solo nelle tasche di pochi perché larghi strati di popolazione si sono impovertiti sotto i colpi dell’aumento dei prezzi e delle picconate a ciò che rimaneva stato sociale inferte da Netanyahu (quando era ministro dell’economia) e ora dal suo «braccio armato», il ministro delle finanze Yuval Steinitz. Non sorprende perciò che un sondaggio pubblicato domenica scorsa dal quotidiano Haaretz abbia rivelato che la maggioranza degli israeliani boccia il governo per la gestione dell’economia. Il 62% degli interpellati giudica «cattivo» e perfino «pessimo» l’operato dell’esecutivo nelle questioni economiche e sociali. Il premier è un liberista accanito ma il 36% della popolazione vuole la socialdemocrazia e un maggiore coinvolgimento dello Stato nelle questioni socioeconomiche. Il 31% degli israeliani ebrei afferma che la propria condizione è peggiorata e il 41% che non è cambiata. Tra gli arabi (i palestinesi con passaporto israeliano) il 75% denuncia un «peggioramento» figlio diretto delle risorse esigue che lo Stato assegna alle aree con una maggioranza di cittadini non ebrei. Netanyahu, si dice, potrebbe sacrificare Steinitz (che nel frattempo non commenta le proteste) ed è pronto ad assegnare terre dello Stato a prezzi stracciati per progetti edilizi a basso costo.

Non basterà a placare la protesta. Sono in tanti a dirlo in viale Rothschild. L’accampamento di tende si allarga e con esso i temi in discussione. E qualcuno prova a far capire agli «indignati» di Tel Aviv che la loro condizione è anche figlia delle ingenti spese statali a favore delle colonizzazione nei Territori palestinesi e delle risorse enormi destinate all’occupazione e alle Forze Armate. Alcuni giorni fa tra le tende è spuntata anche quella degli «Anarchici contro il Muro», da anni in lotta accanto ai palestinesi contro la barriera israeliana in Cisgiordania. «Proviamo a far comprendere alla gente che il problema non è solo quello degli affitti e del costo delle case ma è una situazione ben più ampia legata anche all’occupazione e all’apartheid», dice Naomi Lyth, una militante di «Anarchici contro il Muro». Le reazioni sono spesso negative. «Parliamo della condizione dei palestinesi, del Bds (Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni contro Israele) – prosegue Naomi - cerchiamo di spiegare che tanti soffrono come soffrono i palestinesi (a causa dell’occupazione) perché troppi fondi vanno all’esercito, alle sue basi (nei Territori occupati), agli armamenti. Molti ci dicono che questa non è una questione politica ma economica. Noi insistiamo, è qualcosa di più ampio». Nena News

domenica 17 luglio 2011

Spari su Oliva, la barca che monitora le violazioni dei diritti umani nel mare di Gaza

Oliva, la barca internazionale che naviga in acque palestinesi per monitorare le violazioni dei diritti umani in esse perpetrate, è stata attaccata due volte in due giorni dalla marina militare israeliana, mettendo in pericolo le vite stesse del suo equipaggio.
L'idea era partita quest'inverno da Vittorio e Nacho. Nacho veniva dalla Spagna, ed aveva conosciuto Vittorio a causa di un film su Gaza che aveva girato, lo aveva intervistato quando raccontava degli accompagnamenti dei pescatori palestinesi. Vittorio diceva che, con la presenza di internazionali nella barche palestinesi, con i pescatori erano riusciti a superare il limite delle 3 miglia marine imposto da Israele e la quantità di pesce era aumentata al punto da far calare drasticamente i prezzi al mercato. Hanno smesso quando i soldati li hanno portati via tutti, con i pescatori che accompagnavano, e sono stati tenuti sotto sequestro in una prigione israeliana prima di essere deportati nel loro paese d'origine.
Allora, appunto quest'inverno, Vittorio e Nacho si sono messi in testa che una barca internazionale, individuata chiaramente come “terza parte” posta in acque palestinesi per osservare e documentare quel che succedeva, sarebbe stato un aiuto concreto per i pescatori sotto minaccia israeliana. Il nome “Oliva” era stato scelto in una partecipata assemblea al Gallery, un bar all'aperto di Gaza city. Gli ultimi tre nomi rimasti erano: Tahrir (libertà), AlManara (faro) e, appunto, Oliva. Oliva ricorda l'amore dei palestinesi per la loro terra. Oliva ricorda gli alberi sradicati e l'olio, quell'olio che deve per forza essere il migliore del mondo perché porta in se tutta la forza ed il sangue di coloro che sono morti per difenderlo. La parola Oliva, poi, ha proprio un bel suono.
Intanto i pescatori continuavano a raccontare le loro storie. Come quella di Mustafa, Mahmoud e Hjazi, usciti il 5 di marzo durante una tempesta per pescare (“non possiamo permetterci di perdere un giorno di lavoro” - dicevano). La nave da guerra israeliana li ha raggiunti mentre si trovavano a 2,5 miglia dalla costa, ed ha cominciato e sparare alle loro reti, e loro continuavano a tirarle dentro la barchetta perché, dicevano, non potevano lasciarle li, e non è una novità che i soldati sparino alle reti. I soldati, però, hanno minacciato di sparare anche a loro se non si fossero fermati. Così hanno spento il motore, la nave da guerra ha compiuto qualche giro attorno alla piccola barca rischiando di farla capovolgere, i pescatori sono stati obbligati a denudarsi e buttarsi in mare per nuotare fino alla nave sionista, dove sono stati bendati, fatti inginocchiare sul freddo ponte in metallo e legati con strette cinghie alle mani. Ad Ashdod (il porto israeliano) sono stati interrogati, e componenti dello shin bet (servizio segreto israeliano) hanno chiesto loro dove si trovassero i diversi uffici del porto, loro hanno risposto in maniera evasiva. Di fronte a Mustafa, il più vecchio, è stato posto del denaro, molto denaro...gli è stato domandato se volesse lavorare per loro. Lui ha scosso la testa in segno di diniego. Sono stati rimandati a Gaza senza scarpe, entrando da Erez. Non hanno più rivisto la loro barca, con le reti e tutto il materiale.
Alaam ha 15 anni ed è stato sequestrato con suo padre Nasser mentre stava pescando. Nasser racconta: “La nostra barca è ridicolmente lenta, ha un motore di soli 8 cavalli. Così, mentre gli altri con cui eravamo sono riusciti a scappare, siamo rimasti da soli. [Le navi da guerra] ci hanno raggiunti e ci hanno ordinato di fermarci. Gli ho risposto che stavo andando a casa ed ho continuato ad andare indietro. Ci hanno ordinato nuovamente di fermarci, ma ho continuato a navigare verso la spiaggia... solo 4 giorni fa avevano sparato a mio figlio Yasser e non avevo nessuna voglia di obbedire loro. A quel punto hanno iniziato a sparare e non mi è rimasta altra alternativa che fermarmi”. Poi, come in tutte le volte, sono stati fatti spogliare, hanno nuotato fino alla nave israeliana e sono stati sottoposti ad interrogatorio ad Ashdod. La barca, come sempre, sequestrata. Alaam era stato colpito dai proiettili israeliani anche un anno prima, e ha mostrato le cicatrici sul petto.
La storia di Yasser non è molto diversa da queste o da moltissime (troppe) altre: ha un proiettile nel petto ben visibile dalle ecografie e, quando gli è stato chiesto se volesse lasciare un messaggio, ha affermato: “vogliamo il nostro mare indietro. Aiutateci a far si che il mare sia di nuovo aperto per noi!”.
Durante gli accordi di Oslo era stato stabilito che i pescatori palestinesi non potessero allontanarsi più di 20 miglia marine dalla costa di Gaza. Questo limite è stato abbassato unilateralmente da Israele prima alle 6 miglia marine e poi, dopo l'attacco terroristico israeliano denominato “piombo fuso”, fino alle 3 miglia marine. Questo limite è fatto rispettare dalle navi da guerra sioniste tramite l'uso di armi da fuoco. Per dare dei numeri, tra il 27 dicembre 2010 ed il 27 gennaio 2011 sono stati riportati 5 attacchi da parte della marina militare israeliana, che hanno portato al sequestro di 16 persone. Tra l'agosto 2008 ed il giugno 2009 55 palestinesi e 3 attivisti internazionali sono stati portati via dalle navi da guerra; nello stesso periodo sono state confiscate 26 navi e relativo materiale necessario per la pesca. Tutto ciò ha portato ad un aumento delle famiglie sotto la soglia di povertà presso i pescatori palestinesi: esse erano il 90% nel 2010 e il 50% nel 2008. Secondo il Palestinain Center for Human Rights (PCHR) le forze militari israeliane violano il diritto dei pescatori palestinesi alla vita, sicurezza ed incolumità. L'attacco diretto ai civili è una violazione delle legge umanitaria internazionale, ed è considerato crimine di guerra.
Lo scopo principale di Oliva è di sviluppare una terza parte nonviolenta che supporti lo stato di diritto in acque palestinesi e monitori le potenziali violazioni di diritti umani. Sul sito è possibile leggere: “CPSGAZA impiegherà un gruppo di pace di circa 10 internazionali formati per fare da osservatori in acque territoriali di Gaza. […] La squadra CPSGAZA si muoverà in una barca identificabile con il nome di “Oliva”. L'Oliva accompagnerà i pescatori di Gaza e riporterà e documenterà riguardo i diritti umani e le violazioni dello stato di diritto alle parti in gioco ed ai rappresentanti della comunità internazionale”. È un progetto pensato per durare a lungo, perché è sul lungo termine che si possono cambiare le ingiustizie. Il gruppo attivo in CPSGAZA è indipendente da qualsiasi partito politico, e rispettoso della cultura locale.
Oggi gli ideatori iniziali del progetto non si trovano più a Gaza, Vittorio è morto ammazzato e Nacho ha ricevuto il “denied entry” da Israele. Però la barca continua a salpare, grazie alle numerose associazioni che la supportano e grazie al coraggioso e paziente lavoro di un gruppo di attivisti ed attiviste.
Il 13 ed il 14 di luglio Oliva ha subito pericolosi attacchi da parte delle navi da guerra israeliane. Alle 12.05 di mercoledì 13 si trovavano a bordo un'attivista inglese, un danese, il capitano ed una giornalista. Ruqaya, inglese, racconta: “Quando ci hanno attaccato ci trovavamo a meno di 2 miglia marine dalla costa di Gaza. Li abbiamo visti sparare acqua ad alcune barche di pescatori così ci siamo diretti verso quell'area. Quando ci siamo avvicinat*, la nave da guerra ha abbandonato le barche dei pescatori e si è rivolta verso di noi. Ci hanno attaccat* per circa 10 minuti, seguendoci mentre noi ci dirigevano verso la costa ed infine rallentando quando ci trovavamo a circa un miglio da essa.”
Per quanto riguarda giovedì 14, alle 8:15 due navi da guerra si sono avvicinate ad Oliva mentre stava navigando entro le 3 miglia. Gli statunitensi a bordo ed il capitano sono stati attaccati con cannoni ad acqua che hanno riempito la nave di acqua fino al punto di farne rischiare l'affondamento o il capovolgimento. I due membri statunitensi dell'equipaggio ed il capitano sono stati salvati dalla nave e portati in un peschereccio palestinese che però ha continuato a subire le angherie dei soldati israeliani -che continuavano a girare attorno alla barca sparando acqua- per un'altra ora. Prima di allontanarsi la marina israeliana ha fatto sapere che se fossero tornati in mare avrebbe sparato sia ai pescatori palestinesi che a chi era li per monitorare le violazioni dei diritti umani.
Mi hanno scritto da Gaza dicendo che sono riusciti a recuperare la barca, e che continueranno con i quattro viaggi settimanali come era stato deciso all'inizio. Domani saranno di nuovo in mare...
I sionisti sono violenti e sadici, ma non sono stupidi. Se attaccano Oliva hanno le loro ragioni. E le loro ragioni mi sembrano oggi più palesi che mai: quello di cui loro hanno paura, quello che li mette in stato di angoscia, quello che può realmente mettere in crisi il sistema terroristico che hanno creato, è dire la verità su quel che stanno facendo. Raccontare i loro feroci crimini, fare in modo che si sappia cosa stanno facendo passare al popolo palesitinese. Perché talvolta accade che chi legge o ascolta riguardo le infamie di questa forza occupante prende posizione attivamente contro di esse, per esempio boicottando Israele. E questo fa paura ai sionisti: loro sono li perché il nostro mondo li autorizza a starci, perché non abbiamo preso posizione con sufficiente forza... Boicotta Israele.


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http://libera-palestina.blogspot.com/

giovedì 14 luglio 2011

Abir Aramin è stata colpita in testa ma nessuno le ha sparato.

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Nurit Peled-Elhanan
12 Luglio 2011

Domenica 10 luglio 2011, il libro “La Torah del Re” [1] ha ricevuto il sigillo legale di approgazione, 8 Tammuz, dall'Alta Corte d'Israele che attesta che la bimba Abir Aramin, 10 anni, sparata in testa tre anni fa ad Anata, fu colpita da una pallottola proveniente da un'arma sconosciuta di un soldato o un poliziotto sconosciuto. Il proiettile trovato sotto il suo corpicino non ha provenienza, e si può anche chiudere l'indagine.

In altre parole, l'Alta Corte ha autorizzato lo spargimento di sangue di tutte le ragazze Palestinesi e ha mandato un messaggio chiaro ai soldati/poliziotti delle Forze di Occupazione Israeliane – l'omicidio delle bimbe Palestinesi, soprattutto quelle che stanno comprando caramelle in un chiosco vicino la loro scuola alle nove del mattino, non è un crimine. Nessuno è stato punito e nessuno sarà punito. Le dichiarazioni degli accusatori, cioè, dei genitori, dei testimoni oculari, dell'organizzazione Yesh Din, della prova e dell'evidenza – non hanno sortito effetti alle orecchie dei giudici [donna]. Sono anche loro madri?

Questa sentenza è l'apice di una campagna evidentemente pianificata in modo fantastico e ben oliata per permettere l'omicidio dei Palestinesi protratto da decenni sui giornali, nei discorsi politici, nella letteratura e nelle canzoni, nei piani militari, nella formulazione del codice etico militare e nei libri di testo che spiegano quanto ogni massacro dei Palestinesi fin dal 1948 sia stato buono per gli Ebrei, per la democrazia ebraica e per la conservazione della maggioranza ebraica nello Stato/Terra di Israele nel lungo, breve e medio periodo.

Questa campagna ha ottenuto maggior impulso a partire dal massacro di piombo fuso e fosforo a Gaza due anni fa. Da quel momento chiunque ha trovato giustificazioni e razionalità per gli omicidi dei Palestinesi. Ufficiali militari in pensione e ufficiali in servizio si presentano agli scolari e agli studenti dei programmi di preparazione militare, o persone che vogliono dormire con la coscienza a posto, e spiegano loro che l'esercito più etico nel mondo non fa nulla senza giustificazioni morali-etiche-”di valore”, così se i bambini Palestinesi sono armati durante un'operazione militare giustificata-morale-etica, piena di valori e di moralità, allora era certamente il male minore, una ingiustizia necessaria, schegge, imposto dalle circostanze, una necessità che non va condannata – non va mai condannata.

Perché l'omicidio dei Palestinesi viene sempre fatto in nome della legge – internazionale o nazionale, o nel nome delle leggi della Torah, nel nome dei sublimi valori della preservazione della vita umana non-Palestinese, nel nome della Guerra del Terrore, adempimenti militari, il principale deterrente, che è sempre giustificato e spiegato con parole che non includono la componente umana. La Morte dei Palestinesi è un bersaglio, un obiettivo, un “settore”, un'operazione, un'azione, una procedura.

E infatti i giudici [donna] dell'Alta Corte – sono madri anche loro? - non hanno condannato l'omicidio, né hanno stabilito punizioni per i soldati che hanno tirato fuori un fucile da un mezzo blindato e hanno mirato alla nuca della bambina che stava comprando caramelle al chiosco con una mano e che teneva la sorella con l'altra mano, e hanno sparato con precisione, un colpo che ha lasciato una mano sospesa, che teneva la mano di Arin, e il resto del corpo di Abir disteso in una strada vuota e sporca. Non hanno condannato il gesto o l'istanza di cui i soldati o la polizia (dal massacro di Kfar Qasim [2] l'IDF ha sempre sottolineato che i componenti della Guardia di Frontiera sono poliziotti, non soldati) sono accusati ad ogni processo di ogni tipo.

Non hanno condannato gli assassini, né hanno espresso compassione per la famiglia di Abir. Le famiglie Palestinesi non provano dolore – mai, e quindi non è necessario condividere il loro dolore. Hanno troppi figli per provare dolore per la perdita di uno dei loro figli.

E per questa ragione dobbiamo chiedere la fine immediata delle vessazioni del Rabbino Elitzur e degli altri rabbini che hanno contribuito alla stesura del libro “Torah ha-Melech” dove viene esposto, utilizzando le sacre scritture e la Hlacha Ebraica, perché i bambini non-Ebrei debbano essere uccisi senza rimpianti o rimorsi, per il bene della nazione Ebraica, e coloro che predicano alle uscite come agli incontri organizzati con i soldati, nelle scuole e nei giornali, a favore dell'omicidio dei bambini Palestinesi. Le vessazioni/molestie dei rabbini potrebbero essere interpretate, Dio non voglia, come razzismo o discriminazione, dal momento che l'Alta Corte ha decretato che il loro predicare è lecito (kosher). Non che abbiano bisogno di una tale certificazione.

E l'unica consolazione che resta per chi di noi l'ha conosciuta (Abir), e sono addolorati per la sua morte e del dolore dei suoi fratelli, sorelle e genitori, è che Dio vendicherà il suo sangue.

La Prof.ssa Nurit Peled-Elhanan è la figlia dell'ex MK Matti Peled, moglie di Rami, madre di Smadar uccisa il 4 settembre 1997 durante un attacco ad un centro commerciale pedonale a Gerusalemme.

Note del traduttore:

in Ebraico, “Torat ha-Melech”. Un libro controverso scritto da un rabbino israeliano nel quale si argomenta che gli Ebrei possono uccidere i bambini se si pensa che questi possano crescere per fare del male agli Ebrei.

Il 29 ottobre 1956, truppe della Guardia di Frontiera (tecnicamente ufficiali di polizia) uccisero 48 Palestinesi nel villaggio Arabo Israeliano di Kfar Qasim, durante l'applicazione di un coprifuoco imposto ai villaggi Arabo Israeliani a causa della guerra del Suez.

lunedì 11 luglio 2011

At-Tuwani- violenza dell'IDF contro pacifica manifestazione

COMUNICATO STAMPA


"At-Tuwani: Palestinesi protestano pacificamente contro l'espansione illegale dell'avamposto di Havat Ma'on, l'esercito risponde con violenza".




9 Luglio 2011


At-Tuwani – Durante la mattinata di Sabato 9 luglio oltre un centinaio di palestinesi provenienti da At-Tuwani e villaggi vicini, internazionali e attivisti israeliani hanno marciato contro l'espansione dell'illegale avamposto di Havat Ma'on. Alla testa del corteo i giovani palestinesi portavano un cartello con su scritto "We want to live in Peace and Dignity".


In risposta al corteo pacifico, l'esercito israeliano ha dichiarato immediatamente l'area: "Zona Militare Chiusa", come incentivo all'allontanamento dei palestinesi dall'area, l'esercito ha lanciato gas lacrimogeni e bombe sonore. Un palestinese è rimasto ferito in maniera molto lieve dall'esplosione di una bomba sonora, detonata molto vicino a lui.


L'azione diretta contro l'esensione dell'avamposto aveva come obiettivo la rimozione di una nuova abitazone tenda che i coloni avevano installato più di due mesi fa. I coloni costruirono questa tenda su suolo non di loro proprietà, ma bensì appartenente ad una famiglia che vive nei dintorni del villaggio di At-Tuwani.


La polizia, durante l'azione ha temporaneamente detenuto, un palestinese un internazionale e un pacifista israeliano, rilasciati in seguito grazie alla pressione degli attivisti che si erano rifiutati di abbandonare l'area.


Operazione Colomba e Christian Peacemaker Teams mantengono una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell'area delle colline a sud di Hebron dal 2004.


[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell'Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]


Per informazioni:

Operazione Colomba, +972 54 99 25 773

sabato 9 luglio 2011

AUMENTANO LE VIOLENZE DEI COLONI SUI BAMBINI

In aumento le violenze israeliane sui bambini palestinesi
di Marta Fortunato


Vivere nella violenza, fin da piccoli. Questo lo scenario che si prospetta ai bambini palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, sempre più spesso vittima di attacchi da parte dei coloni israeliani degli insediamenti illegali.

E le aggressioni contro la popolazione palestinese sono purtroppo una pratica quotidiana.




Secondo l'organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din non si tratta di incidenti isolati né di semplici episodi di odio e rabbia ma piuttosto di un piano strategico molto più sofisticato volto ad affermare l’autorità e la dominazione territoriale israeliana sulle terre palestinesi della Cisgiordania. Per questo l’esercito collabora ed approva le continue aggressioni contro gli abitanti palestinesi. Anche se, secondo il diritto internazionale, Israele non ha sovranità sui territori che ha occupato e, in qualità di potenza occupante, dovrebbe difendere i civili palestinesi dalla violenza perpetrata in queste terre.



“I soldati hanno iniziato a sparare in aria e a lanciare lacrimogeni contro di noi” racconta Asad, 16 anni, di Fara’ta, un villaggio vicino a Qalqiliya, nel nord della Cisgiordania. Il 2 giugno 2011 questo ragazzo non ancora maggiorenne è stato colpito da un candelotto di gas lacrimogeni mentre stava raccogliendo il grano nelle terre del suo villaggio. Dodici punti ed un taglio profondo vicino all’occhio.

E la complicità e il silenzio dell'esercito israeliano, anche di fronte ad aggressioni mortali.

Il 28 gennaio 2011 Yousif Ekhlayel, di soli 13 anni, è stato ucciso dal fuoco di un colono a Beit ‘Ummar, un villaggio ad 11 km da Hebron.




“Yousif stava raccogliendo frutta col padre quando sono arrivati quasi 70 israeliani dall’insediamento illegale di Bat Ayin” ha raccontato Ahmed, un abitante di Beit ‘Ummar – c’erano sia donne che uomini, tutti armati. E cinque di loro avevano dei fucili e hanno sparato contro di noi”. Yousif, colpito alla testa, è deceduto qualche ora dopo in ospedale.

Diciassette sono i bambini palestinesi che hanno subito violenze da parte dei coloni israeliani nei primi sei mesi del 2011. A riferire la notizia è l’organizzazione non governativa Save the Children – Palestina: nel report pubblicato il 4 luglio 2011 si legge che ci sono quotidianamente attacchi contro i palestinesi nei villaggi della Cisgiordania che sorgono vicino agli insediamenti israeliani e nei quartieri di Gerusalemme Est e che troppo spesso coloro che vengono colpiti dai bastoni, dai gas lacrimogeni o dai proiettili dei coloni sono minorenni.

Secondo un recente report dell’OCHA (Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari), nel 2010 le violenze perpetrate dai coloni israeliani contro i palestinesi sono aumentate del 70% rispetto all’anno precedente e la causa principale è dovuta ad “un’applicazione troppo permissiva della legge”. Quasi il 90% delle indagini su queste violenze non va a buon fine. E l’esercito israeliano al posto di difendere le vittime delle aggressioni, protegge e si schiera con i coloni, facilitando o prendendo parte agli attacchi contro i palestinesi, oppure con un tacito assenso. Dati confermati anche dal gruppo israeliano per i diritti umani Yesh Din: “la maggior parte degli attacchi contro i palestinesi non solo rimane impunito ma viene completamente ignorato dalle autorità israeliane”. E l’esercito rimane impassibile di fronte a queste “spudorate” violazioni dei diritti umani del popolo palestinese in Cisgiordania.

Yousif Ekhlayel 13 anni, il bambino ucciso dai coloni

venerdì 8 luglio 2011

LA “FLOTILLA” AEREA NON DECOLLA

Linea dura di Israele contro gli attivisti internazionali in arrivo oggi al Ben Gurion. Con la complicità delle compagnie aeree europee. Tre arrestati e sei rimpatriati. E oltre 200 bloccati negli aeroporti europei.

DI MARTA FORTUNATO

Roma, 08 Luglio 2011, Nena News (nella foto: volantino dell’evento “Welcome to Palestine”)- Più di duecento attivisti bloccati negli aeroporti europei, sei rispediti a casa dalle autorità israeliane di Tel Aviv e tre arrestati. Queste sono le ultime notizie riportate dagli ufficiali israeliani.

Tanti i mezzi utilizzati da Israele per fermare gli oltre 600 attivisti internazionali in arrivo oggi all’aeroporto Ben Gurion per partecipare all’evento “Welcome to Palestine”, organizzato da oltre 40 associazioni palestinesi. Una lista nera di 347 nomi. Ed una lettera del Ministero degli Interni di Israele indirizzata a tutte le compagnie aeree per chiedere di “non imbarcare i radicali pro-palestinesi” sui voli diretti a Tel Aviv. Nel documento, pubblicato dal quotidiano israeliano The Jerusalem Post, si legge che “a seguito delle dichiarazioni degli attivisti pro-palestinesi in arrivo in Israele per sconvolgere l’ordine e per confrontarsi con le autorità israeliane” è stato deciso di rifiutare loro l’ingresso nel paese “secondo la Legge di Ingresso in Israele del 1952″.

Invito al quale molte compagnie aeree hanno risposto positivamente, secondo quanto riferito da Israel Radio. Un portavoce della polizia ha riferito al quotidiano israeliano Ynet che “le linee aeree hanno capito che saranno responsabili e dovranno sostenere le spese di tutte quelle persone che arriveranno in Israele e che verranno rispedite nei paesi di provenienza”.

Un centinaio di attivisti sono stati bloccati all’aeroporto Charles de Gaulle (Parigi) dalla compagnia ungherese Malev e da quella tedesca Lufthansa. Altri non sono stati fatti imbarcare negli aerei dell’EasyJet a Genova e Ginevra. L’appello lanciato dagli organizzatori palestinesi non è stato ascoltato. In un comunicato stampa diffuso ieri si chiedeva alle compagnie aeree di “non accettare le azioni provocatorie ed illegali e i ricatti del governo israeliano”.

L'aeroporto Ben Gurion (Tel Aviv)

“La Francia è preoccupata che vi siano incidenti e scontri tra attivisti e autorità israeliane nel caso in cui i primi raggiungessero la capitale israeliana” ha affermato Bernand Valero, portavoce del ministro degli esteri francesi.

“Noi siamo persone pacifiche e non vogliamo sconvolgere l’ordine in Israele” ha dichiarato Olivia Zemour, leader dell’organizzazione euro-palestinese – “l’aeroporto è sotto occupazione israeliana”.

Sophia Deeg, coordinatrice tedesca degli attivisti ha aggiunto: “molti dei partecipanti sono famiglie o persone anziane che non sono mai state in Palestina. Il loro intento è solo quello di mettere in luce la forte restrizione della libertà di movimento che è in vigore in Palestina”.

Scopo principale di questi uomini, donne e bambini in viaggio verso la Palestina è quello di fornire un supporto morale a questo popolo che da troppi anni vive sotto occupazione. Esattamente dal 1967, quando l’esercito israeliano ha invaso la Cisgiordania e Gaza.

Nel comunicato stampa diffuso dalle associazioni palestinesi organizzatrici si legge che “i partecipanti francesi, belgi, inglesi, tedeschi, italiani ed americani, poiché mossi da intenti totalmente pacifici, hanno deciso di comune accordo di non avere niente da nascondere e di informare le autorità israeliane della loro volontà di recarsi immediatamente in Cisgiordania dopo l’arrivo al Ben Gurion”.

Tuttavia Israele ha utilizzato la linea dura. Le dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi dalle più alte cariche israeliane si stanno traducendo in azione: tutti coloro che arriveranno all’aeroporto Ben Gurion verranno arrestati o rispediti a casa. Nena News

 

Isteria israeliana

> that is what has happened to the air flottillia: attivisti internazionali (soprattutto europei) avevano aderito all'invito dei Comitati Popolari Palestinesi a partecipare a "Benvenuti in Palestina". Una visita esplicitamente dei Palestinesi, senza le solite bugie ed ingegnosi camuffamenti per passare i controlli israeliani.

> Sono emersi con abbacinante evidenza:

> 1 che i Palestinesi tutti sono prigionieri di Israele, che non solo ne impedisce o limita enormemente il godimento del diritto alla mobilita', ma li tiene anche rinchiusi ed inaccessibili a visitatori esterni. Questo vale per Gaza (la Flottilla 2 Stay Human ne e' un'ulteriore dimostrazione).

> 2 che Israele sta riducendo l'Europa ad una prigione: impedisce i movimenti di cittadini europei anche nei loro paesi o comunque in altri paesi. Anche qui piena convergenza e sovrapponibilta' tra la vicenda della Flottilla 2 e quella della "Benvenuti in Palestina ", tutti in arrivo al Ben Gorion: aeroporti palestinesi distrutti da anni da Israele, che si e' reso l'unico tramite dei Palestinesi con il mondo; oggi 8 luglio. La Flottilla 2 bloccata in Grecia ed impedita in qualsiasi movimento nel Mediterraneo! La "flyflottilla" (o "airflottilla") impedita nelle sue individuali componenti in di versi stati europei: tutta l'Europa bloccata da Israele!

La vicenda fa emergere preoccupanti scenari, applicabili anche in caso di conflitti sociali (e gia' questo caso e' piu' che agghiacciante, inaccettabile e preoccupante) o interetnici. L'apparato e' stato collaudato, ma nel collaudo se ne e' mostrata l'esistenza. Anni di "collaborazioni", molte "culturali"! per carita'!, di accordi militari, di accordi economici, di esercitazioni militari congiunte. Ecco a cosa contribuiscono: a contraddire due secoli di maturazione di diritti!


al link, la lettera inviata da una compagnia che comunica all'acquirente del biglietto che questo gli e' stato cancellato per richiesta del ministero degli interni israeliano!



> http://www.silviacattori.net/article1723.html?var_mode=calcul
>
>
C'e' ancora qualcuno che voglia lasciare contributi nelle casse d'Israele? o favorirne il rifacimento d'immagine? pinkwashing? greenwashing?...

Flavia

venerdì 1 luglio 2011

Aquiloni proibiti

Israeliani inumani

VIDEO: AQUILONI PROIBITI AI BAMBINI DI NABI SALEH
Immagini shock dal villaggio palestinese. L'esercito israeliano usa le maniere forti per mettere fine al lancio degli aquiloni da parte dei bambini.


Gerusalemme, 01 luglio 2011, Nena News (foto dal sito www.marsala.it) – “Qui e’ area militare chiusa, via via”, hanno urlato i militari israeliani, lo scorso 24 giugno, ad un gruppo di bambini palestinesi di Nabi Saleh che, accompagnati da insegnanti e alcuni giovani, si preparavano a lanciare gli aquiloni che avevano costruito poco prima.



Al mattino si era svolto in questo villaggio tra Gerusalemme e Ramallah, protagonista da oltre un anno di una intensa lotta popolare contro la costruzione del Muro israeliano, un laboratorio per bambini con educatori palestinesi e stranieri per la costruzione, con materiali riciclati, di aquiloni. Una attivita’ che aveva coinvolto un po’ tutti i piccoli del villaggio. Ma quando e’ giunto il momento di testare i risultati di ore passate tra carta, colla e legno, i bambini hanno trovato ai piedi della collinetta vicina al villaggio i soldati israeliani che sbarravano la strada. Proibito passare e, quindi, giocare. I militari non hanno esitato a sparare gas lacrimogeni e proiettili di gomma e, successivamente, a malmenare e arrestare i giovani e gli adulti che accompagnavano i bambini. L’aquilone, si sa, e’ una grave minaccia alle forze di occupazione in Cisgiordania!!
Video: http://www.youtube.com/watch?v=IzQG9kcQsEs&feature=player_embedded
CHILDREN PLAYING KITES IN JERUSALEM SHOT BY THE ZIONIST ARMY IN THE DAY OF "FREEDOM IN COLORS"

giovedì 30 giugno 2011

Preparativi di guerra

Leggendo questo articolo si rimane basiti. Israele spende tutte le sue energie a scatenare, programmare, mantenere guerre. A che servirebbero altrimenti tali incredibili preparativi? Chi vogliono attaccare questa volta? Di nuovo il Libano del sud? Le navi della Freedom Flottilla? La Siria? Chi altro?
Una popolazione tenuta in ostaggio dalla guerra e dalla paranoia dei sempre più scalmanati e guerrafondai sionisti. Una popolazione che è stata abituata a pensare che è normale vivere sempre attaccando qualcuno "prima di venire attaccato" e che la guerra è una condizione di vita normale. Normalmente la guerra Israele la fa soffrire agli altri, mentre i danni che subisce grazie alle sue guerrafondaie politiche è ridicolo e inconsistente. Ma anche vivere con una condizione psicologica di tale paranoia non dev'essere piacevole. Eppure potrebbero vivere in pace se solo si adeguassero ai principi di giustizia e di legalità, se si ricordassero di essere esseri umani e non macchine da guerra o relitti paranoici e psicolabili, se applicassero le leggi internazionali e rispettassero le risoluzioni dell'ONU. Ma contenti loro...Noi intanto gli facciamo un grande piacere applicando il BDS, se servirà a svegliarli dal sonno della ragione ne trarranno discreti vantaggi e ci dovranno ringraziare.



Esercitazioni nazionali per la sicurezza

Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, 28 Giugno 2011
Haaretz.com
22.06.2011

A giro per Israele scattano le sirene quando l’esercitazione di sicurezza diventa nazionale.
L’esercitazione, denominata Turning Point 5, impegna il Comando del Fronte Interno, l’Autorità Nazionale di Crisi, il governo locale e nazionale e i servizi di emergenza.
Mercoledì mattina, alle 11, sono scattate in tutto il paese le sirene come parte di una esercitazione di crisi nazionale che era iniziata domenica e che è previsto duri fino a giovedì. 
Le autorità hanno chiesto alla popolazione di entrare nei rifugi non appena odono il suono della sirena. Nel sud d’Israele, bersaglio di ripetuti lanci di razzi dalla Striscia di Gaza, sono scattate per errore due sirene invece di una come nel resto del paese. La seconda è scattata alle 7 del pomeriggio.
    
esercitazione del Comando del Fronte Interno nel 2004
L’esercitazione, che è stata soprannominata Turning Point 5, interessa il Comando del Fronte Interno, l’Autorità Nazionale di Crisi, il governo nazionale e locale e i servizi di emergenza. 
Nei primi tre giorni di questa settimana, diversi enti governativi e servizi di emergenza hanno controllato la loro prontezza. Mercoledì, l’esercitazione entrerà nell’ambito pubblico, con decine di sirene che simuleranno sia attacchi con missili convenzionali che chimici. 
Le esercitazioni hanno il compito di verificare il tempismo di scuole, uffici governativi, altri posti di lavoro e abitazioni private. 
Giovedì, il capo del dipartimento popolazione al Comando del Fronte Interno, Col. Efi Mishov, ha affermato che ha preso parte all’esercitazione dello scorso anno il 47% della popolazione che è entrata nei rifugi non appena ha udito le sirene. 
“Quest’anno ci aspettiamo una maggiore partecipazione, ma non in modo significativo. Sono cose che si accumulano nel corso degli anni. In Israele la reazione è relativamente buona rispetto ad altri paesi del mondo; è questione di imparare, e ci lavoriamo su tutto l’anno.” 
Una esercitazione, per verificare la prontezza di reazione nei confronti di un attacco con testate chimiche su Rishon Letzion, interesserà l’Ospedale Assaf Harofeh, che farà pratica sul ricovero di un centinaio di vittime. Altre esercitazioni di risposta ad armi chimiche si svolgeranno a Nazareth Alta, al porto di Haifa e nella zona industriale di Ramat Hovav nel Negev. 
Il Comando del Fronte Interno si eserciterà pure in varie località del paese sull’evacuazione di persone intrappolate in edifici collassati. 

martedì 28 giugno 2011

Israele detta legge e decide per tutto il mondo cosa si può sapere e cosa no dei suoi crimini

Steve Jobs si piega al volere di Israele: cancellata l'applicazione "Terza Intifada"

di Emma Mancini

Paranoia tecnologica o imposizione della propria narrativa? Dietro la richiesta di Israele di cancellare l’applicazione Apple “Terza Intifafa”, probabilmente, ci sono entrambe. Inaccettabile per Tel Aviv che in ogni parte del mondo si possa assistere sullo schermo di un iPad o un iPhone alle violazioni quotidiane subite dai palestinesi.

apple

ll sito 3rdIntifada.com da cui è stato ripresa l'applicazione Apple



Pressioni sulla Apple immediate e Steven Jobs obbedisce: l’applicazione va cancellata. È successo ieri, quando il gigante della tecnologia Apple ha rimosso definitivamente l’applicazione filo-palestinese “Terza Intifada”, un programma in lingua araba creato da una compagnia di Dubai, che secondo il governo israeliano incitava il mondo arabo alla violenza contro gli ebrei. Un’applicazione che riprendeva in tutto e per tutto il sito 3rdintifada.com, un network che fa informazione e offre editoriali sull’occupazione militare israeliana e le ragioni della causa palestinese.

Ma cosa mostrava di tanto temibile l’applicazione Apple? Uccisioni di palestinesi e foto dei martiri, demolizioni di case da parte dei bulldozer militari israeliani, la vita a Gerusalemme Est e le altre violazioni più note del conflitto, documentari e canzoni che narrano la Nakba. Inaccettabile per Israele, che ha accusato la società californiana di incitare alla violenza contro lo Stato ebraico attraverso un’applicazione che fa riferimento a Israele come entità sionista e “convince il mondo intero a simpatizzare con la causa palestinese”.

Steve Jobs, che nei giorni scorsi aveva ignorato le pressioni israeliane e aveva deciso di non rimuovere dagli Apple Store l’applicazione, si è ritrovato nella cassetta della posta una lettera di Yuli Edelstein, ministro israeliano per gli Affari Pubblici e la Diaspora. Nella missiva il ministro ha richiamato Jobs all’ordine, chiedendo “l’immediata rimozione dell’applicazione, così da continuare nella tradizione delle applicazioni Apple dirette solo al divertimento e a fini informativi, applicazioni che non sono mai state strumento di incitamento alla violenza”.

“Se si guarda agli articoli – continua Edelstein -, alle storie e alle fotografie che appaiono nel programma, appare chiaro che si tratta di un’applicazione anti-israeliana e anti-sionista che di fatto, così come suggerisce il nome, chiama ad una rivolta contro Israele”. Difficile resistere ad un ministro tanto convincente, lo stesso che a marzo riuscì a far rimuovere la pagina Facebook “Terza Intifada”, adducendo la stessa motivazione: incitamento alla violenza e alla sollevazione contro Israele attraverso la lotta violenta.

Insomma, se Mark Zuckerberg ha ceduto, difficile che Steve Jobs riuscisse a resistere alle potenti lobby israeliane. “Abbiamo rimosso l’applicazione dagli Apple Store perché viola le nostre linee guida e offende un intero gruppo di persone”, ha detto mercoledì un portavoce della Apple, citato da Al Jazeera.

Riflessioni in merito allo strapotere mediatico ed economico israeliano si sprecherebbero. Ad inchinarsi ai voleri e ai capricci di Tel Aviv sono state due delle compagnie tecnologiche più potenti e influenti del globo, che avevano fatto dell’informazione libera e della condivisione di notizie e opinioni il loro cavallo di battaglia.

domenica 26 giugno 2011

Nabi Saleh: lacrimogeni israeliani contro i bambini feriti due bambini di 4 e 11 anni

CISGIORDANIA: MANIFESTAZIONE “COLORATA” A NABI SALEH
Centinaia di palestinesi partecipano alle proteste settimanali del venerdì nei principali villaggi della Cisgiordania. A Nabi Saleh l'esercito israeliano lancia lacrimogeni contro i bambini.

DI MARTA FORTUNATO

Beit Sahour, 25 giugno 2011, Nena News (nella foto, manifestazione a Nabi Saleh) - Venerdì di proteste e manifestazioni per il popolo palestinese. Ma anche venerdì di lacrimogeni ed arresti. Come sempre le dimostrazioni non-violente nei villaggi della Cisgiordania, contro la politica israeliana di confisca, espropriazione ed annessione delle terre, hanno avuto fine con la violenza e con l’usurpazione dei diritti dei palestinesi. Il bilancio della giornata di ieri, venerdì 24 giugno, è stato di almeno 10 feriti e 4 arrestati.

A Nabi Saleh, villaggio situato a 15 km a nord di Ramallah, una cinquantina di attivisti hanno risposto all’appello lanciato su Facebook dal movimento dei giovani palestinesi, dal titolo “Colora la tua libertà”. I bambini del villaggio hanno sfilato assieme ad attivisti palestinesi ed israeliani indossando maschere e vestiti colorati e hanno fatto volare in cielo aquiloni dalle mille tonalità. Simbolo di gioia e libertà, libertà che viene costantemente violata dai soprusi fisici e psicologici perpetrati dai soldati israeliani.

“Mentre ci stavamo dirigendo verso la collina vicina a Nabi Saleh per far volare gli aquiloni, l’esercito ci ha fermato e ha iniziato a lanciare lacrimogeni” ha riferito un’attivista israeliana all’agenzia di stampa palestinese Ma’an. Successivamente l’esercito si è diretto verso il centro del villaggio e mentre il cielo si colorava di aquiloni, i manifestanti riparavano nelle case di Nabi Saleh scappando dai gas lanciati dai soldati.

“Non hanno avuto compassione nemmeno quando si sono trovati di fronte a dei ragazzini che cantavano per le strade con le facce colorate” ha raccontato un abitante del villaggio. Due bambini, di 4 ed 11 anni sono stati feriti da un candelotto, un attivista israeliano è stato arrestato.

Nabi Saleh è uno dei tanti villaggi della Cisgiordania che quotidianamente lotta contro l’allargamento delle colonie israeliane e contro le continue violenze nei confronti della popolazione palestinese. Circondato e costantemente minacciato dall’espansione dell’insediamento illegale di Hallamish, questo villaggio, che dal 2009 ha dato vita a manifestazioni settimanali di protesta, ha subito dall’inizio del 2011 una serie di arresti mirati che lo hanno privato dei principali leader della resistenza popolare. Lo scopo principale di questi atti era quello di indebolire le proteste non violente e di minare alla base la sopravvivenza dei comitati popolari, ma la resistenza in cui questo villaggio è impegnato è stata sostenuta dalla partecipazione di numerosi attivisti. Ogni venerdì il gruppo di giovani palestinesi, autori dell’organizzazione della manifestazione di ieri, partecipa alla marcia del villaggio.
“Negli ultimi quattro mesi la maggior parte dei leader di Nabi Saleh sono stati arrestati, ha spiegato a Nena News Majd, un ragazzo di Ramallah molto attivo in questo movimento, – e noi, giovani, abbiamo deciso di sostenere gli abitanti del villaggio e di manifestare con loro ogni venerdì”. L’ultimo grave arresto, avvenuto il 24 marzo 2011 ha coinvolto il coordinatore delle proteste del venerdì, Bassem Tamimi, il quale da tre mesi è in detenzione amministrativa perché accusato, secondo la versione israeliana, di “incitare al lancio di pietre e di organizzare manifestazioni illegali”.

Lacrimogeni contro un ragazzo palestinese, nel villaggio di Bil'in

Nel villaggio di Bil’in gli abitanti hanno partecipato alla manifestazione di venerdì 24 giugno con una speranza in più e con una nuova lotta nel cuore. Il percorso del Muro di Separazione cambierà. Martedì scorso i bulldozer dell’esercito israeliano hanno iniziato i primi lavori di smantellamento di questa terribile barriera, dichiarata illegale dall’Alta Corte: non è stata costruita per motivi di sicurezza ma con lo scopo di espandere le terre su cui sorgono le colonie della Cisgiordania. Sono stati necessari più di quattro anni di lotte, la morte di due abitanti, e l’arresto e il ferimento di decine di persone perché questa dichiarazione venisse attuata. In questo modo il muro passerà più vicino all’insediamento di Modiin Illit restituendo al villaggio di Bil’in parte delle terre annesse illegalmente da Israele.

Tuttavia, il nuovo tracciato stabilito dalle autorità israeliane e già sanzionato dall’Alta Corte, lascia dalla parte israeliana 350 acri di terra appartenenti al villaggio. “Quello che Bil’in ha ottenuto col cambiamento del percorso del muro, rappresenta meno della metà delle terre che sono state confiscate” ha dichiarato all’emittente televisiva dell’agenzia di stampa Reuters il primo ministro palestinese Salam Fayyad, che ieri ha preso parte alla manifestazione. “Tuttavia è un primo passo per il futuro, e per questo ha un significato molto importante… anche se tutto verrà risolto quando termineranno le ingiustizie, l’occupazione, le colonie e i muri” ha affermato durante la preghiera di mezzogiorno.

Questo è l’inizio di una lotta, non la fine. Ieri centinaia di manifestanti guidati da un bulldozer hanno marciato fino al vecchio tracciato della barriera di separazione, che da qualche giorno l’esercito israeliano sta smantellando. Una dozzina di dimostranti ha cercato di abbattere il muro ma è stata fermata dai gas lacrimogeni e dai proiettili di plastica lanciati dai soldati israeliani. Otto persone sono state ferite.

Anche a Silwan, quartiere di Gerusalemme Est ci sono stati violenti scontri tra i manifestanti e l’esercito. Molte case sono state perquisite e tre persone, tra cui un ragazzo di 16 anni, sono state arrestate. Nena News

giovedì 16 giugno 2011

Carneficina siriana e moderazione israeliana

Domenica 12 Giugno 2011 11:51 Gideon Levy



11/06/2011

Vediamo il regime siriano massacrare decine di dimostranti disarmati ogni giorno, e diciamo che “sta trucidando il suo stesso popolo”; ma quando l’esercito israeliano uccide 23 manifestanti siriani disarmati in un solo giorno, ci vantiamo del fatto che esso “ha agito con moderazione” – scrive il giornalista israeliano Gideon Levy

***

Il regime del presidente siriano Bashar Assad sta massacrando decine di inermi manifestanti siriani ogni giorno. In Israele siamo soliti schioccare la lingua in stato di shock e dire che Assad “sta trucidando il suo stesso popolo”, ma quando le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno ucciso 23 manifestanti siriani disarmati in un giorno, ci siamo vantati del fatto che l’esercito israeliano “ha agito con moderazione”.

I dimostranti nella città siriana di Hama e i manifestanti al confine del Golan si assomigliano non solo nel loro ricorso a mezzi non letali, ma anche nei loro obiettivi. Sia gli uni che gli altri stanno cercando di cambiare l’ordine costituito. E la risposta delle autorità in entrambi i casi – l’uso di proiettili veri contro i manifestanti – è sorprendentemente simile.

In Israele la gente subito spiegherà che l’esercito israeliano compie ogni sforzo per non uccidere i manifestanti, e in effetti il numero di vittime in Siria è molto più elevato, ma i mezzi sono simili – l’uso di proiettili veri contro manifestanti disarmati. E il conteggio delle vittime potrebbe perfino risultare comparabile se, Dio non voglia, i manifestanti del Golan insisteranno nella loro ribellione – e l’opinione pubblica israeliana non avrebbe alcun problema rispetto a questo, naturalmente. Anche se assomigliamo alla Siria, non appariamo così ai nostri occhi.

Lungo la recinzione di confine sulle alture del Golan, Israele ha eretto un’ulteriore barriera di sicurezza ancora più robusta per proteggersi, ed in particolare per offuscare la sua stessa consapevolezza della presenza dei manifestanti sul confine. Con questa barriera, abbiamo creato il nostro mondo, il mondo dei nostri sogni, l’illusoria bugia “contrapposta” che ci raccontiamo.

A Hama sono combattenti per la libertà. Al confine con le alture del Golan sono dimostranti prezzolati, folle aizzate e terroristi. Attraversare il confine con le alture del Golan comporta una minaccia alla sovranità di Israele, anche se non un solo paese al mondo riconosce la sovranità israeliana sul Golan. I manifestanti al confine del Golan sono giovani privi di ogni coscienza politica che sono stati spronati a farlo, mentre i loro omologhi che manifestano contro il regime siriano sono giovani istruiti con il senso della democrazia, gente dell’illuminata rivoluzione di Facebook e Twitter.

Sulle alture del Golan, Assad li porta in autobus verso la morte, e la colpa è tutta loro. Le IDF hanno trovato un modo per dimostrare che la maggior parte delle vittime sono state responsabili della loro morte o delle loro lesioni. Il pensiero che quei giovani determinati sul Golan stanno rischiando la vita proprio a causa della stessa coscienza politica e democratica, identica a quella che sta motivando i loro colleghi nelle città siriane che si stanno ribellando contro il regime di Assad, semplicemente non ci viene in mente.

Sul nostro confine sono dei rivoltosi. Nelle città siriane sono manifestanti. Laggiù vi è un’ammirevole protesta nonviolenta, mentre quella stessa battaglia quando viene combattuta sul nostro confine è considerata violenta, e i suoi protagonisti vanno incontro alla morte.

Abbiamo inventato un mondo tutto per noi: Assad ha mobilitato questi giovani palestinesi per distrarre l’attenzione. Ma a dir la verità, noi veniamo distratti in misura non certo minore, distolti dagli obiettivi di questi giovani che non siamo nemmeno disposti ad ascoltare.

Qualcuno qui ha forse pensato al viaggio “della memoria” compiuto da un giovane palestinese siriano che ha attraversato il confine ed è riuscito ad arrivare a Jaffa per visitare la casa ancestrale della sua famiglia? Magari possiamo provare a ricordare al lettore israeliano che questi sono figli di rifugiati, alcuni dei cui antenati sono fuggiti o sono stati espulsi da Israele nel 1948 e non è stato permesso loro di tornare. E altri sono stati espulsi o sono fuggiti dalle alture del Golan nel 1967, e sono stati privati anch’essi del loro diritto di tornare.

Forse è possibile ricordare che Israele in larga misura conquistò il Golan nel 1967 come risultato di un’iniziativa israeliana. Forse è possibile ricordare che da tre generazioni queste famiglie di rifugiati vivono in condizioni disumane nei loro campi profughi. E’ vero che ciò è colpa del regime siriano, ma anche Israele ha una responsabilità per il loro destino. Forse è perfino possibile dire che vi è un grado di legittimità nella loro lotta, proprio come la lotta dei loro colleghi contro il regime siriano è legittima. Sia gli uni che gli altri vogliono una vita di libertà e dignità. Nessuno di essi ne può disporre.

Nel nuovo mondo arabo che sta prendendo forma davanti ai nostri occhi, a un certo punto questi giovani sia in Siria che al confine del Golan dovranno essere ascoltati, e alcune delle loro richieste dovranno ricevere una risposta, soprattutto se essi persevereranno nella loro lotta disarmata.

Ma noi ci siamo messi tutto dietro le spalle. Nasconderemo la testa sotto la sabbia. Costruiremo un’altra recinzione di confine, e un’altra ancora. Chiameremo “notte” il giorno e “giorno” la notte, continuando a ripeterci che stiamo agendo con moderazione – uccidendo con proiettili veri 23 giovani che non hanno sparato un solo colpo. Accuseremo loro e i loro leader della responsabilità della loro morte. La cosa importante è che le nostre mani siano pulite, le nostre orecchie siano tappate e i nostri occhi siano chiusi.

Gideon Levy è un giornalista israeliano; è membro del comitato di redazione del quotidiano “Haaretz”; è stato portavoce di Shimon Peres dal 1978 al 1982

domenica 12 giugno 2011

Alla società civile il compito di riscattare la dignità dell'Italia

Milano come la Palestina. E’ la politica dei fatti compiuti


di Sergio Cararo*


Dunque Piazza del Duomo a Milano verrà occupata dagli apparati di stato di Israele. Le istituzioni italiane e quelle israeliane – di comune accordo - hanno deciso che la kermesse va mantenuta a qualsiasi costo nel cuore della capitale economica del nostro paese.

Per molti aspetti la decisione non sorprende. Israele ha abituato la comunità internazionale ad accettare la “politica dei fatti compiuti” dalla quale è poi molto difficile recedere. I palestinesi hanno sperimentato e pagato sulla loro pelle questo modus operandi.

Le colonie e il Muro sui Territori Palestinesi sono stati realizzati nonostante le risoluzioni dell’Onu o la sentenza della Corte Internazionale dell’Aja affermassero che entrambi erano illegali. Ma adesso le colonie e il Muro sono lì e smantellarli comporta un costo politico, economico ed umano assai superiore alla scelta di non realizzarle.

Così è avvenuto a Milano. Gli apparati ideologici di stato israeliani avevano deciso di occupare un luogo strategico della città dal punto di vista della comunicazione e non hanno voluto recedere nonostante le crescenti contestazioni delle reti e associazioni che sostengono i diritti del popolo palestinese.

I supporter italiani della politica israeliana cercano di manipolare la realtà e di veicolare la kermesse di Milano come un innocuo evento culturale con scrittori e cantanti israeliani. Sanno tutti che così non è come non lo era stata la Fiera del Libro di Torino nel maggio del 2008.

Il convegno sul business tra Italia e Israele con la presenza di alte cariche istituzionali di entrambi i paesi rendono infatti la presenza di Grossman e il concerto di Noa un classico specchietto per le allodole.

Uno Stato ispirato ed edificato sulla base di un modello coloniale, ha infatti un bisogno estremo di curare la propria immagine all’estero, soprattutto quando la contraddizione tra immagine e realtà deflagra sistematicamente e ripetutamente in ogni punto in cui Israele viene a confliggere con gli attori sociali che ne contestano la politica colonialista, siano essi palestinesi o attivisti internazionali.

Le istituzioni italiane – nel loro complesso e dall’alto verso il basso – si adagiano nella complicità con la politica israeliana. Ne agevolano gli affari economici e le operazioni di immagine, come nel caso di Milano, e adottano una indulgenza straordinaria verso le azioni più brutali delle autorità israeliane limitandosi, quando è impossibile fare altrimenti, a parole di circostanza.

Alle vittime della politica israeliana vengono riservate sempre e sole parole e proposte parziali e consolatorie che hanno perso nel tempo anche il pudore dell’equidistanza.

Alla Fiera del Libro di Torino dissero che avrebbero dedicato una edizione anche alla Palestina ma ancora non si vede niente, il Presidente Napolitano in visita in Israele si è limitato a promettere una ambasciata per i palestinesi ma in cambio ha avallato l’intero impianto ideologico del colonialismo sionista, il neo sindaco di Milano annuncia che promuoverà una kermesse anche sulla Palestina e possiamo solo augurarci che sarà coerente tra enunciazioni e fatti.

Ma intanto la realtà ci dice che le cose vanno esattamente come è andata la storia fino ad oggi: nonostante esistesse una esplicita risoluzione dell’Onu lo Stato di Israele è nato nel 1948 e quello palestinese no.

Le istituzioni italiane con maggior pudore si trincerano dietro una formula fortemente depotenziata dalla realtà sul campo: due popoli due stati. Eppure sanno benissimo che oggi le condizioni minime sul piano territoriale, economico, ecologico, politico rendono impraticabile la nascita di uno stato palestinese effettivo, indipendente, sovrano, con confini liberi e sicuri. La politica israeliana dei fatti compiuti non include questa possibilità della storia.

Per questi motivi la decisione di non recedere dal consentire l’occupazione israeliana di Piazza del Duomo appare come una conferma dell’apparato ideologico di Israele, un apparato strettamente coerente con l’impianto colonialista del progetto sionista che “si è fatto Stato” e che lascia agli interlocutori solo la possibilità di piegarsi alla politica dei fatti compiuti.

Il governo Berlusconi si compiace pubblicamente di essere il “miglior alleato di Israele in Europa” e la kermesse di Milano è una delle cambiali da pagare sull’altare di questa alleanza. L’altra sarà probabilmente il tentativo di ostacolare la partenza della nave italiana nella Freedom Flotilla (come esplicitamente richiesto da Netanyahu) o di negare qualsiasi protezione ai cittadini italiani che vi si imbarcheranno, esattamente come è stato trascurato ogni serio intervento quando Vittorio Arrigoni è stato sequestrato e poi ucciso a Gaza.

Ben venga dunque la mobilitazione e la contestazione della kermesse israeliana a Milano. Gli attori sociali e politici che le animeranno in qualche modo riscatteranno anche l’immagine del nostro di paese, una immagine oggi inquinata dalla complicità a tutti i livelli con l’occupazione israeliana e la negazione dei diritti fondamentali dei palestinesi (oltre che dalla bombe vigliacche sulla Libia).

Quella della Palestina rimane una ingiustizia della storia e una vergogna permanente della comunità internazionale che spetta alla gente normale contrastare perché le istituzioni confermano che non ne hanno la volontà.

Per questo è importante la massima partecipazione democratica alle iniziative di informazione, controinformazione, contestazione che ci saranno a Milano nei prossimi giorni e alla manifestazione nazionale convocata a Milano per sabato 18 giugno.


* direttore di Contropiano, co-fondatore del Forum Palestina

Mecozzi e Giudici sulla Kermesse israeliana

ISRAELE, OVVERO L'INSOSTENIBILE LEGGEREZZA



«Israele che non ti aspetti» è il titolo scelto per una kermesse (dal 12 al 23 giugno) di eventi espositivi, promossi dall'Ambasciata di Israele con la Regione Lombardia e l'ex giunta Moratti.

Per alcuni giorni il centro di Milano verrà «occupato» dall'esibizione di tecnologie sofisticate nei settori della sicurezza e degli armamenti, del trattamento delle acque, della sanità e dell'informatica.

Nella stessa occasione un vertice di uomini d'affari italiani e israeliani discuterà di cooperazione economica tra i due paesi.

«Fare affari», è l'invito dell'ambasciata di Israele, accolto dalla partecipazione imprenditoriale e istituzionale italiana.

Il titolo indica la consapevolezza che a Israele si pensa come ad a un paese super militarizzato, in guerra - che è un dato di fatto - cercando di attrarre l'attenzione su un'altra faccia.

Ma queste presunte due facce, sono in realtà una sola: quella dell'insostenibile politica israeliana coloniale e di occupazione. Una politica che andrebbe sanzionata, non alimentata!


Scienza e ricerca non sono mai neutre.

La ricerca scientifica è strettamente legata a quella militare e della sicurezza.

Viene quotidianamente «testata» dal governo di Israele su migliaia di palestinesi, la cui vita è resa impossibile dal sistema dell'occupazione militare ed economica.

Centinaia di check points tecnologico/militari impediscono il movimento della popolazione, come lo sviluppo economico;

l'impenetrabile «barriera di difesa» o «muro dell'apartheid» protetto da un sistema sofisticatissimo di sensori e comandi hi- tech, ha confiscato terre e pozzi, demolito case, distrutto terreni agricoli, posti di lavoro, separato famiglie e comunità; ha «spostato» confini internazionalmente riconosciuti.

Il muro è una «violazione del diritto internazionale», ha avvisato la Corte di giustizia dell'Aja (9 luglio 2004).

Gran parte dell'acqua virtuosamente trattata dall'ingegneria israeliana proviene da espropriazioni e spoliazione dei territori, a danno di villaggi, di città e dell'economia palestinesi.

Viene esaltato un sistema sanitario all'avanguardia nella cura dei propri cittadini, mentre a Gaza si negano cure basilari ad una cittadinanza sotto un assedio di anni, condannato dalle agenzie sanitarie mondiali.

Persino le immagini simbolo del turismo sul mar Morto e la città entro le mura di Gerusalemme, parlano di territori occupati secondo le Risoluzioni Onu.


Sostenere economicamente la politica del Governo israeliano, significa sostenere la sua illegale e crudele occupazione e colonizzazione dei territori palestinesi, la sua violenza contro chi rivendica i propri diritti, legalmente sanciti.
La kermesse a Milano è una scelta di parte, di pieno appoggio alla politica del governo di Israele.

Ed è un grave errore, che pregiudica la possibilità che il nostro paese giochi un ruolo attivo per la risoluzione del conflitto, tanto più necessaria quando dal mondo arabo arrivano segnali per un avanzamento democratico di tutta la regione.


La Fiom, impegnata con le società civili palestinese e israeliana per una pace giusta e durevole in Medio Oriente, ritiene che neppure il business e la cooperazione possano prescindere dalla difesa del diritto internazionale, dell'autodeterminazione e della sicurezza per le popolazioni.

Respingiamo le tristi e ormai patetiche accuse di antisemitismo contro ogni voce critica che condanni l'occupazione di territori e popolazioni.

Chi rivendica rapporti privilegiati di Israele con l'Europa, non può sorprendersi per l'attenzione ad una politica che, sempre più diffusamente a livello internazionale, viene chiesto di sanzionare.


*responsabile internazionale Fiom-Cgil
**responsabile org. Fiom-Cgil Milano

sabato 14 maggio 2011

KHAN YUNIS, QUANDO RACCOGLIERE GRANO E’ “TERRORISMO”

Il racconto delle giornate di lavoro trascorse dai contadini palestinesi sotto il fuoco dei tiratori scelti israeliani mentre raccoglievano l'"oro giallo" nei loro campi nella "zona proibita".

DI SILVIA TODESCHINI

Khan Yunis, 14 maggio 2011, Nena News – L’8, il 9 ed il 10 di maggio sono stati 3 giorni di raccolta del grano per alcuni contadini di Khuza’a, villaggio vicino al confine con Israele nel sud della Striscia di Gaza. Per tre giorni essi si sono recati nei campi, partendo molto presto la mattina e raccogliendo i frutti della loro terra.

Per 3 giorni dalle torrette automatizzate le forze di occupazione israeliane hanno aperto il fuoco e per tre giorni i contadini hanno continuato a raccogliere il grano, senza permettere a chi sparava dalle torrette a controllo remoto di impedire loro di recarsi alla propria terra.

L’area dove i contadini, insieme con 3 attivisti internazionali dell’International Solidarity Movement e 5 attivisti palestinesi si sono recati si trovava a circa 450 metri dal confine. Prima della seconda intifada qui venivano coltivati angurie e meloni, c’erano alberi da frutto ed olivi. “Venivamo qui a fare barbecue, festeggiare e rilassarci… le jeep israeliane passavano in lontananza ma non ci disturbavano, ci lasciavano in pace.” racconta Ahmad. Oggi gli alberi sono stati sradicati, le piante distrutte. L’unica cosa che si riesce a coltivare, perché non richiede attenzioni continue, è il grano. Però anche il grano necessita di diverse ore di lavoro per essere raccolto, ed i cecchini evidentemente si divertono a terrorizzare i contadini in queste ore.

L’8 di maggio sui campi oltre agli attivisti erano presenti inizialmente otto agricoltori, per lo più donne, ma anche un bambino di 13 anni ed una bambina di 7 anni, tutti fratelli e sorelle di una delle famiglie anNajjar risiedenti nel villaggio. Stavano sul loro ettaro di terra raccogliendo il grano giallo oro in diverse fascine, quando anche i vicini, svegliatosi, hanno pensato che la presenza di attivisti (stranieri e non) potesse proteggerli nel lavoro, ed hanno deciso si allontanarsi più del solito per raccogliere erbe da dare a mangiare agli animali. Dove finiscono i campi di grano il terreno è incolto e solcato da dune e fossi causati dai bulldozer israeliani, crescono cespugli spinosi e piccole piante che sembrano secche, ma che sono un buon mangime per asini e pecore. Una donna chinata a raccogliere queste erbe alza il volto, allunga il braccio e punta il dito verso una duna a poche decine di metri: “la vedi quella terra li? Quella terra è mia e non ci posso andare.”

E dalle torrette, le forze di occupazione israeliane non hanno tardato a ricordare chi ha il potere di decidere quali terre possano o no coltivare: si sono uditi degli spari in aria, divisi in due raffiche tra le 7.40 e le 8.30. Prima delle 9:00, senza preavviso, tre proiettili sono atterrati a 50 metri o meno da chi stava lavorando la propria terra. Quando qualcuno spara in aria si sente solo un colpo, ma se il proiettile viene nelle tua direzione è possibile sentire il sibilo, ed il colpo dell’atterraggio. Il terreno era sabbioso e quindi, dopo i sibili, si sono levate 3 nuvole di polvere. Vicine, troppo vicine a un gruppo di quasi 20 civili che lavorava in maniera pacifica. Qualche decina di minuti dopo un uomo, inviperito, interrompe la sua raccolta dell’erba per gli animali e indica al di la del confine, dove un trattore sta arando un terreno: “guarda, gli israeliani possono coltivare indisturbati. Noi, invece, se usciamo qui fuori ci sparano contro!”.

Il secondo giorno anche un altro gruppo, sempre legato alla famiglia allargata anNajjar, ha iniziato a raccogliere il grano nella terra vicina, anch’essa che si estende su un’area di 10 dunam. Quindi in tutto erano presenti più di 10 contadini intenti a raccogliere il grano e qualche donna che raccoglieva erbe. Ma quanto puo’ rendere un ettaro di terra? Ahmad Najjar prova a quantificarlo: “in passato ci portavamo a casa 50-60 borse da un kg di grano, adesso ne riusciamo a fare tra le 10 e le 20: non riusciamo a prenderci cura della terra perchè non possiamo raggiungerla, e coltivandola sempre a grano per tanti anni di seguito si impoverisce:la dimensione de chicco è molto molto più piccola di quella che era 10 anni fa!”. Dalle torrette di controllo hanno sparato verso le 7.30 e verso le 8, il movimento di jeep e carri armati al di la del confine si cominciava a fare insistente. Il terzo giorno jeep e carri armati hanno continuato a spostarsi incessantemente, alzando nugoli di polvere in quella terra che oggi è riconosciuta come israeliana. Gli spari non sono mancati. Un uomo ci ha spiegato: “tutti i giorni le jeep israeliane si spostano e fanno i loro balletti al di la della rete. Tutti i giorni sparano. Però quando c’è presenza di internazionali sparano un po’ meno.”

Khuza’a è un villaggio di contadini che si trova al sud della striscia di Gaza, nel governatorato di Khan Younis. Il centro di Khuza’a si trova a circa un km dal confine, mentre circa l’80% delle terre coltivabili (per un totale di 200 ettari) si trova in aree dove è alto il rischio di essere colpiti dai proiettili israeliani o in zone in cui l’entità sionista ha unilateralmente proibito l’accesso, la cosiddetta “buffer zone”. Gran parte degli ettari non sono possono affatto essere coltivati, e l’accesso stesso ad alcune terre è stato ostruito dalle forze di occupazione. Secondo un rapporto dell’ONU, in tutta la striscia di Gaza le aree coltivabili che rientrano nella “zona ad alto rischio” comprendono il 35% delle terre coltivabili dai palestinesi, e non sono rari i casi di contadini feriti anche gravemente od uccisi mentre si recavano a coltivare la propria terra.

Ahmad spiega perchè ancora e di nuovo nonostante tutto lui e la sua famiglia si recano li a raccogliere il grano: “Vogliamo mangiare, vivere e fare una vita normale. Questo è un nostro diritto, questa è la nostra terra, non ce ne andremo, non abbandoneremo i nostri campi, anche se Israele continua a sparare e cercare di intimorirci”.

giovedì 21 aprile 2011

Atrocità israeliane

GULFNEWS, TERRITORI PALESTINESI: UNA STORIA DI ORDINARIA FOLLIA

Roma, 21 apr - Dopo che le autorità israeliane le hanno impedito di riabbracciare il padre, la piccola Abir Eskafi, che ha solo dieci anni, è caduta in un coma profondo. Lo scrive il Gulfnews, spiegando che al suo ritorno a casa, la bambina ha smesso di mangiare, finendo presto nel reparto rianimazione in un ospedale di Hebron. E la sua situazione si sta deteriorando giorno dopo giorno. Abdul Rahim Abdul Mohsin Eskafi, il nonno di Abir, ha detto al Gulfnews che lo stato di salute della piccola è iniziato a precipitare, dopo che un ufficiale israeliano le ha impedito di avvicinarsi al padre, nonostante continuasse a sbattere i pugni contro la barriera di vetro che la separava dal genitore. Rientrata a casa, Abir ha iniziato a scagliarsi contro i mobili della sua abitazione, fino a quando la sua mano destra è diventata debole. Poi è sopraggiunta la paralisi e infine il coma. Nel frattempo, Yousuf, il padre, ha subito un intervento chirurgico d’urgenza per un attacco di cuore provocato dalla notizia della malattia della figlia.