Ebrei contro l'occupazione: condanniamo l'aggressione avvenuta in Campidoglio
1 Rete ECO, Ebrei contro l'Occupazione, condanna l'aggressione subita da uomini e donne che manifestavano pacificamente sulle gradinate del Campidoglio da parte di un gruppo di persone che sventolavano bandiere israelianeCome ha scritto Alessandra Mecozzi, i manifestanti avevano un chiaro messaggio scritto sullo striscione" senza la loro libertà non saremo mai liberi". Hanno manifestato per «ricordare gli oltre 11 mila civili palestinesi ristretti nelle carceri israeliane, molti di loro senza possibilità di difendersi, il milione e mezzo di palestinesi rinchiusi nella Striscia di Gaza trasformata nella più grande prigione a cielo aperto esistente al mondo e per onorare i 1417 morti palestinesi dell'operazione Piombo Fuso», nonché «i 9 morti della motonave Marmara che trasportava aiuti umanitari per la popolazione di Gaza, uccisi dalle forze speciali israeliane il 31 maggio scorso». Il Comune di Roma ha sbagliato, non nel chiedere la libertà per il soldato Shalit, spegnendo le luci del Colosseo, ma nel non chiedere la libertà anche per i prigionieri palestinesi e per la popolazione di Gaza, ha sbagliato gravemente nel non ricordare le vittime dell'esercito israeliano. Del resto è proprio la madre del soldato Shalit che ha fatto un appello agli israeliani perché premano sul Governo per uno scambio di prigionieri!La faziosità dell'iniziativa al Colosseo, attivata dal Comune su richiesta della Comunità Ebraica, ha aperto la strada all'aggressione da parte del gruppo di giovani che, alla fine della manifestazione al Colosseo, si dirigevano verso il quartiere ebraico. L’aggressione dei giovani della Comunità non è un comune atto di teppismo, ma violenza fascista.E sventolare la bandiera israeliana, dopo aver preso a calci e pugni manifestanti pacifici e pacifisti, è disgustoso. L’utilizzo della Stella di Davide per azioni squadriste chiama in causa tutti gli ebrei. Da questo uso dissennato ci dissociamo e lo diciamo con forza.Il sindaco di Roma, Alemanno, anziché condannare gli aggressori fascisti ha mantenuto un silenzio complice; e la comunità ebraica romana non ha preso posizione contro i settori violenti e fascisti al suo interno. Questo non meraviglia, ma é una vergogna per l’ebraismo e la democrazia.
mercoledì 30 giugno 2010
A PROPOSITO DELL'AGGRESSIONE ALLA RETE ROMANA
È davvero finita molto male la manifestazione per la liberazione del caporale israeliano Shalit, promossa dai movimenti giovanili «Benè Berith Giovani» e dall'Unione Giovani Ebrei Italiani (Ugei), presenti il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, il sindaco Alemanno, la Polverini per la Regione Lazio e Renato Zingaretti per la Provincia. Dove Alemanno ha tuonato dal palco: «Da quando il volto di Shalit campeggia sul Campidoglio gli ipocriti e i pacifisti a senso unico stanno lontani dalla piazza». Un retorica di parte, e nello stesso giorno di Gasparri e di Fini in visita in Israele, a malapena adatta a farsi perdonare un fastidioso dna fascista. È finita con l’aggressione fisica di un gruppo di giovani della Comunità ebraica a danno di quattro pacifisti della Rete romana di solidarietà al popolo palestinese e di due palestinesi - gli unici presenti -, Ahmed Abu Naga e Yousef Salman, medico pediatra e rappresentante in Italia della Mezzaluna rossa palestinese.
Proviamo a ripercorrere i momenti della tarda serata di giovedì. Quando, alle 23, le luci del Colosseo si sono spente per ricordare il caporale Gilad Shalit da quattro anni prigioniero di Hamas, abbastanza lontano, oltre via dei Fori imperiali e piazza Venezia, sotto la scalinata del Campidoglio i pacifisti della Rete di solidarietà con il popolo palestinese avevano avviato un piccolo presidio, non erano più di 40 persone per la maggior parte donne, con l’intenzione di accendere - mentre al Colosseo si spegnevano le luci per Shalit - lumicini di cera per non dimenticare gli undicimila prigionieri «amministrativi», tra cui molti giovani, bambini e donne, in carcere in Israele da anni nel silenzio della comunità internazionale. E per non dimenticare anche il blocco di Gaza, l’occupazione militare della Cisgiordania, il Muro, le espulsioni di famiglie arabe da Gerusalemme, la strategia di insediamenti ebraici che cancella lo Stato di Palestina. Quando all’improvviso è scattato l’agguato.
«Quando siamo arrivati - racconta Youssef Salman - erano quasi le 23, c’erano le camionette dei carabinieri, la Digos ecc. allora abbiamo deciso che per mandare il nostro messaggio era meglio la scalinata del Campidoglio per appoggiare le nostre candele. Avevamo appena cominciato ad accenderle, nessuno gridava o lanciava slogan. Io ero a metà della scalinata con una bandiera palestinese in mano, che mi sono saltati addosso, uno mi ha strappato la bandiera poi altri 4 o 5 sono arrivati su di me e mi hanno aggredito a pugni e calci. Tanti pugni e calci che non li ho contati più. Ferito, ho provato rabbia non per me ma perché vedevo questo gruppo di una quindicina di persone, molti con i caschi, prendere a calci e pugni le tante ragazze del presidio». E conclude: «Mi hanno fatto rabbia i titoli di alcune agenzie che hanno parlato di rissa. La rissa è almeno tra due che litigano, noi siamo stati semplicemente aggrediti. Del resto i feriti sono stati sei - anche gravi perché il giovane palestinese sarà operato allo zigomo fratturato nella zona maxillo facciale - e sono solo tra i pacifisti. Voglio aggiungere che dopo l’aggressione sono arrivati altri giovani e alla fine qualche rappresentante della comunità ebraica che a quel punto si presentava, voleva discutere. Poi sono tornati i picchiatori e solo a quel punto, dopo 20 minuti, la polizia si è messa in mezzo, nonostante fossero già schierati sulla piazza. La Comunità ebraica dovrebbe almeno scusarsi. E Alemanno non può comportarsi così: ha sempre parlato di voler ospitare una conferenza di pace sul Medio Oriente a Roma, città di pace, capitale d’Italia, del Vaticano. Dovrebbe essere neutrale, ma così non ha le carte in regola per una conferenza di pace. Io posso anche esprimere solidarietà umana alla famiglia di Shalit, soldato dell’esercito israeliano catturato in territorio occupato, ma ci sono 11 mila palestinesi da anni prigionieri e nessuno, tantomeno Alemanno, si muove per per la loro liberazione».
Tante le prese di posizione di solidarietà ai pacifisti aggrediti: da Un Ponte per... all’uffico internazionale della Fiom, da Sinistra e libertà che dà «solidarietà agli attivisti aggrediti», alla Federazione della sinistra e al Prc che con Nicotra invita il rabbino capo Di Segni ad «isolare i violenti». A proposito, piuttosto grave e incredibile la versione del presidente della Comunità ebraica, Riccardo Pacifici che prima ha denunciato «manifestanti ebrei aggrediti con insulti», poi si è rifiutato di scusarsi con l’aggredito Salman perché «saranno le forze dell’ordine a dire se chiedere scusa o no», invitandolo perfino ad andare insieme a Gaza a visitare Shalit. Ma si è guardato bene dal chiedere di andare a visitare gli undicimila palestinesi prigionieri in Israele.
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/06/articolo/2967/
Proviamo a ripercorrere i momenti della tarda serata di giovedì. Quando, alle 23, le luci del Colosseo si sono spente per ricordare il caporale Gilad Shalit da quattro anni prigioniero di Hamas, abbastanza lontano, oltre via dei Fori imperiali e piazza Venezia, sotto la scalinata del Campidoglio i pacifisti della Rete di solidarietà con il popolo palestinese avevano avviato un piccolo presidio, non erano più di 40 persone per la maggior parte donne, con l’intenzione di accendere - mentre al Colosseo si spegnevano le luci per Shalit - lumicini di cera per non dimenticare gli undicimila prigionieri «amministrativi», tra cui molti giovani, bambini e donne, in carcere in Israele da anni nel silenzio della comunità internazionale. E per non dimenticare anche il blocco di Gaza, l’occupazione militare della Cisgiordania, il Muro, le espulsioni di famiglie arabe da Gerusalemme, la strategia di insediamenti ebraici che cancella lo Stato di Palestina. Quando all’improvviso è scattato l’agguato.
«Quando siamo arrivati - racconta Youssef Salman - erano quasi le 23, c’erano le camionette dei carabinieri, la Digos ecc. allora abbiamo deciso che per mandare il nostro messaggio era meglio la scalinata del Campidoglio per appoggiare le nostre candele. Avevamo appena cominciato ad accenderle, nessuno gridava o lanciava slogan. Io ero a metà della scalinata con una bandiera palestinese in mano, che mi sono saltati addosso, uno mi ha strappato la bandiera poi altri 4 o 5 sono arrivati su di me e mi hanno aggredito a pugni e calci. Tanti pugni e calci che non li ho contati più. Ferito, ho provato rabbia non per me ma perché vedevo questo gruppo di una quindicina di persone, molti con i caschi, prendere a calci e pugni le tante ragazze del presidio». E conclude: «Mi hanno fatto rabbia i titoli di alcune agenzie che hanno parlato di rissa. La rissa è almeno tra due che litigano, noi siamo stati semplicemente aggrediti. Del resto i feriti sono stati sei - anche gravi perché il giovane palestinese sarà operato allo zigomo fratturato nella zona maxillo facciale - e sono solo tra i pacifisti. Voglio aggiungere che dopo l’aggressione sono arrivati altri giovani e alla fine qualche rappresentante della comunità ebraica che a quel punto si presentava, voleva discutere. Poi sono tornati i picchiatori e solo a quel punto, dopo 20 minuti, la polizia si è messa in mezzo, nonostante fossero già schierati sulla piazza. La Comunità ebraica dovrebbe almeno scusarsi. E Alemanno non può comportarsi così: ha sempre parlato di voler ospitare una conferenza di pace sul Medio Oriente a Roma, città di pace, capitale d’Italia, del Vaticano. Dovrebbe essere neutrale, ma così non ha le carte in regola per una conferenza di pace. Io posso anche esprimere solidarietà umana alla famiglia di Shalit, soldato dell’esercito israeliano catturato in territorio occupato, ma ci sono 11 mila palestinesi da anni prigionieri e nessuno, tantomeno Alemanno, si muove per per la loro liberazione».
Tante le prese di posizione di solidarietà ai pacifisti aggrediti: da Un Ponte per... all’uffico internazionale della Fiom, da Sinistra e libertà che dà «solidarietà agli attivisti aggrediti», alla Federazione della sinistra e al Prc che con Nicotra invita il rabbino capo Di Segni ad «isolare i violenti». A proposito, piuttosto grave e incredibile la versione del presidente della Comunità ebraica, Riccardo Pacifici che prima ha denunciato «manifestanti ebrei aggrediti con insulti», poi si è rifiutato di scusarsi con l’aggredito Salman perché «saranno le forze dell’ordine a dire se chiedere scusa o no», invitandolo perfino ad andare insieme a Gaza a visitare Shalit. Ma si è guardato bene dal chiedere di andare a visitare gli undicimila palestinesi prigionieri in Israele.
http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/06/articolo/2967/
martedì 29 giugno 2010
La Croce Rossa sull'assedio di Gaza
SULLA ILLEGALITA’ DEL BLOCCO DI GAZA
La recente netta presa di posizione della Croce Rossa Internazionale sull'illegittimità della politica israeliana verso Gaza è un punto di svolta in diritto internazionale.
DI CHANTAL MELONI*
Gaza, 27 giugno 2010, Nena News - Blocco, blockade, oppure chiusura, closure, o semplicemente siege, assedio: queste sono le parole che si sentono ripetere per descrivere la situazione di Gaza. In verità nessuna è pienamente soddisfacente, specie da un punto di vista giuridico. Io stessa, in quanto ricercatrice di diritto penale in trasferta a Gaza, continuo ad essere in dubbio sulla terminologia da utilizzare quando ne parlo.
Blockade ha una accezione precisa in diritto internazionale: è uno strumento a cui gli stati possono ricorrere per privare il nemico dei rifornimenti militari in tempo di guerra. Di per sé non è illegittimo, ma deve essere strettamente limitato ai rifornimenti militari e finalizzato alla resa dell’avversario. Non è il caso di Gaza.
Ai palestinesi piace siege. Non mi stupisce: il linguaggio arabo è colorito, forte e descrittivo. A nulla è valso che io, arrivata dall’Italia con le mie piccole certezze giuridiche, abbia cercato di spiegare a quelli del centro palestinese per i diritti umani dove collaboro (peraltro fior di giuristi) che siege non è linguaggio tecnico. Ma oramai mi sono arresa. Con santa pace del linguaggio tecnico-giuridico, ho capito che la loro percezione della situazione è proprio di una Gaza sotto assedio, dove gli Israeliani puntano alla capitolazione dell’intero territorio nemico, a (ri)conquistare il controllo.
Io continuo a utilizzare closure più generico, ma proprio per questo adatto in riferimento a Gaza. Occorre però specificare: si tratta di “illegal” closure.
Il fatto è che, al di là delle parole che utilizziamo, è difficile descrivere la sostanza di quel che si vive a Gaza. Gaza è stata progressivamente isolata ed infine – dopo la presa di Hamas nel giugno del 2007 – chiusa, quasi ermeticamente. Da Gaza non si entra e non si esce. Immaginatevi una grande prigione a cielo aperto, dove la gente, completamente isolata – anche dal resto del territorio palestinese – è stata ridotta ai minimi termini esistenziali. I gazani non riescono più a lavorare perchè non hanno le materie prime, perchè manca la benzina, l’elettricità e l’acqua. Non si può commerciare, i giovani non possono uscire neanche per studiare, i malati non possono ricevere cure adeguate. I malati gravi sono costretti a passare per una complicatissima trafila burocratica per ottenere un permesso per curarsi all’estero, permesso che a volte arriva, a volte non arriva, a volte arriva troppo tardi.
Gaza è un’umiliazione quotidiana.
Per qualche giorno, dopo i tragici eventi del 31 maggio scorso e la morte dei 9 attivisti della flottilla umanitaria al largo di Gaza, l’attenzione su ciò che l’ONU ha definito l’insostenibile situazione umanitaria della popolazione di Gaza è stata altissima.
In questo clima di sdegno e di improvviso attivismo internazionale, tra commissioni di indagine internazionali invocate e la commissione di indagine-farsa istituita da Israele, la cosa forse più significativa che è accaduta è stata la pubblicazione di un breve report della Croce Rossa Internazionale (ICRC). http://www.icrc.org/web/eng/siteeng0.nsf/htmlall/palestine-update-140610. In un rarissimo e tempestivo comunicato del 14 giugno, l’ICRC ha senza mezze misure dichiarato il blocco di Gaza illegale, contrario al diritto internazionale e una forma di “collective punishment” dei civili (pratica vietata dall’art. 33 della IV Convenzione di Ginevra).
Ora, occorre sapere che quando la Croce Rossa parla è evento raro, eccezionale e per questo carico di significato. Si contano sulle dita di due mani o poco più, i report resi pubblici dalla ICRC in quaranta e passa anni di occupazione dei territori palestinesi. Una parola della Croce Rossa in materia di diritto umanitario vale oro; in un certo senso sono loro i guardiani delle Convenzioni di Ginevra, la loro interpretazione è massimamente autorevole. Per questo normalmente la Croce Rossa tace, per preservare la sua neutralità, proteggere i suoi contatti con entrambe le parti del conflitto, mantenere il dialogo aperto nello sforzo di ottenere ciò che poche altre organizzazioni riescono ad avere: contatti privilegiati e documenti confidenziali.
La netta presa di posizione della ICRC sull’illegittimità del blocco di Gaza è un punto di svolta in diritto internazionale. Quello che a livello locale già veniva denunciato da anni è stato finalmente autorevolmente confermato. Non solo che questo blocco di Gaza è illegale e rappresenta una forma di punizione collettiva della popolazione civile, ma anche che gli Stati e la comunità internazionale devono collaborare e prendere concrete misure per porvi definitivamente fine.
Non c’è alleggerimento del blocco che tenga. Il report dell’ICRC è chiaro sul punto: il blocco va eliminato in toto. Non si può avere una violazione “parziale” del diritto, non ci sono mezze misure ammissibili.
Per questo l’annuncio di Israele di domenica scorsa, che ha dichiarato che alleggerirà il blocco su Gaza ampliando la lista dei beni permessi è una mossa giuridicamente irrilevante, nonché pericolosa dal punto di vista dei palestinesi.
L’idea suggerita da Tony Blair e accolta da Israele, di passare da una esigua lista di merci permesse ad una di merci vietate è una mossa poco più che cosmetica che non porterà alcun significativo cambiamento per l’economia e la popolazione di Gaza.
Anzitutto la famosa lista delle merci permesse/vietate non è mai stata chiara (persino la sua esistenza è stata negata da Israele in più occasioni). Tanto meno è chiara la logica sottostante ai divieti. In verità è chiaro a chiunque esamini tali documenti che non c’è alcuna logica di sicurezza dietro alla lista dei beni vietati. Il cioccolato è vietato. Ok forse fa venire i brufoli, ma il suo uso per scopi terroristici sfugge. Il ketchup era vietato fino a settimana scorsa, come il coriandolo e la salvia. Ora, come prima conseguenza di questo alleggerimento del blocco, il ketchup può entrare a Gaza via Israele. Le capre però devono attendere, come i giocattoli, la frutta secca, i quaderni. Non c’era logica di sicurezza prima, non ci sarà dopo. E fatto salvo l’argomento sicurezza ogni proibizione diventa possibile.
Inoltre quel che serve a Gaza non è il ketchup e neanche il cioccolato. Qui serve il cemento, la benzina, i materiali da costruzione, le materie prime per la produzione. E su questo la proposta Blair-Israele non chiarisce affatto se e cosa cambierà rispetto a prima.
La stessa mancanza di chiarezza vale per le esportazioni da Gaza, totalmente vietate ormai da più di tre anni con la (poetica) eccezione di limitate quantità di fiori e fragole.
Soprattutto la recente proposta non chiarisce il punto fondamentale, ossia cosa ne sarà del diritto alla libertà di movimento, e quindi di tutta la serie di diritti umani fondamentali che ne conseguono, di più di un milione e mezzo di persone imprigionate a Gaza.
Si fa un gran parlare di tragedia umanitaria, di aiuti umanitari per Gaza. Ma la tragedia di Gaza non è misurabile semplicemente sul piano umanitario. É una tragedia sul piano umano. Non è una catastrofe naturale, non c’è stato alcun terremoto o uragano a Gaza. Qui non c’è la carestia, né sono arrivate le bibliche cavallette. La gente di Gaza non è stata colpita da un’epidemia di peste bubbonica, né è per altre ragioni inabile al lavoro. La popolazione di Gaza non è in cerca della carità di nessuno; ha il diritto di vivere una vita dignitosa, di lavorare e guadagnarsi da vivere. I giovani vogliono studiare e magari completare la loro formazione all’estero, per poi andare a lavorare.
La crisi di Gaza è una crisi indotta, fabbricata ad arte, orchestrata. La chiusura, il blocco, l’assedio, ha prodotto la crisi. E il blocco è illegale, contrario al diritto internazionale ed in violazione di una serie di diritti umani fondamentali. L’appello della Croce Rossa Internazionale è chiaro: non c’è altra soluzione sostenibile che la completa, immediata fine del blocco. Nena News
* Ricercatrice all’Universita’ Statale di Milano, specializzata in diritto penale internazionale. Al momento e’ a Gaza dove collabora con il Palestinian Centre for Human Rights.
La recente netta presa di posizione della Croce Rossa Internazionale sull'illegittimità della politica israeliana verso Gaza è un punto di svolta in diritto internazionale.
DI CHANTAL MELONI*
Gaza, 27 giugno 2010, Nena News - Blocco, blockade, oppure chiusura, closure, o semplicemente siege, assedio: queste sono le parole che si sentono ripetere per descrivere la situazione di Gaza. In verità nessuna è pienamente soddisfacente, specie da un punto di vista giuridico. Io stessa, in quanto ricercatrice di diritto penale in trasferta a Gaza, continuo ad essere in dubbio sulla terminologia da utilizzare quando ne parlo.
Blockade ha una accezione precisa in diritto internazionale: è uno strumento a cui gli stati possono ricorrere per privare il nemico dei rifornimenti militari in tempo di guerra. Di per sé non è illegittimo, ma deve essere strettamente limitato ai rifornimenti militari e finalizzato alla resa dell’avversario. Non è il caso di Gaza.
Ai palestinesi piace siege. Non mi stupisce: il linguaggio arabo è colorito, forte e descrittivo. A nulla è valso che io, arrivata dall’Italia con le mie piccole certezze giuridiche, abbia cercato di spiegare a quelli del centro palestinese per i diritti umani dove collaboro (peraltro fior di giuristi) che siege non è linguaggio tecnico. Ma oramai mi sono arresa. Con santa pace del linguaggio tecnico-giuridico, ho capito che la loro percezione della situazione è proprio di una Gaza sotto assedio, dove gli Israeliani puntano alla capitolazione dell’intero territorio nemico, a (ri)conquistare il controllo.
Io continuo a utilizzare closure più generico, ma proprio per questo adatto in riferimento a Gaza. Occorre però specificare: si tratta di “illegal” closure.
Il fatto è che, al di là delle parole che utilizziamo, è difficile descrivere la sostanza di quel che si vive a Gaza. Gaza è stata progressivamente isolata ed infine – dopo la presa di Hamas nel giugno del 2007 – chiusa, quasi ermeticamente. Da Gaza non si entra e non si esce. Immaginatevi una grande prigione a cielo aperto, dove la gente, completamente isolata – anche dal resto del territorio palestinese – è stata ridotta ai minimi termini esistenziali. I gazani non riescono più a lavorare perchè non hanno le materie prime, perchè manca la benzina, l’elettricità e l’acqua. Non si può commerciare, i giovani non possono uscire neanche per studiare, i malati non possono ricevere cure adeguate. I malati gravi sono costretti a passare per una complicatissima trafila burocratica per ottenere un permesso per curarsi all’estero, permesso che a volte arriva, a volte non arriva, a volte arriva troppo tardi.
Gaza è un’umiliazione quotidiana.
Per qualche giorno, dopo i tragici eventi del 31 maggio scorso e la morte dei 9 attivisti della flottilla umanitaria al largo di Gaza, l’attenzione su ciò che l’ONU ha definito l’insostenibile situazione umanitaria della popolazione di Gaza è stata altissima.
In questo clima di sdegno e di improvviso attivismo internazionale, tra commissioni di indagine internazionali invocate e la commissione di indagine-farsa istituita da Israele, la cosa forse più significativa che è accaduta è stata la pubblicazione di un breve report della Croce Rossa Internazionale (ICRC). http://www.icrc.org/web/eng/siteeng0.nsf/htmlall/palestine-update-140610. In un rarissimo e tempestivo comunicato del 14 giugno, l’ICRC ha senza mezze misure dichiarato il blocco di Gaza illegale, contrario al diritto internazionale e una forma di “collective punishment” dei civili (pratica vietata dall’art. 33 della IV Convenzione di Ginevra).
Ora, occorre sapere che quando la Croce Rossa parla è evento raro, eccezionale e per questo carico di significato. Si contano sulle dita di due mani o poco più, i report resi pubblici dalla ICRC in quaranta e passa anni di occupazione dei territori palestinesi. Una parola della Croce Rossa in materia di diritto umanitario vale oro; in un certo senso sono loro i guardiani delle Convenzioni di Ginevra, la loro interpretazione è massimamente autorevole. Per questo normalmente la Croce Rossa tace, per preservare la sua neutralità, proteggere i suoi contatti con entrambe le parti del conflitto, mantenere il dialogo aperto nello sforzo di ottenere ciò che poche altre organizzazioni riescono ad avere: contatti privilegiati e documenti confidenziali.
La netta presa di posizione della ICRC sull’illegittimità del blocco di Gaza è un punto di svolta in diritto internazionale. Quello che a livello locale già veniva denunciato da anni è stato finalmente autorevolmente confermato. Non solo che questo blocco di Gaza è illegale e rappresenta una forma di punizione collettiva della popolazione civile, ma anche che gli Stati e la comunità internazionale devono collaborare e prendere concrete misure per porvi definitivamente fine.
Non c’è alleggerimento del blocco che tenga. Il report dell’ICRC è chiaro sul punto: il blocco va eliminato in toto. Non si può avere una violazione “parziale” del diritto, non ci sono mezze misure ammissibili.
Per questo l’annuncio di Israele di domenica scorsa, che ha dichiarato che alleggerirà il blocco su Gaza ampliando la lista dei beni permessi è una mossa giuridicamente irrilevante, nonché pericolosa dal punto di vista dei palestinesi.
L’idea suggerita da Tony Blair e accolta da Israele, di passare da una esigua lista di merci permesse ad una di merci vietate è una mossa poco più che cosmetica che non porterà alcun significativo cambiamento per l’economia e la popolazione di Gaza.
Anzitutto la famosa lista delle merci permesse/vietate non è mai stata chiara (persino la sua esistenza è stata negata da Israele in più occasioni). Tanto meno è chiara la logica sottostante ai divieti. In verità è chiaro a chiunque esamini tali documenti che non c’è alcuna logica di sicurezza dietro alla lista dei beni vietati. Il cioccolato è vietato. Ok forse fa venire i brufoli, ma il suo uso per scopi terroristici sfugge. Il ketchup era vietato fino a settimana scorsa, come il coriandolo e la salvia. Ora, come prima conseguenza di questo alleggerimento del blocco, il ketchup può entrare a Gaza via Israele. Le capre però devono attendere, come i giocattoli, la frutta secca, i quaderni. Non c’era logica di sicurezza prima, non ci sarà dopo. E fatto salvo l’argomento sicurezza ogni proibizione diventa possibile.
Inoltre quel che serve a Gaza non è il ketchup e neanche il cioccolato. Qui serve il cemento, la benzina, i materiali da costruzione, le materie prime per la produzione. E su questo la proposta Blair-Israele non chiarisce affatto se e cosa cambierà rispetto a prima.
La stessa mancanza di chiarezza vale per le esportazioni da Gaza, totalmente vietate ormai da più di tre anni con la (poetica) eccezione di limitate quantità di fiori e fragole.
Soprattutto la recente proposta non chiarisce il punto fondamentale, ossia cosa ne sarà del diritto alla libertà di movimento, e quindi di tutta la serie di diritti umani fondamentali che ne conseguono, di più di un milione e mezzo di persone imprigionate a Gaza.
Si fa un gran parlare di tragedia umanitaria, di aiuti umanitari per Gaza. Ma la tragedia di Gaza non è misurabile semplicemente sul piano umanitario. É una tragedia sul piano umano. Non è una catastrofe naturale, non c’è stato alcun terremoto o uragano a Gaza. Qui non c’è la carestia, né sono arrivate le bibliche cavallette. La gente di Gaza non è stata colpita da un’epidemia di peste bubbonica, né è per altre ragioni inabile al lavoro. La popolazione di Gaza non è in cerca della carità di nessuno; ha il diritto di vivere una vita dignitosa, di lavorare e guadagnarsi da vivere. I giovani vogliono studiare e magari completare la loro formazione all’estero, per poi andare a lavorare.
La crisi di Gaza è una crisi indotta, fabbricata ad arte, orchestrata. La chiusura, il blocco, l’assedio, ha prodotto la crisi. E il blocco è illegale, contrario al diritto internazionale ed in violazione di una serie di diritti umani fondamentali. L’appello della Croce Rossa Internazionale è chiaro: non c’è altra soluzione sostenibile che la completa, immediata fine del blocco. Nena News
* Ricercatrice all’Universita’ Statale di Milano, specializzata in diritto penale internazionale. Al momento e’ a Gaza dove collabora con il Palestinian Centre for Human Rights.
lunedì 28 giugno 2010
Comunicato dell'ass. Amicizia italo-palestinese
Comunicato Stampa
dell’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus di Firenze
Per quanto è avvenuto nella tarda serata di giovedì 24 giugno 2010 a Roma, ai piedi della scalinata del Campidoglio, non è possibile trovare parole di condanna sufficientemente forti che siano in grado di censurare senza reticenze l’aggressione fascistoide compiuta da una squadraccia, costituita forse da elementi appartenenti alla comunità ebraica romana o a essa molto vicini, nei confronti di giovani dell’area del pacifismo filo-palestinese.
Mentre le luci del Colosseo venivano spente per ricordare il soldato israeliano Gilad Shalit, prigioniero nella Striscia di Gaza, altri lumicini di cera venivano accesi sulla scalinata del Campidoglio perché non venisse pretestuosamente rimosso dalla coscienza collettiva il fatto che pure oltre 11.000 prigionieri, questa volta palestinesi, stavano languendo da molti anni nelle carceri israeliane. Molti di loro sono civili reclusi in “detenzione amministrativa” – cioè senz’accusa e senza processo. Troppi i bambini e le donne, in patente violazione del diritto internazionale. Tutti accomunati di un’unica grave colpa: quella di essere palestinesi e di voler vivere liberi sulla terra che è stata sempre loro, anche se non c’è stato alcun Dio che l’ha promessa ai loro avi.
Forse per questa sfrontatezza, nessuno di loro, per quanto piccolo o innocente fosse, ha mai suscitato l’interesse o la pietà del sindaco Alemanno e dei tanti, bi-partisan, che gli si erano affiancati nella iniziativa unilaterale che si era conclusa con lo spegnimento delle luci del Colosseo.
Nel frattempo altre luci, ed in altro modo, venivano oscurate sulla scalinata del Campidoglio.
Alla presenza di carabinieri e della Digos, che sono rimasti a guardare, una quindicina di elementi fascistoiodi, alcuni dei quali protetti da caschi, inneggiando a Israele, hanno aggredito con calci e pugni due palestinesi, Ahmad Abu Naga e Salman Yousef, e le ragazze del presidio di solidarietà con il popolo palestinese che stavano disponendo i lumi accesi sulla scalinata.
Non si è trattato di una lite o di una rissa tra opposte fazioni, come diffuso subito dagli organi di stampa che ne hanno fatto la versione ufficiale, bensì di una vera e propria aggressione e la violenza usata è stata tale da portare al ferimento di sei persone e in modo abbastanza grave Ahmed Abu Naga.
Il presidente della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, che aveva avuto la spudoratezza di affermare che “manifestanti ebrei erano stati aggrediti con insulti”, si è rifiutato di denunciare la vera natura dell’aggressione e di condannare l’accaduto a nome della comunità ebraica di Roma, e di dissociarsi dalle forze fascistoidi che ne erano state responsabili.
Quanto avvenuto ai piedi del Campidoglio è solo l’ultimo episodio di violenza che aggressori filo-israeliani hanno praticato nei confronti di persone pacifiche che avevano partecipato a manifestazioni di condanna nei confronti dell’operato del governo israeliano.
Infatti, già nei primi giorni di giugno, di ritorno dalla dimostrazione di protesta per l’abbordaggio della Mavi Marmara che si era conclusa a Trinità dei Monti, c’era stata un’aggressione prima in via Barberini, a due donne palestinesi con bambini, poi in Largo Santa Susanna, a una coppia che era stata malmenata con caschi, calci e pugni da facinorosi fascistoidi filo-israeliani che avevano seguito in moto i manifestanti che stavano defluendo tranquillamente verso le loro case.
Fino ad ora, a quanto risulta, nessuno degli aggressori è stato individuato e denunciato agli organi competenti per le violenze commesse.
L’antisemitismo implicito, cieco e settario, di chi aggredisce con violenza coloro che criticano pacificamente l’attività politico-militare del governo israeliano per sostenere i diritti del popolo palestinese già sanciti e ripetutamente riaffermati dalle Nazioni Unite e dagli Organismi del Diritto Internazionale, non può e non deve rimanere impunito.
La comunità ebraica di Roma non può pretendere di garantirsi una presunta sicurezza trincerandosi dietro alla violenza di forze che nulla hanno a che fare con la loro cultura solo perché si dichiarano filo-israeliane, ma che riportano alla memoria, con il loro comportamento, il ricordo di un passato di tragedia.
Il sindaco Alemanno, da parte sua, dovrebbe ricordare che il destino del caporale Gilad Shalit è, ed è sempre stato, nelle mani del governo israeliano, il quale più di una volta si è rifiutato di effettuare uno scambio mettendo in libertà prigionieri palestinesi, nonostante l’intermediazione della Germania, che si era fatta garante per la ricerca di una soluzione definitiva e pacifica.
Dovrebbe capire anche che scatenare l’Operazione Piombo Fuso sulla Striscia di Gaza non è stato certamente il modo migliore perché il corpo di Gilad Shalit potesse venire restituito vivo. Tra i più di 1.400 cadaveri di coloro che vennero uccisi dalle bombe e dai proiettili israeliani avrebbe potuto esserci anche quello del giovane militare del quale ora richiede pretestuosamente la liberazione.
L’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus di Firenze conferma, perciò, la propria condanna per gli atti di aggressione e di violenza compiuti dai gruppi filo-israeliani contro coloro che hanno partecipato a manifestazioni a sostegno dei diritti dei palestinesi.
Dichiara la propria solidarietà al giovane Ahmed Abu Naga, al dr. Salman Yousef e a tutti coloro che sono stati aggrediti prima dai facinorosi fili-iraeliani, poi da una stampa incapace ormai di raccontare la verità dei fatti.
Denuncia la vigliaccheria di chi, in gruppo, aggredisce singoli indifesi, malmenandoli e terrorizzandoli, per negare loro il diritto di esprimere nella libertà il proprio pensiero.
Denuncia la connivenza mafiosa di chi protegge questi delinquenti e ne garantisce l’impunità, anche attraverso il travisamento e la mistificazione dei fatti accaduti.
Chiede che le istituzioni locali e nazionali non conservino un atteggiamento di assurda subordinazione nei confronti di Israele, sposandone sempre e comunque, qualsiasi sia il fatto accaduto, la posizione proposta dal suo governo, senza verificarne l’affidabilità e la validità.
Chiede alle istituzioni locali e nazionali il rispetto e l’applicazione del Diritto Internazionale ed Umanitario sempre e non solo quanto lo permette l’interesse e la real politik.
Chiede perciò l’adeguamento di tali istituzioni a quanto definito dalle Risoluzioni delle Nazioni Unite e del Tribunale Internazionale di Giustizia dell’Aja per il ripristino dei diritti negati del popolo palestinese e, con la loro attuazione, giungere infine alla realizzazione delle condizioni idonee all’instaurazione di una pace vera in quell’area del Medio Oriente.
Mariano Mingarelli
Presidente dell’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus di Firenze
dell’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus di Firenze
Per quanto è avvenuto nella tarda serata di giovedì 24 giugno 2010 a Roma, ai piedi della scalinata del Campidoglio, non è possibile trovare parole di condanna sufficientemente forti che siano in grado di censurare senza reticenze l’aggressione fascistoide compiuta da una squadraccia, costituita forse da elementi appartenenti alla comunità ebraica romana o a essa molto vicini, nei confronti di giovani dell’area del pacifismo filo-palestinese.
Mentre le luci del Colosseo venivano spente per ricordare il soldato israeliano Gilad Shalit, prigioniero nella Striscia di Gaza, altri lumicini di cera venivano accesi sulla scalinata del Campidoglio perché non venisse pretestuosamente rimosso dalla coscienza collettiva il fatto che pure oltre 11.000 prigionieri, questa volta palestinesi, stavano languendo da molti anni nelle carceri israeliane. Molti di loro sono civili reclusi in “detenzione amministrativa” – cioè senz’accusa e senza processo. Troppi i bambini e le donne, in patente violazione del diritto internazionale. Tutti accomunati di un’unica grave colpa: quella di essere palestinesi e di voler vivere liberi sulla terra che è stata sempre loro, anche se non c’è stato alcun Dio che l’ha promessa ai loro avi.
Forse per questa sfrontatezza, nessuno di loro, per quanto piccolo o innocente fosse, ha mai suscitato l’interesse o la pietà del sindaco Alemanno e dei tanti, bi-partisan, che gli si erano affiancati nella iniziativa unilaterale che si era conclusa con lo spegnimento delle luci del Colosseo.
Nel frattempo altre luci, ed in altro modo, venivano oscurate sulla scalinata del Campidoglio.
Alla presenza di carabinieri e della Digos, che sono rimasti a guardare, una quindicina di elementi fascistoiodi, alcuni dei quali protetti da caschi, inneggiando a Israele, hanno aggredito con calci e pugni due palestinesi, Ahmad Abu Naga e Salman Yousef, e le ragazze del presidio di solidarietà con il popolo palestinese che stavano disponendo i lumi accesi sulla scalinata.
Non si è trattato di una lite o di una rissa tra opposte fazioni, come diffuso subito dagli organi di stampa che ne hanno fatto la versione ufficiale, bensì di una vera e propria aggressione e la violenza usata è stata tale da portare al ferimento di sei persone e in modo abbastanza grave Ahmed Abu Naga.
Il presidente della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, che aveva avuto la spudoratezza di affermare che “manifestanti ebrei erano stati aggrediti con insulti”, si è rifiutato di denunciare la vera natura dell’aggressione e di condannare l’accaduto a nome della comunità ebraica di Roma, e di dissociarsi dalle forze fascistoidi che ne erano state responsabili.
Quanto avvenuto ai piedi del Campidoglio è solo l’ultimo episodio di violenza che aggressori filo-israeliani hanno praticato nei confronti di persone pacifiche che avevano partecipato a manifestazioni di condanna nei confronti dell’operato del governo israeliano.
Infatti, già nei primi giorni di giugno, di ritorno dalla dimostrazione di protesta per l’abbordaggio della Mavi Marmara che si era conclusa a Trinità dei Monti, c’era stata un’aggressione prima in via Barberini, a due donne palestinesi con bambini, poi in Largo Santa Susanna, a una coppia che era stata malmenata con caschi, calci e pugni da facinorosi fascistoidi filo-israeliani che avevano seguito in moto i manifestanti che stavano defluendo tranquillamente verso le loro case.
Fino ad ora, a quanto risulta, nessuno degli aggressori è stato individuato e denunciato agli organi competenti per le violenze commesse.
L’antisemitismo implicito, cieco e settario, di chi aggredisce con violenza coloro che criticano pacificamente l’attività politico-militare del governo israeliano per sostenere i diritti del popolo palestinese già sanciti e ripetutamente riaffermati dalle Nazioni Unite e dagli Organismi del Diritto Internazionale, non può e non deve rimanere impunito.
La comunità ebraica di Roma non può pretendere di garantirsi una presunta sicurezza trincerandosi dietro alla violenza di forze che nulla hanno a che fare con la loro cultura solo perché si dichiarano filo-israeliane, ma che riportano alla memoria, con il loro comportamento, il ricordo di un passato di tragedia.
Il sindaco Alemanno, da parte sua, dovrebbe ricordare che il destino del caporale Gilad Shalit è, ed è sempre stato, nelle mani del governo israeliano, il quale più di una volta si è rifiutato di effettuare uno scambio mettendo in libertà prigionieri palestinesi, nonostante l’intermediazione della Germania, che si era fatta garante per la ricerca di una soluzione definitiva e pacifica.
Dovrebbe capire anche che scatenare l’Operazione Piombo Fuso sulla Striscia di Gaza non è stato certamente il modo migliore perché il corpo di Gilad Shalit potesse venire restituito vivo. Tra i più di 1.400 cadaveri di coloro che vennero uccisi dalle bombe e dai proiettili israeliani avrebbe potuto esserci anche quello del giovane militare del quale ora richiede pretestuosamente la liberazione.
L’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus di Firenze conferma, perciò, la propria condanna per gli atti di aggressione e di violenza compiuti dai gruppi filo-israeliani contro coloro che hanno partecipato a manifestazioni a sostegno dei diritti dei palestinesi.
Dichiara la propria solidarietà al giovane Ahmed Abu Naga, al dr. Salman Yousef e a tutti coloro che sono stati aggrediti prima dai facinorosi fili-iraeliani, poi da una stampa incapace ormai di raccontare la verità dei fatti.
Denuncia la vigliaccheria di chi, in gruppo, aggredisce singoli indifesi, malmenandoli e terrorizzandoli, per negare loro il diritto di esprimere nella libertà il proprio pensiero.
Denuncia la connivenza mafiosa di chi protegge questi delinquenti e ne garantisce l’impunità, anche attraverso il travisamento e la mistificazione dei fatti accaduti.
Chiede che le istituzioni locali e nazionali non conservino un atteggiamento di assurda subordinazione nei confronti di Israele, sposandone sempre e comunque, qualsiasi sia il fatto accaduto, la posizione proposta dal suo governo, senza verificarne l’affidabilità e la validità.
Chiede alle istituzioni locali e nazionali il rispetto e l’applicazione del Diritto Internazionale ed Umanitario sempre e non solo quanto lo permette l’interesse e la real politik.
Chiede perciò l’adeguamento di tali istituzioni a quanto definito dalle Risoluzioni delle Nazioni Unite e del Tribunale Internazionale di Giustizia dell’Aja per il ripristino dei diritti negati del popolo palestinese e, con la loro attuazione, giungere infine alla realizzazione delle condizioni idonee all’instaurazione di una pace vera in quell’area del Medio Oriente.
Mariano Mingarelli
Presidente dell’Associazione di Amicizia Italo-Palestinese Onlus di Firenze
Gli aiuti della flottiglia seppelliti con i rifiuti
Israele distrugge gli aiuti della Freedom Flotilla.
Scritto il 2010-06-24 in News
Gaza - Infopal. Le autorità d'occupazione israeliane continuano a trattenere gli aiuti trasportati dalle navi della Freedom Flotilla, attaccata in acque internazionali il 31 maggio con un'azione di pirateria condotta dalla Marina israeliana.
Israele ha esposto all'Onu la sua intenzione di consegnare gli aiuti alla Striscia di Gaza attraverso il valico di Kerem Abu Salim, nel sud della Striscia, senonché quegli aiuti non sono ancora arrivati alla gente che li aspetta.
Distruzione degli aiuti
Ma non basta. Secondo testimoni oculari tra gli abitanti del Negev, gli israeliani stanno distruggendo molti di questi aiuti.
Il cittadino A.M., residente nel Negev, ci ha contattato per riferirci che nei giorni scorsi gli occupanti israeliani hanno distrutto buona parte degli aiuti contenuti nelle navi rubate. Ciò sarebbe avvenuto a Duda'im, a sud di Rahit, nel Negev, dove gli aiuti sono stati sotterrati assieme ai rifiuti ordinari.
Pare infatti che decine di camion siano stati caricati con gli aiuti della Flotilla (carrozzelle elettriche, giocattoli, oltre agli effetti personali dei partecipanti che sono stati rubati dai militari), e tutto sarebbe stato gettato in una fossa scavata appositamente.
Un operaio del porto di Ashdod - dove sono state condotte con la forza le navi, dopo il massacro di vari partecipanti e il ferimento di molti altri - ha detto che sono state asportate le batterie delle sedie a rotelle. Le sedie sono state poi ammucchiate per poi essere distrutte.
Promesse mediatiche e basta
Hatim 'Uwaida, funzionario presso il ministero dell'Economia a Gaza e portavoce dell'Ente per i valichi, smentisce che gli aiuti siano stati portati a Gaza da parte di Israele, che adesso è solamente preoccupato di calmare l'opinione pubblica mondiale dopo l'atto di pirateria contro la Flotilla.
'Uwaida ci conferma che le voci secondo cui Israele ha distrutto la gran parte degli aiuti sono vere: "Anche in tv abbiamo visto svuotare e distruggere il contenuto delle navi della Flotilla, al porto di Ashdod, specialmente le carrozzelle e i giocattoli".
Pertanto il responsabile del ministero dell'Economia di Gaza, ribadendo il dovere di Israele, che era quello di consegnare gli aiuti, si è rivolto all'Onu: "Che fine hanno fatto le migliaia di tonnellate di materiali da costruzione, le medicine, le carrozzelle e le case prefabbricate?".
Avvertimento dell'Onu
Intanto l'Unrwa afferma che la crisi umanitaria a Gaza si sta aggravando sempre più e che anche con gli aiuti che dovessero arrivare essa non si risolverà. Bisogna, invece, che finisca l'embargo.
La situazione - sostiene l'Unrwa - non può andare avanti in questo modo, quindi le autorità d'occupazione devono aprire i valichi in maniera completa e permanente facendo entrare nella Striscia le merci e i materiali di cui la gente ha bisogno, specialmente quelli da costruzione per poter ricostruire ciò che è stato distrutto dall'aggressione israeliana della fine del 2008.
Israele, pochi giorni fa, aveva "acconsentito" all'ingresso nella Striscia di Gaza di materiali prima vietati col pretesto che verrebbero usati per fabbricare armi. Si tratta di merci come la marmellata, lo halawa (un dolce tipico mediorientale, ndr), la maionese ed alcune spezie, e piccole quantità di cemento e ferro per l'Unrwa.
Scritto il 2010-06-24 in News
Gaza - Infopal. Le autorità d'occupazione israeliane continuano a trattenere gli aiuti trasportati dalle navi della Freedom Flotilla, attaccata in acque internazionali il 31 maggio con un'azione di pirateria condotta dalla Marina israeliana.
Israele ha esposto all'Onu la sua intenzione di consegnare gli aiuti alla Striscia di Gaza attraverso il valico di Kerem Abu Salim, nel sud della Striscia, senonché quegli aiuti non sono ancora arrivati alla gente che li aspetta.
Distruzione degli aiuti
Ma non basta. Secondo testimoni oculari tra gli abitanti del Negev, gli israeliani stanno distruggendo molti di questi aiuti.
Il cittadino A.M., residente nel Negev, ci ha contattato per riferirci che nei giorni scorsi gli occupanti israeliani hanno distrutto buona parte degli aiuti contenuti nelle navi rubate. Ciò sarebbe avvenuto a Duda'im, a sud di Rahit, nel Negev, dove gli aiuti sono stati sotterrati assieme ai rifiuti ordinari.
Pare infatti che decine di camion siano stati caricati con gli aiuti della Flotilla (carrozzelle elettriche, giocattoli, oltre agli effetti personali dei partecipanti che sono stati rubati dai militari), e tutto sarebbe stato gettato in una fossa scavata appositamente.
Un operaio del porto di Ashdod - dove sono state condotte con la forza le navi, dopo il massacro di vari partecipanti e il ferimento di molti altri - ha detto che sono state asportate le batterie delle sedie a rotelle. Le sedie sono state poi ammucchiate per poi essere distrutte.
Promesse mediatiche e basta
Hatim 'Uwaida, funzionario presso il ministero dell'Economia a Gaza e portavoce dell'Ente per i valichi, smentisce che gli aiuti siano stati portati a Gaza da parte di Israele, che adesso è solamente preoccupato di calmare l'opinione pubblica mondiale dopo l'atto di pirateria contro la Flotilla.
'Uwaida ci conferma che le voci secondo cui Israele ha distrutto la gran parte degli aiuti sono vere: "Anche in tv abbiamo visto svuotare e distruggere il contenuto delle navi della Flotilla, al porto di Ashdod, specialmente le carrozzelle e i giocattoli".
Pertanto il responsabile del ministero dell'Economia di Gaza, ribadendo il dovere di Israele, che era quello di consegnare gli aiuti, si è rivolto all'Onu: "Che fine hanno fatto le migliaia di tonnellate di materiali da costruzione, le medicine, le carrozzelle e le case prefabbricate?".
Avvertimento dell'Onu
Intanto l'Unrwa afferma che la crisi umanitaria a Gaza si sta aggravando sempre più e che anche con gli aiuti che dovessero arrivare essa non si risolverà. Bisogna, invece, che finisca l'embargo.
La situazione - sostiene l'Unrwa - non può andare avanti in questo modo, quindi le autorità d'occupazione devono aprire i valichi in maniera completa e permanente facendo entrare nella Striscia le merci e i materiali di cui la gente ha bisogno, specialmente quelli da costruzione per poter ricostruire ciò che è stato distrutto dall'aggressione israeliana della fine del 2008.
Israele, pochi giorni fa, aveva "acconsentito" all'ingresso nella Striscia di Gaza di materiali prima vietati col pretesto che verrebbero usati per fabbricare armi. Si tratta di merci come la marmellata, lo halawa (un dolce tipico mediorientale, ndr), la maionese ed alcune spezie, e piccole quantità di cemento e ferro per l'Unrwa.
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