sabato 29 settembre 2012

GAZA ISRAELE ASSASSINA ANCORA INNOCENTI E IL MONDO TACE

Cronaca di una giornata atroce. Un pescatore palestinese è stato ucciso questa mattina e suo fratello è stato ferito dall'esercito di occupazione israeliano mentre pescavano nelle acque a nord di Gaza. I due sono fratelli sono Fahmy Abu Ryash, 23 anni, e Yousif Abu Ryash, 19 anni. Fahmy Abu Ryad è stato colpito alla gamba sinistra, suo fratello Yousif è stato colpito alla mano sinistra. L'esercito israeliano ha utilizzato proiettili "ad espansione", detti anche "dum dum", vietati dalle legge internazionale. Successivamente all'attacco sono stati trasportati al Kamal Odwan hospital. Qui ho incontrato un pescatore che era con loro, Mahmoud Taha Sultan, 24 anni, di cui ho raccolto la testimonianza. Verso le 10.15 del mattino, i ragazzi stavano pescando sulle coste a nord di Gaza, nell'area di Beit Lahia. Non si trovavano su un'imbarcazione, ma pescavano a pochi metri dalla spiaggia, in piedi, lanciando con le proprie braccia le piccole reti. Sulle spiagge della Striscia di Gaza è possibile vedere tanti pescatori utilizzare questo tradizionale metodo di pesca. I pescatori si immergono in acqua e, con le proprie braccia, lanciano le reti, per poi ritirarle qualche minuto dopo. I due fratelli, insieme agli altri pescatori, in tutto una quindicina, si trovavano ad una distanza di 300 metri dal confine nord con Israele. Soldati israeliani hanno improvvisamente fatto irruzione via terra ed hanno iniziato a sparare verso i pescatori. "Non è la prima volta che sparano - racconta Mahmoud - ma in genere sparano dalle torri". I soldati israeliani si sono diretti accanto ai corpi dei due fratelli, ed hanno chiamato gli altri pescatori, che nel frattempo si erano allontanati per fuggire agli spari, per dir loro di recuperare i corpi. Così i pescatori hanno chiamato l'ambulanza che ha trasportato i due ragazzi al Kamal Odwan hospital. Quando sono arrivata in ospedale, Saleh, il padre dei due fratelli, era in lacrime. Stava pregando in moschea quando ha saputo dell'attacco. Oggi infatti è venerdì, giorno di festa per i musulmani. "Questa è ingiustizia. Siamo nella nostra terra, non possiamo pescare, non possiamo vivere nella nostra terra", mi ha detto, con una voce interrotta dal pianto. Secondo Saleh, i paesi europei dovrebbero intervenire per risolvere la questione palestinese. "Questa è ingiustizia, noi siamo solo civili", ha ripetuto. Infine, con occhi sgranati, mi ha detto "Immagina cosa un padre deve sentire trovando i suoi figli feriti". Il figlio giovane, Yousef, sta bene. Ha ricevuto medicazione alla mano ed è stato rilasciato. Non è andata così per Fahmy. Fahmy era sposato, ed aveva un bambino di un anno. Ho incontrato Fahmy disteso sul letto, prima che entrasse in sala operatoria. I dottori hanno pulito la ferita e successivamente Fahmy è stato trasportato in sala operatoria. Il proiettile è entrato dalla gamba sinistra ed ha distrutto l'area pelvica. "Sarà fortunato se potrà camminare di nuovo", aveva detto un dottore. Ho deciso di rimanere in ospedale fino al termine dell'operazione, per assicurarmi che tutto sarebbe andato bene. L'operazione sarebbe durata 2-3 ore, avevano detto i dottori. Alle ore 14:50 un dottore ci ha comunicato che l'operazione non era ancora iniziata perché Famhy riportava una pressione del sangue molto bassa. Alle ore 16:12 un dottore ci ha comunicato che in sala operatoria Fahmy aveva subito un arresto cardiaco, ma che si era ripreso. Purtroppo però ha subito una forte emorragia. Alle ore 16:25 ci hanno comunicato che l'operazione era finita e che Fahmy era stato trasportato all'unità di terapia intensiva (ICU). Successivamente un dottore mi ha detto che Fahmy ha sofferto di forte emorragia, e che si trovava in condizioni critiche: "Il proiettile ad espansione ha distrutto l'area pelvica. Ha perso un'enorme quantità di sangue". Ha detto che Famhy aveva subito un lungo arresto cardiaco, e che il cervello sarebbe stato danneggiato. Gli ho chiesto quali erano le sue previsioni, quali sarebbero state le conseguenze, ma la sua risposta mi ha agghiacciata. "Se sopravviverà andrà bene", mi ha detto. Mi sono offerta, con un attivista palestinese che era con me, di donare il sangue per Fahmy domani mattina. Ma non è stato possibile, Fahmy è morto questa sera. All'uscita dalla sala in cui ho parlato con i dottori, ho incontrato nuovamente i familiari di Fahmy, al momento ancora ignari delle reali condizioni del ragazzo. I dottori non avevano ancora comunicato loro la gravità della situazione. Nei corridoi dell'ospedale alcune donne della famiglia camminavano sorrette dalle braccia dei familiari. Il padre di Fahmy era finalmente più tranquillo, mi ha salutato sorridendo e mi ha ringraziato per la solidarietà. Ci eravamo dati appuntamento a domani. Palesemente fiducioso, sperava che tutto andasse per il meglio, "alhamdulilah". Gli occhi di Saleh sono grandi e buoni, occhi che esprimono storia di resistenza e di amore. Questa sera una telefonata ha spento ogni speranza. Fahmy non ce l'ha fatta. Domani con forza dovrò affrontare gli occhi di Saleh, il suo dolore e quello di tutta la famiglia. Morire per lavorare, morire per pescare. Che cosa ha fatto Fahmy per morire a 23 anni? Come spiegare a suo figlio di un anno il perché suo padre è stato ucciso? Nel silenzio internazionale Israele continua ad utilizzare i proiettili "dum dum" o "ad espansione", seppur vietati dalle convenzioni internazionali. Perché Israele deve rimanere impunito per l'utilizzo di questi proiettili e per questi crimini contro l'umanità? Chi rimane silente è complice di questi crimini. Chiediamo giustizia. Chiedete giustizia insieme a noi. (foto disponibili sul mio blog http://ilblogdioliva.blogspot.co.il/2012/09/un-pescatore-palestinese-ucciso.html ) Rosa Gaza 28 settembre 2012

giovedì 20 settembre 2012

ISRAELE SEMPRE ALL'AVANGUARDIA NELL'INQUINAMENTO

Reportage di Barbara Antonelli e Nicolas Helm-Grovas Ramallah, 20 settembre 2012, Nena News - Le acque reflue prodotte in Cisgiordania, sia dalle colonie israeliane che dalle comunita' palestinesi, ammontano a circa 91 milioni di metri cubi ogni anno: l'equivalente dell'acqua contenuta in 36.400 piscine olimpiche. La maggior parte di queste acque di scarico non riceve alcun trattamento di depurazione. Gli agenti contaminanti -sia organici che inorganici- si riversano direttamente in Cisgiordania, con conseguenze devastanti per l'inquinamento sia del territorio che del Massiccio Acquifero, la piu' importante risorsa di approvvigionamento idrico per israeliani e palestinesi. In 45 anni di occupazione le autorita' israeliane non si sono curate minimamente di installare impianti per il trattamento delle acque di scarico nelle 121 colonie sparse in tutta la Cisgiordania: le colonie soltanto producono 17,5 metri cubi all'anno di acque impure. Secondo un dettagliato report dell'organizzazione israeliana Bt'selem del 2009, su 121 colonie solo 81 sono dotate di impianti per il trattamento delle acque reflue. Alcuni dei quali usano metodologie superate, non seguono gli standard adottati in Israele o sono inadatti a coprire le necessita' di colonie, la cui popolazione ha subito in pochi anni un boom demografico impressionante. Altre strutture non funzionano a pieno regime o sono state parzialmente o del tutto disattivate, con la conseguenza che 5,5 milioni di metri cubi di acque reflue prodotte dalle colonie non ricevono alcun trattamento, riversandosi nelle vallate palestinesi. Le leggi a tutela dell'ambiente, in vigore in Israele, vengono ignorate nelle colonie. Cosi capita che le abitazioni degli insediamenti siano occupate da intere famiglie prima che i sistemi di depurazione e fognari siano completamente funzionanti o che industrie costruite su territorio occupato, inizino a funzionare a pieno regime, senza che siano dotate di sistemi di smaltimento a norma per le sostanze tossiche e i rifiuti. E' indicativo che il Ministero israeliano per la tutela dell'ambiente abbia seguito - dal 2000 al 2009 - solo 53 casi per il malfunzionamento degli impianti nelle colonie, mentre lo stesso Ministero ha preso in esame 230 casi in Israele, solo nel 2006. Un far west di leggi selvagge imperversa nelle colonie in Cisgiordania e al Ministero dell'ambiente fa comodo che sia cosi. Anche il 90% delle acque reflue prodotte dai palestinesi non viene trattato. E anche qui le regole del gioco le decide Israele: l'amministrazione civile negli ultimi 15 anni non ha approvato progetti per gli impianti di depurazione dei liquami urbani, presentati da istituzioni palestinesi, con i fondi europei o internazionali; in altri casi li avrebbe approvati solo con la condizione di poter collegare a quegli stessi impianti anche le colonie. Sempre Israele ha imposto all'Autorita' Palestinese di costruire impianti all'avanguardia (non usati nemmeno in Israele) che rispondono a parametri che neanche l'Organizzazione Mondiale della Sanita' richiede; cosa che fa aumentare i costi di costruzione, operativi e di mantenimento. Con la conseguenza che sia USA che Germania, principali finaziatori di tali impianti, hanno ridotto in modo considerevole i finanziamenti all'ANP per questo tipo di progetti. Il sistema che rifornisce acqua alle colonie e' inoltre gestito direttamente da Israele, quindi, che le acque reflue inquinino o meno l'ambiente palestinese circostante, non intacca minimamente la qualita' dell'acqua potabile destinata ai coloni. Al contrario, villaggi o intere comunita' palestinesi fanno affidamento sulle risorse idriche naturali; pertanto l'inquinamento delle falde acquifere prodotto dalle colonie, aggrava ulteriormente le gia' drammatiche condizioni dell'accesso all'acqua potabile per i palestinesi. Con devastanti conseguenze anche per l'agricoltura, dato che le acque reflue inquinano il terreno, contaminano i campi, diminuiscono la fertilita'della terra. Il problema si aggrava nelle aree industriali israeliane costruite in Cisgiordania. La piu' estesa, quella di Barkan nel distretto di Nablus, vede almeno 80 industrie operative, che producono alluminio, vetroresina, pesticidi, componenti per l'industria militare. Dal 1982, Israele ha ricollocato le industrie piu' inquinanti all'interno della Cisgiordania, danneggiando interee aree palestinesi. Un esempio tra tutte, la Geshuri industries, un'industria di pesticidi ricollocata nel 1987 in un'area adiacente a Tulkarem. Industrie che scaricano nelle vallate sottostanti rifiuti chimici non trattati. Con l' associazione israeliana Yesh Din, abbiamo preso in esame tre diversi casi, in tre diverse colonie, indicativi delle problematiche legate al mancato trattamento delle acque reflue, ma anche delle contraddizioni legate a un sistema di occupazione che si e' ormai cristallizzato. Proprio a nord della statale 5, vicino Qalqilya a nord della Cisgiordania, nella vallata che dalla colonia scende giu', un tubo di scarico pompa liquami urbani direttamente nelle terre palestinesi e nel piccolo torrente, principale risorsa idrica della vicina Az-Zawiya, a cui appartengono quelle terre. Sulla collina, due grandi contenitori in allestimento indicano che l'impianto di purificazione dell'acqua della colonia e' in fase di costruzione. Un'impresa che e' il frutto della Compagnia per l'Economia dell'amministrazione locale e che dovrebbe mettere un freno al libero rifluire dei liquami nelle terre palestinesi. L'impianto e' stato costruito illegalmente anche secondo la giurisdizione israeliana, al di fuori del perimetro della colonia, espropriando due 'dunum' di terra ai legittimi proprietari palestinesi. La ONG Yesh Din segue diversi casi, per conto di comunita' palestinesi, contro le attivita' di costruzioni illegali anche secondo la legge di Israele, le uniche per le quali ci si puo' appellare al sistema giuridico israeliano. Un anno fa, in una situazione simile riguardante la colonia di Ofra, vicino Silwad, gli avvocati di Yesh Din sono riusciti a congelare la costruzione di un impianto per il trattamento delle acque, ricorrendo alla Corte. Un impianto costruito senza permesso regolare e su terra espropriata a due famiglie palestinesi, rappresentate da Yesh Din. La Corte ha deciso l'immediato stop dei lavori della struttura, completata quasi al 90%. Dal momento dell'interruzione dei lavori, la colonia continua a riversare i liquami di scarico nelle terre palestinesi circostanti. Un caso che illustra bene il dilemma tra applicazione del diritto e pragmatismo: se le colonie si dotano di strutture per lo smaltimento delle acque reflue, consolidano ancora di più sul terreno il sistema illegale dell'occupazione. Se invece ci si appella al diritto israeliano, qualora possibile, si lascia però che l'inquinamento ambientale sia perpetrato impunemente, a scapito ancora una volta delle comunita' palestinesi. Nel caso della colonia di Elqana, il team di Yesh Din ha prima consultato la comunità palestinese, per verificare se fosse intenzionata a intraprendere un procedimento legale. La comunità ha scelto la strada del pragmatismo: consentire la costruzione illegale dell'impianto e rinunciare alla terra espropriata, per fermare il devastante inquinamento del terreno e sperare che la terra rimasta ritorni ad essere fertile. Non certo una vittoria, ma forse il male minore. La situazione di Ariel, a est di Elqana è molto simile. L'impianto per il trattamento delle acque qui è operativo ma non funziona a pieno regime, soprattutto non copre le reali necessita' della colonia, che ha subito - da quando è stata costruita nei primi anni Novanta - un boom demografico a ritmi serrati, con un aumento della popolazione da 10.000 a oltre 60.000 coloni. In aggiunta, anche gli scarichi di rifiuti tossici e fanghi attivi esausti prodotti dalla vicina area industriale di Barkan, si riversano nella vallata palestinese. Ancora una volta le procedure di smaltimento dei rifiuti industriali in Cisgiordania seguono una legislazione meno ferrea rispetto a quella in vigore in Israele, cosa che ha favorito il trasferimento di molte aziende proprio in territorio occupato. Sia Ariel che Barkan scaricano i loro rifiuti nella vicina Salfit, palestinese, avvelenando i campi e inquinando l'ambiente. L'area presentava gia' preoccupanti problematiche per il trattamento delle acque reflue palestinesi, dato che Salfit stessa non è dotata di alcun impianto. Tra i 60 e i 70 milioni di shekel sono stati dati al municipio di Salfit dal governo tedesco per l'installazione di un efficace sistema di smaltimento. L'amministrazione civile israeliana, che ha pieno controllo sull'area C della Cisgiordania, ha richiesto che Ariel potesse essere allacciata allo stesso sistema e quando l'amministrazione di Salfit ha rifiutato, e' stata costretta a restituire al governo tedesco il denaro gia'versato. Attualmente, sia i liquami di Salfit che di Ariel, si riversano nell'ambiente circostante. Revava è un altra colonia con infrastrutture insufficienti per coprire il trattamento di depurazione dei liquami. Le acque di scarico scorrono abbondantemente nella vallata fino a uno o due miglia lontano dalla colonia. All'interno della colonia, un lavoratore palestinese (ironicamente molti lavoratori palestinesi sono costretti a lavorare proprio nelle colonie, non avendo altra scelta) ci ha spiegato che Revava e' dotata di una cisterna per il raccoglimento delle acque reflue: la cisterna si riempie in tempi brevi perche' insufficiente a coprire le esigenze di tutti i coloni, tanto che periodicamente le acque si riversano nella vallata. I residenti palestinesi del vicino uliveto hanno rinunciato a venire qui, sia per l'odore nausenate che per la presenza degli insetti. Quando abbiamo visitato la vallata l'abbiamo trovata asciutta. Ad una più attenta indagine, ci siamo resi conto che, proprio tutto intorno all'insediamento, i coloni hanno scavato profonde voragini, per fare da contenimento alle acque di scarico ed evitare che rifluiscano direttamente nella vallata, in modo da non destare l'attenzione o i reclami dei residenti palestinesi. "L'occupazione crea una realta' ecologica che non è sostenibile", dice Dror Etkes di Yesh Din. "Non si tratta solo di un outpost o di una colonia da cui fuoriesce acqua inquinata." E' evidente che per il singolo residente palestinese o la singola comunita', la cui terra è stata espropriata o inquinata, anche una minima iniziativa legale assume un significato capitale. "La realta' pero' - prosegue Dror Etkes - e' che la 'grande architettura' messa in piedi dall'occupazione, oltre ad essere illegale, non e' a lungo termine sostenibile." Le colonie solo in alcuni casi rispondono ad un aumento demografico accelerato: e' vero che le abitazioni negli insediamenti sono spesso incomplete quando i coloni vi si trasferiscono. Ma come tutto il sistema politico dell'occupazione, la priorità è accelerare la costruzione per creare una realta' di fatto sul terreno, che difficilmente potra' essere modificata in seguito. Paradossalmente, Yesh Din è stata accusata dalle organizzazioni di coloni di "non essere interessata anzi di impedire la tutela dell'ambiente", come nel caso dello stop ai lavori di costruzione dell'impianto di Ofra, "bloccata - a detta dei coloni - a spese dell'ambiente". Il cartello (in ebraico) dell'impianto di Elqana recita: "l'impianto e' costruito a vantaggio dei residenti." Come sempre, il 'vantaggio' e' sempre e solo quello dei coloni. Nena-News

venerdì 14 settembre 2012

SABRA E CHATILA TRENTESIMO ANNIVERSARIO

Allora Stefano aveva ragione, era ora, ma.... di Stefania Limiti * Trenta anni fa, nei primi giorni di settembre, il falco israeliano Ariel Sharon, ministro della Difesa di Tel Aviv, forse aveva già cominciato a progettare, insieme ai militari fascisti del Libano, una vendetta esemplare contro il popolo palestinese. L'efferatezza del massacro pianificato e realizzato nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila tra il 16 e il 18 di quel mese, scattato proprio subito dopo la triste partenza in nave da Beirut del capo della resistenza, Yasser Arafat, concordata con le forze multinazionali, resta nelle coscienze di tutti: non solo delle vittime, di chi subì i lutti o l'oltraggio sul proprio corpo e ne porta ancora i segni visibili sulla pelle, ma anche del resto del mondo che guarda attonito, mortificato e impotente il compiersi della strage per due lunghissimi giorni e due interminabili notti. Stefano Chiarini, una delle firme più note e amate del manifesto, ancora oggi pianto in Palestina e nei campi poverissimi del Libano, sentiva proprio che doveva intestardirsi, come lui sapeva ben fare, e non lasciare che la memoria di quel delitto, il più simbolico dei tanti che hanno colpito i palestinesi perché frutto di una pura volontà di ritorsione e umiliazione di quel popolo, scomparisse: fondò perciò, insieme a Kassem Aina, coordinatore delle Ong palestinesi in Libano, e Talal Salman, direttore del prestigioso quotidiano libanese Al Safyr, e a tanti altri, il Comitato Per non dimenticare Sabra e Shatila. stefano-alla-manifestazione Da allora, era il 2000, ogni anno, fino a quando il suo cuore non si è fermato, nel febbraio del 2007, portava tanta gente a Beirut per commemorare la strage. Stefano aveva proprio ragione, se oggi il principale quotidiano nazionale, Il Corriere della sera, ha inviato uno scrittore importante, Paolo Giordano, nei vicoli dell'enorme campo profughi che riunisce oggi le due vecchie aree di Sabra e Shatila e ha pubblicatp nella prima pagina dell'inserto domenicale La lettura un suo bellissimo reportage che ricorda quel crimine contro l'umanità a tutt'oggi completamente impunito. Leggendo il racconto di Giordano, che riporta con autentica emozione le immagini raccolte durante il suo viaggio di conoscenza, sembrava quasi che gli occhi vivaci di Stefano uscissero da quelle pagine e mi, ci, dicessero: «Avete visto?, Valeva la pena tornare ogni anno in Libano, commemorare la strage lì, con i palestinesi, ricordargli che non sono soli e che noi continueremo a chiedere giustizia»». Sì, aveva ragione, non solo perché ogni anno continuano a venire in Libano moltissime persone che vogliono rivivere quella storia e stare accanto al dolore dei palestinesi (una delegazione del Comitato, circa 70 persone, partirà per Beirut il prossimo 16 settembre) ma anche perché qualcosa forse (forse) è successo, se proprio quel giornale rende omaggio alle vittime palestinesi e pubblica immagini di quella disperazione. Non che non fossero mai tornati sulla vicenda: ma colpisce che da quelle pagine esca la sofferenza di questo popolo a cui è stata strappata la terra e che, profugo, continua ogni giorno a perdere i suoi figli, costretto ancora a subire una violenta occupazione militare. Piace pensare che tutto questo sia frutto anche dello sforzo di Stefano che più di ogni altro in Italia ha impedito che il significato storico, politico e il valore evocativo di quella strage non si disperdesse. E proprio per questo è necessario rendere omaggio al suo lavoro correggendo l'errore di Giordano laddove descrive il luogo della memoria: nel campo di Sabra e Shatila c'è un luogo dove grazie a Stefano, al Comitato Per non dimenticare Sabra e Shatila e alle folte le delegazioni di questi spesso solitari dodici anni, è oggi possibile portare un fiore sotto una lapide: era la fosse comune dove erano stati sepolti centinaia di cadaveri ed era usata come discarica. Oggi lì c'è un piccolo prato, delle gigantesche foto, anche quella di Stefano perché i palestinesi non dimenticano quello che lui ha fatto. Paolo Giordano parla di «garage dietro un portone marcio chiuso con un lucchetto» e lo indica come il solo luogo di memoria del massacro: sarebbe molto bello se lo scrittore volesse unirsi al Comitato per vedere il luogo reale, quello dove ogni anno si dirige la manifestazione che ricorda quella tragedia (quest'anno è prevista il 18 settembre). I palestinesi non possono dimenticare e noi non dobbiamo dimenticare né fare confusione. Ed infine dico a Giordano: perché affermare che tutto ««il dolore di Sabra e Shatila, tutto il lutto e l'ira dei superstiti siano stati trasformati in propaganda a favore della guerriglia antisraeliana»»? Ricordiamoci che quella strage, della quale parlò per primo il grande scrittore Jean Genet, non è mai stata punita nonostante sia da tempo tutto chiaro: dove e chi fossero gli ispiratori (Sharon e i suoi generali che controllavano militarmente i campi) e il nome ed il cognome degli esecutori (i soldati di Samir Geagea, il massacratore di Sabra e Chatila). Ricordiamoci che quella gente, oltre 500 mila persone, vive senza futuro, in un paese dove non hanno cittadinanza e dunque né lavoro né un proprio Stato dove tornare. E nonostante ciò proprio tra i campi profughi del Libano si impara che la resistenza di questo popolo non si è mai trasformata in vendetta. È invece uno degli insegnamenti più commoventi della storia della resistenza palestinese che dura tenacemente da sessant'anni: Stefano Chiarini, così duro e razionale si commuoveva girando dentro quei vicoli, se incrociavi il suo sguardo spesso aveva gli occhi lucidi. * Comitato Per non dimenticare Sabra e Shatila