martedì 18 agosto 2015

Quel diritto che si fa un po’ più in là...


C’è un’agenzia dell’Onu che riesce a stento - e forse quest’anno non riuscirà più - a rendere tutti i
servizi per cui venne creata con una Risoluzione ad hoc nel dicembre del 1949. Si parla di
mancanza di finanziamenti, ma forse a monte c’è dell’altro: c’è un diritto che, seppur sancito
dall’Onu, è così fastidioso per chi dell’Onu s’è regolarmente fatto beffe, che ora potrebbe essere
tranquillamente liquidato con la scusa dei finanziamenti mancanti.
Sto parlando dell’Unrwa, cioè l’agenzia per i rifugiati palestinesi che nel 1948 furono cacciati o
costretti a fuggire dalle loro case e che da allora aspettano di potervi tornare come, appunto,
stabilisce l’articolo 11 della Risoluzione Onu n. 194.
Da diversi mesi il Commissario generale Unrwa invia appelli preoccupati ed ha recentemente
scritto a Ban Ki Moon parole accorate affinché venga saldato il debito di 101 milioni di dollari che
permetterebbe di iniziare regolarmente l’anno scolastico. Questo consentirebbe a 500.000 bambini
dai 5 ai 14 anni di usufruire del diritto allo studio e ricorda che “l’educazione è riconosciuta a livello
globale come fattore primario di crescita e sviluppo umano” e che "Niente è più importante per questi
bambini in termini di dignità e identità dell'educazione che ricevono.”
Queste le parole del Commissario generale Unrwa Pierre Krähenbühl il quale aggiunge che in
questo “momento di crescente instabilità in tutto il Medio Oriente, il ruolo di UNRWA è sempre più
importante."
Ma nel suo rapporto-appello al Segretario generale dell’Onu conclude con quello che forse è visto
come il peccato originale che Unrwa deve espiare e cioè “la capacità dell’Agenzia di contare
pienamente sulla riconferma della volontà della comunità internazionale ... in attesa di una giusta soluzione
alla loro (dei rifugiati palestinesi) causa”.
“In attesa di una giusta soluzione alla loro causa”. Questo l’hanno ben capito alcuni dirigenti
scolastici dei 58 campi profughi diffusi in Palestina (sia Cisgiordania che Gaza) oltre che in
Libano, Siria e Giordania. La partita non si sta giocando solo sul diritto allo studio, per quanto
importante esso sia in termini di dignità e identità. È un altro il diritto che si vuole eliminare, e
basta leggere le tante dichiarazioni contro l’Unrwa reperibili su numerosi siti israeliani per capire il
perché profondo dell’angoscia di tanti palestinesi di fronte alla chiusura di 700 scuole e 8 centri di
formazione, privando 500.000 studenti e circa 29.000 docenti e ausiliari del diritto allo studio i
primi e del loro lavoro gli altri.
E’ l’enunciato dell’articolo 11 della Risoluzione 194 la vera posta in gioco. È quel “diritto al
ritorno” che Israele legge in funzione anti-israeliana e che rappresenta la memoria storica di
un’ingiustizia da sanare e l’intralcio al piano D (cioè l’occupazione dell’intera Palestina fino al
Giordano) che è nel progetto di fondazione di Israele e che scavalca totalmente la stessa
Risoluzione 181 relativa alla partizione della Palestina storica dopo il mandato britannico.
Del resto basta leggere, tra le tante, anche solo le sincere dichiarazioni rilasciate al Parlamento
europeo – e non contestate – dal leader dei coloni Gershom Mesika, ospite di un nostro
europarlamentare e capo del Consiglio regionale degli insediamenti nel nord della Cisgiordania, che
lo stesso si ostina a definire col nome biblico di Samaria, regione che rappresenterebbe “il cuore
stesso dello stato di Israele” e che, pertanto, deve farne parte in toto insieme alla “Giudea”.
Meglio ancora, per fugare ogni dubbio, sarebbe opportuna l’analisi della sostanza illegale della
recente nomina ad ambasciatrice di Israele in Italia di una cittadina ... italiana (!) occupante di una
casa in un insediamento dichiarato illegale dal Diritto internazionale e, quindi, in totale spregio
della legalità internazionale, per capire quali siano le mire israeliane e quali e quanti i suoi
supporter. Non va dimenticato che gran parte di questi supporter sono anche donatori Onu che non
stanno effettuando le loro donazioni all’Agenzia Unrwa nonostante il Segretario generale Ban Ki
Moon abbia definito “imperativo” che l’Agenzia riceva il denaro necessario ai suoi scopi ed abbia
esortato i paesi donatori a non indugiare oltre.
Fino ad ora i nostri media non hanno ancora dato notizia delle manifestazioni che si stanno
svolgendo da giorni sotto le sedi dell’Unrwa in Palestina e del clima di angoscia che si respira in
tutti i campi profughi. Solo il Manifesto ha pubblicato un articolo chiaro e circostanziato della
situazione, ma il Manifesto è un giornale indipendente, diciamo pure che i lunghi tentacoli che
inducono all’autocensura non raggiungono il suo inviato in Medio Oriente. Purtroppo però è un
quotidiano di nicchia e non arriva a quel pubblico abitualmente nutrito dal leit motif “Israele ha
diritto a difendersi”, frase magica che pone in ombra ogni altra verità e che, nonostante l’abuso
reso ormai grottesco dai fatti, ancora non conosce tramonto.
Detto con chiarezza: l’Unrwa deve sparire, perché la sua esistenza è un atto d’accusa, sebbene
poco efficace, contro Israele, contro i suoi crimini – commessi e tuttora registrati nel suo atto di
nascita e, prima ancora, nella sua gestazione – e contro i suoi sostenitori tout court che nella
fattispecie meglio si caratterizzano come complici.
I palestinesi che non hanno ceduto alla rassegnazione, dopo settant’anni di occupazione e d’inganni,
leggono quindi in quel che sembra un mero problema finanziario la volontà politica di eliminare
l’istituzione che concretizza questo atto d’accusa e che tiene vivo il diritto al ritorno, diritto in senso
proprio, come sancito dalla citata Risoluzione Onu. Essi sanno bene che la situazione in Medio
Oriente in questo periodo è talmente caotica, tra massacri e cambi di alleanze, terrorismo indotto e
terrorismo di regime che potrebbe essere il momento buono per raggiungere la soluzione finale
delle questione palestinese. Questo temono quei numerosi palestinesi che sanno leggere oltre il
contingente e che vedono nella mappa geografica ridisegnata dagli Usa nel 2003 un progetto in
corso di compimento. Non caso le tre forze politiche più significative (Fatah, Hamas e Fronte
popolare) pur nelle loro divisioni, concordano nel ritenere artificiale la crisi finanziaria dell’Unrwa.
Ma forse sbagliano, cittadini e istituzioni politiche, ad attribuire all’agenzia Onu la responsabilità di
tale situazione. Del resto, una delle forme più scaltre ed anche più diffuse per neutralizzare
l’avversario è quella di fornirgli un avversario-specchio. In tal modo l’opposizione si concentra su
chi viene trasformato in nemico invece che in possibile alleato e il processo cammina secondo il
disegno del suo ideatore.
Ma la realtà che si vive in questo momento nei campi profughi non è caratterizzata solo da
comprensibile grande agitazione, quanto dall’accavallarsi di posizioni lucide e coraggiose, come
quella di far iniziare lo stesso l’anno scolastico pur senza i fondi Unrwa, con quelle di chi preferisce
portare i propri figli altrove dichiarando così la propria rassegnazione insieme al proprio disprezzo
per l’ente che non riesce a offrire il servizio scolastico. Lo sforzo di chi ha capito che cedere in
questo momento significa lasciar liquidare la situazione dei profughi (come desidera Israele
appoggiato dai suoi sostenitori) è uno sforzo da sostenere come possibile. Liquidare la situazione
profughi significa in ultima analisi liquidare la causa palestinese e accreditare la vittoria
all’illegalità e all’illegittimità di uno Stato nato col pretesto della Risoluzione 181 (mai rispettata) e
col progetto di espandersi fino al Giordano utilizzando forme diverse di “pulizia etnica” della
popolazione autoctona. Le divisioni nel mondo arabo mai come ora renderebbero semplice questo
passo. E dietro la scelta di non finanziare l’Unrwa solo pochi nell’opinione pubblica mondiale
vedrebbero la lunga mano capace di artigliare perfino la Grecia di Syriza sporcandola con un
accordo militare che ne cancella l’etica su cui aveva ottenuto i consensi per esistere, o di
accarezzare intellettuali occidentali sempre attenti alla democrazia e ai diritti umani fino al
momento della micidiale carezza sionista, o di offrire ghiotte occasioni di successo politico capaci
di far chiudere gli occhi di fronte allo scadimento dei valori fondanti della democrazia, andando ben
oltre il conflitto più immorale e più ammantato di falsità narrative degli ultimi cento anni.
Ma dove sono i media mainstream? forse stanno aspettando i primi disordini seri per dare notizia
che “la violenta protesta” palestinese si è scagliata proprio contro un’agenzia Onu destinata a
proteggerli, concludendo secondo copione questo ennesimo capitolo di mortificazione di un popolo
che aspetta giustizia.
Per questo è importante che quanto sta succedendo - e che investe 193 paesi Onu - venga alla luce
in modo corretto e prima che l’inversione temporale tra azione e reazione confonda la cronaca e la
realtà dei fatti. Non è importante solo per il popolo palestinese e per chi ne sostiene i diritti, è
importante per chiunque creda nel rispetto del Diritto universale.
Patrizia Cecconi
12 agosto 2015
Patrizia Cecconi
Presidente Associazione “Oltre il Mare”, onlus
patriziacecconi2@gmail.com – associazioneoltreilmare@gmail.com
tel/fax +39.065880187 – mobile +39.3476090366

sabato 4 luglio 2015

In Israele, ci muoviamo in mezzo agli assassini e ai torturatori


In Israele, ci muoviamo in mezzo agli assassini e ai torturatori
L'atto di censura nei confronti del Teatro Al-Midan[cfr. A.Hass su Internazionale ]scaturisce dall’invidia della capacità dei nostri assoggettati di vincere l’oppressione, di pensare e creare, sfidando la nostra immagine di loro come inferiori.

di Amira Hass | 22 giugno 2015 |



Haaretz

Nelle nostre case, nelle nostre strade e nei nostri luoghi di lavoro e divertimento ci sono migliaia di persone che hanno ucciso e torturato migliaia di altre persone o hanno diretto la loro uccisione e la loro tortura. Scrivo “migliaia” invece del più vago “innumerevoli” – un’espressione relativa a qualcosa che non si può misurare.

La grande maggioranza di coloro che uccidono e torturano (anche adesso) vanno fieri delle proprie gesta e la loro società e le loro famiglie sono orgogliose delle loro gesta – benché normalmente sia impossibile trovare un collegamento diretto tra i nomi dei morti e torturati ed i nomi di coloro che uccidono e torturano, e anche quando è possibile,[ciò] è proibito. E’ proibito anche dire “assassini”. Ed è proibito scrivere “malviventi” o “persone crudeli”.

Io, crudele? Dopo tutto, le nostre mani non sono coperte di sangue quando schiacciamo il bottone che sgancia una bomba su un edificio che ospita 30 membri di una famiglia. Malvivente? Come potremmo usare questo termine per designare un soldato di 19 anni che uccide un ragazzo di 14 anni che è uscito per raccogliere piante commestibili?

I killer e i torturatori ebrei e i loro diretti superiori agiscono come se avessero un’autorizzazione ufficiale. I palestinesi morti e torturati che si sono lasciati alle spalle negli scorsi 67 anni hanno anche dei nipoti e delle famiglie in lutto per i quali la perdita è una costante presenza. Nei corridoi universitari, nei centri commerciali, negli autobus, nei distributori di carburante e nei ministeri governativi, i palestinesi non sanno chi, tra la gente che incrociano, ha ucciso, o quali e quanti membri delle loro famiglie e del loro popolo ha ucciso.

Ma ciò che è certo è che i loro assassini e torturatori vanno in giro liberamente. Come eroi.

In questa malsana situazione in cui i palestinesi soffrono lutto e angoscia, noi, gli ebrei israeliani, non possiamo vincere. Con la nostra aviazione e le nostre forze armate e la nostra Brigata Givati e le nostre celebri unità di commando d’elite, siamo dei perdenti in questo contesto. Ma poiché siamo i dominatori indiscussi, falsifichiamo il contesto e ci appropriamo del lutto.

Non ci accontentiamo dei terreni, delle case e delle vie di comunicazione dirette che abbiamo rubato loro e di cui ci siamo impadroniti ed abbiamo distrutto, e che continuiamo a distruggere e a rubare. No. Noi in più neghiamo ogni ragione, ogni contesto storico e sociale delle espulsioni, spossessamenti e discriminazioni che hanno costretto un piccolissimo manipolo di quei palestinesi che sono cittadini di Israele a cercare di imitarci prendendo le armi. Si sono ingannati pensando che le armi fossero lo strumento giusto di resistenza, o hanno raggiunto il colmo della rabbia e dell’impotenza e deciso di uccidere.

Che se ne pentano o no, la loro delusione non cancella il fatto che avevano ed hanno tutte le ragioni di resistere all’oppressione e alla discriminazione e malvagità che sono parte del dominio di Israele su di loro. Condannarli come assassini non ci trasforma in vittima collettiva in questa equazione. Invece di indebolire le ragioni della resistenza, noi stiamo soltanto intensificando e migliorando gli strumenti di oppressione. E un mezzo di oppressione è l’insaziabile desiderio di vendetta.

L’attacco al Teatro Al-Midan e lo spettacolo “Un tempo parallelo” sono parte di questa sete di vendetta. E comprende anche tantissima invidia. Invidia per la capacità di coloro che opprimiamo di vincere l’oppressione e il dolore, di pensare, di creare e di agire, sfidando la nostra immagine che li dipinge inferiori. Loro non ballano la nostra musica come poveri smidollati.

Come in una caricatura antisemita, per noi tutto si concentra nelle finanze, nel denaro. Noi non stiamo zitti, noi ci vantiamo. Siamo felici se solo togliamo loro i finanziamenti. Li abbiamo trasformati in una minoranza nella nostra terra quando li abbiamo espulsi e non abbiamo concesso loro il ritorno, ed ora il 20% che è rimasto qui dovrebbe dirci grazie e pagare con le tasse degli spettacoli che esaltano lo Stato e la sua politica. Questa è democrazia.

Non è una guerra culturale, o una guerra sulla cultura. E’ un’altra battaglia – probabilmente una causa persa, come quelle precedenti – per un futuro sano per questo paese. I cittadini palestinesi di Israele erano una forma di assicurazione per la possibilità di un futuro sano: si può dire un ponte, bilingue, pragmatico, anche se contrario alla loro volontà. Ma dobbiamo attuare dei cambiamenti, dobbiamo imparare come ascoltarli, perché questa assicurazione sia valida. Ma noi, gli indiscussi dominatori, non prevediamo di ascoltarli e non conosciamo il significato di cambiamento.

Una nota finale: I rapporti sull’omicidio di un residente di Lod, Danny Gonen, alla sorgente di Ein Bubin vicino al villaggio di Dir Ibzi’a erano accompagnati da collegamenti a recenti precedenti attacchi: la persona ferita in un attacco terroristico vicino alla colonia di Alon Shvut, il poliziotto di frontiera accoltellato vicino alla Tomba dei Patriarchi a Hebron. E che cosa si ometteva di menzionare? Ovviamente, due giovani palestinesi recentemente uccisi dai soldati israeliani: Izz al-Din Gharra, di 21 anni, colpito a morte il 10 giugno nel campo profughi di Jenin e Abdullah Ghneimat, 22 anni, schiacciato il 14 giugno a Kafr Malik da una jeep dell’esercito israeliano.

In media ogni notte l’esercito israeliano compie 12 raid di routine. Per i palestinesi, ogni raid notturno, che spesso comporta l’uso di granate stordenti e di gas e sparatorie, è un mini attacco terroristico.

( Traduzione di Cristiana Cavagna)

martedì 16 giugno 2015

IL MOSTRO INGORDO CHE DIVORA LA CISGIORDANIA







Questo enorme insediamento 'trasforma i villaggi palestinesi in una prigione'

La costruzione procede a ritmo sostenuto nella colonia di Leshem, creando ancora un altro 'blocco di colonie' in Cisgiordania e bisecandola irrevocabilmente.

Gideon Levy | Giugno 5, 2015



Si va a tutta velocità a Leshem, nella parte nord-occidentale della Cisgiordania. Mentre alcune persone si stanno ancora divertendo - o stanno ingannando - aggrappandosi all'idea di una soluzione a due stati, e mentre ogni disperato approccio palestinese di un'organizzazione internazionale di qualsiasi tipo è bollato come "mossa unilaterale" che viola i siglati accordi, Israele sta costrendo un altro mega-insediamento nel cuore della Cisgiordania ad un ritmo rapido. Ma questa non è considerata una mossa unilaterale, in nessun modo.

Decine di "scatolette" di cemento sono già occupate; altre centinaia sono in costruzione. Mentre stavamo parlando di altre cose, questi cubi grigi uniformi sono sorti e hanno completato la dannosa continuità territoriale che si estende dalla pianura costiera all'insediamento urbano di Ariel, e da lì a Tapuah Junction, Ma'aleh Efraim e la Valle del Giordano - una chiara , linea retta che taglia in due la Cisgiordania.

Un altro bastone tra le ruote dell'ultima debole possibilità della creazione di uno stato palestinese.

In breve tempo, quando la costruzione in questo insediamento si completerà e un altro paio di migliaia di coloni si muoveranno nelle sue 600 abitazioni, e quando Ariel e le sue comunità satelliti saranno riconosciuti come un "blocco insediamento" - dichiarato unilateralmente trovarsi all'interno del consenso israeliano e come tale da non evacuare - Israele sarà in grado di congratularsi con se stesso per un lavoro ben fatto: l'aborto del non ancora nato Statoi di Palestina.

Benvenuti a Leshem. Una delle impressioni avvicinandosi al vasto cantiere è che una metropoli è in costruzione: decine di intimidenti bulldozer, i carri moderni di Israele, rotolano sopra tutta la terra su ruote e catene in acciaio, creando un frastuono assordante, sollevando colonne di sporcizia e polvere - scavando , tagliando, perforando, frantumando, livellando e ferendo la collina che diventerà anche un insediamento.

Gli antenati di Leshem sporgono dalle vette circostanti: gli insediamenti di Alei Zahav, Paduel, Ariel e le zone industriali di Barkan e Ariel occidentale. Accanto a loro, nascosti nella loro vergogna, ci sono città e villaggi palestinesi con la terra magra che rimane nelle loro mani dopo che la maggior parte di essa è stata saccheggiata: Kufr a-Dik, Brukin, Deir Balut, Rafat.

Strade sterrate conducono al cantiere, accanto al quale i primi Leshemiti vivono già. I loro figli stanno già amoreggiando nel nuovo parco giochi, spruzzi di colore in un mare di grigio. Quando questi bambini cresceranno, non si parlerà con loro di uno stato palestinese o di insediamenti. Nessuno potrà mai dire loro che il loro insediamento è stato costruito su terra palestinese rubata, con lo scopo di sabotare l'ultima prospettiva di una soluzione politica. Essi continueranno a crescere in una comunità nazionale-religiosa nelle case con quattro esposizioni, sistemi solari di riscaldamento avanzati, tutte superbamente pianificate e progettate, in quello che sarà considerato il centro del paese, non lontano dalla linea verde dimenticata. Perché, c'è Tel Aviv all'orizzonte, e l'aeroporto di Ben Gurion, anche.

Tutte le case di questo nuovo insediamento sono uniformi in apparenza, residenze unifamiliari calcolate per realizzare il sogno di ogni israeliano. Bandiere blu e bianche stanno già sventolando nella brezza accanto ai lotti e piccole e medie vetture, giapponesi e coreane, sono parcheggiate fuori le residenze piccolo borghesi . Verranno qui per fede e ideologia, ma anche per la "qualità della vita".

Leshem è in costruzione più velocemente della nuova autostrada da Tel Aviv a Gerusalemme.

Un po 'di storia: Questa comunità è iniziata come un quartiere di 19 ville la cui costruzione è stata sospesa per motivi non chiari - vi è più di una versione di quello che è successo - e i cui scheletri qui furono abbandonati. Le Forze di Difesa Israeliane si addestravano presso il sito - allora conosciuto come Chabad Illit, evocando il periodo iniziale del quartiere - durante la seconda intifada. Nel 2010, quando la costruzione è stata rinnovata sulla collina sopra le ville, è stata indicata come un "quartiere" dell'insediamento di Alei Zahav, che è, l'espansione di un insediamento già esistente. Così, la sua istituzione non avrebbe causato un putiferio, anche se il "quartiere" era in realtà un insediamento completamente separato. Tutti sanno che Israele non costruisce nuovi insediamenti, estende solo quelli esistenti.

Ma oggi i segni ti portano a Leshem, non ad Alei Zahav o a qualsiasi tipo di mero quartiere. Questo insediamento è stato costruito da imprenditori privati, la strada che conduce ad esso si trova sulla terra palestinese di proprietà privata, e anche se la High Court of Justice è intervenuta momentaneamente, la costruzione è proseguita senza impedimenti.

Accanto a Leshem sono le splendide antichità di Deir Samaan, un convento di epoca romana ed epoca bizantina. Non ci sono molti siti archeologici così impressionanti e così trascurati come questo. Ha tutto: enormi cisterne e pavimenti a mosaico, frantoi e mulini, un orologio solare, un abbeveratoio per i cavalli, le rovine di una chiesa e di sistemi idrici sotterranei, cupole in pietra e colonne di marmo sparse sul terreno - i resti di un antico meraviglioso modo di vivere.

L'acqua verde muffa riempie le cisterne e le vasche antiche, e l'intero sito è svilito dai resti fuligginosi di barbecue, bottiglie di plastica, lattine vuote di conserve e altri rifiuti lasciati da persone che amano questa terra.

La proprietà adiacente al cantiere, tra cui le rovine archeologiche, apparteneva a Fars a-Dik. Docente di scienze politiche all'American University di Jenin, 35 anni, single e che lavora per una ONG coinvolta nello sviluppo della politica della sanità pubblica. Vive in Kufr a-Dik, il villaggio vicino, con una popolazione di 6000, la maggior parte delle cui terre sono state saccheggiate e dichiarate terreno statale, al fine di creare Leshem, anche se Kufr a-Dik è stato poi lasciato senza terreno su cui costruire. Circa 100 famiglie hanno già lasciato il villaggio per Ramallah.

Fars a-Dik aveva un piccolo uliveto di 25 dunam (6,25 ettari), che suo padre ha piantato 35 anni fa. Nel 1996, lo stato ha espropriato parte dei terreni di famiglia e ha dichiarato un sito archeologico, cioè Deir Samaan. Il figlio ha ora un cantiere mostruoso accanto a ciò che resta del suo boschetto, ed i suoi alberi sono coperti da strati di polvere e rifiuti edili. Ulivi bianchi sono ciò che rimane, che non offrono olive da raccogliere.

La sua terra è circondata su tutti i lati da insediamenti, e una volta Leshem sarà completamente popolato è improbabile che a lui sarà consentito l'accesso alla sua terra. A-Dik lo sa. Leshem lo separa anche da un altro appezzamento di terra che appartiene alla sua famiglia. Egli quasi mai va là, a causa della grande distanza che deve percorrere per raggiungerla. Gli agricoltori provenienti da un villaggio vicino stanno lavorando quella terra per lui.

A-Dik paragona la costruzione di Leshem ad un dito con cui Israele sta colpendo nel cuore della Cisgiordania al fine di spezzarla.

"Gli israeliani vogliono unificare tutti gli insediamenti della zona in una sola unità," dice, "e trasformare i villaggi palestinesi tra di loro in una vasta prigione, di cui Israele ha la chiave. Se Israele vuole, aprirà e ci permetterà l'accesso alla nostra terra, e se no, non lo farà. E 'più probabile che non lo farà. Kufr a-Dik si trasformerà da un villaggio in un campo, perché non c'è nessun posto rimasto per costruirvi. Quando [il primo ministro Benjamin] Netanyahu e [il presidente palestinese Mahmoud] Abbas parlano di uno scambio territoriale, è del mio paese che stanno parlando ".

Ma a-Dik sa che anche che il parlare di scambi di territori è ormai altro se non chiacchiere inattive.

Ha un amico in Inghilterra che di recente lo ha visitato nel suo villaggio, per la prima volta in cinque anni. Non riusciva a credere ai suoi occhi.

http://www.haaretz.com/week…/twilight-zone/.premium-1.659551

Traduzione a cura https://www.facebook.com/IlPopoloCheNonEsiste

domenica 14 giugno 2015

L’alleanza clandestina di Israele con gli stati Arabi del Golfo sta diventando pubblica




Di Murtaza Hussain

7 giugno 2015

Nel 2009, un cablogramma diplomatico del Dipartimento di Stato americano ha fornito uno dei primi barlumi di una nascente alleanza tra Israele e gli stati arabi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC). Il cablogramma citava le parole pronunciate dal funzionario del ministero degli esteri israeliano, Yakov Hadas: “Gli Arabi del Golfo credono nel ruolo di Israele perché percepiscono lo stretto rapporto di Israele con gli Stati Uniti,” e che “Gli stati del GCC “credono che Israele possa fare un miracolo.”

Israele e gli stati del Golfo condividevano anche un interesse nel contrastare quella che consideravano una crescente influenza iraniana in Medio Oriente. E così, mentre le due parti in pubblico litigavano – l’Operazione militare di Israele “Piombo Fuso” era appena costata più di 1.400 vite nella Striscia di Gaza ed era stata condannata dall’Arabia Saudita, in una lettera alle Nazioni Unite come “aggressione feroce”- avevano “buoni rapporti personali” a porte chiuse, ha detto Hadas, secondo quanto scritto in uno dei cablogrammi. Si dice che Hadas abbia aggiunto che gli Arabi del Golfo tuttavia “non erano pronti a fare in pubblico quello che dicono in privato.”

Premiamo il pulsante ‘avanti veloce’ di 6 anni e sembra che gli stati si siano finalmente preparati a parlare pubblicamente delle loro relazioni più cordiali con Israele. Durante un evento al Consiglio per le Relazioni estere di questa settimana a Washington, di cui ha riferito Eli Lake, della Bloomberg (multinazionale nel settore dei mass media, n.d.t.), ex funzionari sauditi che occupano alte posizioni, e funzionari israeliani non solo hanno condiviso il palco, ma hanno rivelato che i due paesi avevano tenuto una serie di incontri ad alto livello per discutere obiettivi strategici comuni, particolarmente riguardo alla percepita supremazia regionale dell’Iran. All’evento l’ex Generale Saudita Anwar Eskhi ha chiesto apertamente un cambiamento di regime in Iran, mentre l’ex ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Dore Gold, una volta feroce critico dell’Arabia Saudita, ha parlato del suo avvicinamento al paese in anni recenti e della possibilità di risolvere le restanti differenze tra le due nazioni, affermando: “Stare oggi su questo palco non significa che abbiamo risolto tutte le differenze che le nostre nazioni hanno condiviso nel corso degli anni, ma la nostra speranza è che saremo in grado di occuparcene completamente negli anni a venire.”

Le relazioni con Israele sono state da lungo tempo un argomento “esplosivo” per gli stati arabi. In seguito alla creazione di Israele nel 1948, e al conseguente trasferimento di centinaia di migliaia di profughi palestinesi, altri paesi mediorientali hanno mantenuto una posizione di pubblica ostilità verso Israele, in linea con l’opinione pubblica nazionale di vecchia data. Sebbene paesi come l’Egitto, con una dittatura militare, abbiano concluso trattati di pace ufficiali con Israele, senza tener conto del sentimento popolare, per lo più gli stati del Golfo sono rimasti lontani da questo.

Tuttavia, in anni recenti, due fenomeni delle insurrezioni arabe e della crescente influenza iraniana, hanno spinto i leader del GCC più vicino a Israele. L’anno scorso, il principe saudita Turki bin Fasal hanno fatto il passo senza precedenti, di pubblicare un contro editoriale su un importante giornale israeliano che chiedeva la pace tra Israele e le nazioni del GCC, e anche una risoluzione al conflitto israelo-palestinese. Mentre gli Stati Uniti durante l’Amministrazione Obama hanno perseguito la distensione con l’Iran in anni recenti, sono comparsi anche rapporti che indicano una cooperazione nascosta riguardo alla sicurezza, tra Israele e gli stati del GCC. Il sito di inchieste Middle East Eye, ha di recente documentato l’esistenza di voli segreti tra Abu Dhabi e Tel Aviv, malgrado ci sia una palese proibizione per i cittadini israeliani di entrare negli Emirati Arabi Uniti (UAE – United Arab Emirates).

Nel suo libro del 2012: After the Sheikhs: The Coming Collapse of the Gulf Monarchies [Dopo gli sceicchi: l’imminente crollo delle monarchie del Golfo], il Professore dell’Università di Durham, Chris Davidson, ha scritto che gli stati del Golfo continueranno a cercare l’appoggio di Israele grazie alle crescenti pressioni esterne sugli stati del Golfo in seguito al le insurrezioni nella regione. Anche quando descrive i paesi del GCC come entità formate da “popolazioni nazionali che per lo più sono anti-israeliane e pro-palestinesi, dove gli argomenti di Israele e del sionismo spesso provocano forti emozioni,” il libro documenta il crescente coordinamento politico ed economico da parte dei leader del GCC con le loro controparti israeliane, verificatosi in anni recenti.

Ci sono comunque segnali che anche il sentimento popolare anti-israeliano in questi paesi forse sta cambiando. Un recente sondaggio d’opinione tra i sauditi, condotto dagli studenti del Centro Interdisciplinare di Herzlya, un’università israeliana, ha trovato che una minoranza del pubblico saudita considerava Israele un’importante minaccia al loro paese, e citava invece l’Iran o il nascente Stato Islamico come principali oggetti di preoccupazione. “Ciò che pensiamo qui in Israele sui Sauditi non è esattamente ciò che in realtà sono,” ha detto Alex Mintz del suddetto Centro, che ha aiutato a supervisionare il sondaggio. “Supponiamo di conoscere ciò che la gente in Iran, a Gaza e in Arabia Saudita pensa, [ma]nessuna delle persone con cui ho parlato pensava che i Sauditi avrebbero detto, con un di 3 a 1che l’Iran li spaventava più di Israele, nessuno prevedeva questo.”

Mentre l’amministrazione Obama cerca di concludere un accordo nucleare controverso con l’Iran il mese prossimo, sembra probabile che gli stati Arabi del Golfo e Israele, tradizionali alleati dell’America, uniti nella loro opposizione all’accordo, continueranno a far crescer il loro coordinamento strategico. La recente decisione presa da ex funzionari che occupavano alte posizioni e che rappresentano gli interessi sia del Golfo che di Israele, di rendere pubblica la loro collaborazione, è soltanto il segnale più recente della forza di questa crescente alleanza. Dato che questa relazione sta fiorendo sullo sfondo di una crisi ancora in corso tra Israele e Palestina, e anche di una supremazia dei partiti politici di estrema destra all’interno di Israele, sembra chiaro che i leader del GCC abbiano deciso subito dopo la Primavera Araba di mettere i loro ristretti interessi politici al di sopra di qualsiasi principio dichiarato pubblicamente riguardante la stabilità nella regione.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://zcomm.org/znet/article/israel-s-clandestine-alliance-with-gulf-arab-states-is-going-public

Originale : The Intercept

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

domenica 10 maggio 2015

La battaglia alle Nazioni Unite per ‘far vergognare’ Israele per l’abuso di minori







6 maggio 2015

I SOLDATI ISRAELIANI COME I MILITANTI DELL’ISIS? ALL’ONU CI PENSANO SU.
La battaglia alle Nazioni Unite per ‘far vergognare’ Israele per l’abuso di minori

L’attacco a Gaza dello scorso anno aumenta la pressione su Ban Ki-moon per mettere l’esercito israeliano nella medesima lista dello Stato islamico e dei talebani

di Jonathan Cook
Martedì 5 maggio 2015

Gruppi di solidarietà palestinesi si sono attivati sui social media per intensificare la pressione sul segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon per includere Israele per la prima volta su una “lista nera” di gravi violazioni dei diritti dei bambini.
La campagna, che culmina nella presentazione di una petizione on-line all’ufficio di Ban, il 7 maggio, è stata lanciata dopo le indicazioni che Israele sta esercitando enormi pressioni su funzionari delle Nazioni Unite per evitare di essere nominato.
L’ufficio di Ban è tenuto a rendere l’elenco pubblico nelle prossime settimane.
Una fonte delle Nazioni Unite di alto livello, che ha voluto mantenere l’anonimato a causa della natura diplomaticamente sensibile di qualsiasi annuncio, ha detto a Middle East Eye che i principali consiglieri di Ban avevano raccomandato che l’esercito israeliano fosse identificato come un serio violatore dei diritti dei bambini.
Ciò lo metterebbe, per la prima volta, al fianco di gruppi come lo Stato islamico, i talebani e i gruppi affiliati di al-Qaeda, spingendo ulteriormente Israele verso l’isolamento internazionale.
Israele ha trovato sempre meno sostenitori nella comunità internazionale quando ha cercato di impedire le mosse palestinesi sia per conquistare il riconoscimento della sua sovranità alle Nazioni Unite che per essere accettata presso gli organismi internazionali quali il Tribunale penale internazionale dell’Aia. I rapporti con la Casa Bianca hanno recentemente raggiunto un livello basso senza precedenti.
La decisione, ha detto la fonte, era diventata quasi inevitabile dopo i recenti risultati di una inchiesta delle Nazioni Unite sull’ attacco israeliano a Gaza la scorsa estate conosciuto come Operazione Protection Edge, che ha ucciso più di 500 bambini palestinesi e feriti almeno altri 3.300.
L’inchiesta ha concluso che l’esercito israeliano aveva preso di mira sei scuole delle Nazioni Unite dove i civili, tra cui molti bambini, erano rifugiati, anche se gli era stato notificato dei siti e delle coordinate GPS in anticipo.
Ban ha descritto gli attacchi – che hanno ucciso 44 palestinesi e feriti altri 227 – come “una questione di estrema gravità”.
L’uccisione su larga scala e la mutilazione di bambini, e gli attacchi contro le scuole, sono tra i “trigger” per l’inclusione nella lista in un processo di monitoraggio delle Nazioni Unite dei diritti dei minori nei conflitti in tutto il mondo, che hanno introdotto una decina di anni fa.
Intimidazione del personale
Tuttavia, ci sono preoccupazioni in ambito ONU e tra esperti dei diritti dei bambini che, nonostante le prove contro Israele, la pressione politica da Israele e Stati Uniti potrebbe far sì che l’esercito israeliano rimanga fuori dalla lista.
In un segno della preoccupazione di Israele, i suoi funzionari hanno protestato energicamente a febbraio, quando il personale locale delle Nazioni Unite a Gerusalemme aveva dovuto ratificare una raccomandazione al quartier generale delle Nazioni Unite che Israele fosse incluso. All’ultimo minuto, l’incontro è stato annullato.
Uno dei funzionari di Ban privatamente si è lamentato con Ron Prosor, ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, sull’ l’intimidazione del personale dell’agenzia a Gerusalemme, secondo un rapporto sul quotidiano britannico Guardian.
Nonostante l’intervento di Israele, ha detto la fonte delle Nazioni Unite, funzionari dell’agenzia a Gerusalemme e i consulenti di Ban a New York, avevano deciso che le prove contro Israele era irresistibili.
Se Ban avesse ricevuto una tale raccomandazione, le pressioni su di lui sarebbero state intense, ha detto Gerard Horton, un avvocato specializzato nel trattamento di Israele dei bambini. “Una volta che le cose si muovono a New York, diventano altamente politiche”, ha detto a MEE.
“Dopo tutto, gli Stati Uniti pagano una grossa fetta del bilancio delle Nazioni Unite, in modo che i funzionari delle Nazioni Unite non possono permettersi di ignorare i desideri dell’amministrazione. Se i funzionari delle Nazioni Unite vogliono aiutare i bambini in Africa e in Iraq, devono chiedersi se vale la pena di rischiare tutto per una lotta contro Israele.”
Gli attivisti sui social media hanno creato un nuovo gruppo, 4Palkids, per cercare di portare la pressione di base su Ban.
Ariyana Love, una degli organizzatori, ha detto: “La nostra speranza è che, se Israele è messo sulla lista, inizierà un processo di portare sanzioni contro Israele da parte della comunità internazionale”.
La credibilità delle Nazioni Unite in gioco
La fonte delle Nazioni Unite ha detto che sarebbe senza precedenti se Ban ponesse il veto sulla raccomandazione della sua squadra a New York che tratta sui bambini e i conflitti armati, guidata da Leila Zerrougui.
“Il Segretario Generale non ha mai posto il veto su una raccomandazione per l’inclusione in questa lista e sarà difficile per lui farlo ora e mantenere la credibilità delle Nazioni Unite in Medio Oriente”, ha detto la fonte.
Una portavoce a Gerusalemme per l’UNICEF, che conduce il processo di monitoraggio locale, ha riferito tutte le questioni a New York, dicendo che era “confidenziale”.
L’ufficio di Ban ha detto che la relazione sarà pubblicata nel mese di giugno, ma non ha voluto commentare quali paesi dovevano essere elencati o se Israele avesse fatto pressioni al segretario generale.
In via ufficiosa, funzionari delle Nazioni Unite hanno notato che Ban dovrà tener conto del fatto che il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite deve presentare la propria relazione sull’Operazione Protection Edge nei prossimi mesi. Il rapporto dovrebbe essere duramente critico sull’operazione di 50 giorni di Israele e l’elevato numero risultante di vittime civili palestinesi.
Israele viene regolarmente condannato dalle commissioni per i diritti umani delle Nazioni Unite, più di recente in una risoluzione da parte della Commissione sulla condizione della donna. Ma Israele e gli Stati Uniti di solito liquidano tali risultati come partigiani, dato che le commissioni rappresentano i governi nazionali, tra cui gli stati arabi e musulmani.
Un elenco di Israele da Ban – con l’appoggio implicito del Consiglio di Sicurezza, che originariamente ha istituito il monitoraggio dei diritti dei bambini nelle zone di conflitto – porterà molto più peso.
Horton, uno dei fondatori di Military Court Watch, un’organizzazione di monitoraggio sulla detenzione di Israele di bambini palestinesi, ha detto che il malcontento corrente degli stati occidentali con Israele potrebbe dare a Ban la sala diplomatica per punirlo.
“C’è molta rabbia in Europa e negli Stati Uniti verso il governo israeliano, soprattutto dopo che [il primo ministro israeliano] Benjamin Netanyahu ha dichiarato pubblicamente durante la recente campagna elettorale che non avrebbe permesso la creazione di uno stato palestinese”, ha detto.
“Il posizionamento di Israele nella lista potrebbe essere un modo di inviare un colpo attraverso gli inchini. Sarebbe un grande imbarazzo per Israele, ma richiamerebbe molto meno sangue rispetto al veto degli Stati Uniti su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza contro, per esempio, gli insediamenti di Israele. “
‘Lista della vergogna’
Dal 2005, le agenzie delle Nazioni Unite sono state incaricate di monitorare 23 conflitti, compreso quello tra Israele e i palestinesi, sulle gravi violazioni dei diritti dei bambini.
Sei gravi violazioni sono state identificate che qualificano una parte di un conflitto per l’inclusione nella lista. Esse sono: uccidere e mutilare i bambini, rapimenti, attacchi sessuali, attacchi contro scuole e ospedali, la negazione dell’ accesso umanitario, e il reclutamento di bambini come soldati.
L’ufficio del Segretario generale delle Nazioni Unite pubblica relazioni annuali dettagliate in tutti i conflitti, mettendo in evidenza le gravi violazioni dei diritti dei bambini. Tuttavia, l’esercito israeliano ha finora evitato l’inclusione in un allegato che è giunto ad essere conosciuto come la “lista della vergogna”.
Nella relazione dello scorso anno, 52 partiti sono stati nominati per le violazioni più gravi contro i bambini in stati come Afghanistan, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Mali, Myanmar, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Siria e Yemen. Sono state incluse diverse forze armate governative.
Anche se l’esercito israeliano non è stato identificato in tale relazione come uno dei più gravi abusanti, è stato criticato per le violazioni contro i bambini palestinesi che hanno incluso: le azioni che hanno portato a morti e feriti; arresti notturni; trattamento crudele e degradante durante gli interrogatori; minacce di violenza sessuale; trasferimenti alle prigioni israeliane, in violazione della Convenzione di Ginevra; attacchi contro la scuola; e il rifiuto per i pazienti di Gaza del trattamento ospedaliero richiesto.
Human Rights Watch, un osservatorio di New York, ha notato che l’inclusione nella lista si è rivelata vincente per frenare peggiori violazioni dei diritti dei bambini da parte degli Stati.
“La ‘lista della vergogna’ è stato uno strumento straordinariamente efficace per ottenere che i governi migliorassero i record per i diritti dei loro bambini,” Beda Sheppard, vice direttore della divisione dei diritti dei bambini di HRW, ha osservato all’inizio di quest’anno.
Issam Yunis, direttore di Al-Mezan, un gruppo per i diritti umani a Gaza, ha detto a MEE che listare Israele era di vitale importanza per aumentare le protezioni per i palestinesi sotto occupazione.
“Al momento, Israele è del tutto irresponsabile, soprattutto a Gaza, dove ha una luce verde per fare quello che gli piace. Gaza è una società di bambini [ i numeri mostrano che il 44 per cento della popolazione è sotto i 14 anni], quindi è inevitabile che paghino il prezzo più pesante per l’impunità di Israele. “
Incontro passo avanti
Nel caso di Israele e nei territori palestinesi occupati, le violazioni sono state documentate e monitorate dal 2007 da un gruppo di lavoro guidato dall’ Agenzia Onu per l’infanzia, l’UNICEF. Il gruppo comprende altre importanti agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni umanitarie internazionali e organizzazioni israeliane e palestinesi per i diritti umani.
Fino a quest’anno, esperti di diritti dei bambini palestinesi hanno osservato, Israele non solo era stato escluso dalla lista definitiva pubblicizzata dall’ufficio del Segretario generale delle Nazioni Unite, ma non era ancora stato discusso per l’inclusione.
“Quest’anno, c’è stata una svolta, in quanto il report locale comprendeva una proposta per la prima volta di valutare se Israele dovrebbe essere sulla lista”, ha detto Abed Ayed Eqtaish, un avvocato per il ramo palestinese di Defence for Children International.
Ha detto che era per questo che Israele aveva cercato di impedire la riunione di febbraio.
Ha poi aggiunto: “Le cose sono notevolmente sempre più difficili per Israele. La pressione cresce di anno in anno.”
Il Consiglio delle organizzazioni palestinesi per i diritti umani con sede a Gerusalemme, una coalizione di 12 gruppi palestinesi, ha inviato una lettera a Ban nel febbraio chiedendogli di essere “imparziale” e includere Israele nella lista.
Hanno scritto: “le ripetute offensive militari israeliane, la prolungata occupazione militare e la violenza militare ricorrente in combinazione con il completo disprezzo per il diritto internazionale ha ostacolato gli sforzi significativi verso l’attuazione di protezioni complete per i bambini che vivono [sotto l’occupazione].”
L’iscrizione nell’elenco si aggiungerebbe in modo significativo alla critica crescente della condotta di Israele durante l’Operazione Protection Edge dello scorso anno . Rapporti da gruppi per i diritti umani hanno già accusato Israele di compiere crimini di guerra.
Testimonianze dei soldati
Questa settimana, un gruppo di ex soldati israeliani, Breaking the Silence, ha pubblicato le testimonianze di soldati che hanno servito a Gaza. Molti hanno detto di aver ricevuto ordini simili dai loro comandanti: di sparare ai palestinesi in tutte le zone di combattimento , armati o no, in aree che Israele considerava.
Un sergente è stato citato dicendo: “Le istruzioni sono di sparare subito. Chiunque sia – armato o disarmato, non importa. Le istruzioni sono molto chiare. Qualsiasi persona che incontri, che vedi con gli occhi – spara per uccidere. Si tratta di una istruzione esplicita. “
Breaking the Silence ha concluso che Israele era “nel migliore dei casi indifferente alle vittime tra la popolazione palestinese”.
Anche se le critiche nelle Nazioni Unite ad Israele si sono concentrate sulla uccisione e la mutilazione di bambini nell’attacco dello scorso anno a Gaza, Yunis di Al-Mezan ha detto che Israele avrebbe dovuto essere indicato molto prima, per la grave violazione del “negare l’accesso umanitario”.
“L’assedio di Gaza è andato avanti per quasi un decennio e soddisfa i criteri di una grave violazione”, ha detto. “Se Israele è elencato quest’anno, è importante che vi rimanga fino alla fine di tali violazioni.”