giovedì 17 ottobre 2013
Lettera al Presidente della Repubblica
Oggi abbiamo restituito al Presidente della Repubblica le medaglie al valore che avevamo ricevuto nel 2011 e 2012. Gli abbiamo scritto anche una lettera che pubblichiamo di seguito:
“Egregio Sig. Presidente della Repubblica,
A seguito di nostre richieste alla presidenza della Repubblica per avere dei fondi con i quali finanziare la manifestazione culturale Lampedusainfestival, che si svolge dal 2009 a Lampedusa, abbiamo ricevuto, nel 2011 e nel 2012 due medaglie al valore, per la stessa manifestazione.
Dopo i drammatici eventi avvenuti a Lampedusa negli ultimi giorni sentiamo l’esigenza di inviarLe questa comunicazione. Era da tempo, in realtà, che molti di noi sentivano il bisogno di comunicarLe quanto segue; ma il dolore, la rabbia e lo strazio di questi giorni hanno fatto sì che non fosse più possibile indugiare oltre.
Rifiutiamo la spettacolarizzazione mediatica con cui il naufragio del 3 ottobre scorso è stato rappresentato e diffuso dall’industria dell’intrattenimento: dietro la morbosità con cui la fabbrica delle lacrime e del cordoglio del “lutto nazionale” provano a confezionare il format della rappresentazione della tragedia, dietro i riflettori, le conferenze stampa, le visite ufficiali, crediamo ci sia molto altro che vada denunciato.
Di fronte ad una strage come quella appena consumatasi, di fronte alle centinaia di corpi ancora ostaggio di un mare che certo non ha colpe pari a quelle della società umana, non accettiamo che ci sia chi venga sull’isola promettendo e assicurando. Non accettiamo più che ci si riempia la bocca di promesse, che si diano in pasto alle televisioni le lacrime di circostanza, le commozioni di rito, le figure degli “eroi” e dei salvatori, lasciando poi che le prime pagine si occupino d’altro, che i riflettori si spengano, che i giornalisti ripartano, lasciando tutto così come era prima.
A partire dalla legge 40/1998, legge che sicuramente Lei conoscerà bene dato che porta anche il Suo nome, l’Italia ha avviato una prassi di vero e proprio stato di eccezione, sancendo la detenzione ed il trattenimento di quanti non avevano commesso alcun reato. Con l’inasprirsi delle norme in materia di immigrazione la situazione è andata via via peggiorando. Il business dell’ “accoglienza” si articola oggi lungo una rete di strutture e di centri detentivi che, appaltati a strutture varie, rendono i migranti materia prima di un processo di produzione di profitto che ha luogo in una costante dinamica emergenziale. Come all’Aquila, come in Val di Susa: militarizzazione, gestione di emergenze alimentate ad arte, sospensione dei diritti e stato d’eccezione per creare laboratori di controllo sociale e di repressione.
L’ingerenza imperialista e neo-coloniale dei paesi cosiddetti occidentali destabilizza e rende subalterne intere aree geopolitiche, generando così fenomeni di emigrazione sempre più consistente. Una emigrazione necessaria al capitalismo finanziario dei nostri giorni, il cui conflitto con il lavoro vivo necessita che si impongano nuove forme di governo e di istituzioni e che il mercato stesso del lavoro delle società europee venga stravolto. Occorrono dunque gli immigrati, come manodopera di riserva, clandestina, sommersa, ricattabile, come marginalità sociale su cui far poggiare una riforma in senso neo-oligarchico delle società europee. Accanto alla marginalità migrante si colloca infatti il disagio sociale di quanti, italiani, vivono ormai processi espulsivi di subordinazione, di impoverimento, di negazione della dignità, di quanti lasciano il nostro paese vestendo ancora una volta, anche loro, i panni che in passato abbiamo dovuto troppo spesso vestire, quelli degli emigranti. E come ben saprà non si tratta solo della famigerata fuga dei cervelli: qui parliamo di migliaia che ogni anno lasciano il paese per poter anche solo avere la speranza di un lavoro che garantisca la sussistenza.
Così, sullo stesso scoglio di terra, nel canale di Sicilia, il migrante detenuto in un centro indegno, destinato a divenire un ingranaggio del motore del grande sfruttamento continentale, respira la stessa area della donna di Lampedusa che non può partorire sull’isola, perché non vi sono le strutture sanitarie adeguate, di chi rischierà di morire durante un disperato trasferimento in elicottero sulla terraferma per una emergenza che un ospedale avrebbe potuto benissimo affrontare, del bambino costretto in strutture scolastiche inadeguate, di un cittadino che è costretto a pagare i carburanti più cari d’Europa e che magari, essendo pescatore, è costretto a demolire la barca, perché il carburante è troppo caro.
La tragedia del 3 ottobre fa allora venire al pettine moltissimi nodi politici dei nostri tempi. Chi è che governa davvero questo paese? Quale quota di sovranità ancora mantengono le sue istituzioni? Assistiamo ad un continuo scarica barile tra i vari “rappresentanti delle istituzioni”. Quegli stessi che negli ultimi anni sono stati colpevolmente muti rispetto alla situazione di Lampedusa, che solo dopo il grande fatto di sangue è stata oggetto di una qualche grottesca attenzione, così come lo era stata esclusivamente in occasione delle emergenze più eclatanti come la vergogna accaduta nel 2011.
Riteniamo che la crisi politica delle società europee stia sempre più privando l’Italia della propria sovranità. Abbiamo perduto quella monetaria e siamo sempre più esposti ad un’erosione dell’autonomia e della capacità decisionale delle nostre istituzioni politiche. Una governance economico-politica, espressione delle élite tecnocratiche finanziarie e bancarie, impone ormai le proprie direttive e i propri selezionati referenti alle società europee ed alle loro istituzioni, senza che i loro cittadini siano in grado di opporvisi. Per di più l’Italia è succube ed asservita agli interessi militari e di ingerenza imperiale degli USA. Il nostro territorio, alla stregua di una colonia, è disseminato di istallazioni e basi militari e la vicenda del MUOS di Niscemi è solo l’ultima grottesca dimostrazione di uno svuotamento di senso dell’intero apparato politico-istituzionale del paese.
A cosa servono e che senso avrebbero queste medaglie, dopo aver sottoscritto un golpe costituzionale, voluto dai poteri economici e finanziari, quale quello del pareggio di bilancio, che strozzerà qualunque possibilità di un futuro per il paese intero? A cosa servirebbero dopo aver appoggiato la criminale aggressione della Libia, dopo aver condiviso e avallato un’operazione criminosa come la destabilizzazione della Siria, dopo aver sottoscritto il commissariamento da parte dell’oligarchia finanziaria di un intero paese che era un tempo la seconda forza manifatturiera del continente?
Quelle stesse istituzioni che vorrebbero appuntarci medaglie sul petto sono quelle che alimentano la macchina infame dei CIE, della militarizzazione della Val di Susa, della dislocazione coatta de L’Aquila, delle infinite emergenze dei rifiuti, dei legami organici e strutturali con le mafie, del pareggio di bilancio, della politica neo-coloniale che produce migrazioni, delle missioni di guerra spacciate per umanitarie e delle riforme del mercato del lavoro che generalizzano precarietà e marginalità.
Noi proseguiremo sul nostro cammino, convinti che la crisi epocale che stiamo vivendo può ospitare, in sé, i germi potenziali di un futuro altro e diverso, di una società rinnovata. Ma non abbiamo bisogno né vogliamo che siano queste medaglie a poter fungere da conferma e da riconoscimento di quanto da noi tentato. Perché se ad appuntarle è la stessa politica che, dopo una tragedia come quella di giovedì scorso, invoca rafforzamenti di Frontex, approfittando ancora una volta della questione migratoria per implementare la stretta militare sul Nord Africa, siamo convinti che la nostra strada vada in tutt’altra direzione.”
Associazione Culturale Askavusa - Lampedusa, lì 14/10/2013
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martedì 15 ottobre 2013
SPAGNA: PROTESTE CONTRO L’ONORIFICENZA DI UN’UNIVERSITÀ CATTOLICA A NETANYAHU
ADISTA NOTIZIE 33/2013
Certo non è paragonabile al Premio Nobel per la pace assegnato a Kissinger e ad Obama, ma fa pur sempre specie che l’Università cattolica di Sant’Antonio di Murcia (Ucam), in Spagna, abbia deciso di conferire la laurea honoris causa in Etica Politica e Scienze umane al premier israeliano Benjamin Netanyahu. La cerimonia avrà luogo ai primi di ottobre, sotto gli auspici dell’ex premier spagnolo José María Aznar che dirige la cattedra in questione, ma la decisione è stata suggellata già a fine luglio dal presidente dell’Ucam, José Luis Mendoza, durante una visita in Israele – in compagnia tra gli altri del card. Antonio Cañizares, prefetto della Congregazione per il Culto Divino – al cospetto dello stesso Netanyahu, il quale, ben contento, ha dichiarato che si impegnerà personalmente nel coordinamento delle nascenti relazioni tra l’Ucam e le università israeliane.
Molto meno contenti i teologi e le teologhe dell’Associazione spagnola Giovanni XXIII e i Comitati spagnoli Oscar Romero, i quali hanno espresso la loro più netta ripulsa nei confronti di questa iniziativa, che definiscono «un insulto e un’offesa al popolo palestinese, un attentato contro i diritti umani e una negazione della dignità di questo popolo». «Ci sembra scandaloso che un’università che si proclama cattolica agisca contro i più elementari principi di etica umanitaria e diritto internazionale, legittimando azioni che ledono i diritti legittimi del popolo palestinese», scrivono in un comunicato congiunto. «Se l’Università cattolica di Murcia non vuole essere complice della sistematica aggressione del governo israeliano contro il popolo palestinese, deve rinunciare a conferire questa onorificenza al primo ministro israeliano. È ancora in tempo».
Stesse considerazioni della Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACBI), dell’Associazione dei Professori Universitari e della Federazione Palestinese dei Sindacati dei Professori e degli Impiegati Universitari (PFUUPE) che hanno accolto con grande preoccupazione la notizia. «Negli ultimi anni Israele, per salvaguardare la sua immagine che andava macchiandosi, ha raddoppiato gli sforzi per autopromuoversi come un’illuminata democrazia liberale. L’assegnazione di simili onorificenze – scrivono le tre associazioni – gioca un ruolo fondamentale in questo tipo di partita e, conferendo tale riconoscimento al primo ministro di Israele, voi state in realtà aiutando il governo israeliano nelle sue politiche di promozione della propria immagine, assegnandogli lo status di membro nel privilegiato club occidentale delle democrazie liberali». «I criminali di guerra di Israele – è la loro conclusione – dovrebbero essere boicottati, non premiati».
L’UE tenga il punto!
Di diverso avviso evidentemente il segretario di Stato statunitense John Kerry che si è molto speso nelle scorse settimane per esercitare pressioni sull’Unione Europea affinché revochi o ammorbidisca le linee guida approvate nel luglio scorso che escludono le entità israeliane attive nei Territori occupati, compresa Gerusalemme Est, dal sostegno che l’UE può concedere sotto forma di sovvenzioni, premi o strumenti finanziari (v. Adista Documenti n. 31/13).
Un’ingerenza che non è passata inosservata, determinando la reazione, oltre che di moltissime realtà palestinesi, di 500 tra docenti e ricercatori universitari europei, i quali l’11 settembre hanno scritto una lettera all’Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione Europea, Catherine Ashton, incoraggiando l’UE a non annacquare le linee guida e a far sì che vengano applicate anche al nuovo programma quadro europeo per la ricerca e l’innovazione, “Horizon 2020”, per il quale si stimano investimenti per diversi miliardi di euro tra il 2014 e il 2020, e che vede la partnership di Israele (che però fin dall’emanazione delle linee guida in questione ha minacciato il proprio ritiro).
Le stesse sollecitazioni sono contenute in un’analoga lettera inviata il 16 settembre a tutti i ministri degli Esteri dell’UE da 15 figure di spicco della politica europea come l’ex ministro degli Esteri francese Hubert Védrine, l’ex vice ministro degli Esteri tedesco Wolfgang Ischinger e l’ex ambasciatore britannico all’ONU Jeremy Greenstock; e ancora Javier Solana, ex responsabile della politica estera dell’UE, Benita Ferrero-Waldner, ex commissario europeo per le relazioni esterne ed ex ministra degli Esteri austriaca, John Bruton, ex primo ministro irlandese, Andreas Van Agt, ex primo ministro olandese e Hans Van den Broek, ex ministro degli Esteri olandese.
Ma, a sorpresa, un sostegno alle linee guida europee è arrivato anche da ben 600 intellettuali, docenti universitari e artisti israeliani, tra cui sette vincitori del prestigioso Israel Prize (Dani Karavan, Alex Levac, David Tartakover, Shimon Sandbank, Zeev Sternhell, Yehoshua Kolodny e David Harel): «Consideriamo questo annuncio dell’UE come un atto di amicizia e di sostegno allo Stato di Israele all’interno dei suoi confini riconosciuti». «Se tale decisione sarà pienamente attuata – proseguono –, accelererà i negoziati di pace tra Israele e l’Autorità palestinese e aumenterà le possibilità di portare entrambe le parti al tavolo dei negoziati verso un accordo che comprenda il riconoscimento della green line come base per la definizione del confine politico tra Israele e Palestina». «Ci auguriamo che questa decisione sarà attuata al più presto da parte di tutti gli Stati europei, e convincerà altri Paesi, come Stati Uniti, Russia, Cina e India, ad accogliere ed aderire all’iniziativa europea. Chiediamo al governo di Israele – concludono – di evitare qualsiasi attività e reazione che possa danneggiare i nostri rapporti con l’Europa e di cessare il sostegno finanziario e le attività oltre la green line, per il bene di tutti i cittadini israeliani». (ingrid colanicchia)
Certo non è paragonabile al Premio Nobel per la pace assegnato a Kissinger e ad Obama, ma fa pur sempre specie che l’Università cattolica di Sant’Antonio di Murcia (Ucam), in Spagna, abbia deciso di conferire la laurea honoris causa in Etica Politica e Scienze umane al premier israeliano Benjamin Netanyahu. La cerimonia avrà luogo ai primi di ottobre, sotto gli auspici dell’ex premier spagnolo José María Aznar che dirige la cattedra in questione, ma la decisione è stata suggellata già a fine luglio dal presidente dell’Ucam, José Luis Mendoza, durante una visita in Israele – in compagnia tra gli altri del card. Antonio Cañizares, prefetto della Congregazione per il Culto Divino – al cospetto dello stesso Netanyahu, il quale, ben contento, ha dichiarato che si impegnerà personalmente nel coordinamento delle nascenti relazioni tra l’Ucam e le università israeliane.
Molto meno contenti i teologi e le teologhe dell’Associazione spagnola Giovanni XXIII e i Comitati spagnoli Oscar Romero, i quali hanno espresso la loro più netta ripulsa nei confronti di questa iniziativa, che definiscono «un insulto e un’offesa al popolo palestinese, un attentato contro i diritti umani e una negazione della dignità di questo popolo». «Ci sembra scandaloso che un’università che si proclama cattolica agisca contro i più elementari principi di etica umanitaria e diritto internazionale, legittimando azioni che ledono i diritti legittimi del popolo palestinese», scrivono in un comunicato congiunto. «Se l’Università cattolica di Murcia non vuole essere complice della sistematica aggressione del governo israeliano contro il popolo palestinese, deve rinunciare a conferire questa onorificenza al primo ministro israeliano. È ancora in tempo».
Stesse considerazioni della Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACBI), dell’Associazione dei Professori Universitari e della Federazione Palestinese dei Sindacati dei Professori e degli Impiegati Universitari (PFUUPE) che hanno accolto con grande preoccupazione la notizia. «Negli ultimi anni Israele, per salvaguardare la sua immagine che andava macchiandosi, ha raddoppiato gli sforzi per autopromuoversi come un’illuminata democrazia liberale. L’assegnazione di simili onorificenze – scrivono le tre associazioni – gioca un ruolo fondamentale in questo tipo di partita e, conferendo tale riconoscimento al primo ministro di Israele, voi state in realtà aiutando il governo israeliano nelle sue politiche di promozione della propria immagine, assegnandogli lo status di membro nel privilegiato club occidentale delle democrazie liberali». «I criminali di guerra di Israele – è la loro conclusione – dovrebbero essere boicottati, non premiati».
L’UE tenga il punto!
Di diverso avviso evidentemente il segretario di Stato statunitense John Kerry che si è molto speso nelle scorse settimane per esercitare pressioni sull’Unione Europea affinché revochi o ammorbidisca le linee guida approvate nel luglio scorso che escludono le entità israeliane attive nei Territori occupati, compresa Gerusalemme Est, dal sostegno che l’UE può concedere sotto forma di sovvenzioni, premi o strumenti finanziari (v. Adista Documenti n. 31/13).
Un’ingerenza che non è passata inosservata, determinando la reazione, oltre che di moltissime realtà palestinesi, di 500 tra docenti e ricercatori universitari europei, i quali l’11 settembre hanno scritto una lettera all’Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione Europea, Catherine Ashton, incoraggiando l’UE a non annacquare le linee guida e a far sì che vengano applicate anche al nuovo programma quadro europeo per la ricerca e l’innovazione, “Horizon 2020”, per il quale si stimano investimenti per diversi miliardi di euro tra il 2014 e il 2020, e che vede la partnership di Israele (che però fin dall’emanazione delle linee guida in questione ha minacciato il proprio ritiro).
Le stesse sollecitazioni sono contenute in un’analoga lettera inviata il 16 settembre a tutti i ministri degli Esteri dell’UE da 15 figure di spicco della politica europea come l’ex ministro degli Esteri francese Hubert Védrine, l’ex vice ministro degli Esteri tedesco Wolfgang Ischinger e l’ex ambasciatore britannico all’ONU Jeremy Greenstock; e ancora Javier Solana, ex responsabile della politica estera dell’UE, Benita Ferrero-Waldner, ex commissario europeo per le relazioni esterne ed ex ministra degli Esteri austriaca, John Bruton, ex primo ministro irlandese, Andreas Van Agt, ex primo ministro olandese e Hans Van den Broek, ex ministro degli Esteri olandese.
Ma, a sorpresa, un sostegno alle linee guida europee è arrivato anche da ben 600 intellettuali, docenti universitari e artisti israeliani, tra cui sette vincitori del prestigioso Israel Prize (Dani Karavan, Alex Levac, David Tartakover, Shimon Sandbank, Zeev Sternhell, Yehoshua Kolodny e David Harel): «Consideriamo questo annuncio dell’UE come un atto di amicizia e di sostegno allo Stato di Israele all’interno dei suoi confini riconosciuti». «Se tale decisione sarà pienamente attuata – proseguono –, accelererà i negoziati di pace tra Israele e l’Autorità palestinese e aumenterà le possibilità di portare entrambe le parti al tavolo dei negoziati verso un accordo che comprenda il riconoscimento della green line come base per la definizione del confine politico tra Israele e Palestina». «Ci auguriamo che questa decisione sarà attuata al più presto da parte di tutti gli Stati europei, e convincerà altri Paesi, come Stati Uniti, Russia, Cina e India, ad accogliere ed aderire all’iniziativa europea. Chiediamo al governo di Israele – concludono – di evitare qualsiasi attività e reazione che possa danneggiare i nostri rapporti con l’Europa e di cessare il sostegno finanziario e le attività oltre la green line, per il bene di tutti i cittadini israeliani». (ingrid colanicchia)
sabato 12 ottobre 2013
Tutti sull’Isola - Scriviamo insieme la Carta di Lampedusa
di Progetto Melting Pot Europa
Tutti sull’Isola - Scriviamo insieme la Carta di Lampedusa
Un sogno, una suggestione e già una proposta. Ripartiamo da Lampedusa per disegnare una nuova Europa
Da troppi anni si strumentalizzano Lampedusa e lo “spettacolo” della sua frontiera per alimentare ansie da “invasione”, per raccontare che l’unica soluzione sono il controllo e l’approccio securitario alle migrazioni, per non parlare mai, paradossalmente, delle ragioni e delle storie di quelle migliaia di donne e uomini che migrano fuggendo da quell’ingiustizia sociale e globale che li rende le ultime e gli ultimi della terra.
E ancora oggi, mentre dopo la morte di 300 persone si accendono finalmente i riflettori anche sulle altre 20.000 inghiottite dal Mediterraneo negli ultimi anni, per l’ennesima volta troppe voci stanno usando Lampedusa in modo strumentale, come accade con il susseguirsi di passerelle di politici sull’Isola che sta scatenando nuovamente la giusta rabbia degli abitanti.
Parlare di Lampedusa, ripartire da Lampedusa, deve avere adesso invece un significato completamente diverso.
In questo senso dalle pagine de Il Manifesto il Sindaco Giusy Nicolini, invoca un cambiamento vero delle norme, della politica, dell’Europa intera, proponendo di ospitare questo auspicato processo proprio nell’Isola.
Dal canto nostro sappiamo che la scrittura di nuove regole può avere segni differenti. E se proprio da Lampedusa ripartisse dal basso una spinta per cambiare radicalmente l’Europa, questo Paese, le sue norme e la sua politica?
Dopo la strage di giovedì scorso, anche grazie all’appello per un canale umanitario che insieme a tantissimi abbiamo promosso dalle pagine di Melting Pot Europa, si è aperto un dibattito inedito, impensabile fino a pochi giorni fa. Cosa ci dice la petizione on-line proposta da La Repubblica per cancellare la legge Bossi-Fini se non questo? Di cosa ci parla la proposta di cancellazione del reato di clandestinità?
Agire questo spazio, mantenerlo aperto, provare a lavorare affinché si trasformi in azioni concrete, è, crediamo, un dovere di noi tutti.
Ma per farlo abbiamo bisogno di metterci in cammino abbandonando l’idea che qualcuno possa farlo al posto nostro.
Perché pur essendone stati i promotori, siamo consapevoli del fatto che nonostante questi appelli abbiano contribuito ad aprire una discussione, non sono sufficiente a produrre invece una trasformazione reale delle regole che disegnano lo scenario in cui si consumano le stragi del Mediterraneo e le violazione dei diritti di milioni di cittadini non riconosciuti all’interno dei confini europei. Migliaia di firme insomma non si trasformeranno automaticamente in decisioni politiche.
C’è poi un secondo aspetto, estremamente delicato, su cui è necessario fare chiarezza. Lo spazio di discussione che si è aperto e l’idea di rivisitazione delle regole di cui oggi parlano tutti, da Napolitano a Barroso, da Alfano a Letta, non ha certo una direzione scontata. La discussione verte tutta intorno al potenziamento dei pattugliamenti di Frontex, alla riscrittura degli accordi bilaterali, all’appalto delle domande d’asilo ai Paesi Terzi, al recepimento delle direttive UE, il cui termine di recepimento era stato fatto abbondantemente scadere, a qualche aggiustamento normativo. Tutto condito dalla retorica della lotta ai trafficanti, del rispetto dei diritti umani, della solidarietà europea.
Il dramma di Lampedusa ha di fatto messo in discussione la legittimità delle politiche europee ed italiane in materia di immigrazione. Di conseguenza le istituzioni europee e nazionali si trovano di fronte alla necessità di riscriverne le regole, o alcune di queste, di raffinarne i meccanismi, di annunciarne la cancellazione di attenuarne le spigolature, con lo scopo di poter riaffermare, nella sostanza, l’impianto stesso dell’Europa Fortezza.
Anche la paventata abolizione del reato di ingresso e soggiorno irregolare (che da sola cambia poco o nulla) parla lo stesso linguaggio. Per la politica istituzionale è urgente l’abbandono della simbologia e delle retoriche del pugno di ferro per mostrarsi oggi commossa, così da recuperare sul terreno della governance quel consenso che le morti di Lampedusa hanno affievolito. Ma come sappiamo l’abito non fa il monaco e vi è il rischio concreto che la politica istituzionale dica di voler cambiare tutto per poi invece non cambiare in concreto nulla, affogando nuovamente le speranze di milioni di donne e uomini nelle acque torbide delle larghe intese e degli egoismi europei.
Tocca a tutti noi giocare la partita che si è aperta perché ogni discorso di cambiamento prenda un’altra traiettoria.
Non esistono scorciatoie. Esiste invece la possibilità di ripartire insieme perché l’incredibile disponibilità a mettersi in gioco che abbiamo registrato da parte di molti dopo i tragici avvenimenti di giovedì scorso, possa trasformarsi in un percorso di migliaia di persone, in una riscrittura delle regole attraverso un’elaborazione giuridica, politica, culturale, che sia veramente collettiva.
In questi anni ci abbiamo provato in molti. Ma oggi abbiamo la possibilità di farlo in tantissimi.
E’ una suggestione, un sogno, ma può diventare una proposta concreta se ci lavoriamo insieme.
A partire da Lampedusa. Ritrovandoci a stretto giro insieme sull’Isola, con chi sull’Isola oggi chiede un cambiamento, insieme a chi ha sottoscritto gli appelli di questi giorni, insieme a chi in questi anni ha elaborato proposte, a chi vuole giocare questa sfida fino in fondo, per dare vita ad un grande meeting, un momento di discussione aperto, tra associazioni, collettivi, organizzazioni e singoli. Per un momento di elaborazione di proposte ma anche di costruzione di una campagna nazionale ed europea per un’Italia senza la legge Bossi-Fini, per un’Europa diversa, senza detenzione, respingimenti, cittadinanze negate e diritti violati. Per metterci a disposizione degli abitanti di Lampedusa e diffondere in tutto il continente le loro istanze.
Per far si che proprio il luogo che in questi anni ha dovuto subire le scelte della politica europea, diventi invece motore di un’ipotesi di cambiamento.
Ritroviamoci a Lampedusa per scrivere insieme la Carta di Lampedusa.
Progetto Melting Pot Europa
Vedi anche
Appello per l’apertura di un canale umanitario fino all’Europa per il diritto d’asilo europeo
La Fortezza Europa cerca consenso - Via il reato di clandestinità
Lacrime e commozione non fermano le stragi - Due nuovi naufragi nel Mediterraneo
Tutti sull’Isola - Scriviamo insieme la Carta di Lampedusa
Un sogno, una suggestione e già una proposta. Ripartiamo da Lampedusa per disegnare una nuova Europa
Da troppi anni si strumentalizzano Lampedusa e lo “spettacolo” della sua frontiera per alimentare ansie da “invasione”, per raccontare che l’unica soluzione sono il controllo e l’approccio securitario alle migrazioni, per non parlare mai, paradossalmente, delle ragioni e delle storie di quelle migliaia di donne e uomini che migrano fuggendo da quell’ingiustizia sociale e globale che li rende le ultime e gli ultimi della terra.
E ancora oggi, mentre dopo la morte di 300 persone si accendono finalmente i riflettori anche sulle altre 20.000 inghiottite dal Mediterraneo negli ultimi anni, per l’ennesima volta troppe voci stanno usando Lampedusa in modo strumentale, come accade con il susseguirsi di passerelle di politici sull’Isola che sta scatenando nuovamente la giusta rabbia degli abitanti.
Parlare di Lampedusa, ripartire da Lampedusa, deve avere adesso invece un significato completamente diverso.
In questo senso dalle pagine de Il Manifesto il Sindaco Giusy Nicolini, invoca un cambiamento vero delle norme, della politica, dell’Europa intera, proponendo di ospitare questo auspicato processo proprio nell’Isola.
Dal canto nostro sappiamo che la scrittura di nuove regole può avere segni differenti. E se proprio da Lampedusa ripartisse dal basso una spinta per cambiare radicalmente l’Europa, questo Paese, le sue norme e la sua politica?
Dopo la strage di giovedì scorso, anche grazie all’appello per un canale umanitario che insieme a tantissimi abbiamo promosso dalle pagine di Melting Pot Europa, si è aperto un dibattito inedito, impensabile fino a pochi giorni fa. Cosa ci dice la petizione on-line proposta da La Repubblica per cancellare la legge Bossi-Fini se non questo? Di cosa ci parla la proposta di cancellazione del reato di clandestinità?
Agire questo spazio, mantenerlo aperto, provare a lavorare affinché si trasformi in azioni concrete, è, crediamo, un dovere di noi tutti.
Ma per farlo abbiamo bisogno di metterci in cammino abbandonando l’idea che qualcuno possa farlo al posto nostro.
Perché pur essendone stati i promotori, siamo consapevoli del fatto che nonostante questi appelli abbiano contribuito ad aprire una discussione, non sono sufficiente a produrre invece una trasformazione reale delle regole che disegnano lo scenario in cui si consumano le stragi del Mediterraneo e le violazione dei diritti di milioni di cittadini non riconosciuti all’interno dei confini europei. Migliaia di firme insomma non si trasformeranno automaticamente in decisioni politiche.
C’è poi un secondo aspetto, estremamente delicato, su cui è necessario fare chiarezza. Lo spazio di discussione che si è aperto e l’idea di rivisitazione delle regole di cui oggi parlano tutti, da Napolitano a Barroso, da Alfano a Letta, non ha certo una direzione scontata. La discussione verte tutta intorno al potenziamento dei pattugliamenti di Frontex, alla riscrittura degli accordi bilaterali, all’appalto delle domande d’asilo ai Paesi Terzi, al recepimento delle direttive UE, il cui termine di recepimento era stato fatto abbondantemente scadere, a qualche aggiustamento normativo. Tutto condito dalla retorica della lotta ai trafficanti, del rispetto dei diritti umani, della solidarietà europea.
Il dramma di Lampedusa ha di fatto messo in discussione la legittimità delle politiche europee ed italiane in materia di immigrazione. Di conseguenza le istituzioni europee e nazionali si trovano di fronte alla necessità di riscriverne le regole, o alcune di queste, di raffinarne i meccanismi, di annunciarne la cancellazione di attenuarne le spigolature, con lo scopo di poter riaffermare, nella sostanza, l’impianto stesso dell’Europa Fortezza.
Anche la paventata abolizione del reato di ingresso e soggiorno irregolare (che da sola cambia poco o nulla) parla lo stesso linguaggio. Per la politica istituzionale è urgente l’abbandono della simbologia e delle retoriche del pugno di ferro per mostrarsi oggi commossa, così da recuperare sul terreno della governance quel consenso che le morti di Lampedusa hanno affievolito. Ma come sappiamo l’abito non fa il monaco e vi è il rischio concreto che la politica istituzionale dica di voler cambiare tutto per poi invece non cambiare in concreto nulla, affogando nuovamente le speranze di milioni di donne e uomini nelle acque torbide delle larghe intese e degli egoismi europei.
Tocca a tutti noi giocare la partita che si è aperta perché ogni discorso di cambiamento prenda un’altra traiettoria.
Non esistono scorciatoie. Esiste invece la possibilità di ripartire insieme perché l’incredibile disponibilità a mettersi in gioco che abbiamo registrato da parte di molti dopo i tragici avvenimenti di giovedì scorso, possa trasformarsi in un percorso di migliaia di persone, in una riscrittura delle regole attraverso un’elaborazione giuridica, politica, culturale, che sia veramente collettiva.
In questi anni ci abbiamo provato in molti. Ma oggi abbiamo la possibilità di farlo in tantissimi.
E’ una suggestione, un sogno, ma può diventare una proposta concreta se ci lavoriamo insieme.
A partire da Lampedusa. Ritrovandoci a stretto giro insieme sull’Isola, con chi sull’Isola oggi chiede un cambiamento, insieme a chi ha sottoscritto gli appelli di questi giorni, insieme a chi in questi anni ha elaborato proposte, a chi vuole giocare questa sfida fino in fondo, per dare vita ad un grande meeting, un momento di discussione aperto, tra associazioni, collettivi, organizzazioni e singoli. Per un momento di elaborazione di proposte ma anche di costruzione di una campagna nazionale ed europea per un’Italia senza la legge Bossi-Fini, per un’Europa diversa, senza detenzione, respingimenti, cittadinanze negate e diritti violati. Per metterci a disposizione degli abitanti di Lampedusa e diffondere in tutto il continente le loro istanze.
Per far si che proprio il luogo che in questi anni ha dovuto subire le scelte della politica europea, diventi invece motore di un’ipotesi di cambiamento.
Ritroviamoci a Lampedusa per scrivere insieme la Carta di Lampedusa.
Progetto Melting Pot Europa
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Lacrime e commozione non fermano le stragi - Due nuovi naufragi nel Mediterraneo
Lacrime e commozione non fermano le stragi - Due nuovi naufragi nel Mediterraneo
Un natante si rovescia nel Canale di Sicilia, a 70 miglia da Lampedusa, in acque maltesi, l’altro in acque egiziane. Muoiono oltre 60 persone. Tra loro donne e bambini
Commozione, lacrime, emergenza, funerali di stato, richiami all’Europa, annunci, bagarre parlamentari. Questa è in concreto la reazione della politica alla strage di Lampedusa. E mentre ancora si recuperano i cadaveri inghiottiti dal mare lo scorso 3 ottobre, in mare si consumano nuove tragedie. Questa volta in acque maltesi, a circa settanta miglia dalle coste di Lampedusa. Ancora un barcone carico di eritrei e somali, ancora corpi inghiottiti dalla frontiera europea, ancora donne e bambini.
Un natante con a bordo circa 250 persone si è rovesciato al passaggio di un arero militare. Duecento persone sono state tratte in salvo dalla Guardia Costiera e dalla Marina maltese, per gli altri invece il destino è lo stesso toccato a quei 339 migranti in fuga che ancora giaciono senza vita all’interno dell’hangar di Lampedusa.
L’altro naufragio è avvenuto in acque maltesi dove una barca diretta in Europa con a bordo circa 150 cittadini siriani e palestinesi è affondata. Le vittime sono probabilmente dodici.
Intanto l’Europa che si inginocchia di fronte alle bare di Lampedusa ha saputo solo discutere di rinforzare i pattugliamenti di Frontex, di aumentare i controlli, di redistribuire i superstiti per far fronte all’emergenza, di ritoccare le norme, di abolire alcuni provvedimenti simbolo (come il reato di clandestinità) per poi in fondo non cambiare nulla.
Ma è un’emergenza?
Si, se di emergenza si tratta è quella di una quotidiana tragedia che si consuma al largo di Lampedusa e che i suoi abitanti vivono sul molo dell’Isola. Quella che anche quando i riflettori accesi vede quasi un morto al giorno approdare sull’Isola.
Se ne esiste una di emergenza, non è certo quella che vede gli Stati impegnati a far fronte ad una "ondata" di sbarchi. Se esiste un’emergenza non è quella che si risolve con la speranza di essere più fortunati al prossimo allarme lanciato da una barca in mezzo al Mar Mediterraneo.
Se esiste un’emergenza è quella di smetterla di desiderare che si muoia lo stesso, ma lontano da noi. E’ quella per l’apertura immediata di un canale umanitario, un canale di ingresso che permetta a chi fugge da guerra e torture, da violenze e persecuzioni, di non morire nel tentativo di raggiungere l’Europa. E’ quella di una nuova Europa che abbandoni l’ossessione per il controllo delle sue frontiere, tanto violento quanto evidentemente dannoso ed inutile al suo stesso scopo dichiarato.
E’ quella di smetterla di essere soddisfatti per le gloriose operazioni che hanno portato la Guardia Costiera a salvare 50 persone, mentre altre 50 sono state inghiottite dalle acque. E’ quella di chi non vuole che ci sia più alcuna vita da salvare in mare perché l’Europa ha imparato a rispettare i diritti riconosciuti come sacrosanti dalle carte costituenti e dai trattati, quelli che animano le cerimonie e poi invece vengono dimenticati in mezzo al mare e nei luoghi in cui si scrivono le regole.
Perché non accada più, perché queste emergenze diventino le nostre urgenze, è necessario mettersi in cammino e non stare a guardare, mettersi in moto tutti insieme senza pensare che qualcuno possa farlo al posto nostro.
Difficilmente l’Europa Fortezza smetterà di imporre confini mortali se non saremo noi tutti, cittadini europei, a dare un’altra direzione a questa Europa: la rotta dei diritti.
venerdì 11 ottobre 2013
La destra Israeliana prende di mira i libri di testo.
I partiti conservatori fanno pressione per rimuovere la storia palestinese dal programma scolastico.
di Jonathan Cook
Nazareth, Israele – Il governo di destra israeliano e i suoi sostenitori sono accusati di fomentare un clima di crescente intimidazione e intolleranza nelle scuole e tra i gruppi che lavorano per una soluzione pacifica del conflitto israelo-palestinese.
Gli ultimi tentativi della destra di soffocare il dissenso hanno incluso la censura dei libri di testo e il tentativo di mettere a tacere le organizzazioni che sollevano inquietanti interrogativi su Israele e il suo passato – in quello che sembra essere l’intensificarsi di una guerra per le menti degli israeliani.
Gruppi alleati al governo hanno cercato di impedire la recente programmazione a Tel Aviv di una conferenza internazionale che esaminava gli avvenimenti che circondano la creazione di Israele nel 1948 – conosciuti come “Guerra di Indipendenza” dagli israeliani e “Nakba”, o catastrofe, dai palestinesi.
Allo stesso tempo, è venuto alla luce che uno dei gruppi di estrema destra coinvolti, Im Tirtzu, aveva avviato una campagna per chiudere l’organizzazione responsabile della conferenza, Zochrot, accusandola di aver violato la legge israeliana per “rifiuto dell’esistenza di Israele”.
Zochrot ha sfidato il più grande tabù di Israele: il diritto di milioni di palestinesi di ritornare nelle case da cui loro e i loro antenati furono espulsi nel 1948. Molti israeliani si oppongono con forza a tale iniziativa in quanto ritengono che essa comporti la fine dell’ebraicità del loro stato.
Eitan Bronstein, fondatore di Zochrot, ha detto che la conferenza di due giorni ha subito particolari minacce dalla destra. “Per la prima volta abbiamo ipotizzato il diritto al ritorno più che solo teorico,” ha dichiarato.
“Questa volta ha avuto grande risalto considerare come possiamo implementare il ritorno. I profughi ci hanno fornito perfino modelli simulati al computer di come potrebbe essere realizzato in pratica.”
La tempistica è imbarazzante per Israele in quanto i colloqui di pace con i palestinesi, a lungo in fase di stallo, sono stati rilanciati di recente sotto la pressione degli Stati Uniti. Una delle questioni chiave per giungere a una soluzione è se sarebbe stato permesso ai profughi di ritornare ai più di 500 villaggi successivamente distrutti da Israele
Più in generale, i gruppi di estrema destra vicini al governo di Benjamin Netanyahu hanno cercato i modi per bloccare i finanziamenti alle organizzazioni che sono ritenute essere troppo critiche nei confronti di Israele o che operano per la tutela dei diritti umani dei palestinesi sotto occupazione.
Apprendimento politicizzato
Durante l’estate, uno dei partiti della coalizione di governo ha introdotto una legislazione per bloccare quei finanziamenti per quella che definisce attività “anti-israeliana”.
Un gruppo di destra che ha contribuito a redigere la legislazione, la ONG Monitor, ha usato la conferenza di Zochrot per mettere in risalto l’illegittimità del finanziamento estero.
Yitzhak Santis, un funzionario della ONG Monitor, ha dichiarato che i sostenitori europei della conferenza avevano cospirato in un evento che equivale a un “appello per la eliminazione di Israele come stato-nazione del popolo ebraico”.
Pure il governo è finito nel mirino per i suoi tentativi crescenti di vigilare il programma scolastico al fine di rimuovere i riferimenti alla Nakba e sminuire i diritti dei cittadini palestinesi di Israele che costituiscono un quinto della popolazione.
Le revisioni al programma di educazione civica che tutti gli studenti devono studiare per passare l’esame di maturità, sono stati criticati in un rapporto che ha messo in dubbio che l’approccio ultranazionalistico del ministero dell’istruzione sia “compatibile pure con un regime democratico.”
I nuovi libri di testo riprendono la legislazione in corso di elaborazione da parte dei membri della coalizione di governo per definire il carattere di Israele come patria esclusiva del popolo ebraico e per porre l’accento sul fatto che solo gli ebrei in Israele hanno il diritto dell’autodeterminazione.
Halleli Pinson, una professoressa di pedagogia alla Università Ben Gurion di Beersheva che ha condotto lo studio, ha detto che sempre di più emergeva all’interno delle scuole israeliane un “regime di terrore”.
“I valori democratici, liberali, umani vengono considerati ora irragionevoli tra i funzionari dell’istruzione,” ha ammesso. “Viene ritenuto che essi compromettano lo status di Israele come stato ebraico. Ora l’unica prospettive che viene promossa nel campo dell’istruzione è di destra.”
Alla recente conferenza per il diritto al ritorno, studiosi locali e internazionali hanno discusso piani concreti per riportare in Israele i profughi palestinesi.
Le restrizioni all’accesso in Israele, stanno a significare che pochi profughi palestinesi provenienti da fuori Israele hanno potuto partecipare. Però vi hanno preso parte diversi profughi palestinesi interni, con la cittadinanza israeliana. Nonostante la loro cittadinanza, come agli altri profughi viene loro sbarrato il ritorno ai propri villaggi. La conferenza è stata tenuta all’Eretz Israel Museum, un prestigioso museo archeologico di Tel Aviv.
“Ricordare”
Zochrot, che significa “ricordare” in ebraico, è la prima organizzazione che cerca di educare i giovani israeliani riguardo la Nakba. Fin dalla sua fondazione nel 2002, ha condotto migliaia di israeliani a visitare i villaggi distrutti lasciando cartelli in ebraico e in arabo che identificano strade, cimiteri ed edifici perduti come moschee, chiese e scuole, suscitando spesso l’ostilità dei residenti ebrei del posto.
Come parte della sua missione, Zochrot ha realizzato dei kit per insegnanti sulla Nakba, anche se i funzionari dell’istruzione hanno impedito loro l’accesso alla aule scolastiche. Il ministero ha pure cercato di impedire agli insegnanti di prendere parte a tempo perso ai seminari di Zochrot.
Lo scorso anno Zochrot ha costituito un archivio di film che documentano le testimonianze dei veterani israeliani della guerra del 1948. Nelle riprese molti parlano per la prima volta dei crimini di guerra commessi e di aver effettuato operazioni di pulizia etnica.
Il lavoro dell’organizzazione è una diretta sfida ai tentativi del governo di sopprimere la discussione sugli eventi che circondano la fondazione di Israele.
Nel 2008, poco prima di diventare primo ministro, Benjamin Netanyahu dichiarò che avrebbe messo uno stop a che gli israeliani vengano a conoscenza della Nakba. Facendo riferimento al programma scolastico, egli disse [in ebraico]: “La prima cosa che faremo è quella di rimuovere la Nakba.”
Tre anni dopo, il governo di Netanyahu ha approvato una legge che esclude le pubbliche istituzioni, comprese scuole e biblioteche, dal beneficio dei finanziamenti statali se fanno riferimento alla Nakba.
Bronstein ha detto che la crescente importanza e combattività di Zochrot nel mettere in discussione la tradizionale narrativa di Israele riguardo al 1948 gli ha inimicato il governo e i suoi sostenitori.
“Dato che diventa più difficile ignorare il nostro lavoro e noi diveniamo più conosciuti, la destra è divenuta più aggressiva nei metodi che usa nei nostri confronti.
Lo scorso anno, la polizia circondò gli uffici di Zochrot a Tel Aviv nel giorno in cui gli israeliani celebrano la loro “indipendenza” e i palestinesi commemorano la Nakba per impedire che il personale partecipasse a un evento in una piazza centrale durante il quale avrebbero letto i nomi dei villaggi palestinesi distrutti.
La polizia, che arrestò tre membri di Zochrot che avevano cercato di liberarsi dal cordone, giustificò l’azione in base al fatto che il gruppo in piazza avrebbe corso il rischio di essere aggredito dalla folla.
A guidare l’attacco a Zochrot fu un movimento giovanile di estrema destra noto come Im Tirtzu. Bronstein ha detto che il gruppo aveva lavorato a stretto contatto con il governo nella stesura della legge sulla Nakba.
Le indagini dei media israeliani hanno evidenziato che parte del finanziamento di Im Tirtzu proviene dall’Agenzia Ebraica, che, in Israele, gode di uno status semigovernativo. Il gruppo è noto per essere vicino ai principali ministri del governo, tra cui il ministro dell’interno, Gideon Saar, che è stato il relatore principale alla sua conferenza annuale del 2010. Egli ha descritto il lavoro di Im Tirtzu come “benedetto” ed “estremamente vitale”.
E’ stato riferito che gruppi di estrema destra, compreso Im Tirtzu, abbiano fatto forti pressioni politiche sull’Erez Museum perché cancellasse la conferenza di Zochrot, includendo una campagna di boicottaggio contro il museo nel caso in cui l’evento fosse andato avanti.
All’ultimo minuto, i funzionari del museo, tesi, hanno cercato di cambiare le condizioni di svolgimento della conferenza. Hanno richiesto a Zochrot di finanziare guardie di sicurezza extra per proteggere il luogo dalle proteste della destra e di oscurare sul poster e sugli inviti i riferimenti a “Sheikh Muwannis”, il villaggio palestinese distrutto sul cui terreno è costruito il museo.
Zochrot si è rifiutato e il museo ha ceduto solo dopo che gli avvocati hanno minacciato di citarlo in giudizio per violazione contrattuale. Michael Sfard, rappresentante di Zochrot, ha definito le richieste del museo “illegali” e ha detto che costituivano una “discriminazione intellettuale e ideologica”.
Gruppo “fascista”
Gli sforzi di Im Tirtzu di bloccare la conferenza hanno fatto seguito alle rivelazioni dei inizi di questo anno secondo cui il suo direttore, Ronen Shoval, aveva reclutato investigatori privati per spiare le organizzazioni di sinistra quale Zochrot. Gli investigatori avevano fatto irruzione negli uffici di Michael Sfard, un eminente avvocato per i diritti umani, e avevano rubato documenti relativi a queste organizzazioni.
Le rivelazioni sono emerse nel corso di un caso giudiziario in cui Im Tirtzu aveva denunciato otto attivisti per averlo definito “fascista” su Facebook. In una situazione umiliante per il movimento e il governo, il giudice del caso ha avallato gli attivisti dopo aver ascoltato gli esperti israeliani sul fascismo sostenere che la descrizione era giustificata.
Un altro gruppo di estrema destra, la ONG Monitor, ha lavorato a stretto contatto con il governo per cercare di bloccare la principale fonte di finanziamento, dovuta ai governi europei, per le organizzazioni di sinistra e dei diritti umani in Israele.
Bronstein ha affermato che, lo scorso anno, la ONG Monitor aveva persuaso un finanziatore tedesco, la Fondazione EVZ, a ritirare il suo denaro.
Un tentativo del governo di redigere la legislazione per bloccare i finanziamenti esteri è stato abbandonato nel 2011, senza fare storie, per la pressione degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.
Tuttavia, uno dei partner della coalizione di governo di Netanyahu, il Partito della Casa Ebraica, in estate ha annunciato che avrebbe riportato in auge la legislazione. Le organizzazioni che mettono in discussione le istanze democratiche di Israele o supportano indagini contro soldati israeliani per crimini di guerra avranno davanti a sé la prospettiva della chiusura.
Jafar Farah, direttore di Mossala, un gruppo di pressione politica della minoranza palestinese in Israele, ha detto che molti finanziatori ora “erano impauriti” a causa della campagna.
“Dato l’obiettivo di questa campagna di intimidire i donatori riscuote successo, per le organizzazioni dei diritti umani e per le organizzazioni arabe in Israele il finanziamento inizia a esaurirsi,” ha affermato.
Ha fatto riferimento alla decisione di uno dei principali donatori, la Fondazione Ford, di interrompere i progetti di finanziamento in Israele a causa della pressione.
“pregiudizi liberali”
Nel frattempo, il governo è stato di recente duramente criticato per la concessione data a un altro gruppo di estrema destra, l’Istituto per le Strategie Sioniste, di rivedere i libri di testo usati nelle scuole per preparare gli allievi all’esame di maturità, come parte delle iniziative per rendere il programma di studi più apertamente nazionalista.
Il ministero dell’istruzione ha svolto una revisione dei libri di testo alla ricerca di segni di “pregiudizio liberale”, tra cui libri di storia che fanno riferimento alla Nakba.
Il campo di battaglia principale, tuttavia, è stato quello dei corsi di educazione civica, l’unica parte del programma che affronta temi come la democrazia, i diritti umani, l’uguaglianza e i principi universali di cittadinanza.
L’anno scorso il supervisore del ministero dell’istruzione del programma di educazione civica, Adar Cohen, è stato licenziato nonostante una petizione di centinaia di insegnanti di educazione civica che si opponeva alla decisione.
Era stato criticato dalla destra per la pubblicazione di un libro di testo che conteneva riferimenti al Rapporto Golstone, una missione di inchiesta delle Nazioni Unite che ha criticato Israele per il compimento di quelli che sembravano essere crimini di guerra durante l’attacco a Gaza dell’inverno 2008-2009.
Asher Cohen, un membro di alto grado dell’Istituto per le Strategie Sioniste, è stato nominato a capo della commissione educazione civica del ministero. Fondato da leader dei coloni, l’Istituto è fortemente dipendente dai finanziamenti dei gruppi neoconservatori di Washington.
A un altro membro dell’Istituto, Aviad Bakshi, è stata data la supervisione esclusiva sulla riscrittura del principale testo di educazione civica, Essere Cittadini di Israele, dopo che la destra si era lamentata che era troppo critico nei confronti del paese.
Lo studio della Pinson della Ben Gurion University ha trovato che la nuova edizione propendeva pesantemente verso una concezione nazionalistica di Israele che promuoveva le caratteristiche di uno stato ebraico a scapito dei principi democratici.
“L’influenza dell’Istituto per le Strategie Sioniste è evidente nel nuovo libro di testo. La prospettiva è molto inquietante, in quanto le minoranze in Israele non dovrebbero avere il diritto di influenzare la sfera pubblica.”
Il ministero dell’istruzione non si è reso disponibile per un commento.
Yousef Jabareen, direttore di Dirasat, un centro di politica sociale di Nazareth che ha commissionato il rapporto, ha dichiarato di aver ricevuto numerose denunce da parte di insegnanti nelle scuole arabe di Israele.
“Riferiscono che trovano impossibile insegnare il programma di studi in quanto il suo messaggio è contrario alla parità e all’integrazione,” ha affermato. ”E’ particolarmente problematico perché questi argomenti sono obbligatori e gli alunni non possono immatricolarsi senza aver superato l’esame di educazione civica”.
La Pinson ha detto che il libro ha pure implicitamente accusato i cittadini palestinesi del paese della discriminazione cui sono esposti, tra cui la difficoltà di trovare lavoro. Ha riferito che il messaggio implicito era “come se la minoranza araba stessa fosse responsabile per la sua scarsa partecipazione alla forza lavoro.”
(tradotto da mariano mingar
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