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venerdì 5 agosto 2011

Israele: incredibile faccia tosta

ISRAELE DEMOLISCE CASE BEDUINE, POI CHIEDE IL CONTO
L’Israel Land Administration intenta una causa contro 34 beduini del villaggio di Al-Araqib in Negev: Tel Aviv vuole indietro 360mila euro per coprire le spese sostenute per la distruzione delle loro abitazioni. Una nuova “tassa” annunciata lo scorso mese alla Knesset che arricchirebbe le casse israeliane.

DI MARTA FORTUNATO

Beit Sahour (Cisgiordania), 29 luglio 2011, Nena News (nella foto, una casa del villaggio beduino di Al-Araqib appena demolita, foto bedouinjewishjustice) – Prima la demolizione, poi la multa. La novità, annunciata il mese scorso da un disegno di legge presentato alla Knesset, si è concretizzata: Israele, attraverso l’Israel Land Administration (ILA) ha intentato una causa contro 34 beduini residenti nell’area di al-Araqib (Negev) chiedendo che gli vengano restituiti 1.8 milioni di NIS (l’equivalente di 360mila euro) come risarcimento per i costi che lo Stato ha dovuto sostenere per lo sfratto e la demolizione delle case beduine. Si tratta della prima causa di questo tipo, per terre statali.

“Gli abitanti abusivi contro cui abbiamo fatto causa, appartenenti alle famiglie di Abu Madigham e Abu Jaber, hanno già costruito delle case su un’area di terra che lo Stato ha concesso loro vicino a Rahat”, ha dichiarato l’ILA al tribunale della magistratura di Be’er Sheva. Secondo le autorità israeliane, i beduini sono già proprietari di case nell’area di Rahat e le demolizioni compiute dai bulldozer israeliani avrebbero interessato soltanto strutture abusive costruite su terre di proprietà dello Stato di Israele, che sarebbero state occupate dalle comunità beduine a partire dal 1998.

“Abbiamo appreso la notizia della causa intentata contro di noi dai media – ha dichiarato al quotidiano israeliano Ha’artez Sheikh Siyah Abu Madigham al-Turi, leader del villaggio di al-Araqib – Anche noi facciamo molti reclami per tutte le strutture che ci hanno distrutto ma nessuno ci ascolta, nemmeno lo Stato. Il villaggio è stato distrutto 27 volte, ed ogni volta la distruzione ci costa 150mila NIS (30mila euro)”.

La tormentata storia delle comunità beduine del Negev ha avuto inizio nel 1948 quando circa quasi 90mila abitanti di quest’area (dei 100mila presenti) sono stati scacciati. Successivamente, dagli anni ‘50 Israele ha deciso di sfrattare i beduini del Negev centrale ed occidentale per trasferirli nel Negev orientale, un’area arida senza precipitazioni.

Un uomo disperato di fronte alle rovine delle propria casa ad Hebron (foto anticap.wordpress.com)

Attraverso la legge sulla Proprietà degli Assenti, emanata nel 1950, Israele ha acquisito la proprietà sui beni e sulle terre lasciate dalle migliaia di palestinesi cacciati durante la Nakba dai propri villaggi. Le conseguenze di una simile norma si ripercuotono ancora oggi sui beduini del Negev: 45 villaggi dell’area sono legalmente “non riconosciuti”, ovvero ufficialmente inesistenti per Israele. Sono così costantemente vittima di violenti attacchi, di demolizioni di case e di confisca delle terre da parte dell’esercito israeliano.

Insomma, in Negev si sentono i primi effetti di una legge che impone a chi resta senza un tetto sulla testa di pagare per i costi di demolizione sostenuti da Israele. Pagamento diretto, senza alcuna possibilità di rivolgersi ad un tribunale per fare ricorso contro la demolizione e contro la nuova “tassa”. Una tassa che arricchirà le casse israeliane se è vero, come riportato nel sito dell’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, che nell’ultimo anno il numero delle demolizioni di case in Cisgiordania ha subito un improvviso e preoccupante incremento: secondo i dati forniti dalla stessa Amministrazione Civile israeliana, nei primi cinque mesi del 2011 sono state distrutte più abitazioni che nell’intero 2010. A restare senza un tetto sulla testa sono stati 706 residenti palestinesi, tra cui 341 minori.

L’associazione Israeli Committee Against House Demolitions (ICAHD), che dal 1997 si batte contro la demolizione arbitraria delle abitazioni palestinesi in Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme Est, stima che dal 1967 sono stati rasi al suolo 24.813 edifici di proprietà palestinese. L’ultimo aggiornamento risale a luglio del 2010 e si basa sulle statistiche fornite dal Ministero dell’Interno israeliano, dalla Municipalità di Gerusalemme, dall’Amministrazione Civile e dalle Nazioni Unite. Nena News

http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/news/3043-israele-chiede-alle-comunita-beduine-risarcimento-costi-demolizione-case

Demolizioni a Al Arakib

venerdì 15 luglio 2011

ANCORA RAID ISRAELIANI A CATENA SU GAZA

Gaza - InfoPal. Ieri sera, F-16 israeliani hanno attaccato la Striscia di Gaza lanciando una catena di raid a breve distanza l'uno dall'altro.

Un missile è stato sganciato contro la postazione "Bader" della brigate al-Qassam, braccio armato del Movimento di resistenza islamica Hamas, a sud-ovest di Gaza City.

Due ragazzi sono stati feriti ad est del quartiere di az-Zaytoun e sono stati condotti all'ospedale "al-Aqsa", a Deir al-Balah, al centro di Gaza.

Un secondo missile sganciato da un elicottero Apache ha colpito il sito a "al-Qadisiyah", anche questa è una postazione della resistenza palestinese, a ovest di Khan Younes, a sud del territorio assediato.

Qui sono rimasti feriti due bambini palestinesi, immediatamente soccorsi all'ospedale di Gaza "ash-Shifa".

Un terzo missile è stato lanciato a sud della Striscia di Gaza, contro Khan Younes e Rafah danneggiando alcuni tunnel.

L'aviazione israeliana ha continuato a sorvolare sulla Striscia di Gaza per lunghe ore, provocando il terrore tra la popolazione.

Altre fonti:

http://www1.wafa.ps/arabic/index.php?action=detail&id=109309

martedì 28 giugno 2011

Continua la delinquenza dei coloni che feriscono pastori e animali sotto gli occhi benevoli e conniventi dell'esercito

" Coloni di Havat Ma'on attaccano pastori palestinesi con coltelli e lanciando pietre in Meshakha valley, colline a sud di Hebron"

At-Tuwani – Verso le dieci del mattino, nella valle di Meshakha, nelle colline a sud di Hebron, davanti all'avamposto illegale di Havat Ma'on, alcuni pastori palestinesi che stavano pascolando i loro greggi sono stati assaliti da 11 coloni, provenienti dal suddetto avamposto, armati di coltelli e pietre. Al momento non c'erano internazionali e non tutti erano mascherati, hanno rincorso i pastori lungo tutta la valle per centinaia di metri lanciando pietre contro di loro ed i propri greggi, urlando ingiurie contro la religione musulmana asserendo che nessun internazionale oggi, li avrebbe protetti. Secondo quanto riportato da Shaady, pastore del villaggio di Maghayr al Abeed, un colono armato di coltello ha attaccato il suo asino per colpirlo, lui ha quindi cercato di mettere in fuga l'animale, ma nel tentativo Shaady è stato colpito da delle pietre sulla schiena e sul tronco, colpo che gli ha tolto il respiro. Shaady ha mostrato un grosso livido sulla schiena e alcune contusioni, come risulato di questo attacco.
coloni attaccano pastori02


Anche le pecore e le capre del gregge sono state colpite dalla raffica di pietre. Questo evento ha costretto il pastore a rimanere per alcuni minuti con il suo gregge cercando di guidarlo nelle fuga, evitando di smarrire o di esporre troppo il gregge all'assalto dei coloni. I palestinesi hanno riferito inoltre che alcuni soldati israeliani erano presenti alla scena ma non sono intervenuti per arginare l'attacco, non si sono nemmeno avvicinati. E' stato inoltre riferito che alla fine i soldati sono stati visti in compagnia degli stessi coloni in atteggiamenti amichevoli quasi accompagnandoli nel loro viaggio di ritorno verso l'avamposto di Havat Ma'on.
coloni attaccano pastori

Shaady ha voluto precisare che noi palestinesi: "abbiamo bisogno di tutto l'aiuto possibile da parte dell'Europa e dell'America per vedere chi dei due è il vero aggressore, e di che tipo di trattamento i coloni riservano ai palestinesi."
coloni attaccano pastori 01

[Note: secondo la IV Convenzione di Ginevra, la II Convenzione dell'Aja, la Corte Internazionale di Giustizia e numerose risoluzioni ONU, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti sono considerati illegali anche secondo la legge israeliana.]



Operazione Colomba e Christian Peacemaker Teams mantengono una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell'area delle colline a sud di Hebron dal 2004.

Per informazioni:

Operazione Colomba, +972 54 99 25 773
Christian Peacemaker Teams +972 54 25 31 323

sabato 22 gennaio 2011

GAZA: LE «EREDITA’» DI PIOMBO FUSO

Per andare a scuola i bambini della famiglia al Najar passano vicino ad una torre di controllo da cui i soldati israeliani sparano. Nell'ultimo mese sono stati mandati a casa tre volte prima della fine delle lezioni, a causa di incursioni e spari nell'area intorno alla scuola.

REPORTAGE DI SILVIA TODESCHINI

Gaza, 20 gennaio 2011, Nena News (nella foto dal sito maxblumenthal.com il fosforo bianco delle munizioni israeliane precipita sui centri abitati di Gaza) – La moglie di Tareq ha la carnagione chiara e lentiggini, sotto il velo rosa si intravedono dei capelli nerissimi; gli occhi, profondi e scuri, si stagliano in dei lineamenti aggraziati, che ricordano di più l’estremo oriente che il vicino oriente. È molto magra e porta un vestito verde di cotone, mi domando come faccia a non tremare di freddo con una temperatura sotto i 10 gradi. Sta qui seduta su un secchio rovesciato all’aperto con 2 vicine di casa circondata da bambini e racconta la sua storia.

Fa parte della famiglia al-Najar, e spiega che prima dell’attacco di Israele «Piombo fuso» (alla fine del 2008), viveva con la sua famiglia in una bella casa. La casa era divisa in 2 parti: metà per lei e suo marito, metà per la famiglia del cognato. Durante l’invasione un missile sparato contro la casa dei vicini, dopo averla attraversata, ha rotto 3 muri della loro. Il 13 gennaio 2009, durante un’incursione di forze speciali, carri armati e spari li hanno costretti a rimanere in casa, 40 persone, più di 20 bambini. Una donna, Roya’a, presa dalla disperazione, esce dalla casa sventolando una bandiera bianca, sperando così di poter uscire e scappare in un posto più sicuro con la sua famiglia. I soldati israeliani le sparano, e lei, impossibilitata a muoversi, perde molto sangue. A causa degli spari e dei carri armati l’ambulanza non si più avvicinare, Yasmin, di 23 anni, prova ad avvicinarsi per prestarle soccorso, e le sparano ad una gamba. Un altro membro della famiglia, Mahmmod Al Najar esce dalla casa per prestare soccorso alle due donne: viene colpito alla testa e muore. Quando, 24 ore dopo, arriva l’ambulanza, Roya’a è morta dissanguata.

Rifornirsi di acqua potabile e' uno dei problemi quotidiani dei palestinesi di Gaza

Alcuni giorni dopo, quando è stato di nuovo possibile tornare, la casa era distrutta e con essa tutte le case attorno. Gli alberi di ulivo, alcuni anche di 50 anni, erano stati sradicati. Non era rimasto più nulla. Niente casa, niente ulivi ed alberi da frutto, niente terra da coltivare: nessun avere e nessuna fonte di sostentamento. Per un mese hanno ricevuto aiuti dall’Unrwa (l’agenzia dell’Onu che assiste i profughi palestinesi) per comperare cibo e coperte, e per un anno hanno ricevuto soldi per pagare l’affitto. Ma dopo la guerra il prezzo degli affitti era aumentato ed i soldi non erano più sufficienti. Così si sono visti costretti a mettere su queste quattro mura in cemento e costruirci un rifugio attorno. Il tetto è di lamiera e dentro non c’è spazio per più di due piccole stanze, e si riconosce una veranda esterna formata da teli.

Rifugi si trovano a circa 350 metri dal confine, in quest’area la paura dell’esercito israeliano pervade ogni azione quotidiana. “Due o tre volte alla settimana ci sono carri armati che passano a poche centinaia di metri da casa nostra, qui sparano tutti i giorni, ormai non ci facciamo più caso. Però quando sparano più forte i bambini si impauriscono… la notte non riescono a dormire, hanno gli incubi, piangono. Poi, quando fa buio ci sono i branchi di cani, sono pericolosi, vengono liberati dai soldati al confine”. Nei due piccoli ripari abitano quattro famiglie, con 16 bambini.

Una delle bambine ha riportato gravi problemi agli occhi a causa del fosforo bianco ed è riuscita ad andare in Egitto per farsi curare ma non ha recuperato completamente la vista. Le quattro famiglie non si spostano dalla casa in un luogo sicuro perché non hanno altro posto dove andare.

Per andare a scuola i bambini devono percorrere una strada che passa vicino ad una torre di controllo da cui i soldati israeliani sparano, ed hanno paura. La scuola si trova anch’essa vicino al confine. Nell’ultimo mese i bambini sono stati mandati a casa tre volte prima della fine delle lezioni, a causa di incursioni e spari nell’area intorno all’edificio. Ai piccoli al Najar mancano i posti per giocare in maniera sicura ed è pericoloso stare a distanza dalla casa. “Dopo le 6 non ci possiamo allontanare, perché con il buio è pericoloso muoversi a causa degli spari. I nostri mariti hanno venduto le macerie delle case distrutte dal bombardamento perché venissero frantumate e vendute come materiale edile. Con i soldi ricavati abbiamo comperato il cibo per noi e per i bambini, ma ora non sappiamo più come fare: ci manca la farina per fare il pane…in casa non abbiamo coperte, non abbiamo mobili, fa freddo. Non arriva la corrente e abbiamo dei problemi per l’acqua potabile.”

La povertà può avere tante cause: più essere causata da un disastro naturale, come un’inondazione o un terremoto, può essere causata dal fatto che una qualche forma di disabilità impedisce di lavorare, sono tutte cause che nella maggior parte dei casi non è possibile evitare, questo provoca tristezza. Quando però la povertà è causata dal fatto che un Stato, in questo caso Israele, distrugge abitazioni, sradica ulivi, proibisce l’accesso a terreni coltivabili; quando preoccuparsi del futuro significa paura degli spari, ansia che uno di quei proiettili possa colpire i propri figli e figlie, e terrore negli occhi delle stesse figlie e figli; beh, allora la tristezza si declina in rabbia, e viene voglia di urlare, nella speranza che qualcuno possa ascoltare e porre fine a questo e molte altre orribili situazioni. Nena News

lunedì 17 gennaio 2011

GERUSALEMME, COMUNE DEMOLISCE HOTEL PALESTINESE SHEPHERD

Al posto dell'edificio storico saranno costruiti 20 appartamenti destinati a coloni israeliani, nel contesto dei progetti di sviluppo di un nuovo rione ebraico, Shimon ha-Zadik.

DI MARIO CORRENTI

Gerusalemme, 09 gennaio 2011, Nena News (nella foto lo Shepherd Hotel) – Mesi di manifestazioni e raduni di attivisti israeliani e palestinesi non hanno avuto alcun effetto sulle decisioni già prese dal Comune (israeliano) di Gerusalemme e dal governo Netanyahu. Sono iniziati oggi, come previsto, a Sheikh Jarrah, nella zona palestinese (Est) di Gerusalemme sotto occupazione dal 1967, i lavori di demolizione dell’ex Hotel Sheperd, un edificio storico. Al suo posto saranno costruiti 20 appartamenti destinati a israeliani, nel contesto dei progetti di sviluppo di una nuova colonia ebraica, che porterà il nome di Shimon ha-Zadik.

A Sheikh Jarrah peraltro prosegue lentamente ma senza sosta la penetrazione dei coloni israeliani che negli ultimi due anni sono stati in grado, grazie alle sentenze della Corte Suprema israeliana e la protezione della polizia, di occupare in quella zona diverse case sfrattando le famiglie palestinesi che le abitavano.

Una immagine dell'Hotel Shepherd quando non era circondato dalle recinzioni

Acquistato negli anni Ottanta da un facoltoso uomo d’affari statunitense legato alla destra israeliana, l’Hotel Sheperd è stato oggetto di una lunga vertenza giudiziaria che si è conclusa, come sempre in questi casi, con una sentenza a favore delle autorità comunali israeliane e dei coloni. La storia «politica» dello Shepherd inizia nel 1985 quando l’edificio, che originariamente aveva ospitato la villa del Gran Mufti di Gerusalemme Haj Amin Al-Husseini, viene acquistato, insieme all’area circostante dal miliardario ebreo americano Irving Moskowitz. Quest’ultimo, che da molti anni incoraggia e finanzia l’insediamento di coloni in diverse zone di Gerusalemme Est, chiese subito permessi per costruire venti edifici destinati a famiglie ebree. Permessi rimasti congelati fino allo scorso 18 marzo, quando è arrivato il via libera ai lavori, sollevando numerose critiche.

Nei mesi scorsi il quotidiano israeliano Haaretz aveva riferito che il «Comitato per la pianificazione ed edificazione» di Gerusalemme, ha messo a punto un nuovo piano regolatore per la città che promuove e incentiva la costruzione di edifici destinati alla popolazione ebraica in diverse aree di Gerusalemme Est. Per anni decine di architetti si sono avvicendati per ridisegnare l’ultimo piano regolatore della Città Santa, tale da poter rimpiazzare quello in uso dal 1959. Il nuovo piano regolatore non solo non tiene in alcun conto le risoluzioni internazionali ma – sottolinea l’associazione pacifista “Ir Amin” – ancora una volta «sottovaluta i bisogni della popolazione araba». Oltre 13 mila appartamenti sono previsti per i palestinesi di Gerusalemme est, meno della metà del numero che servirebbe a coprire gli effettivi bisogni dei residenti arabi da qui al 2030.

La mappa del quartiere palestinese di Sheikh Jarrah con l'Hotel Shepherd

Il piano regolatore mentre consente progetti di costruzione destinati ai residenti arabi, sia a nord che a sud di Gerusalemme est, vieta qualsiasi costruzione nell’area centrale, quella del Bacino Sacro, la vallata che si estende poco fuori dalle mura della Città Vecchia, dove da anni si concentrano gli sforzi di espansione della presenza dei coloni israeliani, in particolare nel quartiere di Silwan.

Ha festeggiato l’avvio dei lavori di demolizione dello Shepherd Hotel il gruppo del Likud (il partito del premier Netanyahu) nel municipio di Gerusalemme, notando con soddisfazione che il cosiddetto «rione Shimon ha-Zadik rafforzerà la presenza ebraica in città ». Nena News