Credetemi, i bambini di Gaza sono mocciosi da record.
Sono sopravvissuti a Piombo Fuso e sopravvivono ogni giorno alla guerra in tempo di tregua.
Coperti di sangue hanno strisciato sotto le rovine di palazzi bombardati e si sono presi cura per giorni dei fratelli più piccoli, dei corpi agonizzanti dei genitori seppelliti sotto le macerie delle loro culle. Come eroi disneyani sono sgusciati fuori dal ventre della morte ancora inzaccherati dal liquido amniotico per scoprire il peso dell'ereditare la condizione di esule palestinese.
Più della metà della popolazione di questa misera Striscia di terra è composta da bambini, e sebbene nessuno di questi minori abbia mai votato per Hamas sono loro le vittime designate delle operazioni militari israeliane e più in generale dell'assedio imposto a Gaza.
Bambini che resistono. Contro le malattie: secondo un recente rapporto del Palestinian Medical Relief Society il 52 percento dei bambini di Gaza sono anemici, e soffrono di gravi carenze nutrizionali per la scarsità nella loro alimentazione di elementi quali il fosforo, il calcio e lo zinco. Anche il dato sulle malattie respiratorie è preoccupante.
Bimbi che resistono alle psicosi, a quelle lacerazioni della memoria che li riporta dinnanzi a corpi smembrati ed edifici in fiamme, a quei traumi indelebili che li rendono ansiosi e depressi, insonni e incontinenti.
Vivono in spazi sovraffollati privi di aree ricreative e hanno visto nelle strade dove giocano la carne ardere viva e decomporsi. Missili, devastazioni e morte sono evocati nei disegni quando si mette dinnanzi a loro un foglio bianco.
Se il diritto al gioco qui è un lusso, quello allo studio è prevenuto: Israele quest'anno oltre ai giocattoli ha impedito l'entrata all'interno della Striscia anche dei libri di testo per le scuole elementari.
A differenza dei loro coetanei israeliani che sono liberi di praticare sport all'aria aperta o di svagarsi con la playstation i bambini di Gaza sono resi schiavi di un padrone che si chiama fame, e li vedo ogni giorno spingere aratri nei campi, frugare nei cassonetti della monnezza in cerca di materiali di recupero. Nel caldo insopportabile di questa canicolare estate sono sopra carretti trainati da muli stracarichi di mattoni e pietre recuperati dagli edifici bombardati, o li trovi agli incroci delle strade a vendere cianfrusaglia con sguardi da vecchi stanchi di sognare verdi cortili, campi di calcio e gelati.
Non stanno giocando a nascondino quando spariscono sottoterra i nei tunnell di Rafah: col rischio di rimanere seppelliti vivi sono la manodopera economicamente e fisicamente più adatta per trafficare le merci che altrimenti non arriverebbero mai sugli scaffali dei negozi di Gaza.
Cosi qualche tempo fa si era espressa Jasmine Whitbread, Direttore Generale di Save the Children: "I bambini a Gaza hanno fame a causa dei notevoli impedimenti all'ingresso di cibo nell'area, e stanno morendo perché non possono lasciare Gaza per avere quelle cure mediche di cui hanno urgente bisogno. Centinaia di migliaia di bambini stanno crescendo senza avere un'istruzione decente perché gli edifici scolastici sono gravemente danneggiati e a causa delle restrizioni nel passaggio e rifornimento di materiali edili, non possono essere ristrutturati. Sono i bambini che stanno pagando il prezzo più caro dell'assedio".
Oltre a questi record non ricordarti, i bambini della Striscia di Gaza in sette giorni hanno infranto due primati celebrati nel Guinness.
Giovedì 22 luglio nell'area dell'aeroporto fantasma di Rafah, distrutto dall'aeronautica militare israeliana nel 2001, nell'ambito della fine dei campi estivi organizzati dall'Unrwa (agenzia Onu per i profughi palestinesi) più di 7.200 bambini hanno fatto rimbalzare simultaneamente per 5 minuti altrettanti palloni da basket mentre ieri è stato stabilito il record di quanti più aquiloni svolazzanti nello stesso istante.
Sulla spiaggia di Beit Laya, dinnanzi al confine nord con Israele, il cielo si è tappezzato di migliaia di esagoni colorati, in una sorta di celebrazione animata di quella libertà agognata anche dai più piccoli. Oltre 7mila bambini hanno fatto volare i loro aquiloni, raddoppiando il record che era stato registrato sempre a Gaza lo scorso anno.
Così si è espresso al termine dell'evento John Ging, a capo della Unrwa: "E' un successo incredibile riuscire a infrangere due record mondiali in una sola settima. Una dimostrazione di cosa possono fare i bambini di Gaza se gli è data loro una opportunità. I bambini della Striscia sono come tutti gli altri bambini del mondo, desiderano vivere una vita normale lontano dalle avversità che sono costretti ad affrontare giorno dopo giorno", ha concluso Ging, "Questa giornata di festa è l'espressione della richiesta di libertà per questi bambini."
A differenza dei palloni da basket utilizzati a Rafah, gli aquiloni che hanno sventolato ieri sopra Beit Laya non sono di produzione industriale ma confezionati dalle stesse mani di quei bambini che li hanno issati al cielo.
Alcuni presentavano fantasie sgargianti, numerosi orgogliosamente i colori della bandiera palestinese.
Un urlo visibile di resistenza dinnanzi alla torrette di sorveglianza israeliane distanti a poche centinaia di metri.
Poco dopo la registrazione del nuovo Guinness dei Primati, una nave da guerra di Tsahal (l'esercito israeliano) è apparsa all'orizzonte e si avvicinata alla costa di Beit Laya, come a ricordare che l'ora di ricreazione era finita.
Restiamo Umani
Vittorio Arrigoni da Gaza city.
martedì 3 agosto 2010
domenica 1 agosto 2010
UNA RISATA VI SEPPELLIRA'
Il comico palestinese-americano Amer Zahr in tour a Ramallah in questi giorni. Tra risate e politica, il successo del cabaret arabo-americano.
di Barbara Antonelli
Ramallah, 30 luglio 2010 (foro www.arabcomedy.org) Nena News – Lo scorso 23 aprile si e’ esibito a Ramallah , in un Cultural Palace in delirio. Cosi Amer Zahr, palestinese americano del Michigan, ha inaugurato il suo tour nei Territori Palestinesi, che lo hanno visto esibirsi anche a Gerusalemme e che il 29 e il 30 luglio lo vedono ritornare a Ramallah, con un nuovo spettacolo.
Nato ad Amman nel 1977, da genitori di origini palestinesi (di Akko e Nazareth) poi immigrati in Giordania e successivamente costretti a lasciare Amman per recarsi negli Stati Uniti, in Pennsylvania, alla fine degli anni Settanta, Ahmed Zahr e’ la stella del cabaret arabo-americano. E’ stato in tournée con “1001 Risate”, lo show che in giro per il mondo, mette insieme i migliori comici arabo– americani, portando alla ribalta un fenomeno quasi sconosciuto prima del 2001, ma che oggi può definirsi – usando le parole del co-fondatore del Festival annuale di comicità arabo-americana di New York, Dean Obeidallah – “una rivincita degli arabi in America”. Nel 2003 Dean creò il Festival, insieme a Maysoon Zayid, attrice comica di origine palestinese. Con l’intento di sconfiggere gli stereotipi negativi che dalle Torri Gemelle in poi, hanno fatto in America (e non solo) di tutti gli arabi, una comunità unica, stereotipata e appiattita. Il solo modo di sconfiggere la caricatura e’ prendersene gioco. E anche se il cabaret e la comicità da stand-up non sono fenomeni insiti alla tradizione araba, con gli anni Ahmed Zahr e altri comici sono arrivati sui palcoscenici del Cairo, Amman, Beirut, Dubai, Muscat, Gerusalemme e ora anche Ramallah.
I suoi sketch e le sue gag, nate da pensieri, riflessioni e esperienze di vita vissuta da arabo cresciuto negli Stati Uniti, lo hanno reso ormai celebre tra cabarettisti e comici.
Ma la sua voce era ancor prima conosciuta anche per l’attivismo e l’impegno politico nella difesa dei diritti dei palestinesi: decine di articoli pubblicati, apparizioni in TV come quelle del talk-show “Politically Incorrect” trasmesso dalla ABC, dove e’ stato ospite del conduttore Bill Maher, in due diverse occasioni, a dicembre del 2001 e ad aprile del 2002, in dibattiti politici sul conflitto mediorientale. (Tra l’altro il talk-show fu sospeso a giugno del 2002 proprio per le dichiarazioni del conduttore Bill Maher, che aveva osato sollevare critiche nei confronti dell’amministrazione USA e della Casa Bianca).
Dai tempi dell’università, Zhar ha sempre scritto di politica: cominciando dal Michigan Daily, stampato e edito dal campus universitario, a tiratura quotidiana durante l’anno universitario e quindicinale durante la pausa estiva, dove sono apparsi oltre suoi 50 articoli, dalle analisi politiche sul conflitto israeliano-palestinese, a storie di vita vissuta, a editoriali a sostegno delle politiche di disinvestimento delle università americane (e non solo) come mezzo non-violento per far pressione sul governo israeliano.
Militante nelle organizzazioni arabe e nei comitati universitari di solidarietà con il popolo palestinese, più volte Amer ha lanciato appelli accorati per la rinascita di un attivismo anche tra gli intellettuali.
Un attivismo che dovrebbe “educare il pubblico americano sulle atrocità commesse dall’esercito israeliano in Cisgiordania e Gaza”, cosi scrive Ahmer in un editoriale del 2002 “The Honesty in the Question of Palestine”.
Un attivismo che in Amer ha preso le forme di un umorismo trascinante e dissacrante; incalzanti sketch e gag mettono a nudo divertenti episodi della vita quotidiana della comunità palestinese negli Stati Uniti. Giocando su stereotipi e luoghi comuni, come la ‘p’ che gli arabi, nonostante anni di vita statunitense, continuano in inglese a pronunciare ‘b’ (bizza…); ma anche scene di vita vissuta da adolescenti di famiglie arabe che ritrovandosi a merenda con i compagni yankee, sono costretti -imbarazzati – a tirare fuori pita e hummous a confronto con strabilianti e colorate merendine tutti-gusti.
Dietro le gag si nasconde la specificità palestinese, la gestualià, i toni di voci, le sfumature: elementi che Zahr riesce a ritrarre perfettamente, cogliendone aspetti trasversali, mescolati alla quotidianità americana, restituendoli nel comico.
Esiste qualcosa al di là del conflitto tra classi sociali, esiste qualcosa che accumuna comunità diverse divise da oceani (i palestinesi dei territori e quelli che vivono negli Stati Uniti come altrove): ed e’ la forza aggregante del riso a restituirci questo qualcosa.
Dietro il riso emergono spazi immaginativi, topoi culturali, ma anche luoghi fisici: il salon, il salone, quella misteriosa sala agghindata con ninnoli, soprammobili, fiori finti, tende damascate e l’immancabile porta salviette su una schiera di tavolini (di diverse misure) pronti a posizionarsi davanti all’ospite prima ancora che il the’ sia servito; il salon e’ lo spazio immaginativo che rimane chiuso al gioco di qualsiasi bambino palestinese. Preservato per un evento o un occasione più importante. Il salone non e’ di uso quotidiano nelle famiglie palestinesi, lo riveste un’aurea di sacralità che non sfugge nemmeno all’occhio del visitatore straniero, per il quale però le porte del salon si spalancano magicamente. E’ più che altro un luogo segreto, tenuto immancabilmente lindo e pronto ad essere usato, quando arriva il momento giusto, che alcune volte sembra non arrivare mai. E diventa la metafora dell’attesa di uno Stato che non c’è. “Le porte del salon verranno aperte, forse, quando la Palestina avrà uno stato sovrano, tutto suo”, tuona Zahr tra le risate del pubblico ramallese.
Evitando dilettanteschi giochi di parole, Zahr non ne ha certo bisogno, il comico si attiene alle immagini evocate, senza intaccare le caratterizzazioni della narrazione e dei suoi personaggi: l’immagine di suo padre che si aggira nella propria casa alla quarta ora di conversazione con l’ospite tanto atteso, ripetendo l’ennesimo ‘Ahlan- wa – sahlan’ (benvenuto), anche quando la sesta tazzina di caffè pretenderebbe che l’ospite si appresti a togliere il disturbo, é l’immagine di qualsiasi capofamiglia palestinese. Un’ospitalità che non sa esplicitamente dire all’ospite che e’ tempo di andare, anche quando dentro di sé é quello che vorrebbe.
“I palestinesi non possono vivere senza parlare di politica.” dice Zahr in molti dei suoi sketch. Consumati dalla storia prima di nascere, scrive nella sezione “Essere palestinese”, sul suo sito, “scrivere letteratura, raccontare una storia, o vivere la propria vita, in una condizione di divorzio dalla realtà politica, per i palestinesi e’ impossibile.” “Perché ogni palestinese ha una storia. Ma attraverso la storia, abbiamo dovuto combattere per guadagnare una narrazione, un sentiero che esprima le nostre sofferenze, il nostro essere profughi, il nostro subire.”
di Barbara Antonelli
Ramallah, 30 luglio 2010 (foro www.arabcomedy.org) Nena News – Lo scorso 23 aprile si e’ esibito a Ramallah , in un Cultural Palace in delirio. Cosi Amer Zahr, palestinese americano del Michigan, ha inaugurato il suo tour nei Territori Palestinesi, che lo hanno visto esibirsi anche a Gerusalemme e che il 29 e il 30 luglio lo vedono ritornare a Ramallah, con un nuovo spettacolo.
Nato ad Amman nel 1977, da genitori di origini palestinesi (di Akko e Nazareth) poi immigrati in Giordania e successivamente costretti a lasciare Amman per recarsi negli Stati Uniti, in Pennsylvania, alla fine degli anni Settanta, Ahmed Zahr e’ la stella del cabaret arabo-americano. E’ stato in tournée con “1001 Risate”, lo show che in giro per il mondo, mette insieme i migliori comici arabo– americani, portando alla ribalta un fenomeno quasi sconosciuto prima del 2001, ma che oggi può definirsi – usando le parole del co-fondatore del Festival annuale di comicità arabo-americana di New York, Dean Obeidallah – “una rivincita degli arabi in America”. Nel 2003 Dean creò il Festival, insieme a Maysoon Zayid, attrice comica di origine palestinese. Con l’intento di sconfiggere gli stereotipi negativi che dalle Torri Gemelle in poi, hanno fatto in America (e non solo) di tutti gli arabi, una comunità unica, stereotipata e appiattita. Il solo modo di sconfiggere la caricatura e’ prendersene gioco. E anche se il cabaret e la comicità da stand-up non sono fenomeni insiti alla tradizione araba, con gli anni Ahmed Zahr e altri comici sono arrivati sui palcoscenici del Cairo, Amman, Beirut, Dubai, Muscat, Gerusalemme e ora anche Ramallah.
I suoi sketch e le sue gag, nate da pensieri, riflessioni e esperienze di vita vissuta da arabo cresciuto negli Stati Uniti, lo hanno reso ormai celebre tra cabarettisti e comici.
Ma la sua voce era ancor prima conosciuta anche per l’attivismo e l’impegno politico nella difesa dei diritti dei palestinesi: decine di articoli pubblicati, apparizioni in TV come quelle del talk-show “Politically Incorrect” trasmesso dalla ABC, dove e’ stato ospite del conduttore Bill Maher, in due diverse occasioni, a dicembre del 2001 e ad aprile del 2002, in dibattiti politici sul conflitto mediorientale. (Tra l’altro il talk-show fu sospeso a giugno del 2002 proprio per le dichiarazioni del conduttore Bill Maher, che aveva osato sollevare critiche nei confronti dell’amministrazione USA e della Casa Bianca).
Dai tempi dell’università, Zhar ha sempre scritto di politica: cominciando dal Michigan Daily, stampato e edito dal campus universitario, a tiratura quotidiana durante l’anno universitario e quindicinale durante la pausa estiva, dove sono apparsi oltre suoi 50 articoli, dalle analisi politiche sul conflitto israeliano-palestinese, a storie di vita vissuta, a editoriali a sostegno delle politiche di disinvestimento delle università americane (e non solo) come mezzo non-violento per far pressione sul governo israeliano.
Militante nelle organizzazioni arabe e nei comitati universitari di solidarietà con il popolo palestinese, più volte Amer ha lanciato appelli accorati per la rinascita di un attivismo anche tra gli intellettuali.
Un attivismo che dovrebbe “educare il pubblico americano sulle atrocità commesse dall’esercito israeliano in Cisgiordania e Gaza”, cosi scrive Ahmer in un editoriale del 2002 “The Honesty in the Question of Palestine”.
Un attivismo che in Amer ha preso le forme di un umorismo trascinante e dissacrante; incalzanti sketch e gag mettono a nudo divertenti episodi della vita quotidiana della comunità palestinese negli Stati Uniti. Giocando su stereotipi e luoghi comuni, come la ‘p’ che gli arabi, nonostante anni di vita statunitense, continuano in inglese a pronunciare ‘b’ (bizza…); ma anche scene di vita vissuta da adolescenti di famiglie arabe che ritrovandosi a merenda con i compagni yankee, sono costretti -imbarazzati – a tirare fuori pita e hummous a confronto con strabilianti e colorate merendine tutti-gusti.
Dietro le gag si nasconde la specificità palestinese, la gestualià, i toni di voci, le sfumature: elementi che Zahr riesce a ritrarre perfettamente, cogliendone aspetti trasversali, mescolati alla quotidianità americana, restituendoli nel comico.
Esiste qualcosa al di là del conflitto tra classi sociali, esiste qualcosa che accumuna comunità diverse divise da oceani (i palestinesi dei territori e quelli che vivono negli Stati Uniti come altrove): ed e’ la forza aggregante del riso a restituirci questo qualcosa.
Dietro il riso emergono spazi immaginativi, topoi culturali, ma anche luoghi fisici: il salon, il salone, quella misteriosa sala agghindata con ninnoli, soprammobili, fiori finti, tende damascate e l’immancabile porta salviette su una schiera di tavolini (di diverse misure) pronti a posizionarsi davanti all’ospite prima ancora che il the’ sia servito; il salon e’ lo spazio immaginativo che rimane chiuso al gioco di qualsiasi bambino palestinese. Preservato per un evento o un occasione più importante. Il salone non e’ di uso quotidiano nelle famiglie palestinesi, lo riveste un’aurea di sacralità che non sfugge nemmeno all’occhio del visitatore straniero, per il quale però le porte del salon si spalancano magicamente. E’ più che altro un luogo segreto, tenuto immancabilmente lindo e pronto ad essere usato, quando arriva il momento giusto, che alcune volte sembra non arrivare mai. E diventa la metafora dell’attesa di uno Stato che non c’è. “Le porte del salon verranno aperte, forse, quando la Palestina avrà uno stato sovrano, tutto suo”, tuona Zahr tra le risate del pubblico ramallese.
Evitando dilettanteschi giochi di parole, Zahr non ne ha certo bisogno, il comico si attiene alle immagini evocate, senza intaccare le caratterizzazioni della narrazione e dei suoi personaggi: l’immagine di suo padre che si aggira nella propria casa alla quarta ora di conversazione con l’ospite tanto atteso, ripetendo l’ennesimo ‘Ahlan- wa – sahlan’ (benvenuto), anche quando la sesta tazzina di caffè pretenderebbe che l’ospite si appresti a togliere il disturbo, é l’immagine di qualsiasi capofamiglia palestinese. Un’ospitalità che non sa esplicitamente dire all’ospite che e’ tempo di andare, anche quando dentro di sé é quello che vorrebbe.
“I palestinesi non possono vivere senza parlare di politica.” dice Zahr in molti dei suoi sketch. Consumati dalla storia prima di nascere, scrive nella sezione “Essere palestinese”, sul suo sito, “scrivere letteratura, raccontare una storia, o vivere la propria vita, in una condizione di divorzio dalla realtà politica, per i palestinesi e’ impossibile.” “Perché ogni palestinese ha una storia. Ma attraverso la storia, abbiamo dovuto combattere per guadagnare una narrazione, un sentiero che esprima le nostre sofferenze, il nostro essere profughi, il nostro subire.”
TU NON PUOI!
Tu non puoi!
Israele sta rinunciando gradualmente allo stato di diritto per diventare una tribù
di Yitzhak Laor
Il 22 giugno 2005, a Londra, due settimane dopo la serie di attacchi terroristici che avevano ucciso e ferito dozzine di persone, gli investigatori della polizia uccisero un uomo di pelle scura che si era rifugiato nella rete della metropolitana. L’uomo venne identificato come Jean Charles de Menezes, brasiliano. La polizia cercò di sostenere la posizione dei propri agenti; i verdetti del tribunale ai vali livelli del processo si contraddissero l’un l’altro e puzzarono di volere mettere a tacere il tutto.
Alla fine di un processo piuttosto estenuante, si accertò che il de Menezes era stato colpito alla testa da una distanza ravvicinata e che la polizia aveva depistato l’opinione pubblica. Coloro che erano stati direttamente responsabili dell’omicidio non furono puniti, ma Sir Ian Blair, commissario della polizia metropolitana di Londra, anni dopo dovette rassegnare le dimissioni. Il The Daily Telegraph riportò che “l’incarico di Blair era stato a rischio sin da quando agenti di polizia avevano ucciso per errore con armi da fuoco l’elettricista brasiliano innocente.” Per coprire il tutto non poterono essere usati Al-Qaida, gli attentatori suicidi, i morti e i feriti.
E’ difficile immaginare che un ministro di pubblica sicurezza avrebbe potuto conservare il suo posto dopo aver promosso una campagna pubblica contro il verdetto del tribunale.
Israele, al contrario, sta rinunciando gradualmente allo stato di diritto per diventare una tribù. L’assassinio di un arabo viene associato immediatamente con “la realtà del Medio Oriente”. Una richiesta di moderazione diventa “vivere in una bolla.” Lo scrollarsi dalle spalle di tutte le inibizioni è tipico ora delle relazioni tra la destra, Kadima inclusa, e i creatori delle informazioni in quanto fornitori di emozioni a buon mercato. E’ chiaro che la passione di proteggere la proprietà privata con l’imporre la pena di morte non è ciò che qui gioca un ruolo di primaria importanza, ma lo è piuttosto il disprezzo per la vita di un arabo.
C’è un diritto? Ci si strofinerà il naso sopra. Ecco che la provocazione è continuata dopo la flottiglia turca, senza che ci si ponga la domanda su ciò che è ammissibile e ciò che non lo è. Ecco che la provocazione è risuonata contro il membro della Knesset Hanin Zuabi ed ecco che vengono emesse sanzioni sul suo conto.
Se l’ispettore Shahar Mizrahi avesse ucciso un criminale ebreo, non ci sarebbe stato un panico morale così ben orchestrato da parte degli elementi di Lieberman presenti nel governo e da leader della flottiglia giornalistica gialla. C’è qualcosa di eccitante, di attraente e basso nella provocazione, sul consenso del proibito. La cultura della pubblicazione on-line di considerazioni, il sottomarino giallo che esprime tutto il piacere di dichiarazioni proibite anonime, ha infettato il giornalismo sensazionalista con i suoi afidi. La polizia non è il problema. La necessità della Corte Suprema di Giustizia di “descrivere tutti i dettagli dell’incidente” ha messo in luce, una volta ancora, un sistema mediatico pigro che non è interessato ai fatti ed è alimentato da una dirigenza politica che non ha alcuna inibizione verbale o di altro tipo.
Dopo tutto, a “noi” non è di fatto permesso di fare tutto e a “loro” non è vietato di fare tutto. Ci sono cose che sono legali ed altre che sono illegali. Ora la campagna contro il boicottaggio palestinese dei prodotti che provengono dalle colonie sta percorrendo la stessa strada priva di confini e ha già inventato un nome legalista in vista del prossimo panico: “terrorismo economico”. Noi siamo autorizzati a organizzare boicottaggi contro la Svezia e la Turchia, ad esempio. Ai palestinesi non è affatto permesso di organizzare dei boicottaggi. Perché? Perché loro sono nostri soggetti, privi di diritti, nati in schiavitù. Loro devono fare acquisti solo da noi. Loro non possono vendere, ad eccezione di lavori a basso costo e, naturalmente, a piccole dosi.
Una decina di anni fa alcune “colombe” arrivarono a lamentarsi con i palestinesi che essi non stessero usando una “opposizione passiva” contro l’opposizione. Come se ogni marcia di protesta non fosse stata considerata sempre un’azione violenta. Ora i nostri legislatori – e sulle loro orme i fornitori e i consumatori di emozioni a buon mercato – hanno trasformato questa lotta legittima in terrorismo che deve essere punito.
Per ritornare all’esempio di Londra, la provocatoria dichiarazione di Ehud Barak secondo la quale “questo è il Medio Oriente, questa non è l’Europa” è diventata da tempo uno degli slogan di cittadinanza fasulla in una democrazia occidentale, che si conviene ad un tranquillo ufficiale svizzero di un kibbutz provinciale sulla pianura costiera, come pure a un buttafuori svedese da bar proveniente da Kishinev.
(tradotto da mariano mingarelli)
Israele sta rinunciando gradualmente allo stato di diritto per diventare una tribù
di Yitzhak Laor
Il 22 giugno 2005, a Londra, due settimane dopo la serie di attacchi terroristici che avevano ucciso e ferito dozzine di persone, gli investigatori della polizia uccisero un uomo di pelle scura che si era rifugiato nella rete della metropolitana. L’uomo venne identificato come Jean Charles de Menezes, brasiliano. La polizia cercò di sostenere la posizione dei propri agenti; i verdetti del tribunale ai vali livelli del processo si contraddissero l’un l’altro e puzzarono di volere mettere a tacere il tutto.
Alla fine di un processo piuttosto estenuante, si accertò che il de Menezes era stato colpito alla testa da una distanza ravvicinata e che la polizia aveva depistato l’opinione pubblica. Coloro che erano stati direttamente responsabili dell’omicidio non furono puniti, ma Sir Ian Blair, commissario della polizia metropolitana di Londra, anni dopo dovette rassegnare le dimissioni. Il The Daily Telegraph riportò che “l’incarico di Blair era stato a rischio sin da quando agenti di polizia avevano ucciso per errore con armi da fuoco l’elettricista brasiliano innocente.” Per coprire il tutto non poterono essere usati Al-Qaida, gli attentatori suicidi, i morti e i feriti.
E’ difficile immaginare che un ministro di pubblica sicurezza avrebbe potuto conservare il suo posto dopo aver promosso una campagna pubblica contro il verdetto del tribunale.
Israele, al contrario, sta rinunciando gradualmente allo stato di diritto per diventare una tribù. L’assassinio di un arabo viene associato immediatamente con “la realtà del Medio Oriente”. Una richiesta di moderazione diventa “vivere in una bolla.” Lo scrollarsi dalle spalle di tutte le inibizioni è tipico ora delle relazioni tra la destra, Kadima inclusa, e i creatori delle informazioni in quanto fornitori di emozioni a buon mercato. E’ chiaro che la passione di proteggere la proprietà privata con l’imporre la pena di morte non è ciò che qui gioca un ruolo di primaria importanza, ma lo è piuttosto il disprezzo per la vita di un arabo.
C’è un diritto? Ci si strofinerà il naso sopra. Ecco che la provocazione è continuata dopo la flottiglia turca, senza che ci si ponga la domanda su ciò che è ammissibile e ciò che non lo è. Ecco che la provocazione è risuonata contro il membro della Knesset Hanin Zuabi ed ecco che vengono emesse sanzioni sul suo conto.
Se l’ispettore Shahar Mizrahi avesse ucciso un criminale ebreo, non ci sarebbe stato un panico morale così ben orchestrato da parte degli elementi di Lieberman presenti nel governo e da leader della flottiglia giornalistica gialla. C’è qualcosa di eccitante, di attraente e basso nella provocazione, sul consenso del proibito. La cultura della pubblicazione on-line di considerazioni, il sottomarino giallo che esprime tutto il piacere di dichiarazioni proibite anonime, ha infettato il giornalismo sensazionalista con i suoi afidi. La polizia non è il problema. La necessità della Corte Suprema di Giustizia di “descrivere tutti i dettagli dell’incidente” ha messo in luce, una volta ancora, un sistema mediatico pigro che non è interessato ai fatti ed è alimentato da una dirigenza politica che non ha alcuna inibizione verbale o di altro tipo.
Dopo tutto, a “noi” non è di fatto permesso di fare tutto e a “loro” non è vietato di fare tutto. Ci sono cose che sono legali ed altre che sono illegali. Ora la campagna contro il boicottaggio palestinese dei prodotti che provengono dalle colonie sta percorrendo la stessa strada priva di confini e ha già inventato un nome legalista in vista del prossimo panico: “terrorismo economico”. Noi siamo autorizzati a organizzare boicottaggi contro la Svezia e la Turchia, ad esempio. Ai palestinesi non è affatto permesso di organizzare dei boicottaggi. Perché? Perché loro sono nostri soggetti, privi di diritti, nati in schiavitù. Loro devono fare acquisti solo da noi. Loro non possono vendere, ad eccezione di lavori a basso costo e, naturalmente, a piccole dosi.
Una decina di anni fa alcune “colombe” arrivarono a lamentarsi con i palestinesi che essi non stessero usando una “opposizione passiva” contro l’opposizione. Come se ogni marcia di protesta non fosse stata considerata sempre un’azione violenta. Ora i nostri legislatori – e sulle loro orme i fornitori e i consumatori di emozioni a buon mercato – hanno trasformato questa lotta legittima in terrorismo che deve essere punito.
Per ritornare all’esempio di Londra, la provocatoria dichiarazione di Ehud Barak secondo la quale “questo è il Medio Oriente, questa non è l’Europa” è diventata da tempo uno degli slogan di cittadinanza fasulla in una democrazia occidentale, che si conviene ad un tranquillo ufficiale svizzero di un kibbutz provinciale sulla pianura costiera, come pure a un buttafuori svedese da bar proveniente da Kishinev.
(tradotto da mariano mingarelli)
Gaza 31 luglio ancora bombardamenti
GAZA, 17 CIVILI FERITI IN RAID AEREO ISRAELIANO
Colpiti donne e bambini. Ucciso anche un capo militare di Hamas nel più pesante bombardamento della Striscia dalla fine dell’offensiva «Piombo fuso».
[gaza31]
Gaza, 31 luglio 2010 (foto dal sito www.outofgaza.wordpress.com), Nena News – Il raid aereo israeliano più pesante contro Gaza dai tempi dell’offensiva «Piombo fuso» (dicembre 2008) è scattato venerdì notte poco dopo le 23.30 con una bomba sganciata da un F-16 che ha colpito l’Accademia di polizia «Yasser Arafat», nel perimetro del Muntada. Testimoni hanno riferito che i vetri delle finestre sono andati in frantumi nel raggio di un chilometro dal punto dell’esolosione. Nello stesso momento venivano colpiti obiettivi nella zona del porto di Gaza city e a Beir al Balah, nel centro della Striscia di Gaza.
Secondo fonti degli ospedali di Gaza, almeno 17 civili sono rimasti feriti, tra i quali alcune donne e tre bambini. Gli aerei israeliani hanno preso di mira anche i tunnel alla frontiera con l’Egitto senza causare vittime. Un altro raid aereo è stato compiuto contro un caravan in quel momento vuoto. Questa mattina la popolazione ha riferito di scene di panico e di migliaia di persone che in tutta la Striscia di Gaza hanno dormito all’aperto per paura dei bombardamenti. Si sono riviste scene simili a quelle di un anno e mezzo fa quando Israele scatenò l’offensiva militare “Piombo fuso” contro Gaza costata la vita a 1.400 palestinesi, il ferimento di almeno altri 5mila e la distruzione di migliaia di case ed edifici.
Nei bombardamenti di ieri è rimasto ucciso Issa Batran, comandante del braccio militare di Hamas nel centro della Striscia di Gaza. Ad ucciderlo è stato un razzo sparato da un aereo contro un’abitazione nel campo profughi di al-Maghazi. L’esplosione ha causato il ferimento di alcuni civili. Il braccio armato di Hamas ha minacciato vendetta . Il movimento islamico ieri aveva sparato un razzo «Grad» (katiusha) verso la città israeliana di Ashqelon senza provocare vittime. (red) Nena News
Colpiti donne e bambini. Ucciso anche un capo militare di Hamas nel più pesante bombardamento della Striscia dalla fine dell’offensiva «Piombo fuso».
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Gaza, 31 luglio 2010 (foto dal sito www.outofgaza.wordpress.com), Nena News – Il raid aereo israeliano più pesante contro Gaza dai tempi dell’offensiva «Piombo fuso» (dicembre 2008) è scattato venerdì notte poco dopo le 23.30 con una bomba sganciata da un F-16 che ha colpito l’Accademia di polizia «Yasser Arafat», nel perimetro del Muntada. Testimoni hanno riferito che i vetri delle finestre sono andati in frantumi nel raggio di un chilometro dal punto dell’esolosione. Nello stesso momento venivano colpiti obiettivi nella zona del porto di Gaza city e a Beir al Balah, nel centro della Striscia di Gaza.
Secondo fonti degli ospedali di Gaza, almeno 17 civili sono rimasti feriti, tra i quali alcune donne e tre bambini. Gli aerei israeliani hanno preso di mira anche i tunnel alla frontiera con l’Egitto senza causare vittime. Un altro raid aereo è stato compiuto contro un caravan in quel momento vuoto. Questa mattina la popolazione ha riferito di scene di panico e di migliaia di persone che in tutta la Striscia di Gaza hanno dormito all’aperto per paura dei bombardamenti. Si sono riviste scene simili a quelle di un anno e mezzo fa quando Israele scatenò l’offensiva militare “Piombo fuso” contro Gaza costata la vita a 1.400 palestinesi, il ferimento di almeno altri 5mila e la distruzione di migliaia di case ed edifici.
Nei bombardamenti di ieri è rimasto ucciso Issa Batran, comandante del braccio militare di Hamas nel centro della Striscia di Gaza. Ad ucciderlo è stato un razzo sparato da un aereo contro un’abitazione nel campo profughi di al-Maghazi. L’esplosione ha causato il ferimento di alcuni civili. Il braccio armato di Hamas ha minacciato vendetta . Il movimento islamico ieri aveva sparato un razzo «Grad» (katiusha) verso la città israeliana di Ashqelon senza provocare vittime. (red) Nena News
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