domenica 31 ottobre 2010

E adesso via libera ad ogni assassinio

La polizia israeliana arruola i coloni
di Jonathan Cook

Mentre i colloqui di pace sponsorizzati dagli Stati Uniti si sono arenati sulla questione degli insediamenti, le forze di polizia di Israele hanno dimostrato che stanno diventando illegali al pari delle colonie con la loro azione di reclutamento degli ufficiali tra i coloni.



Il corso di addestramento per ufficiale speciale, che è indirizzato essenzialmente ai soldati in congedo, comprende sette mesi di studi religiosi in un insediamento di estremisti in Cisgiordania.

Il programma preoccupa molto il 1,3 milioni di cittadini palestinesi di Israele, un quinto della popolazione.

"La polizia ha già dimostrato ripetutamente la sua ostilità verso i cittadini palestinesi, ma questa mossa dimostra che le autorità vogliono inasprire l'oppressione", ha dichiarato Jafar Farah, direttore del Mossawa, un centro di sostegno alla minoranza palestinese.

"È davvero credibile che questi estremisti religiosi, che sono stati educati ad odiare i palestinesi in Cisgiordania, possano comportarsi in modo diverso quando sorveglieranno le nostre comunità all'interno di Israele?"

I primi 35 cadetti del programma di formazione-ufficiali, noto come "credi nelle forze di polizia ", inizieranno i loro studi il prossimo mese. Ci sono finora più di 300 coloni che hanno espresso interesse per il corso.

Si dice che il comando di polizia abbia accolto l'idea, originariamente proposta da gruppi di destra, nella speranza di invertire il declino del reclutamento degli ultimi anni, che ha portato a una carenza di ufficiali.

I cadetti studieranno per tre anni e mezzo, in gran parte all'Università di Haifa in Israele, e al termine verranno rilasciati loro un diploma e il grado di ufficiale.

Ma i loro studi includono anche sette mesi in un seminario in un piccolo insediamento religioso estremista, Elisha, in piena Cisgiordania. Anche se, secondo il diritto internazionale, tutti gli insediamenti sono illegali, Elisha è una delle decine di insediamenti selvaggi considerati illegali anche dalla legge israeliana.

Gershom Gorenberg, un esperto di coloni religiosi, ha detto che i futuri comandanti della polizia di Israele concluderanno positivamente il corso dopo una prima lezione sulla violazione della legge.

Chetboun Yonatan, il capo del movimento Raananim, un gruppo di destra che fa (cui è affidata) la supervisione del programma, ha descritto per Olam Katan, un giornale popolare della comunità religiosa, il modo in cui gli organizzatori potrebbero convincere i coloni a una carriera nella polizia.

Ha detto che prendere le potenziali reclute dalle pattuglie notturne di Ramle e Lod, città israeliane note per avere quartieri popolati da palestinesi poveri e inclini al crimine, aprirebbe rapidamente gli occhi su uno dei "temi nazionale più significativi".

Il portavoce della polizia non era disponibile per un commento.

Un gruppo di rabbini è stato incaricato di risolvere i potenziali conflitti tra "i principi religiosi dei coloni” e i loro compiti di polizia, che potrebbero comportare la violazione del riposo del sabato e rapporti con donne di dubbia moralità.
Un attivista di destra, Hor Nizri, che in passato si è scontrato con polizia durante l'evacuazione degli insediamenti, è stato messo a capo del reclutamento dei giovani.

Egli ha detto al quotidiano Yedioth Aharonoth che il programma di addestramento è "una riconciliazione storica", aggiungendo: "Vogliamo riempire i ranghi della polizia come già riempiamo quelli dell'esercito."

I suoi commenti hanno provocato preoccupazione tra i gruppi palestinesi all'interno di Israele perché ritengono che il programma di addestramento sia la prima fase di un tentativo dei coloni di “appropriarsi” della polizia, replicando il crescente predominio che hanno già in vari settori dell'esercito.
Le prima cifre ufficiali sul numero di coloni nelle forze armate israeliane, pubblicate il mese scorso, mostrano la loro massiccia sovrarappresentazione nelle unità di combattimento. Circa un terzo di tutti i funzionari di tali unità sono coloni contro solo il 2,5 per cento del 1990.

La polizia spera che una carriera nel loro corpo sarà interessante per molti dei coloni dopo che sono state congedati.

Tuttavia, il sig. Farah ha detto che vi erano prove in abbondanza del fatto che i coloni religiosi stavano diventando sempre più estremisti nella loro ostilità verso i palestinesi. Egli ha sottolineato la crescente influenza dei rabbini estremisti nella promozione di opinioni anti-palestinesi.

Durante l'estate, due rabbini di spicco dell'insediamento di Yitzhar, vicino a Nablus, sono stati interrogati con l'accusa di istigazione dopo la pubblicazione di un libro, The King's Torah, in cui promuovevano l'uccisione dei non ebrei, bambini compresi. In un passaggio, gli autori scrivono: "c'è una giustificazione per l'uccisione di bambini se è evidente che cresceranno e ci faranno del male."

Il libro è stato approvato da un certo numero di rabbini degli insediamenti.

Sentimenti simili stanno prendendo piede anche tra i rabbini nell'esercito.

All'inizio dello scorso anno, sulla scia dell'operazione israeliana a Gaza, durata tre settimane, è stato rivelato che il rabbinato dell'esercito aveva distribuito ai soldati in procinto di entrare a Gaza per combattere, un opuscolo in cui il loro attacco era definito “una guerra contro gli assassini” e che li metteva in guardia contro il “rinunciare anche ad un solo millimetro” di territorio.

Circa 1.400 palestinesi sono stati uccisi durante l'attacco, tra cui centinaia di donne e bambini.

Le relazioni della minoranza Palestinese con la polizia sono segnate da profonda sfiducia, dopo l'uccisione di 13 dimostranti disarmati e il ferimento di centinaia di persone nel 2000, all'inizio della Seconda Intifada.

Una successiva commissione statale di inchiesta ha accusato il comando della polizia di vedere la minoranza come "un nemico".

L'onorevole Farah ha ricordato anche le morti inspiegabili di 36 cittadini palestinesi per mano della polizia negli ultimi dieci anni. In soli due casi gli agenti di polizia sono stati condannati.

Alcuni osservatori israeliani hanno espresso la preoccupazione che la maggiore influenza dei coloni nella polizia potrebbe rendere molto più difficile lo smantellamento degli insediamenti in Cisgiordania in qualsiasi futuro accordo di pace.

Il signor Gorenberg ha detto che gli smantellamenti precedenti, tra cui il ritiro da Gaza del 2005, erano stati gestiti principalmente dalla polizia perché le unità dell'esercito erano dominate dai coloni. La polizia, ha aggiunto, "potrebbe acquisire la stessa debolezza." -

Jonathan Cook è uno scrittore e giornalista che vive a Nazareth, Israele. I suoi ultimi libri sono "Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il Piano di ricostruzione del Medio Oriente" (Pluto Press) e "Disappearing Palestine: Israel's Experiments in Human Despair" (Zed Books). Ha contribuito a questo articolo del PalestineChronicle.com. Visita: www.jkcook.net. (Una versione di questo articolo è apparsa originariamente in The National - www.thenational.ae -. Pubblicato in Abu Dhabi)

(tradotto da barbara gagliardi)

Coloni arruolati nell'esercito

sabato 30 ottobre 2010

CISGIORDANIA: LA FORZA TRANQUILLA DI UNA DONNA

La raccolta delle olive, momento sociale oltre che economico di eccezionale importanza per i palestinesi, raccontata dai volontari italiani di «Progetto Raccogliendo la Pace» attraverso la storia di Umm Khaled, decisa a sfidare le minacce dei coloni israeliani

Jeeb al Theeb (Cisgiordania), 29 ottobre 2010, Nena News - Umm Khaled, all’apparenza, è una donna palestinese come tante: vesti nere le avvolgono il corpo e la testa, il volto segnato dimostra più anni di quanti probabilmente non abbia. Eppure questa donna, che

secondo gli stereotipi dell’Occidente dovrebbe essere ignorante e totalmente sottomessa a una società patriarcale e oppressiva, possiede una forza non comune, che posseggono solo quelle persone che hanno molto sofferto, ma che hanno attraversato le difficoltà a testa alta, senza piegarsi.

L’abbiamo conosciuta a Jeeb al Theeb, durante la riunione che avevamo

programmato con gli abitanti del villaggio, per spiegare loro chi siamo e offrirgli il nostro aiuto per raccogliere le olive nei loro campi, minacciati dai coloni israeliani degli insediamenti di Tekoa e Noqedim (a sud di Betlemme) che si oppongono, armi in pugno, al movimento «libero» in quella zona di agricoltori e raccoglitori palestinesi.

All’inizio dela riunione c’erano solo una decina di palestinesi adulti. Ma non ci siamo persi d’animo. Il nostro coordinatore locale ha cominciato a dialogare con i presenti. Eppure, anche senza le traduzioni volanti tra una domanda e una risposta, abbiamo capito subito che questa popolazione dopo anni di intimidazioni e aggressioni, ha paura. Tuttavia, una donna, che poco prima aveva sottolineato i rischi per se’ e la sua famiglia, ci ha detto di voler fare un altro tentativo e di voler andare al suo terreno a raccogliere le olive, malgrado la pericolosità dei coloni. Era Umm Khaled che, alla luce della lampada a petrolio (Jeeb al Theeb non riceve corrente elettrica da Israele), ha riassunto la storia e i sogni dell’intera Palestina: la sofferenza per le offese ingiustamente patite, la speranza di vivere un giorno una vita dignitosa e la consapevolezza della necessità di continuare a resistere.

L’appuntamento viene fissato per le sette e mezza della mattina successiva. Il giorno dopo alle 7 in punto cominciamo ad arrampicarci su per la montagna e, quando arriviamo in vista di Jeeb al Theeb, Umm Khaled è già lì che ci aspetta. Ci offre una corposa colazione e una visita alla minuscola scuola elementare del villaggio. Poi partiamo: noi volontari, Umm Khaled e un suo nipote. A distanza, ci segue un palestinese che era stato assalito dai coloni e lasciato in fin di vita. Non parla ma ci sorride per farci capire che approva la nostra presenza. Arrivati agli ulivi facciamo una triste ma non inattesa scoperta: i coloni,

dopo aver proibito a Umm Khaled di accedere al suo terreno, hanno rubato la maggior parte delle olive.

Nondimeno, ci mettiamo alacremente al lavoro e, dopo un paio d’ore,

abbiamo quasi finito di raccogliere le olive rimaste, non più di 15 kg. All’improvviso un colono israeliano, che avevamo già incontrato, quello responsabile dell’aggressione al palestinese che è con noi, arriva col suo pick up bianco e si mette a osservarci da una certa distanza, mitra a tracolla. Dopo qualche minuto, in cui noi continuamo la raccolta, tira fuori il telefonino e parla con qualcuno, un certo Ariel, forse uno degli

ufficiali della vicina base militare. Ci aspettiamo l’arrivo dell’esercito israeliano, che invece non verrà. Terminata la raccolta ci incamminiamo sulla strada del ritorno. Lungo il tragitto, il colono ci segue con la macchina a passo d’uomo forse per spaventarci, mentre un suo compagno, arrivato mentre stavamo scendendo il crinale della collina, si insinua tra di noi con una macchina fotografica per riprenderci. Umm Khaled continua diritta per la sua via, senza degnarlo di uno sguardo.

Alla fine i due coloni se ne sono andati per un’altra strada e noi abbiamo raggiunto il villaggio, dove Umm Khaled ci ha mostrato la preparazione del taboun, il pane tipico palestinese. Al tramonto ci siamo incamminati verso casa, con la splendida giornata appena trascorsa nel cuore e con la speranza che altre persone di Jeeb al Theeb seguano l’esempio di Umm Khaled, una donna straordinaria.

Progetto Raccogliendo la Pace

settler sbarra la strada per il campo di proprietà palestinese

venerdì 29 ottobre 2010

"Qui non ci sono arabi"

Notizie da Israele: pillole di razzismo contro gli arabo-israeliani


Da: Sol Salbe
A: JewsREAD@yahoogroups.comQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Inviato: Lun 25 ottobre 2010,04:29:32
Oggetto: [alef] [M E News Serv] You do not want Arabs in Karmiel? Report to Purple Email!



Middle East News Service comments: Esempi di razzismo di poca importanza talvolta sono più efficaci di quelli che hanno un grande risalto. Chi, tra coloro che ne sono stati spettatori, potrebbe dimenticare l’ambulanza che, nel Sud Africa dell’Apartheid, veniva respinta perché aveva il “colore sbagliato”? La discriminazione di Israele contro i suoi stessi cittadini arabi quando è banale è ancor più evidente.

Ciò che segue è tratto dal supplemento locale a Yediot Acharonot distribuito in diverse zone del nord di Israele. Leggetelo e decidete da voi stessi. Ma se pensate che in un paese libero ci sia un limite al quale l’attività privata possa essere bloccata, prendete in considerazione la reazione del giornale. Sul sito web si dà alla gente l’occasione di votare sulla proposta di “fare-la-spia” avanzata dal consiglio comunale.



La domanda era:

Sei d’accordo con l’iniziativa di “fare-la-spia”?

*Sì, Karmiel è una città ebraica e il “fare-la-spia” è un mezzo efficace e legittimo per impedire l’acquisto di appartamenti nella città da parte di arabi.

*No, il “fare-la-spia” è una iniziativa razzista che evoca regimi tenebrosi. I cittadini hanno il diritto di vivere ovunque essi lo desiderino.

Forse una domanda migliore sarebbe: " l’aver posto il quesito che cosa rivela riguardo Israele ( e il giornale)?"

Molti ringraziamenti a Daphna Baram per la sua tempestiva traduzione di questo articolo.

L’originale in ebraico: http://www.mynet.co.il/articles/0,7340,L-3972638,00.html

Sol Salbe http://www.facebook.com/profile.php?id=523794418

Non vuoi Arabi a Karmiel? Comunicalo a Posta elettronica Viola!

Il vice- sindaco di Karmiel, Oren Milstein, non vuole alcun arabo nella sua città. Perciò sollecita gli abitanti a riferire sulle transazioni immobiliari con arabi a uno speciale indirizzo email, e il suo ufficio sostiene l’iniziativa anti-araba. Milstein: “L’indirizzo email è gestito da un privato”.

di Nadav Mayost

Gli abitanti di Karmiel sono invitati a riferire degli arabi che hanno intenzione di acquistare appartamenti nella città, ha affermato il vice-sindaco di Karmiel, Oren Milstein, in un’intervista sul sito internet “Besheva”. Nella stessa intervista ha citato un allegato settimanale sulla stampa locale che domanda ai residenti di fornire questo tipo di informazioni ad uno speciale “indirizzo email viola”. Milstein ha proseguito, usando la prima persona plurale, per dire: “Gli abitanti possono rivolgersi a noi quando vengono a conoscenza di un appartamento che sta per essere venduto a qualcuno che proviene da uno dei villaggi [arabi circostanti]. Una volta che a Karmiel un appartamento viene venduto a una famiglia araba – il fatto diventa una realtà concreta per le generazioni a venire”.

Milstein ha lasciato intendere che in questo modo si è già impedita la vendita di 30 appartamenti. Nell’intervista, Milstein cita l’associazione “Taatzumot Israel” (“la potenza di Israele”). Il sito web dell’associazione dice di occuparsi in prima persona della “colonizzazione della terra di Israele”. E’ registrata a Karmiel e il suo direttore è un residente di Karmiel e l’indirizzo è una casella postale.

L’ufficio del vice-sindaco non nasconde il suo sostegno all’iniziativa anti-araba, ma nega un diretto collegamento con la stessa. Questa settimana, nel nostro tentativo di ottenere “l’indirizzo della Posta elettronica Viola”, abbiamo ricevuto un grande sostegno, ma c’è stato pure il tentativo di ottenere informazioni su di noi. Abbiamo contattato l’ufficio del vice-sindaco, perché volevamo scoprire chi si nascondesse dietro questa iniziativa, e abbiamo affermato perciò di avere informazioni su di una persona che ha intenzione di vendere il suo appartamento a un arabo.

La segretaria del vice-sindaco dapprima ha cercato di trovare per noi l’indirizzo email in questione, ma nel contempo ha tentato anche di convincerci a fornirle ulteriori informazioni. “Ho bisogno di sapere chi è questo vostro vicino, e passerò il tutto alla persona che se ne occupa.”

“Non ho difficoltà a darvi l’indirizzo email. Ciò che so è che bisogna che voi forniate i particolari del vicino, il suo nome, l’indirizzo, il numero di telefono. So che gli telefoneranno, lo supplicheranno e cercheranno di metterlo in contatto con altri acquirenti, ponendolo in rapporto con agenti immobiliari. Avrebbero tentato ogni strada possibile”. La segretaria era ansiosa di verificare che non fosse già troppo tardi. Chiese: “Il contratto non è stato ancora firmato, vero?”

Abbiamo chiesto a un abitante di Karmiel, coinvolto, chi ci fosse dietro all’iniziativa e ci è stato detto “manda l’email, fai le tue richieste e otterrai le risposte.” La segretaria ci ha fornito l’indirizzo email: lo.le.mechira@gmail.comQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. , e ci ha suggerito di scrivere e di aspettare una risposta. [Lo Lemechira sta a significare “non in vendita”]

Seguendo i suggerimenti di Milstein abbiamo inviato una email all’indirizzo che ci era stato dato, presentandoci come un “residente di Karmiel preoccupato” e abbiamo riferito che l’affare avrebbe potuto concludersi prima che siano trascorsi tre giorni da questo momento. Abbiamo ottenuto la seguente risposta: “Caro residente di Karmiel, sono un abitante di Karmiel proprio come te. Il nostro scopo è amichevole e non possiamo imporre nulla a nessuno. Vorremmo avere il tuo numero telefonico per discutere della questione. I migliori auguri dalla Posta elettronica Viola”. Questa email proviene da un indirizzo dal nome “La mia casa è casa mia”. Ma le nostre domande particolareggiate sembrano aver destato dei sospetti, in quanto la successiva email è arrivata dall’Associazione “La potenza di Israele”. In essa veniva detto: “Le tue domande ci portano a credere che il tuo desiderio non sia quello di impedire la vendita di proprietà ad arabi, ma di star svolgendo un’indagine nella direzione opposta … Nostra intenzione non è quella di agire contro gli arabi, ma contro la rottura dello status quo nella città, essa consiste nel costituire una città ebraica in un mare di villaggi arabi. Rispettosamente, il fondo per il sostegno della colonia”. Da ultimo si fa notare che “la vostra email è stata inoltrata al vice sindaco, Mr.Oren Milstein”.

In risposta, una figura politica di rilievo di Karmiel ha detto: “E’ importante notare che nel passato altri regimi hanno incoraggiato le spie di prendere contatto con loro e di rivelare loro dove gli ebrei se ne stavano nascosti. Casi di questo genere dovrebbero essere condannati [non si può, ma domandiamoci perché una figura politica importante di questo livello non esprime una condanna con il proprio nome. DB]. Uri Avnery, del movimento Gush Shalom, ha detto: “Sono cresciuto in Germania e, da bambino, ho visto i nazisti giungere al potere. Questo è l’inizio di una brutta china. Mi preoccupa che credano che gli abitanti di Karmiel possano sostenere una proposta talmente razzista e fascista. In Germania c’erano città e villaggi dove la popolazione locale aveva affisso le scritte “qui non ci sono ebrei” e se qualcuno voleva vendere a un ebreo, la gente del posto lo impediva, fino alla fine c’è stata una legislazione che lo ha bloccato completamente. E’ preoccupante che Karmiel faccia da pioniera. Che tutto ciò venga fatto apertamente, senza vergogna”. La municipalità ha risposto: “La municipalità di Karmiel non ha alcun coinvolgimento in tale iniziativa privata, perciò non ci dovrebbe essere alcuno in grado di rispondere.”

Ci siamo rivolti a Milstein con domande particolareggiate sulla natura del suo coinvolgimento nell’iniziativa “Posta elettronica Viola”. Tra le altre cose gli è stato chiesto perché le risposte provenienti da Posta elettronica Viola arrivano con il logo “Casa mia”– il nome della sua corrente politica nella municipalità. La sua risposta: “E’ mia impressione che Posta elettronica Viola sia gestita da una persona privata. La sede della municipalità non ha nulla a che fare con tutto ciò. La mia posizione è che ogni persona ha il diritto di vendere la sua proprietà come desidera. Tuttavia talvolta si presenta una situazione in cui una proprietà è sul mercato, ma non viene venduta per poco. Ritengo che mettendo in contatto venditori di questo genere con investitori provenienti da Israele e dall’estero, sia un passo che deve essere incoraggiato. In pratica, questo è un servizio di libera mediazione tra residenti”.

(tradotto da mariano mingarelli)

giovedì 28 ottobre 2010

Israele uccide anche senza i missili

GAZA: MORIRE DI INDIFFERENZA
La vicenda di Nasma Abu Lasheen, una bambina di due anni di Gaza ammalata di leucemia, morta mentre era in attesa dell'autorizzazione delle autorita' israeliane per potersi recare a curarsi nello Stato ebraico.

DI NUNZIO CORONA

Gaza, 27 ottobre 2010 (foto dal sito www.electronicintifada.net), Nena News – Nasma Abu Lasheen, una bambina di due anni di Gaza ammalata di leucemia, e’ morta mentre era in attesa dell’autorizzazione delle autorita’ israeliane per potersi recare a curarsi nello Stato ebraico. A denunciarlo era stata la scorsa settimana l’associazione Physicians for Human Rights (PHR), Medici per i Diritti Umani La richiesta iniziale di autorizzazione per entrare in Israele, presentata il 6 ottobre dal centro per la tutela dei diritti umani B’Tselem, era rimasta senza risposta per diversi giorni. La famiglia della bambina si era allora rivolta a PHR che, contattato il 13 ottobre il Gaza District Coordination Office (DCO), il giorno seguente otteneva una risposta affermativa. Nel frattempo le condizioni della piccola paziente erano talmente deteriorate che, all’arrivo del permesso israeliano, il medico curante valutava la situazione clinica troppo grave per viaggiare. La piccola Nasma moriva il mattino del 16 ottobre.

Il giorno stesso in cui chiedevano l’autorizzazione di uscita da Gaza per Nasma, i rappresentanti di PHR testimoniavano davanti alla Commissione Turkel, istituita dal governo israeliano per indagare sui fatti della Flottilla, sulla situazione umanitaria venutasi a creare nella Striscia di Gaza a seguito del blocco imposto da Israele. In quell’occasione PHR riferiva sul numero crescente di pazienti cui viene negato il permesso di uscire dalla Striscia per potere essere curati in ospedali “esterni”, soprattutto dopo l’intensificarsi del blocco israeliano nel giugno 2007. Nella sua testimonianza PHR sottolineava come “per gli ammalati in attesa di cure urgenti, un’autorizzazione che arriva in ritardo o viene negata fa una immensa differenza in termini di qualita’ della vita, di sofferenza prevenibile e, in molti casi, di vita e di morte, come dimostrato dal caso della piccola Nasma.” http://www.phr.org.il/default.asp?PageID=190&ItemID=875

Secondo i dati del monitoraggio compiuto dall’ufficio dell’Organizzazione Mondiale della Sanita’ (OMS) per il Territorio Palestinese Occupato, una media di 900 pazienti bisognosi di cure specialistiche non disponibili nella Striscia di Gaza sono indirizzati ogni mese verso ospedali in Israele, Gerusalemme Est, Gisgiordania o Giordania. Per ciascun paziente e’ necessario ottenere l’autorizzazione delle autorita’ israeliane. Mentre e’ cresciuta nei mesi recenti la proporzione dei permessi accordati rispetto alle domande presentate (attualmente circa l’85%), un fenomeno preoccupante e’ costituito dall’aumento delle richieste che non ricevono una risposta utile prima dell’appuntamento fissato. Queste autorizzazioni “tardive” sono aumentate dal 7% dello scorso agosto al 13% di settembre. Secondo l’OMS dall’inizio del 2009, 32 pazienti sono deceduti prima di potere accedere all’ospedale fuori dalla Striscia di Gaza dove erano stati inviati.

Nel settembre scorso l’autorita’ israeliana ha esaminato 626 domande di autorizzazione per attraversare il valico di Eres e recarsi presso ospedali di Gerusalemme Est, Cisgiordania, Israele e Giordania. Tale numero e’ stato inferiore ai mesi precedenti (919 in agosto, 947 in luglio e 1090 in giugno) a causa delle molte festivita’ israeliane in settembre, oltre ai sabati in cui Erez e’ regolarmente chiuso. Come detto, cio’ che preoccupa sono i ritardi nella concessione del permesso oltre che la proporzione dei permessi stessi. Altra statistica allarmante e’ l’aumento del numero dei pazienti, o dei loro familiari, richiedenti autorizzazione che vengono sottoposti ad interrogatorio da parte dai servizi segreti israeliani. Come riferisce un recente rapporto di PHR http://www.phr.org.il/default.asp?PageID=190&ItemID=768, metodi inaccettabili, come intimidazioni ed estorsioni, sono a volte utilizzati nei confronti dei pazienti bisognosi di cure per estorcere informazioni. Il rapporto descrive nel dettaglio gli ostacoli che deve affrontare la popolazione di Gaza bisognosa di cure mediche non disponibili nella Striscia. Le politiche israeliane da una parte impediscono a Gaza di potenziare adeguatamente il proprio sistema sanitario e, dall’altra, restringono gravemente l’accesso dei pazienti alle cure che sono disponibili soltanto al di fuori di quella regione. PHR fa infine notare come i criteri utilizzati da Israele per concedere l’autorizzazione ad uscire dal territorio di Gaza per ottenere cure altrimenti inaccessibili si basino su considerazioni eticamente discutibili, come il rifiuto di considerare pazienti non in pericolo di vita, pazienti che aspirano ad una migliore qualita’ di trattamento, o che potrebbero tentare di rimanere in Cisgiordania.

E’ assordante il rumore provocato dal silenzio e dall’inazione della comunita’ internazionale di fronte alle morti e al dolore dovuti all’indifferenza di una burocrazia che drammaticamente ricorda quanto scritto sulla “banalita’ del male”. Nena News

Nasma

mercoledì 27 ottobre 2010

Innocenza a senso unico

“I tuoi amici palestinesi hanno massacrato ancora dei civili innocenti!” Urla il commento al mio blog riferendosi all’uccisione di quattro coloni a Hebron. I coloni di Hebron e l’innocenza sono un accostamento altamente improbabile, ma il fatto è che sono dei civili, sia pure armati, e soprattutto sono israeliani. Dieci anni fa, nel pieno dell’Intifada mi trovavo a cena a casa di amici, una ragazza parente dei miei ospiti aveva acceso la televisione e subito si erano riversate nei nostri occhi le immagini insanguinate della rivolta. La notizia che ascoltavamo era quella di un omicidio “mirato” ma i militi avevano mirato a largo raggio e dei passanti erano morti assieme alla vittima designata. Avevo espresso la mia indignazione e subito arrivò la risposta della giovane “Chi ti dice che quei passanti erano innocenti? Chi ti dice che erano lì per caso?”. Da ciò si deduce che ogni civile israeliano, sia esso un ex militare, sia esso un violento colono, un giovane che non starebbe nella stessa scuola di un “arabo” o una fanciulla che tira pietre sui bambini di At Tuwani sono tutti innocenti. Al contrario i palestinesi sono per definizione colpevoli. Anche quando sono palesemente vittime non si usa questa espressione “vittime civili innocenti”, ma semmai passanti, essi non vengono assassinati, ma “rimangono uccisi”. Nel loro caso quindi non si può parlare di presunzione di innocenza neppure a livello giuridico, ma essi che siano bambini, adolescenti, madri di famiglia o vecchi cadenti dovranno dimostrare ogni volta di non essere colpevoli.
Il sindaco di Roma e quelli di altre città italiane hanno esposto un enorme poster con la faccia di Gilad Shalit, il caporale catturato da alcuni membri di Hamas. La sua faccia giovane e sorridente è la quintessenza dell’innocenza. Shalit è diventato famoso in tutto il mondo suscitando commozione e partecipazione. Perché il sindaco di Roma non espone il ritratto di Mohammad Halabiyeh? E’ innocente Mohammad Halabiyeh, 16 anni, ma ne dimostra 13, rastrellato per strada mentre camminava con due amici e poi massacrato di botte, torturato dai militari perfino in ospedale, approfittando della distrazione dei sanitari, minacciato di morte e di violenza carnale e infine gettato in prigione e messo in una stanza con una rete chiamata gabbia? E’ innocente Abu Rhame che lotta per la sopravvivenza della sua famiglia e del suo villaggio? E’ innocente Sa’adat il leader del Fronte di liberazione che ha passato la vita tra una prigione e l’altra, compresa quella dell’ANP che non accetta critiche a sinistra? E’ innocente quest’uomo cui non si può imputare nessun’altro delitto che l’impegno politico? La risposta è no. Essi sono palestinesi e quindi “entità nemica” “terroristi” “cancro interno” scarafaggi e subumani.
Chi conosce i volti e le storie di quei diecimila all’incirca prigionieri palestinesi, tra cui donne e bambini, che marciscono nelle carceri israeliane, la maggior parte in detenzione amministrativa? Le loro storie sono cancellate, le loro labbra murate.
Ma non per chi li conosce, non per chi vede le cose per quelle che sono.
A giugno, quando si annunciava la manifestazione della comunità ebraica per la liberazione del soldato israeliano, è stato organizzato un sit-in per ricordare anche i diecimila prigionieri nelle carceri israeliane. La piazza del campidoglio si è popolata di candele e uno striscione ricordava che non uno, ma diecimila esseri umani si trovavano a soffrire una crudele detenzione con tutta probabilità più crudele di quella del soldato Shalit.
Non avevo potuto partecipare perché ero già impegnata nell’organizzazione della fiera della piccola editoria con una delle mie associazioni a Bassano. Il mattino dopo, era il secondo giorno della fiera e mi stavo affrettando ad aprire il locale quando mi ha raggiunto la telefonata di una compagna che aveva partecipato al sit-in. Era sconvolta e mi ha raccontato di un gruppo di energumeni armati di tirapugni che prendendoli alle spalle li ha massacrati di botte accanendosi particolarmente sui due palestinesi presenti, uno dei due, Ahmed, è stato ferito abbastanza gravemente e si trova tutt’ora in ospedale. A causa dell’aggressione ha perso la casa e il lavoro. Il gruppo si era staccato dalla manifestazione della comunità ebraica e l’aggressione si è ripetuta una seconda volta da parte di altri manifestanti in mezzo ai quali c’erano gli aggressori di prima, ben noti alle forze dell’ordine che non hanno chiesto loro neppure i documenti. La seconda aggressione è stata soprattutto verbale: parolacce, insulti, minacce e sputi. Sui giornali il giorno dopo abbiamo letto una storia completamente diversa. Si scriveva di famigliole innocenti aggredite da manifestanti pro-Palestina mentre ritornavano dal corteo. E’ successo a Roma quello che accade in Palestina e in Israele: non si può mettere in dubbio l’innocenza dell’”esercito più morale del mondo”. In un certo senso la Palestina è un laboratorio dove si sperimentano le varie tecniche di emarginazione, apartheid, repressione che poi potranno essere esportate in tutto il mondo affinché i buoni e gli innocenti possano tenere a freno la marmaglia dei colpevoli. Perché la categoria morale dell’innocenza richiama sempre quella opposta della colpa. E i colpevoli sono i poveri, i migranti, i clandestini, gli zingari, i popoli oppressi e tutti coloro che si oppongono all’interpretazione della realtà di chi si ritiene innocente e cioè l’occidente civilizzato, imperialista, bianco e colonizzatore.
Da che mi ricordo non mi sono mai sentita innocente, semmai mi ha accompagnato sempre un oscuro senso di colpa, un presagio di manchevolezza di incompletezza, la sensazione di non essere al mio posto, di mancare di legittimità. Caratteristiche dell’animo ebraico si diceva una volta. Ora l’animo ebraico è cambiato, in spregio al fatto incontestabile che la popolazione ebraica è costituita da gente di ogni sorta e cultura, tra cui arabi e africani e perfino cinesi e indiani, si sente non più il ponte tra Oriente e occidente, ma occidente e basta, occidente bianco, guerriero e sicuro di se. Non ha perso l’innocenza perché l’innocenza non esiste, a meno di essere perfettamente ignorante. Ma forse è proprio questa l’innocenza degli israeliani, non tutti, ma la maggioranza degli israeliani e degli ebrei della diaspora che li sostengono: ignoranza. L’ignoranza di chi non interroga più se stesso, di chi non conosce i propri fantasmi, di chi non vede più il nemico dentro di se e perciò non ha dubbi che il nemico sia fuori, anche mentre lo massacra. Dio ci scampi da questa “innocenza”!

martedì 26 ottobre 2010

APARTEHID

Nuova strada per i coloni a Hebron: un maggiore Apartheid nella città. 
di Ahmad Jaradat
 
Gli abitanti palestinesi e le organizzazioni locali nella città di Hebron posta nella parte meridionale della West Bank sono rimasti sbalorditi nell’udire il Ministro dei Trasporti, Israel Katz (Likud) ordinare la costruzione di una nuova strada per i coloni. Secondo l’ordine, questa strada collegherà il centro di Hebron con la prima colonia costruita dopo l’occupazione della West Bank, avvenuta nel 1967, Kiryat Arba.
                  
 
La strada è progettata per un percorso di 1.300 metri e attraverserà la zona affollata di Haret Jabber (piazza Jabber). Verranno distrutte dozzine di abitazioni storiche, verrà confiscata la terra nell’area, e sarà costruito per la separazione un nuovo sistema di demarcazione. La strada sarà riservata all’uso dei soli coloni. Ai locali residenti palestinesi verrà offerta la possibilità di “scelta: tra l’andarsene e il vivere in questa nuova miserabile situazione”. Naturalmente, la maggior parte degli abitanti palestinesi dell’area ha deciso di rimanere nelle proprie case e sulla propria terra. Non lasceranno i loro luoghi, nonostante siano a conoscenza delle conseguenze connesse al restare nelle loro case: un’ ulteriore divisione della città, maggiori limitazioni e violazioni quotidiane dei diritti umani, maggiori difficoltà nel recarsi in altre parti della città, limitazioni nel processo educativo per novemila studenti che studiano nelle diverse scuole locali e un’ac cresciuta presenza di coloni. 
In un’intervita con Alternative Information Center (AIC), Abed El-Hadi Hantash, un esperto del territorio e delle mappe per i Comitati di Difesa della Terra nella West Bank, ha affermato “Gli israeliani, grazie a questa nuova strada, si prefiggono di ottenere due obiettivi. Il primo consiste nel realizzare un’unità geografica tra le piccole colonie nel centro della città e la vicina grande colonia di Kiryat Arba, trasformando alla fine il tutto in un unico blocco di colonie di grandi dimensioni. Questo risulta evidente sopratutto se osserviamo le vie e le strade che sono state realizzate o che sono in costruzione nella città da parte dell’esercito israeliano e dei coloni. Il secondo obiettivo è quello di danneggiare e distruggere gli edifici storici che appartengono ai palestinesi e che danno prova del loro patrimonio in città. La nuova strada reciderà edifici molto antichi, la maggio parte dei quali risalgono a novecento anni fa, al periodo dei Mamelucchi. Se si analizzano le politiche israeliane nella Città Vecchia di Hebron si vede che la politica consiste nel cambiare completamente la natura della città in quanto città palestinese.” 
Il sindaco di Hebron, Khaled Osaili, ha riferito ai mezzi di informazione, immediatamente dopo il rilascio dell’ordinanza, che la sua municipalità e i residenti si sarebbero opposti insieme all’applicazione di questa pericolosa ordinanza. 
Tale ordine, aggiungendosi alle già difficili condizioni di vita a Hebron, avrebbe aperto sostanzialmente la via all’onda montante delle violazioni dei diritti umani nei confronti dei residenti di Hebron e a un ulteriore incremento della loro attuale sofferenza. 
La città di Hebron, con le sue strade che una volta erano affollate e brulicavano di vita economica, è cambiata drasticamente nel corso dell’ultimo decennio. La maggior parte dei negozi, dei laboratori, degli uffici, degli ambulatori, ecc, vennero chiusi dieci anni fa da un ordine militare israeliano. Ora la città ha invece decine di postazioni militari sui tetti, oltre a recinzioni, blocchi stradali, porte di ferro ed elettroniche, il tutto nel centro di Hebron.
 Andando a giro per il centro della città, una volta un luogo pieno di vita, ora uno si sente come fosse in un deserto. Il numero degli abitanti è significativamente inferiore, in maggior parte sono vecchi, pochi negozi sono aperti in quanto l’80% di loro sono stati chiusi. Numerosi internazionali arrivano nella Città Vecchia di Hebron come turisti o per esprimere la loro solidarietà con i palestinesi, mentre alcune organizzazioni internazionali e movimenti hanno iniziato a operare nella città per offrire una sorta di protezione ai residenti dai coloni e dall’esercito. Gli abitanti del posto trasportano le loro merci sul dorso di cavalli e muli in quanto non possono utilizzare auto a seguito della chiusura delle strade. 
Soldati e coloni sono ovunque nella città. Spesso si vedono coloni attaccare case, negozi e residenti. Israele ha diviso la Città Vecchia di Hebron in due parti, nord e sud, tramite l’utilizzo di recinzioni blocchi e porte. Avamposti sono situati lungo una linea che va da ovest a est, tanto da creare una separazione geografica tra il nord e il sud della città. Non c’è alcun collegamento tra le due parti della città. Molte famiglie sono state separate a causa della divisione anche se in molti casi la distanza tra i residenti è di soli pochi metri, ora se vogliono farsi visita l’un l’altro devono recarsi nella parte sud-occidentale della città, percorrendo una distanza di circa 10 Km. 
Dopo il tramonto è difficile che palestinesi se ne vadano a giro per la città. Preferiscono rimanersene in casa per evitare aggressioni da parte dell’esercito e dei coloni, che si verificano solitamente in quel momento. I 400 coloni, sotto la costante protezione di 2.000 soldati, regolano di fatto la vita di una città in cui vivono circa 45.000 palestinesi. 
A differenza di altre città e luoghi del mondo, a Hebron ci sono strade riservate all’uso da parte di un sol tipo di esseri umani. Ci sono strade solo per coloni mentre ai palestinesi che hanno costruito queste strade, nel corso della storia della città, viene negato il loro utilizzo. Questo è un vero Apartheid. 
(tradotto da mariano mingarelli)

lunedì 25 ottobre 2010

Intervista a Jeb al Theeb

Osservatorio Iraq, 21 ottobre 2010

Ci troviamo seduti in una delle case di Jeb al Theeb, un villaggio a sud di Betlemme, dove una donna palestinese ci descrive le condizioni di vita. Lei è un’insegnante, ma non riusciamo a distinguere la sua età perché l’abitazione, come tutto il villaggio, è al buio. L’unica luce che arriva, proviene dalla super illuminazione delle adiacenti colonie israeliane di Zebar, Al David e Nokdim.

Ci racconta la vita del villaggio?
Jeb al Theeb è un modesto villaggio palestinese, abitato da 150 persone di cui la maggior parte di giovane età; non ci sono molti anziani. Le infrastrutture sono scarse e le strade, completamente inaccessibili, obbligano gli abitanti a muoversi a piedi. Non c’è una scuola, i bambini devono fare parecchia strada per raggiungere quella più vicina, anche d’inverno sotto la pioggia. Non abbiamo più accesso alle nostre terre, i pastori non possono portar a pascolo le pecore e i bambini non possono andarci a giocare. Inoltre manca l’elettricità e di conseguenza non possiamo usare computer e televisione. I bambini non possono studiare dopo la scuola; come potete vedere già alle ore 17 fa buio. Studiare a lume di candela crea problemi alla vista.

Noi stiamo in una casa qui vicino dove, come nelle altre case in zona, c’è la corrente elettrica. Perché voi non potete averla?
Le case un po’ più distanti dalle colonie sono tranquillamente rifornite di elettricità perché non rappresentano un fastidio diretto; il nostro villaggio invece si trova in una zona a ridosso delle colonie israeliane, la cui strategia è palesemente quella di lasciarci senza corrente, negandoci i generi di prima necessità.

Oltre alla corrente elettrica, vi sono negati altri generi di prima necessità?
Sì. Spesso ci chiudono l’acqua e danneggiano le condutture, creandoci non poche difficoltà; già l’acqua scarseggia, per di più siamo costretti a razionare le poche scorte che ci rimangano.

Chi chiamate quando ci sono problemi con l’acqua?
Ci troviamo nell’Area C quindi non ci resta che chiamare gli israeliani. Vengono ma non fanno niente, non cambia mai nulla. Noi non abbiamo alcuna fiducia nelle autorità israeliane.

In questi mesi si parla molto della costruzione e dell’ampliamento delle colonie. A voi è permesso costruire?
Assolutamente no. Non solo non possiamo costruire né completare lavori già iniziati, ma addirittura le case vengono demolite dalle autorità israeliane, come ad esempio quella di mio fratello.

L’altro giorno abbiamo visto entrare nel villaggio un camioncino dei coloni. Vengono spesso?
È come se vivessero qui, fanno quello che vogliono, quando vogliono.

Vengono per intimidirvi? Per spaventarvi? Per provocarvi?
Vengono per tutti questi motivi. Giusto l’altro giorno mentre mi recavo al lavoro nelle prime ore del mattino ho visto un colono portare un centinaio delle sue capre tra gli ulivi di un abitante delle case intorno al villaggio che solo il giorno prima aveva rivendicato il suo diritto ad accedere alle proprie terre. Le capre hanno danneggiato sia le piante che i loro frutti.

Vediamo girare armati i coloni. Avete subito delle aggressioni da parte loro?
Purtroppo sì. Uno dei casi più gravi è stato quello di questo signore anziano qui accanto a me che è stato preso a bastonate e colpito con le pietre solo perché ha tentato di portare al pascolo le pecore nei suoi campi. Come vedete ha una profonda ferita alla testa. Non ha ricevuto cure immediate a causa dell’isolamento del villaggio. Solo successivamente è stato portato all’ospedale di Ramallah dove è stato sottoposto ad un difficile intervento chirurgico, il cui risultato fortunatamente è stato positivo.

Il colono che l’ha aggredito è stato perseguito legalmente?
Abbiamo chiamato le autorità israeliane. Sono venute e hanno scritto un verbale dell’accaduto, senza però prendere alcun provvedimento. È evidente che esiste una connivenza tra i coloni e le forze dell’ordine.

Quando il vostro villaggio ha cominciato ad avere problemi?
Più o meno 15 anni fa, quando hanno cominciato a costruire le colonie. Da piccola andavo a giocare nei campi. Ricordo che c’erano i fiori in primavera.

In che modo vi è stato comunicato che non potevate più andare nei vostri campi?
Sono venuti da noi mostrandoci un documento ufficiale del governo in base al quale da quel momento in poi ci veniva vietato accedere alle nostre terre. Lo stesso documento consentiva di sparare a chiunque di noi ci avesse provato. Ce l’hanno comunicato faccia a faccia.

Chi è che vi ha comunicato l’ordine? I soldati israeliani?
No.

L’amministrazione civile?
No, sono stati i coloni stessi. Come sapete ricevono ordini dall’alto. Inoltre, il governo gli dà tutta una serie di incentivi grazie ai quali stanno bene economicamente. Hanno pecore, trattori, cavalli e dromedari, insomma hanno di tutto.

Visto che tu non puoi più accedervi, qual è lo stato attuale delle tue terre?
Credo che i coloni ci vanno per prendersi le nostre olive. Di sicuro ci portano le pecore al pascolo, che poi si mangiano anche le foglie e le olive stesse.

Cos’è quel grande capannone illuminato che vediamo a poche centinaia di metri da qui?
È un impianto per produrre fertilizzante che è stato costruito due anni fa. Come avrete notato emana un cattivissimo odore per non parlare del fumo che fuoriesce dalle sue ciminiere. Noi chiudiamo sia porte che finestre ma il fumo penetra ugualmente nelle nostre case. Inoltre si tratta di sostanze chimiche che provocano anche gravi problemi di salute, specialmente ai nostri bambini.

Secondo te questo impianto è stato collocato lì di proposito?
Può darsi. Di certo a loro non gli importa niente di noi. Vogliono solo che ce ne andiamo e saranno contenti quando lo faremo.

E la gente se ne va?
Come avrete visto molte case sono state abbandonate dai loro proprietari stanchi dei continui soprusi e privazioni cui sono sottoposti. La vita qui è impossibile, come si fa nel XXI secolo a vivere senza corrente elettrica? Non abbiamo internet, non possiamo inviare email, i bambini non possono vedere i cartoni animati. Ma io non me ne vado. Potrei sicuramente avere una vita più confortevole altrove ma qui c’è la mia famiglia, questa è la mia terra. Rimango anche per tenere viva la speranza.

Intervista a cura dei volontari di “Raccogliendo la pace”, un progetto di interventi civili di pace in Palestina a sostegno della raccolta delle olive e a supporto del lavoro dei Comitati popolari di resistenza, promosso da Servizio civile internazionale, Associazione per la pace e Un Ponte Per

Resistenza

domenica 24 ottobre 2010

Magari fosse vero!

martedì 19 ottobre 2010
Israele- Palestina, via libera alla scarcerazione di Barghouti per scambio con Shalit
Etichette: Palestina
La scarcerazione del leader di al-Fatah rientrerebbe nella trattativa per la liberazione di Gilad Shalit, prigioniero di Hamas da oltre tre anni
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe acconsentito allo scambio di prigionieri che prevede la liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit, in mano ad Hamas da più di 3 anni, in cambio di alcuni detenuti palestinesi tra cui il leader di al-Fatah, Marwan Barghouti. Lo riferisce l'agenzia stampa Ma'an. Secondo quanto riportato dal sito di informazione, il mediatore tedesco impegnato nella trattativa avrebbe fatto sapere ad Hamas che Israele sarebbe disponibile a liberare Barghouti ma, allo stesso tempo, avrebbe rifiutato la scarcerazione di altri detenuti palestinesi presenti nell'elenco predisposto da Hamas.

Marwan Barghuti, poster

VIVA PALESTINA FINALMENTE A GAZA!

Gaza - InfoPal. Questo pomeriggio, il Convoglio umanitario Lifeline5 (Viva Palestina) è finalmente entrato a Gaza attraverso il valico di Rafah.
Ieri sera tardi, gli attivisti erano atterrati all'aeroporto di El-Arish, provenienti da Latakya, in Siria, dove erano rimasti bloccati per diversi giorni, a causa del rifiuto egiziano di lasciarli attraccare al porto di El-Arish.

Il nostro corrispondente ci ha spiegato che decine di camion carichi di aiuti e attivisti hanno attraversato il valico e sono entrati nella Striscia di Gaza, tra una folla entusiasta, e hanno ricevuto un'accoglienza popolare e ufficiale.

In una dichiarazione ai media, rilasciata appena giunto nella Striscia, il portavoce di Lifeline5, Zaher al-Birawi, ha dichiarato che il Convoglio sta attraversando il valico (ore 16 locali).

Al-Birawi ha aggiunto che il governo egiziano ha vietato l'ingresso all'ex parlamentare britannico, e capo della carovana, George Galloway, e a 17 altri membri della spedizione (cittadini arabi e turchi sgraditi a Israele, tra cui familiari delle vittime della Mavi Marmara, ndr).

Lifeline5, che porta aiuti medici e altre forniture assistenziali per un valore di 5 milione di dollari, rimarrà nella Striscia di Gaza tre giorni.

Viva Palestina a Gaza

È ora di attaccare di nuovo gli arabi.

Il diritto può non portarci da nessuna parte, ma la spazzatura che sta spargendo nel frattempo si sta accumulando sempre di più.

di Gideon Levy



Sotto c'è tutto l'odio – l’odio e il disprezzo per gli arabi. L'ideologia della destra è morta da tempo, non rimane nulla del suo antico splendore; la sua vera forza propulsiva sono diventate le emozioni primordiali. Questo è ciò che sta dietro le leggi della destra nazionalista e la sua cosiddetta "pace". Ciò che nascondono sotto tutte le parole scortesi non sono solo considerazioni politiche, ma la mancanza di qualsiasi idea sistematica – è solo istinto oscuro e pericoloso.

I crimini di odio "si verificano quando un autore sceglie una vittima a causa della sua appartenenza ad un determinato gruppo sociale, di norma definito dal gruppo razziale, dalla religione, dall'orientamento sessuale, da una disabilità, dalla classe sociale, dall'etnia, dalla nazionalità, dall'età, dal genere, dall'identità sessuale o dall'affiliazione politica" (secondo Wikipedia, citando Rebecca Stotzer). La maggior parte dei crimini hanno come vittime membri di gruppi minoritari, e la stessa cosa accade con l'ultima proposta di legge di Israele.

Non fatevi fuorviare da pseudo idee. È vero che non mancano il disgusto, il razzismo e il nazionalismo, ma alla base c'è l'odio per gli arabi. Dal primo ministro Benjamin Netanyahu dal Membro della Knesset Danny Danon, dal ministro degli Esteri Avigdor Lieberman al Membro della Knesset Anastassia Michaeli, dal Membro della Knesset Michael Ben Ari al Membro della Knesset Yaakov Katz - tutti sono nemici degli arabi, apertamente o meno. La maggior parte di loro non ha mai incontrato un arabo, ma sanno tutto su di loro. Nessuno di loro ha mai neppure cominciato a pensare che gli arabi siano uguali agli ebrei.

Netanyahu maschera il suo odio dietro uno stucchevole amore per la nazione, Katz con un profondo amore per la terra. Ma l'amore non ha niente a che fare con questo. L'unica cosa che stanno cercando di fare è nascondere il suo contrario. Dietro le loro iniziative, avvolto nella bandiera della nazione ebraica, ribolle il loro odio. Essi sanno, con loro disappunto, che gli arabi resteranno qui per sempre, nonostante tutte le misure adottate nei loro confronti. L'unica spiegazione per le azioni di questi legislatori è che stiano dando sfogo ai desideri del loro cuore.

Pensano che le loro leggi dell'odio altereranno la coscienza del popolo arabo? Che gli arabi dichiarino "fedeltà" a Israele e poi gli siano leali? Che ciò impedisce loro di commemorare la Nakba e li trasformi in sionisti? Le loro case saranno demolite e loro diverranno servi? Essi riconosceranno lo Stato ebraico e rinunceranno alle loro aspirazioni?

I nuovi posti di blocco della polizia di frontiera a Lod (e non nella criminale Netanya, per esempio) e la demolizione delle case nel villaggio beduino di al-Arakib (e non negli avamposti dei coloni) sono solo due esempi di questo approccio. Invece di affrontare i problemi che hanno dato origine alla crisi abitativa dei beduini e al crimine a Lod, vediamo solo l'uso della forza - il modo corretto di trattare gli arabi.

Nessuno avrebbe espresso disapprovazione per il Membro della Knesset Hanin Zuabi (che era a bordo della flottiglia di Gaza), se lei non fosse stata araba. L'unica ragione per spiegare la legge della fedeltà - e nel giorno in cui si commemorano le persone uccise dalla polizia nel corso dei disordini dell'ottobre del 2000 - e per le passeggiate provocatorie dei parlamentari attraverso Silwan, il villaggio arabo adiacente alla Città Vecchia di Gerusalemme, è quello di attaccare di nuovo gli arabi. Noi possiamo rendere amara la loro vita, far loro cose cattive, e il peggio sarà il meglio che ci può essere. Suona semplicistico? Si, ma tutto il resto è senza senso.

La forza repressiva è il principale mezzo utilizzato dal governo contro gli arabi in Israele e contro i palestinesi nei territori. La polizia, l'esercito, il servizio di sicurezza dello Shin Bet e la Polizia di frontiera, sono i principali agenti del governo in questi settori. La destra crede che la forza potrà preservare l'occupazione ed evitare che gli arabi di Israele si ribellino, ma soprattutto, crede che li ferirà. E questo è un approccio patologico. Non è solo generato dall'odio, ma sparge odio anche fra le sue vittime. Alla fine, tutto questo creerà un collasso e gli arabi di Israele si ribelleranno. Quindi, oltre ad essere amorale, questo odio etnico, non è neppure molto intelligente.

È questo ciò che rimane della dottrina esposta da Ze'ev Jabotinsky e Menachem Begin, che contiene elementi liberali e democratici: è l'odio. Begin si è trasformato nel Membro della Knesset Miri Regev. Non vi è alcun ordine del giorno, nessun progetto. Cercate di scoprire ciò che il diritto si aspetta di vedere nel prossimo decennio; tutto ciò che resta è il loro odio per gli arabi. Questo è il problema della destra. Il problema, d'altra parte, se ancora esiste, è che non c'è nessuno che può fermare la destra.

Manifestazioni di odio sono accolte con simpatia o indifferenza, anche da coloro che dovrebbero essere attenti alle violazioni: l'opposizione, i media e il sistema educativo e giudiziario.

Il danno che la destra ci sta infliggendo continuerà per molti anni dopo anche dopo che avrà lasciato il suo incarico. E 'difficile sradicare l'odio che è stato piantato così profondamente. Il diritto può non portarci da nessuna parte, ma la spazzatura che sta spargendo nel frattempo si sta accumulando sempre di più.

Senza parole

sabato 23 ottobre 2010

ISRAELE: NON VOGLIAMO ESSERE PARTE DI UNO STATO FASCISTA

ISRAELE: NON VOGLIAMO ESSERE PARTE DI UNO STATO FASCISTA

È scesa in piazza l’altra Israele. Oltre 100 accademici, scrittori e attori hanno manifestato il 10 ottobre scorso a Tel Aviv contro l’emendamento alla legge sulla cittadinanza approvato dal governo. “È come le leggi razziste del 1935” hanno protestato.


L'odore dell'Apartheid

di Yacov Ben Efrat

Il governo ha approvato la proposta di un emendamento alla legge sulla cittadinanza, secondo il quale chiunque chieda la cittadinanza israeliana dovrà dichiarare “fedeltà” a Israele in quanto Stato “ebraico e democratico”. Questo emendamento è considerato da molti come una provocazione non necessaria contro la popolazione araba del paese, anche se non è diretta visibilmente né contro cittadini arabi né contro cittadini ebrei, ma a coloro che richiedono la cittadinanza incluse le mogli arabe che richiedono la cittadinanza al fine della riunificazione familiare.

Nahum Barnea, giornalista, commenta con parole taglienti: “La legge proposta non solo sembra razzista, è razzista. Obbliga i non ebrei a dichiarare la loro volontà di essere fedeli allo Stato ebraico, ma non chiede lo stesso agli ebrei. Gli ebrei sono esentati, perché i rabbini Haredi non vogliono dichiarare la loro fedeltà, né allo Stato ebraico e sicuramente non allo Stato democratico. I risultati sono pesanti. Non siamo ancora alle leggi razziste di Norimberga, ma l'odore è lo stesso” (Yedioth Aharonoth Supplemento, 8 ottobre 2010).

Nella Dichiarazione di indipendenza e nelle leggi fondamentali (che per Israele sono una specie di Costituzione) Israele è stato dichiarato Stato ebraico molto tempo fa. I simboli dello Stato, la stella di David e la Menorah, non lasciano adito a dubbi.

E così anche le altre leggi come la legge del ritorno, e molti provvedimenti temporanei o decreti definitivi, che privilegiano gli ebrei, rispetto ai non ebrei.

Che cosa allora ha portato il ministro della Giustizia a proporre adesso un emendamento che interesserà solo poche migliaia di persone all'anno, la maggior parte delle quali non sono arabe e non mettono in discussione il carattere ebraico dello Stato?

Di fatto, dietro questo emendamento c'è un messaggio nascosto riguardante un dibattito nato circa 5 anni fa tra popolazione araba e Stato. Il conflitto è cominciato quando un allora membro della Knesset, Azmi Bishara, formò un partito con lo slogan “Uno Stato per tutti i suoi cittadini”, che aprì la strada a partiti e istituzioni arabe per sfidare lo Stato e portare alla luce la contraddizione strutturale insita nella sua auto-definizione come “ebraico e democratico”. Questo scontro filosofico tra la minoranza araba e lo Stato è servito a oliare le ruote di Avigdor Lieberman, oggi ministro israeliano degli Affari esteri, il cui partito ha guadagnato 15 seggi nelle ultime elezioni politiche con lo slogan “Nessuna cittadinanza senza fedeltà”.

Nel 2006 il Comitato arabo per il monitoraggio e il Comitato dei capi dei Consigli locali arabi hanno pubblicato un documento intitolato “La visione futura degli arabi palestinesi in Israele”. Secondo questo documento, “la definizione di Stato come Stato ebraico, e l'uso fatto della democrazia al servizio della propria ebraicità, ci esclude dalle sue fila e ci colloca all'opposizione della natura e dell'essenza dello Stato in cui viviamo”.

Il documento “Visione” solleva la questione se la democrazia di Israele possa realmente includere la minoranza araba e trattarla con piena uguaglianza. Il documento è una risposta alla alienazione che i cittadini arabi di Israele hanno vissuto per più di 60 anni. Non è la definizione di Israele come Stato ebraico che ha portato la dirigenza araba a sfidare lo Stato, ma la discriminazione istituzionalizzata di cui soffre la popolazione araba. La democrazia non può esistere in uno Stato che istituzionalizza la discriminazione. La vera questione non è cambiare l'inno nazionale o la bandiera, ma il futuro di decine di migliaia di giovani arabi che vedono il loro futuro espropriato dallo Stato.

La violenza che nasce nelle città e villaggi arabi, gli assassini alla luce del giorno a Nazareth e a Lod, esprimono il crollo del sistema educativo arabo, la disoccupazione crescente, la povertà, e l'impotenza delle autorità arabe locali che non riescono a fornire neanche servizi essenziali.

Lieberman in realtà non è interessato ad accertare la fedeltà di quelli che richiedono la cittadinanza. Vuole mettere in questione la lealtà dell'intera popolazione araba. L'emendamento alla legge è solo il principio. Il mese scorso nella Assemblea generale delle Nazioni Unite aveva già presentato la sua visione dello Stato, secondo la quale la terra abitata dalla popolazione araba dovrebbe essere trasferita alla Autorità palestinese, in cambio delle colonie in Cisgiordania.

Se Netanyahu e il suo governo continuano a provocare la popolazione araba trasformeranno lo Stato in uno Stato di Apartheid, che malamente potrà coprirsi con la rivendicazione che Israele è insieme ebraico e democratico. La richiesta di definire Israele come “uno Stato di tutti i suoi cittadini” deriva dal fatto che definendosi come “ebraico e democratico” Israele ha mancato di applicare la seconda parte della equazione. L'”ebraicità” arriva a spese della democrazia. Ora, invece di prendere sul serio le richieste arabe di uguaglianza, il governo provoca di nuovo – non solo non avrete uno Stato di tutti i suoi cittadini, ma intendiamo continuare a escludervi e a discriminarvi in tutte le aree dove vivete.

Forse ci si potrebbe aspettare che uno Stato recentemente ammesso all'Ocse, uno Stato che cerca con forza di integrarsi nella economia globale, che si presenta come “la sola democrazia in Medio oriente”, debba cambiare il suo atteggiamento nei confronti della popolazione araba.

I rapporti della Banca di Israele e di varie autorità e le conclusioni della Commissione che ha investigato sugli avvenimenti di ottobre 2000, creano l'illusione che lo Stato stia nei fatti occupandosi dei problemi della istruzione, del lavoro, della salute e di altre questioni che la politica di discriminazione ha prodotto.

Tuttavia, tra il riconoscere l'ingiustizia, e il fare qualcosa per rimediarvi, c'è di messo un governo di destra che squilla la tromba della ideologia nazionalista e razzista. Gli sforzi dell'attuale governo per esacerbare il conflitto danno anche come risultato lo scetticismo, l'autoesclusione e l'estremo nazionalismo tra i cittadini arabi.

Gli scontri relativi al carattere dello Stato presentano inoltre un aspetto a cui non si fa abbastanza attenzione. Nella realtà oggi la società israeliana è profondamente divisa – non solo tra ebrei e arabi, ma tra ebrei ed ebrei. Lo Stato avanza con politiche discriminatorie contro tutti i lavoratori, ebrei o arabi: lavoratori a contratto, insegnanti di college, artisti, camionisti, lavoratori dell'industria, lavoratori migranti con i loro figli. Il loro diritto a un posto di lavoro sicuro con benefits sociali, è respinto. Israele “ebraico” serve giusto una ricca minoranza, un pugno di famiglie che hanno ricevuto proprietà e beni dallo Stato, e li usano a beneficio personale, senza vincoli sociali o responsabilità pubblica. Così, la posizione di Lieberman come guardiano di Israele ebraico si abbina felicemente con il fatto che è dentro fino alle orecchie in indagini per sospetto di corruzione. E non è il solo – molti politici fanno lo stesso, da un lato competono per l'onore di chi è più a destra, dall'altro, si accomodano i propri nidi strisciando ai piedi dei magnati.

Ha certamente senso discutere il carattere dello Stato. Tuttavia la visione che deve essere discussa riguarda il futuro di tutti i lavoratori, ebrei, arabi e altri.

Il solo Stato davvero democratico sarà quello dove le risorse vengono distribuite equamente e giustamente. Uno stato di questo tipo non avrà più bisogno della definizione di “ebraico”, che perpetua una falsa solidarietà tra gli ebrei di Israele e la discriminazione istituzionalizzata contro i suoi cittadini arabi.


da www.challenge-mag.com

mercoledì 20 ottobre 2010

Sit-in e appello della Reteromanapalestina

La Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese indice un sit in dinnanzi all'ambasciata egiziana per giovedì 21 ottobre alle ore 18 ed invita quanti/e si battatono per la libertà del popolo palestinese, per il rispetto del diritto internazionale per la convivenza pacifica tra i popoli a parteciparvi, sulla base del seguente





APPELLO



PER ROMPERE L'ASSEDIO DI GAZA

MOBILITIAMOCI PER FAR PASSARE GLI AIUTI UMANITARI VERSO LA STRISCIA ASSEDIATA





Le tre carovane dell'organizzazione "Viva Palestina" che stanno recando aiuti umanitari a Gaza assediata da tre anni, sotto forma di generi di prima necessità, medicinali, materiali scolastici, cemento per la ricostruzione, sono bloccate da giorni nel porto siriano di Latakia.

Il governo egiziano, stretto alleato di Israele e degli USA, continua a porre una serie di sempre nuove e pretestuose condizioni per permettere agli aiuti di raggiungere il porto egiziano di El-Arish da cui proseguire via terra per Gaza: nuovo imballaggio di tutte le merci con l'uso di "pellets" speciali, eliminazioni di alcune merci tra cui il cemento, esclusione di molti partecipanti, ecc.



Sosteniamo le carovane che cercherenno di imbarcarsi ugualmente per l'Egitto forzando il blocco!

Manifestiamo sotto le sedi diplomatiche egiziane per la libertà di Gaza e di tutta la Palestina!

La prima manifestazione è prevista per giovedì 21 a Roma, via Salaria, entrata di Villa Ada, sede dell'ambasciata egiziana, ore 18,00.



Rete Romana di solidarietà con la Palestina, Forum Palestina, Comitato con la Palestina nel Cuore, International Solidarity Movement

I monologhi di Gaza

I MONOLOGHI DI GAZA

DI ILARIA LUPO

Gaza – L’attacco militare israeliano della Striscia di Gaza nel dicembre 2008 – gennaio 2009 è stato estremamente violento a ha portato in 22 giorni alla morte
di 1380 palestinesi tra i quali 431 bambini. Almeno 5380 persone furono ferite, di cui 1872 bambini. Si stima a 100 000 il numero di persone evacuate
(World Health Organization, Gaza strip, Initial health needs assessments, Health Cluster, 16/02/2009.).

Case, scuole, ospedali, luoghi di culto e centri culturali sono stati distrutti. Un anno più tardi il blocco di Gaza continua e la sua separazione dalla Cisgiordania aumenta perché i cisgiordani sono stati totalmente impotenti di fronte al massacro e non hanno potuto venire in soccorso dei loro compatrioti palestinesi ghazawi.

I media contavano i morti e i feriti. Il mondo stava a guardare.

Qualcuno ha sentito?


Si presenta così il progetto “The Gaza Mono-logues” che ha aperto domenica a Gaza City in contemporanea a 50 città del mondo intero con i monologhi di 33 adolescenti palestinesi recitati da loro coetanei in 30 Paesi. Localmente lo spettacolo ha avuto luogo anche a Ramallah, Hebron, Deishe, Aida, Jenin e Nazareth.

Promosso da Ashtar Theatre, l’evento intende diffondere la voce delle vittime per non dimenticare e anche per sovvertire gli stereotipi dell’informazione internazionale, che riporta solo numeri e statistiche.

Il lancio a Gaza è avvenuto ieri mattina al porto, dove i ragazzi hanno messo in mare i testi sotto forma di barchette di carta.

La presentazione al Rashad Al-Shawa Theatre ha incluso l’intervento di John King – direttore di UNRWA – che ha espresso parole accese dichiarando di essere solidale con la sofferenza dei palestinesi e di condividere con loro la speranza di vedere Gaza finalmente liberata.

Mi ha ricevuto la direttrice artistica Iman Aoun. Abbiamo voluto coinvolgere il mondo intero data la rilevanza dell’iniziativa, perché se una parte del tuo corpo soffre non puoi semplicemente ignorarla – spiega – Siamo parte di una comunità internazionale e per noi è importante comunicare. Non si può avere l’ambizione di liberare una Nazione senza liberare le persone e non si possono liberare le persone se non si liberano le loro voci. -

Iman mi racconta che il profondo senso di paralisi verso il loro popolo ha mosso i palestinesi della Cisgiordania a cercare dei mezzi per trasmettere le testimonianze a culture anche lontanissime. La rete internazionale di Ashtar Theatre si è notevolmente espansa in questi mesi grazie al coinvolgimento di giovani che – da ogni parte – hanno sentito l’urgenza di partecipare e hanno risposto non solo nell’impegno teatrale, ma anche nel Forum del sito che ha permesso scambi a distanza tra adolescenti cresciuti in contesti completamente diversi.
La forza del progetto sta infatti in quest’apertura e nella possibilità di raccontarsi al di là di questioni politiche specifiche. I giovani ghazawi hanno sogni nel cassetto come tutti i giovani del mondo – mi dice Iman – e noi vogliamo dare rilievo a quest’aspetto in particolare, al fatto che i palestinesi non sono solo numeri per la stampa internazionale, ma che hanno gli stessi desideri dei loro coetanei in altri luoghi.

Per noi questo progetto “apolitico” è molto politico – continua Iman- Ashtar Theatre è nato a Gerusalemme Est nel 1991 e ha sedi anche a Ramallah e Gaza. Viviamo ogni giorno una realtà durissima. Lo spettacolo di Gerusalemme non ha avuto luogo perché uno degli attori è un martire ucciso da un colono a Silwan poco tempo fa. Ma anche di fronte alle circostanze più estreme, noi crediamo nel teatro come mezzo di cambiamento. E in questo caso soprattutto anche mezzo di incontro interculturale, che ci ha permesso di dialogare con il mondo e con le istituzioni internazionali. Ci esibiremo presso la sede delle Nazioni Unite a New York, il 29 novembre (Giornata di Solidarietà Internazionale con il Popolo Palestinese) dove performeranno insieme i giovani coinvolti, un rappresentante per Paese – e anche al Parlamento Europeo e all’Unesco. Chi prende le decisioni politiche deve ricordarsi che ha a che fare con esseri umani. -

L’origine dell’iniziativa sono sette mesi di seminari terapeutici che abbiamo svolto a Gaza con il gruppo di ragazzi per sostenerli nel loro cammino post-trauma. I risultati sono stati eccellenti e i monologhi sono nati proprio dalla chance che i giovani hanno avuto di affrontare i loro drammi sbloccando stati di shock e potendosi esprimere. C’è ancora molto lavoro e per noi quest’iniziativa è solo il primo passo. Continueremo i percorsi psico-terapeutici e gli spettacoli, coinvolgendo un sempre maggior numero di organizzazioni nel progetto. –

E ieri sera, i giovani testimoni dell’Inferno hanno avuto pubblicamente diritto di parola :

Gaza è una scatola di fiammiferi, e noi siamo i fiammiferi dentro la scatola (…) Quando è iniziata la guerra tutti i media erano focalizzati su di noi (..) Il mondo intero era occupato con quello che ci stava succedendo. Improvvisamente Aj.Jazeera scrisse “Breaking news : morte di Mohammed Al Hindi…” e ciò non era normale perchè quel Mohammed è mio zio, il fratello di mia madre. Questa televisione è orrenda, ancora prima che una persona sia colpita, mentre la pallottola è sulla strada verso il suo petto, la televisione ha già diffuso la notizia.



Mi piacerebbe essere il Presidente della Palestina per un giorno per arricchire di amore e pace le persone (…) Ma purtroppo io non sono il Presidente ed è per questo che c’è stata una guerra.



Il telefono squillò…La linea saltava durante la guerra…quindi eravamo contenti di sentire il suono del telefono…

- Pronto?

- Si?

- Qui parla l’esercito israeliano. Avete 5 minuti per lasciare la casa. Vi abbiamo avvertiti.

Spettacolo teatrale a Gaza

martedì 19 ottobre 2010

L'incredibile tira e molla del complice egiziano di Israele

L'attesa partenza per El Arish di lunedì mattina non c’è stata. Dopo una
convulsa giornata di trattative e di snervante attesa, il convoglio
VivaPalestina5 è ancora bloccato nella città portuale di Lattakya.

Chiediamo a tutto il movimento che in Italia è impegnato a fianco del popolo
palestinese di mobilitarsi per elevare una dura protesta nei confronti
dell’Egitto, con tutte le iniziative che potranno essere intraprese e che in
parte sono già in corso.

Chiediamo alle forze politiche e sindacali italiane di far sentire la loro voce.

Chiediamo ai parlamentari europei, ma anche ai membri del parlamento italiano,
di sollevare la questione nelle rispettive sedi con interpellanze formali.

Chiediamo alle ambasciate italiane al Cairo e a Damasco, chiediamo al Governo e
al Ministero degli Esteri italiano, di tutelare i nostri diritti e la nostra
integrità e di sollevare una ferma protesta nei confronti del governo egiziano.

La situazione va sbloccata non nell’arco di giorni, ma di ore.

Noi, 14 componenti del gruppo italiano, insieme agli altri 380 partecipanti al
Convoglio Viva Palestina5, siamo trattenuti in una forma illegale di sequestro
dal 2 ottobre, da oltre 17 giorni in questa città siriana, impediti dal governo
egiziano di arrivare a El Arish e da li, per un tragitto di 40 km di entrare
nella striscia di Gaza.
Fino ad ora la leadership del convoglio ha tenuto volutamente e pazientemente un
atteggiamento di estrema collaborazione con le autorità egiziane per non offrire
nessun appiglio a possibili irrigidimenti. E tuttavia, pur avendo ottemperato a
tutte le richieste non otteniamo ancora il permesso per l’ingresso.
Questa situazione da qualsiasi punto la si osservi è assolutamente illegale.
Noi vogliamo far arrivare nella Striscia di Gaza, sottoposta a un embargo
illegale secondo il diritto internazionale, condannato dall'ONU e anche dall'UE,
medicine e articoli sanitari, materiale per gli scolari di Gaza, un insieme di
aiuti umanitari.
Non trasportiamo armi, droghe o altre sostanze illecite.
Non esportiamo valuta.
Non siamo qui per praticare turismo sessuale.
Non siamo finanziati da potenze straniere.
Trasportiamo solo gli aiuti umanitari offerti dai tanti donatori italiani che ci
hanno generosamente sostenuto e che ci hanno permesso di realizzare questa
missione per la popolazione di Gaza, sfiancata da un assedio e da un
boicottaggio letale che dura dall'inizio del 2006.
Se avessimo compiuto una o più di queste azioni le autorità egiziane, ma anche
quelle turche o siriane avrebbero avuto tutto il diritto di arrestarci e
giudicarci.
Non è questo il caso.
Siamo stati sempre accolti con grandissimo calore e, possiamo dirlo, in
particolare noi italiani, con grande simpatia, in Turchia come in Siria.
Il comportamento del governo egiziano ci costringe a una sosta che lede
gravemente i nostri diritti, a cominciare dal diritto alla libera circolazione.
Abbiamo adempiuto a tutte le richieste presentare il 5 ottobre, in un incontro a
Damasco, dall'ambasciatore egiziano.
Poi il 16 ottobre è arrivata da parte egiziana una lista di proscrizione per 17
attivisti (nessuno del gruppo italiano) che le autorità egiziane hanno
dichiarato “non graditi”, basata su dati inconsistenti e su errori grossolani,
solo un ulteriore espediente per rinviare ancora la partenza.
Tra questi, fatto particolarmente odioso, due parenti delle vittime della Mavi
Marmara, che vorrebbero unire la terra delle tombe dei loro cari a quella
palestinese di Gaza per piantare un albero di ulivo.

E' evidente che si sta giocando contro di noi una partita squisitamente politica
e che siamo vittime di una forma di “sequestro di persona”, tenuti in ostaggio
per motivi che sono facilmente intuibili e dietro i quali si vede chiaramente la
volontà dello Stato di Israele di contrastare queste missioni di pace. Il
governo egiziano deve essere consapevole che non è tollerabile che si neghi
l’ingresso ai pacifisti, mentre lo si auspica e lo si sollecita per i turisti!
Tutti e tutte sono decisi/e a resistere a oltranza, ma abbiamo famiglie e
impegni di lavoro e dovremmo rientrare al più presto nelle nostre case. Chi è
partito dall'Inghilterra è in viaggio da più di un mese, noi che siamo partiti
dall'Italia da 29 giorni.

La mobilitazione in Italia, in Europa e nel mondo deve unirsi alla nostra
indignazione e alla nostra resistenza.

ISM-Italia

Lattakya, 19 ottobre 2010

lunedì 18 ottobre 2010

Stato fascista

Modifica della Legge sulla Cittadinanza di Israele: Lezione di educazione civica
di Michael Warschawski

"Sento da qualche tempo odore di fascismo ai margini della società israeliana, ma noi non ce ne accorgiamo. Siamo su un pendio scivoloso e sempre più pericoloso. Lieberman e il suo partito fanno proposte di legge e altre piccole mosse. Quando si mettono insieme tutte queste mosse, si ricava un quadro sempre più preoccupante per chi teme per il carattere democratico dello Stato. "


Così il ministro Yitzhak Herzog ha reagito alla proposta di legge del governo che obbligherebbe i cittadini naturalizzati a dichiarare fedeltà a Israele come stato ebraico. - Il fatto che chi diventa cittadino deve rispettare le leggi dello stato ok, ma la fedeltà? Fedeltà a uno stato è un concetto chiaramente fascista. In democrazia, al contrario, lo stato con le sue istituzioni e i suoi leader deve essere al servizio del cittadino ed essere fedele alla Costituzione e al benessere dei cittadini. Ivet Lieberman ha imparato il concetto di democrazia nelle scuole sovietiche, e lo ha arricchito e ampliato nello spirito del fascismo che ha respirato tra le file del Likud alla Hebrew University. Il fascismo non è una maledizione, ma una dottrina organizzata che annulla il concetto di cittadino, un concetto che mente al cuore stesso della democrazia. Nel fascismo lo Stato è il valore più alto, e i soggetti devono essergli leali e servirlo senza riserva.

Questa è precisamente la percezione del fascista Lieberman. In questo senso, la modifica della legge sulla cittadinanza fatta da Lieberman e dal Ministro della giustizia Yaakov Neeman non è un problema solo per i cittadini non ebrei di Israele, ma di ogni cittadino che desidera mantenere il suo status di cittadino. L'oppressione strutturale della minoranza palestinese non è opera di Lieberman e dell'estrema destra, ma del movimento dei lavoratori, "sano e di sinistra", insieme ai suoi alleati di destra e di sinistra negli anni sessanta. L'innovazione apportata dal ministro degli Esteri di Israele è nel cambiamento di carattere del regime: da uno stato di apartheid ad uno stato fascista. Mentre in uno stato di apartheid la comunità dominante gode dello status di sovrano, in uno stato fascista nessun gruppo di cittadini ha tale qualifica, non ci sono cittadini, ma solo soggetti tenuti a servire lo stato.

In questo senso la proposta di modifica alla legge sulla cittadinanza di Neeman Lieberman va di pari passo con le precedenti proposte legislative di Yisrael Beitenu, che agitano lo spettro di annullare la cittadinanza, anche a chi è nato cittadino. Due tipi di regimi hanno annullato la cittadinanza: il regime fascista e il regime stalinista ed entrambi, giustamente, così hanno rinunciato ai principi della democrazia. Non c'è democrazia senza cittadinanza e non c'è cittadinanza senza democrazia.

La cittadinanza non è un diritto che può essere dato e tolto, ma è parte integrante di una persona nata cittadina di una democrazia; l'unico modo per togliere la cittadinanza ad una persona è porre fine alla sua vita con la pena di morte. In questo senso, il problema posto dalla proposta di Lieberman e Neeman non è quello della fedeltà, ma nel loro concetto di cittadinanza come privilegio.

Uno dei miei commentatori preferiti, Gideon Levy, ha scritto che l'approvazione della modifica alla legge sulla cittadinanza trasforma Israele da una democrazia a una teocrazia. Mi trovo in disaccordo con Levy questa volta: questa trasforma lo stato d'Israele da un'etnocrazia a un regime fascista con caratteristiche chiare, anche se i diritti individuali e le elezioni esistono proprio come nelle democrazie liberali. La Germania nazista era nazionalsocialista. Lo stato di Israele, nel 2010, è un regime liberale, fascista.

(tradotto da barbara gagliardi)

domenica 17 ottobre 2010

Stato ebraico e democratico?

CADUTA LIBERA
Per avere la cittadinanza, sarà adesso necessario giurare lealtà a Israele "in quanto stato ebraico e democratico". Come se gli Stati Uniti, dice Uri Avnery, chiedessero agli immigrati di giurare lealtà a uno stato di anglosassoni bianchi e protestanti. Nel mirino la minoranza araba: ma non solo



E poi, cosa mai significa stato ebraico?, si domanda perplesso Gideon Levy. "Uno stato che appartiene agli ebrei della diaspora più che ai suoi cittadini arabi? Saranno loro a decidere il nostro destino, insieme agli ultraortodossi contrari all'esistenza di Israele, e questa sarà ancora chiamata una democrazia? Cosa è ebraico?, lo shabbat? La cucina kosher? L'influenza ogni giorno più forte delle autorità religiose? Non conosco tre ebrei che concordino su cosa sia uno stato ebraico. Eppure la Knesset è in procinto di discutere una ventina di altri disegni di legge simili a questo: un giuramento di lealtà per i deputati, limitazioni alle attività delle organizzazioni non governative, la trasformazione in reato della commemorazione della nakbah, il divieto di promuovere un boicottaggio. L'istituto della revoca della cittadinanza. Fino a quando di Israele non sarà rimasto che uno stato ebraico in un senso che nessuno realmente comprende, ma certo non uno stato democratico. Democrazia non significa governo della maggioranza. Significa tutela delle minoranze".

Un'iniziativa controversa. La modifica alla legislazione sulla cittadinanza approvata in consiglio dei ministri, e adesso inviata alla Knesset per la sua definitiva adozione, impone agli immigrati di giurare lealtà non più semplicemente allo stato di Israele, ma allo stato di Israele "in quanto stato ebraico e democratico". Scalpellata dal ministro della giustizia Ya'akov Ne'eman, la nuova formula è il tributo pagato alla destra di Avigdor Lieberman: "niente lealtà, niente cittadinanza": è stato il pilastro della sua campagna elettorale. Ma l'emendamento, che nella proposta originaria includeva anche l'aggettivo "sionista", ha infiammato critiche trasversali. Benjamin Netanyhau per primo avrebbe preferito un riferimento esplicito a Israele "in quanto stato del popolo ebraico che garantisce piena eguaglianza a tutti i cittadini": non per arginare la contestazione della minoranza araba, oggi il 18 percento della popolazione, che ha bollato l'emendamento come "razzista e fascista: nessuno stato al mondo pretende dai propri cittadini l'adesione a un'ideologia", ha dichiarato Azmi Bishara - ma piuttosto per arginare la contestazione della stessa destra. Anche se Eli Yishal, infatti, ministro dell'interno, si è già detto pronto a privare della cittadinanza chi non dimostrerà adeguata lealtà allo stato, richiamandosi in particolare a Hanin Zoabi, deputata araba a bordo della Freedom Flotilla, "questo emendamento danneggia l'immagine di Israele", ha obiettato Tzipi Livni, alla guida di Kadima. "Proprio in quanto stato ebraico", ha aggiunto Dan Meridor, ministro dell'intelligence del Likud, "abbiamo l'obbligo morale di trattare i non ebrei come noi ebrei avremmo voluto essere trattati". Analoga la posizione del presidente della Knesset, Reuven Rivlin: "tutte le nostre Leggi Fondamentali definiscono questo stato come uno stato ebraico e democratico. La legittimità della fondazione di uno stato ebraico in terra di Israele è stata riconosciuta con la nostra ammissione alle Nazioni Unite: abbiamo già vinto la nostra battaglia storica. Questo emendamento è solo un'arma per i nostri nemici". E divisa, inevitabilmente, anche la sinistra. Ehud Barak, segretario laburista e ministro della difesa, avrebbe inserito un'ulteriore precisazione: un giuramento a Israele in quanto stato ebraico e democratico, ma "nello spirito della Dichiarazione di Indipendenza", a presidio, ha sostenuto, di un'interpretazione liberale della nuova norma. Ma "l'unico effetto di questa legge sarà radicalizzare gli arabi", gli ha risposto il compagno di partito Avishay Braverman, ministro per le minoranze: "rimarcare che non appartengono allo stato che chiede la loro lealtà. Ed è terribile, per discendenti di ebrei che hanno pagato con l'Olocausto l'accusa di non essere abbastanza tedeschi, francesi, spagnoli. L'accusa di slealtà nei confronti degli stati di cui erano cittadini".

Una definizione indefinita. A quanti chiedono il mantenimento di un giuramento più formale, come quello introdotto da Ben Gurion e ancora in vigore nell'esercito - "lealtà allo stato di Israele, alle sue leggi e alle sue autorità" - il politologo Shlomo Avineri ribatte che tutte le democrazie occidentali obbligano gli immigrati a un giuramento di tipo sostanziale: l'adesione cioè ai princìpi di fondo dei loro ordinamenti. In Gran Bretagna, l'impegno è al rispetto dei diritti, delle libertà e dei valori democratici; negli Stati Uniti, al rispetto della costituzione. In realtà, sostiene il giurista Ze'ev Segal, il nuovo emendamento non rivoluziona l'attuale giuramento di lealtà "allo stato di Israele", perché nella sua Dichiarazione di Indipendenza e nelle sue Leggi Fondamentali Israele è già qualificato, appunto, come "stato ebraico e democratico". Tuttavia, spiega, un riferimento esplicito alla Dichiarazione di Indipendenza, come proposto da Ehud Barak, avrebbe il merito di ricordare quello che l'emendamento invece incentiva a dimenticare: e cioè che nella Dichiarazione di Indipendenza la definizione di Israele come stato ebraico e democratico è seguita dall'affermazione del principio di eguaglianza e della piena e effettiva inclusione dei cittadini non ebrei nella vita politica e sociale. Perché il problema, come segnalato da Gideon Levy, è che a differenza della nozione di stato democratico, la nozione di stato ebraico non ha un significato univoco: ed è proprio questa incertezza, insieme alla fragilità del principio di eguaglianza nell'assetto costituzionale di Israele - la Dichiarazione di Indipendenza omette infatti l'eguaglianza essenziale, per la questione palestinese: quella tra le nazionalità - a tradursi nella discriminazione di fatto dei non ebrei. La ragione per cui è così difficile, per l'osservatore esterno, percepire la vera natura dell'ordinamento giuridico israeliano è che in realtà, formalmente, tutti i cittadini sono in effetti uguali davanti alla legge: non si ha tanto una discriminazione nei confronti dei non ebrei, quanto, più sottile, una discriminazione in favore degli ebrei. Il caso emblematico è il diritto di proprietà. L'espropriazione di terra privata da parte dello stato è consentita per esempio per esigenze di razionalizzazione e produttività dell'agricoltura, o per esigenze di sicurezza: e in generale, secondo la Land Acquisition for Public Purposes Ordinance, "nell'interesse pubblico": ma l'individuazione di questo interesse pubblico è competenza esclusiva del potere esecutivo, sottratta al controllo del potere giudiziario. E comunque, ha puntualizzato la Corte Suprema, il significato di "interesse pubblico" non potrebbe che essere circoscritto dalle Leggi Fondamentali - nello specifico, la Basic Law: Human Dignity and Liberty, in cui rientra il diritto di proprietà: e che alla sua ottava sezione, autorizza tutte quelle restrizioni stabilite "by a law befitting the values of the State of Israel". Il valore dell'ebraicità dello stato, in altre parole, legittima limitazioni dei diritti individuali. L'interpretazione della Corte Suprema non lascia margini di dubbio: "la dottrina dei diritti umani concepisce il singolo non come un'isola, ma come parte di una società con obiettivi nazionali. E Israele è diverso dagli altri paesi: non è solo uno stato democratico, ma anche uno stato ebraico, ed è questa sua caratteristica il principio chiamato a orientare il bilanciamento tra rivendicazioni inconciliabili".

La minaccia della pace. La nuova formulazione del giuramento di lealtà sarebbe in realtà problematica anche per molti cittadini ebrei: dagli ultraortodossi convinti che la fondazione di Israele sia prerogativa del Messia ai coloni religiosi che contesterebbero invece l'aggettivo "democratico", in nome della priorità delle norme dell'halakah rispetto alle norme secolari, fino ai moltissimi immigrati, in particolare russi, motivati essenzialmente da ragioni economiche e estranei al sionismo - oltre, naturalmente, all'élite laica di Tel Aviv. "Persino Mordechai Vanunu: è finito in carcere, ma non è stato privato della cittadinanza. Perché la cittadinanza non è una ricompensa o una punizione per la propria lealtà allo stato", commenta il giurista Yedidia Stern. "Questo emendamento, è evidente, colpisce in prima battuta i cittadini arabi, la nostra cosiddetta quinta colonna: gli immigrati non ebrei sono in larga parte i loro familiari, palestinesi dei Territori. Ma il timore nei loro confronti è in realtà la proiezione psicologica di una minaccia interna. Rispetto agli arabi, siamo tutti leali. La paura è il nostro minimo comune denominatore: l'unico possibile, in assenza di una visione condivisa della nostra identità di ebrei israeliani". Sulla stessa linea il giornalista Yacov Ben Efrat. "Non è solo questione di arabi e ebrei, qui, ma ebrei e ebrei. Siamo una società in frantumi. Le risorse pubbliche sono distribuite in modo profondamente iniquo: alla vecchia frattura tra ashkenaziti e sefarditi, si saldano adesso gli squilibri propri di tutti i paesi su cui si abbatte la globalizzazione. Il dibattito sul carattere ebraico di Israele ha il solo obiettivo di perpetuare una finta solidarietà tra ebrei". Ma forse anche, soprattutto, aggiunge il filosofo Berel Lang, "l'obiettivo di rendere impossibile ai palestinesi il riconoscimento di Israele". L'emendamento approvato domenica è stato infatti letto principalmente come il prezzo per l'assenso di Lieberman a un'ulteriore moratoria dell'espansione degli insediamenti: il prezzo, cioè, per disincagliare i negoziati. In realtà, dopo poche ore Netanyhau è tornato a insistere, come condizione per il loro proseguimento, sul riconoscimento della natura ebraica dello stato di Israele. Una richiesta inedita, nel diritto internazionale - niente di simile è stato preteso, a suo tempo, da Egitto e Giordania. "Si ripete la trappola di Camp David", osserva Mustafa Barghouthi: "imporci vincoli inaccettabili, per costringerci alla responsabilità del mancato accordo - all'epoca, si disse, era stata offerta ad Arafat persino Gerusalemme capitale: e invece, a studiarsi le mappe, si trattava di Abu Dis: non Gerusalemme, ma la sua discarica". Tutto questo sembra però essere sfuggito alla sinistra. "Invece di decostruire l'idea stessa di lealtà, agli antipodi dei valori liberali di quell'Occidente a cui pretendiamo di appartenere, inseguiamo la destra sul suo stesso terreno", nota con amarezza lo storico Ilan Pappé: "Lieberman mi preoccupa non perché è un estremista, ma al contrario: perché rappresenta l'israeliano medio". Mentre la manifestazione di protesta indetta a Tel Aviv raccoglieva solo un centinaio di intellettuali, il dibattito si concentrava disciplinato sull'elaborazione di alternative - dalla lealtà "alla legittimità dello stato di Israele" alla lealtà "alla legge", nessuno ha negato il suo contributo. "Ma il messaggio dominante, adesso, è che i palestinesi non vogliono riconoscere lo stato di Israele: uno stato che abbiamo già riconosciuto vent'anni fa a Oslo", continua Mustafa Barghouthi. La reazione immediata di Mahmoud Abbas è stata netta: "la questione dell'ebraicità di Israele, della sua natura, non riguarda negoziati internazionali", ha chiuso. Davanti alla fermezza del dipartimento di stato americano, però, che attendeva una risposta ufficiale alla richiesta israeliana, Yasser Abed Rabbo ha a sorpresa rilanciato: "siamo pronti a riconoscere Israele in un'ora, comunque voglia definirsi - anche stato cinese, se crede. L'unica cosa che chiediamo è una mappa con i suoi confini precisi, lungo le linee del 1967". Non è troppo difficile interpretare il rimbalzare delle dichiarazioni: nessuno ha fiducia in questi negoziati - avviati d'altra parte per esigenze di politica interna di Barack Obama, in un momento invece in cui sia i palestinesi che gli israeliani sono particolarmente frammentati e nessuno, da entrambi i lati del Muro, ha l'autorevolezza e forza per garantire il rispetto di una eventuale intesa: l'unico obiettivo, per tutti, è non apparire responsabili del fallimento.

Intanto, oltre il Muro. Mentre in Israele si discuteva di giuramenti di lealtà, l'Autorità Palestinese approvava i nuovi manuali di storia per le scuole superiori, che affiancano adesso alla ricostruzione della nakbah anche la versione sionista del 1948 - come guerra cioè di difesa e indipendenza. Opera a più mani di intellettuali israeliani e palestinesi insieme, i nuovi libri sono stati invece vietati dal ministero dell'istruzione di Tel Aviv - perché affiancano alla ricostruzione della Guerra di Indipendenza anche la versione araba del 1948. Forse è Mahmoud Abbas ad avere titolo per imporre, come condizione per il proseguimento dei negoziati, il riconoscimento della Palestina.

La memoria negata

sabato 16 ottobre 2010

Volantino della Reteromanapalestina per la manifestazione di oggi 16 ottobre

I DIRITTI NON SI SCAMBIANO CON L’ELEMOSINA.


Il diritto al lavoro e alla dignità è un bene comune da difendere in tutti i paesi del mondo.
Noi, Rete Romana di Solidarietà con la Palestina, vi chiediamo di alzare insieme a noi la vostra voce contro la violazione di ogni diritto, compreso il diritto al lavoro, che Israele commette contro il popolo palestinese.


Vi chiediamo SE QUESTO E’ UN UOMO:
umiliato ai check point nella sua stessa terra e spesso bloccato e impedito di recarsi al lavoro
ucciso, quando come pescatore, supera i confini illegalmente imposti da Israele
impossibilitato a coltivare la propria terra e derubato della propria acqua
non assunto,o licenziato dai posti pubblici,nel democratico stato di Israele, perché non ebreo
discriminato, pur se di cittadinanza israeliana, se non presta giuramento al credo religioso ebraico
ostacolato nelle sue attività dalle leggi, e dai cecchini delle colonie decantate dalla parlamentare PDL Fiamma Nirenstein e dai suoi amici di governo (e non solo)
impedito, PER LEGGE, dall’esercitare decine di arti e professioni anche nei campi profughi in cui ha trovato “temporaneo” rifugio dopo essere stato cacciato dalla sua terra.

Vi chiediamo SE QUESTA E’ UNA DONNA:
umiliata ai check point nella sua stessa terra e spesso bloccata e impedita di recarsi al lavoro, ma anche in ospedale per partorire o per farsi curare
costretta a lavorare “in nero” e in condizioni di massimo sfruttamento da parte dei suoi occupanti per far sopravvivere i suoi figli cui Israele rende difficile non solo il lavoro ma anche lo studio... .... .... ... ... ... ... ...........................

VI CHIEDIAMO
Solidarietà attiva contro ogni violazione che svilisce i diritti del popolo palestinese, ricordando che quel che fa Israele oggi, è laboratorio di prova di ciò che aspetta
i lavoratori “scomodi” del nostro Paese in un non troppo lontano domani.


Rete Romana di Solidarietà col Popolo Palestinese
reteromanapal@libero.it

venerdì 15 ottobre 2010

Gaza - Appunti di viaggio

GAZA, COME TOPI IN UNA SCATOLA
Gli appunti di viaggio di Vincent Friend. Con foto scattate al valico di Erez, tra la Striscia di Gaza e Israele.
Gaza, 14 ottobre 2010, Nena News – Ad un ipotetico viaggiatore suggerisco un tour nella Striscia di Gaza, ammesso che riesca ad ottenere il permesso per entrarvi, visto che viene rilasciato solo dalle autorità militari israeliane, per il valico di Erez, e da quelle egiziane, per il transito di Rafah. Ricordate quel film ambientato nel futuro dove la città di Manhattan era diventata un carcere (Fuga da New York, di John Carpenter) dove vi venivano abbandonati i prigionieri? E dove gli accessi e le uscite erano sigillati e controllati dai soldati?  Beh, non dovete più aspettare il futuro e neppure andare al cinema. Gaza è già tutto questo, a differenza che lì non vivono persone che devono scontare pene per aver commesso crimini efferati ma vivono  da decenni famiglie normalissime, persone qualsiasi, con l’unica «colpa» di essere nati a Gaza. Certo da Gaza venivano e, ora sempre meno, lanciate operazioni armate o razzi contro Israele ma Tel Aviv il conto lo fa pagare a tutti gli abitanti (1,6 milioni) e non solo ai miliziani.
Il valico di Erez, la porta di comunicazione di Gaza con Israele,viene aperto dalle 7.30 del mattino e richiuso alle 15. Dalla  domenica al giovedì, perché il venerdì il transito chiude e riapre dopo due giorni. A Rafah invece dettano legge gli egiziani. Da quando c’è stato il massacro di nove civili turchi sulla nave Mavi Marmara diretta a Gaza, compiuto il 31 maggio scorso da commando israeliani, il presidente egiziano ha deciso di allentare la presa su Gaza. Così Rafah è generalmente aperto ma per attraversarlo un palestinese deve essere gravemente ammalato, avere un visto di ingresso per un altro Stato (e andare direttamente all’aeroporto del Cairo). Oppure essere in possesso di un permesso speciale.
Da più di 10 anni è vietato per i residenti di Gaza lasciare la Striscia senza un permesso israeliano, anche se devono recarsi in Cisgiordania. Questo piccolo lembo di territorio palestinese è circondato interamente da alti muri e recinzioni e il confine è sorvegliato da centinaia, forse, migliaia, di telecamere e di sistemi di sparo automatici per evitare possibili «infiltrazioni». Sia che si tratti di persone armate che di civili ed infatti le uccisioni di palestinesi a ridosso delle recinzioni sono frequenti.
Vi sono delle motivatissime fanciulle, in divisa militare o con l’uniforme di una società di sicurezza, che passano il loro tempo guardando nei monitor tutto ciò che si muove intorno, nei campi coltivati, sulle spiagge e probabilmente anche nelle vie del capoluogo Gaza city. Quando ho attraversato il valico di Erez mi hanno spiegato candidamente che dipende anche dalla loro attenzione la sicurezza di Israele. Gaza per loro, che non vi sono mai state, è solo un territorio popolato da terroristi pronti a lanciare razzi o a farsi esplodere, allo scopo di «copulare in paradiso con 72 vergini».
I palestinesi non possono uscire, tranne rare eccezioni. Ma entra un certo numero stranieri: reporter, funzionari dell’Onu, rappresentanti diplomatici ma anche gli operatori umanitari, delle Ong, della Croce rossa, della Caritas. Tutti, al ritorno, vengono accuratamente controllati, con macchiari elettronici sofisticati, come se fossero dei terroristi pericolosissimi.
Il valico di Erez è un terminal, ironia della lingua, grande quanto un aeroporto di provincia, ma all’interno contiene le più sofisticate tecnologie di sicurezza forse al mondo. Quando ti presenti agli sportelli delle acidissime e giovanissime poliziotte, addette al controllo dei passaporti sembra che facciano di tutto per innervosirti. Perché se lasci Israele per andare a Gaza, allora sei una persona poco affidabile, comunque sospetta, perché si reca nella «roccaforte dei terroristi».
Ricevuto finalmente il visto, passi da una porta di ferro, e sei fuori da tutta la tecnologia visibile ma vieni accompagnato invisibilmente tramite vari tornelli così stretti che consentono il passaggio con fatica, fino ad un ultima porta di acciaio che viene aperta talvolta dopo molto minuti di attesa. Dopo sei all’aperto ma in un tunnel di grate di metallo lungo circa un chilometro che attraversa la  cosiddetta «terra di nessuno» (ma all’interno di Gaza) o come amano dire gli israeliani «la fascia di sicurezza», alla fine della quale vi sono i tassisti palestinesi che ti condurranno alla tua destinazione.
Nonostante l’impossibilita di movimento e di comunicazione Gaza city ha una parvenza di città normale nel dramma del pesante embargo israeliano che da anni tiene stretto in una morsa soffocante questo territorio palestinese. I giovani frequentano le scuole e l’università, le coppie si sposano, cercando tra mille difficoltà di vivere il più dignitosamente possibile. A Gaza city, sul lungomare, vi sono anche hotel e ristoranti di buona qualità ma a frequentarli sono soltanto gli stranieri e i pochissimi palestinesi ricchi. Tutti gli altri non possono permetterselo e l’unico lusso che conoscono è, d’estate, trascorrere qualche ora in riva al mare, in famiglia.

Tutti gli abitanti di Gaza percepiscono la loro vita come quella di topi da laboratorio, che girano in tondo in una scatola senza uscite. L’unica fonte reale di sopravvivenza in questa «prigione a cielo aperto» sono gli aiuti umanitari, i rifornimenti limitati che lascia entrare Israele e quanto arriva dai tunnel sotterranei tra Gaza e L’Egitto. (FINE PRIMA PARTE). Nena News