giovedì 11 febbraio 2016
Riflessioni sulla strategia palestinese
Analisi: riflessioni sulla strategia palestinese
2 febbraio 2016
Di Amal Ahmad - Maan News e Al-Shabaka
Un membro del movimento Fatah vicino ad un mural del leader palestinese Mahmoud Abbas nel campo di rifugiati palestinesi Ain al-Hilweh, alla periferia di Sidone. (AFP/File)
Quest'analisi è stata originariamente pubblicata da Al-Shabaka, una organizzazione indipendente e no profit il cui scopo è educare e promuovere il dibattito pubblico sui diritti umani e l'autodeterminazione dei palestinesi nel contesto delle leggi internazionali.
Amal Ahmad è membro di Al-Shabaka e ricercatrice economica palestinese. Amal è entrata a far parte dell'Istituto di Ricerca di Politica Economica Palestinese di Ramallah prima di terminare un master in sviluppo economico presso la Scuola di Studi Orientali ed Africani di Londra. Il suo lavoro si concentra sui rapporti fiscali e monetari tra Israele e Palestina; si interessa anche di politiche economiche di sviluppo in tutto il Medio Oriente.
Il popolo palestinese ha iniziato l'anno nuovo affrontando una desolante situazione politica, con una leadership debole e compromessa, un popolo frammentato dal punto di vista geografico ed amministrativo e una società civile sempre più segnata dall'individualismo e dalla perdita di punti di riferimento politici. Il progetto di costruzione dello Stato che sembrava così promettente negli anni '80 e '90 ha rapidamente perso sostenitori - un recente sondaggio ha rilevato che circa due terzi dei palestinesi non crede più che sia praticabile, nonostante 137 Paesi ora riconoscano la Palestina. Ancora scarsa è la prospettiva di un obiettivo politico alternativo che goda dell'appoggio popolare.
Questo commento sostiene che l'attuale debolezza politica del popolo palestinese dipende in larga misura dall'assenza di un pensiero strategico, nonostante qualche sforzo organizzato a questo proposito anche dal Gruppo Strategico Palestinese [gruppo di studio formato da intellettuali e da studiosi palestinesi. Ndtr.] e da Masarat [Centro Palestinese per le Ricerche politiche e gli Studi Strategici. Ndtr.] for Policy Research and Strategic Studies. Ndtr.], per esempio. E' ancora indispensabile che i palestinesi elaborino una strategia con o senza le fazioni politiche dentro o fuori dall'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP): senza una strategia chiara e condivisa, alcuni degli strumenti e delle tattiche che sono stati adottati rischiano di dissanguare le energie e di dimostrarsi inefficaci, o di produrre risultati non voluti.
Promuovere analisi strategiche
Un solido pensiero strategico si fonda su un'accurata analisi dell'attuale contesto politico, comprese le opportunità e le sfide sia interne che esterne. Per i palestinesi è particolarmente vitale analizzare accuratamente le strategie dello Stato israeliano, perché è la parte in causa più forte, che definisce in modo preponderante la portata e la direzione del conflitto. Si può sostenere che il principale motivo per cui [gli accordi di ] Oslo sono stati un disastro politico è stato il fatto che i dirigenti palestinesi, incompetenti e alla disperata ricerca di una soluzione, hanno preso per buono il dichiarato interesse di Israele riguardo alla creazione di uno Stato palestinese ed hanno lavorato per raggiungere quell'obiettivo politico. Questo errore di calcolo e le concessioni che ne sono seguite si sono dimostrate catastrofiche per il potere negoziale dei palestinesi, per la loro unità e capacità di formulare una coerente strategia nazionale.
E' ora di riconoscere che i palestinesi si trovano in una soluzione senza Stato, nella quale Israele spera di tenerli chiusi per tutto il tempo necessario a raggiungere il suo progetto definitivo. Questo obiettivo è rappresentato da diversi (e maggiori) diritti per gli ebrei rispetto ai non ebrei, con una maggioranza ebraica sul territorio sotto il suo controllo diretto. La strategia israeliana per il raggiungimento di questo progetto è stata in ampia misura costante da quando ha occupato i territori palestinesi nel 1967: contenere i palestinesi rifiutando un accordo sullo status definitivo, che si trattasse della sovranità palestinese [con la soluzione] dei due Stati o gli stessi diritti in un unico Stato binazionale. Ho sostenuto in precedenza che l'unione doganale de facto imposta da Israele ai palestinesi è una chiara dimostrazione dell'intenzione di Israele di mantenere questa soluzione senza Stato [palestinese]. Le azioni dei palestinesi, la resistenza ed ogni futuro negoziato dovrebbero tener conto di questa situazione.
Dato che la strategia di Israele è fondata sul soddisfacimento dei diritti degli israeliani ebrei e dei coloni e sulla limitazione di quelli dei cittadini palestinesi di Israele e dei palestinesi dei territori occupati, di conseguenza una strategia fondata sui diritti dei palestinesi potrebbe essere particolarmente efficace se mettesse in evidenza e sfidasse i progetti israeliani. In una strategia di questo tipo l'obiettivo politico palestinese dovrebbe passare dalla costruzione dello Stato, un progetto irrealizzato che mette in ombra la strategia israeliana sul terreno, ad una lotta per i diritti umani, politici, civili, economici, sociali e culturali. I diritti dei palestinesi possono essere ottenuti con diverse soluzioni nazionali, uno o due Stati o una confederazione.
Oltre ad opporsi al nucleo essenziale del progetto nazionale israeliano, una strategia fondata sui diritti dei palestinesi offre una serie di differenti aspetti positivi. Fornisce un insieme di orientamenti per la lotta; riduce le differenze tra i palestinesi nei territori occupati e quelli all'interno di Israele; entra in consonanza con un discorso internazionale sui diritti e l'antirazzismo che è molto difficile da ignorare, aiutando a rinsaldare forti alleanze che appoggiano la lotta.
Qualunque strategia di successo non solo deve analizzare le intenzioni di Israele e identificare i punti deboli della loro struttura, deve anche raccogliere il consenso della comunità palestinese. Si tratta di una sfida difficile, in parte a causa della frammentazione del popolo palestinese, ma anche per il profondo attaccamento all'idea di uno Stato nazionale palestinese nonostante, l'irrealizzata soluzione dei due Stati. Di conseguenza è importante cercare di riconciliare per quanto possibile una strategia politicamente ragionevole con il sentimento nazionalista palestinese. Per esempio, argomenti a favore di un approccio centrato sui diritti dovrebbero sottolineare che abbandonare l'obiettivo della costruzione di uno Stato non significa abbandonare i legami con la terra e dovrebbero cercare i modi attraverso i quali possa essere superata la stretta commistione della costruzione dello Stato con la costruzione della nazione.
Adottare tattiche che diano risultati
Il modo più rapido, sicuro ed efficace per promuovere una strategia nazionale è attraverso un sistema politico più rappresentativo ed effettivo. In assenza di prospettive per una dirigenza efficace e non compromessa all'interno dei Territori Palestinesi Occupati (TPO) o per il popolo palestinese nel suo complesso, questo diventa un compito difficile. Nel frattempo i palestinesi possono avvalersi di alcuni degli strumenti sviluppati dalle istituzioni e reti esistenti nella società civile palestinese e a livello internazionale, per promuovere una riflessione ed un'azione strategiche, con la speranza che passi nella giusta direzione possano accelerare o accompagnare la formazione di una nuova dirigenza.
Il movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) rimane il più efficace strumento civile per inquadrare la lotta dei palestinesi nel linguaggio dei diritti e per sfidare la repressione israeliana basata sull’apartheid. Il BDS è ben noto per il prezzo che fa pagare all'occupazione, ma l'importanza di gran lunga maggiore del movimento risiede nella filosofia e nella prospettiva che fornisce. Propone un discorso con cui molti palestinesi si possono identificare, con cui il mondo può simpatizzare, che non rimane bloccato nella labirintica discussione di soluzioni e fasi finali. Inoltre colpisce dritto al cuore il progetto di Israele per la regione: Netanyahu non ha esagerato quando ha definito il movimento BDS una "minaccia strategica" per il progetto nazionale israeliano, data la sua natura razzista e di colonialismo di insediamento. Anche se la campagna BDS deve affrontare dei limiti all'interno dei territori occupati a causa della dipendenza strutturale dei TPO dall'economia israeliana, il fatto che il linguaggio dei diritti sia diventato più popolare è un segnale incoraggiante. Adottare il discorso del BDS e lanciare campagne BDS nelle università e nei consigli comunali, nei consigli di amministrazione ed in altre istituzioni è un passo concreto per aiutare i palestinesi a resistere all'apartheid ed avvicinarsi alla realizzazione dei diritti umani.
I palestinesi possono anche trarre profitto dal contesto legale esistente che riguarda direttamente i diritti umani e lo stato di diritto. Gli strumenti giuridici a disposizione del popolo palestinese includono il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 2004 sul Muro di Separazione, che rafforza il consenso internazionale sul fatto che gli insediamenti sono illegali in base alla legge internazionale. Questi strumenti possono essere utilizzati per far notare a Stati terzi che la loro collaborazione con Israele ne compromette l'autorità legale e per chiedere che questi Stati rispettino le leggi internazionali sospendendo il commercio o i trattati con Israele finché questo manterrà il suo regime di apartheid. L'associazione della Palestina alla Corte Penale Internazionale dovrebbe anche fornire mezzi per sfidare le violazioni israeliane dei diritti umani, ma è importante essere realisti e continuare a mobilitare l'appoggio internazionale.
All'interno dei TPO, anche cicli di scontro con gli occupanti aiutano a rompere il monopolio sulla politica detenuto dall'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e può aiutare ad accelerare e legittimare la ricerca di strategie alternative. Le ricorrenti ondate di collera ridefiniscono le relazioni dei palestinesi con lo Stato israeliano come basate sul conflitto piuttosto che sulla "comprensione", e spesso invocano apertamente la cancellazione degli accordi di Oslo. Come notato in una recente tavola rotonda di Al-Shabaka, mentre la capacità di queste ondate di ottenere risultati politici è molto limitata, a causa della scarsa capacità organizzativa e della reazione violenta da parte dell'ANP e di Israele, esse però costituiscono un cambio radicale di discorso e sono utili per unificare, almeno simbolicamente, il messaggio dei palestinesi.
Sopratutto, i cittadini palestinesi di Israele, che sono stati emarginati dall'OLP e dall'ANP nella ricerca della costruzione di uno Stato, saranno all'avanguardia di un approccio basato sui diritti. Infatti ciò è alla base della loro lotta per la giustizia e l'uguaglianza di diritti all'interno di Israele. Inoltre il loro stretto contatto e la dimestichezza con lo Stato israeliano e le loro continue lotte al suo interno rappresentano un'importantissima fonte di comprensione strategica a cui altri palestinesi possono attingere. Qualcuno ha notato che non si tratta solo di una fonte finora sottoutilizzata dell'azione palestinese, ma ha anche sostenuto che, con la formazione della Lista Unitaria [lista di tutti i partiti politici palestinesi che si è presentata alle ultime elezioni israeliane arrivando terza. Ndtr.], il popolo palestinese dovrebbe guardare ai partiti politici palestinesi in Israele per trovare una leadership. I palestinesi dei Territori occupati, dei campi di rifugiati e della Diaspora farebbero bene a prendere in considerazione più seriamente i rapporti che potrebbero stringere con le loro controparti "all'interno [di Israele]" ed adattare alcune di queste esperienze e tattiche al loro contesto locale, nel caso in cui sia possibile e corretto.
Allo stesso tempo, e come notato in precedenza, la mancanza di una strategia pone rischi in termini di mancata comprensione di quali strumenti e tattiche evitare. Benché il riconoscimento della Palestina come uno Stato abbia aperto la porta alla CPI, portando all'adesione come Stato osservatore all'ONU o al riconoscimento verbale dell’esistenza come Stato da parte di Stati terzi, ciò comporta seri rischi. Cela la realtà per cui la strategia di Israele è di rendere un tale Stato impossibile. Avvalora anche il defunto modello di Oslo e compromette l'argomentazione secondo cui Israele è responsabile dei diritti della popolazione che occupa ed opprime. Altre tattiche rischiose includono la mobilitazione per le elezioni del Consiglio Nazionale Palestinese [il parlamento palestinese. Ndtr.], un organo che ha un'efficacia molto limitata. Né sono democratiche elezioni che sanciscono il potere di partiti antidemocratici o che si svolgono in mancanza di una strategia nazionale particolarmente auspicabile.
Allo stesso modo, si è dimostrato fragile e irrealistico l'approccio che privilegia la costruzione delle istituzioni, adottato negli ultimi anni, attraverso cui le sovvenzioni vengono incanalate in un presunto progetto di costruzione dello Stato. Piuttosto, bisogna riconoscere che l'attuale strategia israeliana di contenimento impedisce non solo la costituzione di uno Stato palestinese indipendente, ma anche un'economia palestinese sostenibile. C'è bisogno di lavorare di più sul modo in cui la soluzione senza Stato rende l'economia palestinese dipendente, improduttiva e strutturalmente arretrata. Allo stesso tempo rimane criticamente importante fornire lavoro ai palestinesi non come sviluppo legato a falsi pretesti, ma per appoggiare la tenacia e per far in modo che i palestinesi rimangano in Palestina.
In sintesi, il problema non è se certi mezzi e tattiche sono buoni o cattivi in teoria, ma se affrontano direttamente o nascondono attivamente l'attuale situazione politica, se fanno avanzare o impediscono una specifica strategia intesa ad affrontare queste realtà. Questo breve ragionamento si propone come un contributo al processo d'identificazione di una tale strategia, che possa unire il popolo palestinese in una lotta che contrasti efficacemente il progetto di Israele di un regime di apartheid.
Il punto di vista espresso in questo articolo è dell'autrice e non esprime necessariamente la politica editoriale dell'agenzia di notizie Ma'an.
(traduzione di Amedeo Rossi)
Riflessioni
martedì 18 agosto 2015
Quel diritto che si fa un po’ più in là...
C’è un’agenzia dell’Onu che riesce a stento - e forse quest’anno non riuscirà più - a rendere tutti i
servizi per cui venne creata con una Risoluzione ad hoc nel dicembre del 1949. Si parla di
mancanza di finanziamenti, ma forse a monte c’è dell’altro: c’è un diritto che, seppur sancito
dall’Onu, è così fastidioso per chi dell’Onu s’è regolarmente fatto beffe, che ora potrebbe essere
tranquillamente liquidato con la scusa dei finanziamenti mancanti.
Sto parlando dell’Unrwa, cioè l’agenzia per i rifugiati palestinesi che nel 1948 furono cacciati o
costretti a fuggire dalle loro case e che da allora aspettano di potervi tornare come, appunto,
stabilisce l’articolo 11 della Risoluzione Onu n. 194.
Da diversi mesi il Commissario generale Unrwa invia appelli preoccupati ed ha recentemente
scritto a Ban Ki Moon parole accorate affinché venga saldato il debito di 101 milioni di dollari che
permetterebbe di iniziare regolarmente l’anno scolastico. Questo consentirebbe a 500.000 bambini
dai 5 ai 14 anni di usufruire del diritto allo studio e ricorda che “l’educazione è riconosciuta a livello
globale come fattore primario di crescita e sviluppo umano” e che "Niente è più importante per questi
bambini in termini di dignità e identità dell'educazione che ricevono.”
Queste le parole del Commissario generale Unrwa Pierre Krähenbühl il quale aggiunge che in
questo “momento di crescente instabilità in tutto il Medio Oriente, il ruolo di UNRWA è sempre più
importante."
Ma nel suo rapporto-appello al Segretario generale dell’Onu conclude con quello che forse è visto
come il peccato originale che Unrwa deve espiare e cioè “la capacità dell’Agenzia di contare
pienamente sulla riconferma della volontà della comunità internazionale ... in attesa di una giusta soluzione
alla loro (dei rifugiati palestinesi) causa”.
“In attesa di una giusta soluzione alla loro causa”. Questo l’hanno ben capito alcuni dirigenti
scolastici dei 58 campi profughi diffusi in Palestina (sia Cisgiordania che Gaza) oltre che in
Libano, Siria e Giordania. La partita non si sta giocando solo sul diritto allo studio, per quanto
importante esso sia in termini di dignità e identità. È un altro il diritto che si vuole eliminare, e
basta leggere le tante dichiarazioni contro l’Unrwa reperibili su numerosi siti israeliani per capire il
perché profondo dell’angoscia di tanti palestinesi di fronte alla chiusura di 700 scuole e 8 centri di
formazione, privando 500.000 studenti e circa 29.000 docenti e ausiliari del diritto allo studio i
primi e del loro lavoro gli altri.
E’ l’enunciato dell’articolo 11 della Risoluzione 194 la vera posta in gioco. È quel “diritto al
ritorno” che Israele legge in funzione anti-israeliana e che rappresenta la memoria storica di
un’ingiustizia da sanare e l’intralcio al piano D (cioè l’occupazione dell’intera Palestina fino al
Giordano) che è nel progetto di fondazione di Israele e che scavalca totalmente la stessa
Risoluzione 181 relativa alla partizione della Palestina storica dopo il mandato britannico.
Del resto basta leggere, tra le tante, anche solo le sincere dichiarazioni rilasciate al Parlamento
europeo – e non contestate – dal leader dei coloni Gershom Mesika, ospite di un nostro
europarlamentare e capo del Consiglio regionale degli insediamenti nel nord della Cisgiordania, che
lo stesso si ostina a definire col nome biblico di Samaria, regione che rappresenterebbe “il cuore
stesso dello stato di Israele” e che, pertanto, deve farne parte in toto insieme alla “Giudea”.
Meglio ancora, per fugare ogni dubbio, sarebbe opportuna l’analisi della sostanza illegale della
recente nomina ad ambasciatrice di Israele in Italia di una cittadina ... italiana (!) occupante di una
casa in un insediamento dichiarato illegale dal Diritto internazionale e, quindi, in totale spregio
della legalità internazionale, per capire quali siano le mire israeliane e quali e quanti i suoi
supporter. Non va dimenticato che gran parte di questi supporter sono anche donatori Onu che non
stanno effettuando le loro donazioni all’Agenzia Unrwa nonostante il Segretario generale Ban Ki
Moon abbia definito “imperativo” che l’Agenzia riceva il denaro necessario ai suoi scopi ed abbia
esortato i paesi donatori a non indugiare oltre.
Fino ad ora i nostri media non hanno ancora dato notizia delle manifestazioni che si stanno
svolgendo da giorni sotto le sedi dell’Unrwa in Palestina e del clima di angoscia che si respira in
tutti i campi profughi. Solo il Manifesto ha pubblicato un articolo chiaro e circostanziato della
situazione, ma il Manifesto è un giornale indipendente, diciamo pure che i lunghi tentacoli che
inducono all’autocensura non raggiungono il suo inviato in Medio Oriente. Purtroppo però è un
quotidiano di nicchia e non arriva a quel pubblico abitualmente nutrito dal leit motif “Israele ha
diritto a difendersi”, frase magica che pone in ombra ogni altra verità e che, nonostante l’abuso
reso ormai grottesco dai fatti, ancora non conosce tramonto.
Detto con chiarezza: l’Unrwa deve sparire, perché la sua esistenza è un atto d’accusa, sebbene
poco efficace, contro Israele, contro i suoi crimini – commessi e tuttora registrati nel suo atto di
nascita e, prima ancora, nella sua gestazione – e contro i suoi sostenitori tout court che nella
fattispecie meglio si caratterizzano come complici.
I palestinesi che non hanno ceduto alla rassegnazione, dopo settant’anni di occupazione e d’inganni,
leggono quindi in quel che sembra un mero problema finanziario la volontà politica di eliminare
l’istituzione che concretizza questo atto d’accusa e che tiene vivo il diritto al ritorno, diritto in senso
proprio, come sancito dalla citata Risoluzione Onu. Essi sanno bene che la situazione in Medio
Oriente in questo periodo è talmente caotica, tra massacri e cambi di alleanze, terrorismo indotto e
terrorismo di regime che potrebbe essere il momento buono per raggiungere la soluzione finale
delle questione palestinese. Questo temono quei numerosi palestinesi che sanno leggere oltre il
contingente e che vedono nella mappa geografica ridisegnata dagli Usa nel 2003 un progetto in
corso di compimento. Non caso le tre forze politiche più significative (Fatah, Hamas e Fronte
popolare) pur nelle loro divisioni, concordano nel ritenere artificiale la crisi finanziaria dell’Unrwa.
Ma forse sbagliano, cittadini e istituzioni politiche, ad attribuire all’agenzia Onu la responsabilità di
tale situazione. Del resto, una delle forme più scaltre ed anche più diffuse per neutralizzare
l’avversario è quella di fornirgli un avversario-specchio. In tal modo l’opposizione si concentra su
chi viene trasformato in nemico invece che in possibile alleato e il processo cammina secondo il
disegno del suo ideatore.
Ma la realtà che si vive in questo momento nei campi profughi non è caratterizzata solo da
comprensibile grande agitazione, quanto dall’accavallarsi di posizioni lucide e coraggiose, come
quella di far iniziare lo stesso l’anno scolastico pur senza i fondi Unrwa, con quelle di chi preferisce
portare i propri figli altrove dichiarando così la propria rassegnazione insieme al proprio disprezzo
per l’ente che non riesce a offrire il servizio scolastico. Lo sforzo di chi ha capito che cedere in
questo momento significa lasciar liquidare la situazione dei profughi (come desidera Israele
appoggiato dai suoi sostenitori) è uno sforzo da sostenere come possibile. Liquidare la situazione
profughi significa in ultima analisi liquidare la causa palestinese e accreditare la vittoria
all’illegalità e all’illegittimità di uno Stato nato col pretesto della Risoluzione 181 (mai rispettata) e
col progetto di espandersi fino al Giordano utilizzando forme diverse di “pulizia etnica” della
popolazione autoctona. Le divisioni nel mondo arabo mai come ora renderebbero semplice questo
passo. E dietro la scelta di non finanziare l’Unrwa solo pochi nell’opinione pubblica mondiale
vedrebbero la lunga mano capace di artigliare perfino la Grecia di Syriza sporcandola con un
accordo militare che ne cancella l’etica su cui aveva ottenuto i consensi per esistere, o di
accarezzare intellettuali occidentali sempre attenti alla democrazia e ai diritti umani fino al
momento della micidiale carezza sionista, o di offrire ghiotte occasioni di successo politico capaci
di far chiudere gli occhi di fronte allo scadimento dei valori fondanti della democrazia, andando ben
oltre il conflitto più immorale e più ammantato di falsità narrative degli ultimi cento anni.
Ma dove sono i media mainstream? forse stanno aspettando i primi disordini seri per dare notizia
che “la violenta protesta” palestinese si è scagliata proprio contro un’agenzia Onu destinata a
proteggerli, concludendo secondo copione questo ennesimo capitolo di mortificazione di un popolo
che aspetta giustizia.
Per questo è importante che quanto sta succedendo - e che investe 193 paesi Onu - venga alla luce
in modo corretto e prima che l’inversione temporale tra azione e reazione confonda la cronaca e la
realtà dei fatti. Non è importante solo per il popolo palestinese e per chi ne sostiene i diritti, è
importante per chiunque creda nel rispetto del Diritto universale.
Patrizia Cecconi
12 agosto 2015
Patrizia Cecconi
Presidente Associazione “Oltre il Mare”, onlus
patriziacecconi2@gmail.com – associazioneoltreilmare@gmail.com
tel/fax +39.065880187 – mobile +39.3476090366
sabato 4 luglio 2015
In Israele, ci muoviamo in mezzo agli assassini e ai torturatori
In Israele, ci muoviamo in mezzo agli assassini e ai torturatori
L'atto di censura nei confronti del Teatro Al-Midan[cfr. A.Hass su Internazionale ]scaturisce dall’invidia della capacità dei nostri assoggettati di vincere l’oppressione, di pensare e creare, sfidando la nostra immagine di loro come inferiori.
di Amira Hass | 22 giugno 2015 |
Haaretz
Nelle nostre case, nelle nostre strade e nei nostri luoghi di lavoro e divertimento ci sono migliaia di persone che hanno ucciso e torturato migliaia di altre persone o hanno diretto la loro uccisione e la loro tortura. Scrivo “migliaia” invece del più vago “innumerevoli” – un’espressione relativa a qualcosa che non si può misurare.
La grande maggioranza di coloro che uccidono e torturano (anche adesso) vanno fieri delle proprie gesta e la loro società e le loro famiglie sono orgogliose delle loro gesta – benché normalmente sia impossibile trovare un collegamento diretto tra i nomi dei morti e torturati ed i nomi di coloro che uccidono e torturano, e anche quando è possibile,[ciò] è proibito. E’ proibito anche dire “assassini”. Ed è proibito scrivere “malviventi” o “persone crudeli”.
Io, crudele? Dopo tutto, le nostre mani non sono coperte di sangue quando schiacciamo il bottone che sgancia una bomba su un edificio che ospita 30 membri di una famiglia. Malvivente? Come potremmo usare questo termine per designare un soldato di 19 anni che uccide un ragazzo di 14 anni che è uscito per raccogliere piante commestibili?
I killer e i torturatori ebrei e i loro diretti superiori agiscono come se avessero un’autorizzazione ufficiale. I palestinesi morti e torturati che si sono lasciati alle spalle negli scorsi 67 anni hanno anche dei nipoti e delle famiglie in lutto per i quali la perdita è una costante presenza. Nei corridoi universitari, nei centri commerciali, negli autobus, nei distributori di carburante e nei ministeri governativi, i palestinesi non sanno chi, tra la gente che incrociano, ha ucciso, o quali e quanti membri delle loro famiglie e del loro popolo ha ucciso.
Ma ciò che è certo è che i loro assassini e torturatori vanno in giro liberamente. Come eroi.
In questa malsana situazione in cui i palestinesi soffrono lutto e angoscia, noi, gli ebrei israeliani, non possiamo vincere. Con la nostra aviazione e le nostre forze armate e la nostra Brigata Givati e le nostre celebri unità di commando d’elite, siamo dei perdenti in questo contesto. Ma poiché siamo i dominatori indiscussi, falsifichiamo il contesto e ci appropriamo del lutto.
Non ci accontentiamo dei terreni, delle case e delle vie di comunicazione dirette che abbiamo rubato loro e di cui ci siamo impadroniti ed abbiamo distrutto, e che continuiamo a distruggere e a rubare. No. Noi in più neghiamo ogni ragione, ogni contesto storico e sociale delle espulsioni, spossessamenti e discriminazioni che hanno costretto un piccolissimo manipolo di quei palestinesi che sono cittadini di Israele a cercare di imitarci prendendo le armi. Si sono ingannati pensando che le armi fossero lo strumento giusto di resistenza, o hanno raggiunto il colmo della rabbia e dell’impotenza e deciso di uccidere.
Che se ne pentano o no, la loro delusione non cancella il fatto che avevano ed hanno tutte le ragioni di resistere all’oppressione e alla discriminazione e malvagità che sono parte del dominio di Israele su di loro. Condannarli come assassini non ci trasforma in vittima collettiva in questa equazione. Invece di indebolire le ragioni della resistenza, noi stiamo soltanto intensificando e migliorando gli strumenti di oppressione. E un mezzo di oppressione è l’insaziabile desiderio di vendetta.
L’attacco al Teatro Al-Midan e lo spettacolo “Un tempo parallelo” sono parte di questa sete di vendetta. E comprende anche tantissima invidia. Invidia per la capacità di coloro che opprimiamo di vincere l’oppressione e il dolore, di pensare, di creare e di agire, sfidando la nostra immagine che li dipinge inferiori. Loro non ballano la nostra musica come poveri smidollati.
Come in una caricatura antisemita, per noi tutto si concentra nelle finanze, nel denaro. Noi non stiamo zitti, noi ci vantiamo. Siamo felici se solo togliamo loro i finanziamenti. Li abbiamo trasformati in una minoranza nella nostra terra quando li abbiamo espulsi e non abbiamo concesso loro il ritorno, ed ora il 20% che è rimasto qui dovrebbe dirci grazie e pagare con le tasse degli spettacoli che esaltano lo Stato e la sua politica. Questa è democrazia.
Non è una guerra culturale, o una guerra sulla cultura. E’ un’altra battaglia – probabilmente una causa persa, come quelle precedenti – per un futuro sano per questo paese. I cittadini palestinesi di Israele erano una forma di assicurazione per la possibilità di un futuro sano: si può dire un ponte, bilingue, pragmatico, anche se contrario alla loro volontà. Ma dobbiamo attuare dei cambiamenti, dobbiamo imparare come ascoltarli, perché questa assicurazione sia valida. Ma noi, gli indiscussi dominatori, non prevediamo di ascoltarli e non conosciamo il significato di cambiamento.
Una nota finale: I rapporti sull’omicidio di un residente di Lod, Danny Gonen, alla sorgente di Ein Bubin vicino al villaggio di Dir Ibzi’a erano accompagnati da collegamenti a recenti precedenti attacchi: la persona ferita in un attacco terroristico vicino alla colonia di Alon Shvut, il poliziotto di frontiera accoltellato vicino alla Tomba dei Patriarchi a Hebron. E che cosa si ometteva di menzionare? Ovviamente, due giovani palestinesi recentemente uccisi dai soldati israeliani: Izz al-Din Gharra, di 21 anni, colpito a morte il 10 giugno nel campo profughi di Jenin e Abdullah Ghneimat, 22 anni, schiacciato il 14 giugno a Kafr Malik da una jeep dell’esercito israeliano.
In media ogni notte l’esercito israeliano compie 12 raid di routine. Per i palestinesi, ogni raid notturno, che spesso comporta l’uso di granate stordenti e di gas e sparatorie, è un mini attacco terroristico.
( Traduzione di Cristiana Cavagna)
martedì 16 giugno 2015
IL MOSTRO INGORDO CHE DIVORA LA CISGIORDANIA
Questo enorme insediamento 'trasforma i villaggi palestinesi in una prigione'
La costruzione procede a ritmo sostenuto nella colonia di Leshem, creando ancora un altro 'blocco di colonie' in Cisgiordania e bisecandola irrevocabilmente.
Gideon Levy | Giugno 5, 2015
Si va a tutta velocità a Leshem, nella parte nord-occidentale della Cisgiordania. Mentre alcune persone si stanno ancora divertendo - o stanno ingannando - aggrappandosi all'idea di una soluzione a due stati, e mentre ogni disperato approccio palestinese di un'organizzazione internazionale di qualsiasi tipo è bollato come "mossa unilaterale" che viola i siglati accordi, Israele sta costrendo un altro mega-insediamento nel cuore della Cisgiordania ad un ritmo rapido. Ma questa non è considerata una mossa unilaterale, in nessun modo.
Decine di "scatolette" di cemento sono già occupate; altre centinaia sono in costruzione. Mentre stavamo parlando di altre cose, questi cubi grigi uniformi sono sorti e hanno completato la dannosa continuità territoriale che si estende dalla pianura costiera all'insediamento urbano di Ariel, e da lì a Tapuah Junction, Ma'aleh Efraim e la Valle del Giordano - una chiara , linea retta che taglia in due la Cisgiordania.
Un altro bastone tra le ruote dell'ultima debole possibilità della creazione di uno stato palestinese.
In breve tempo, quando la costruzione in questo insediamento si completerà e un altro paio di migliaia di coloni si muoveranno nelle sue 600 abitazioni, e quando Ariel e le sue comunità satelliti saranno riconosciuti come un "blocco insediamento" - dichiarato unilateralmente trovarsi all'interno del consenso israeliano e come tale da non evacuare - Israele sarà in grado di congratularsi con se stesso per un lavoro ben fatto: l'aborto del non ancora nato Statoi di Palestina.
Benvenuti a Leshem. Una delle impressioni avvicinandosi al vasto cantiere è che una metropoli è in costruzione: decine di intimidenti bulldozer, i carri moderni di Israele, rotolano sopra tutta la terra su ruote e catene in acciaio, creando un frastuono assordante, sollevando colonne di sporcizia e polvere - scavando , tagliando, perforando, frantumando, livellando e ferendo la collina che diventerà anche un insediamento.
Gli antenati di Leshem sporgono dalle vette circostanti: gli insediamenti di Alei Zahav, Paduel, Ariel e le zone industriali di Barkan e Ariel occidentale. Accanto a loro, nascosti nella loro vergogna, ci sono città e villaggi palestinesi con la terra magra che rimane nelle loro mani dopo che la maggior parte di essa è stata saccheggiata: Kufr a-Dik, Brukin, Deir Balut, Rafat.
Strade sterrate conducono al cantiere, accanto al quale i primi Leshemiti vivono già. I loro figli stanno già amoreggiando nel nuovo parco giochi, spruzzi di colore in un mare di grigio. Quando questi bambini cresceranno, non si parlerà con loro di uno stato palestinese o di insediamenti. Nessuno potrà mai dire loro che il loro insediamento è stato costruito su terra palestinese rubata, con lo scopo di sabotare l'ultima prospettiva di una soluzione politica. Essi continueranno a crescere in una comunità nazionale-religiosa nelle case con quattro esposizioni, sistemi solari di riscaldamento avanzati, tutte superbamente pianificate e progettate, in quello che sarà considerato il centro del paese, non lontano dalla linea verde dimenticata. Perché, c'è Tel Aviv all'orizzonte, e l'aeroporto di Ben Gurion, anche.
Tutte le case di questo nuovo insediamento sono uniformi in apparenza, residenze unifamiliari calcolate per realizzare il sogno di ogni israeliano. Bandiere blu e bianche stanno già sventolando nella brezza accanto ai lotti e piccole e medie vetture, giapponesi e coreane, sono parcheggiate fuori le residenze piccolo borghesi . Verranno qui per fede e ideologia, ma anche per la "qualità della vita".
Leshem è in costruzione più velocemente della nuova autostrada da Tel Aviv a Gerusalemme.
Un po 'di storia: Questa comunità è iniziata come un quartiere di 19 ville la cui costruzione è stata sospesa per motivi non chiari - vi è più di una versione di quello che è successo - e i cui scheletri qui furono abbandonati. Le Forze di Difesa Israeliane si addestravano presso il sito - allora conosciuto come Chabad Illit, evocando il periodo iniziale del quartiere - durante la seconda intifada. Nel 2010, quando la costruzione è stata rinnovata sulla collina sopra le ville, è stata indicata come un "quartiere" dell'insediamento di Alei Zahav, che è, l'espansione di un insediamento già esistente. Così, la sua istituzione non avrebbe causato un putiferio, anche se il "quartiere" era in realtà un insediamento completamente separato. Tutti sanno che Israele non costruisce nuovi insediamenti, estende solo quelli esistenti.
Ma oggi i segni ti portano a Leshem, non ad Alei Zahav o a qualsiasi tipo di mero quartiere. Questo insediamento è stato costruito da imprenditori privati, la strada che conduce ad esso si trova sulla terra palestinese di proprietà privata, e anche se la High Court of Justice è intervenuta momentaneamente, la costruzione è proseguita senza impedimenti.
Accanto a Leshem sono le splendide antichità di Deir Samaan, un convento di epoca romana ed epoca bizantina. Non ci sono molti siti archeologici così impressionanti e così trascurati come questo. Ha tutto: enormi cisterne e pavimenti a mosaico, frantoi e mulini, un orologio solare, un abbeveratoio per i cavalli, le rovine di una chiesa e di sistemi idrici sotterranei, cupole in pietra e colonne di marmo sparse sul terreno - i resti di un antico meraviglioso modo di vivere.
L'acqua verde muffa riempie le cisterne e le vasche antiche, e l'intero sito è svilito dai resti fuligginosi di barbecue, bottiglie di plastica, lattine vuote di conserve e altri rifiuti lasciati da persone che amano questa terra.
La proprietà adiacente al cantiere, tra cui le rovine archeologiche, apparteneva a Fars a-Dik. Docente di scienze politiche all'American University di Jenin, 35 anni, single e che lavora per una ONG coinvolta nello sviluppo della politica della sanità pubblica. Vive in Kufr a-Dik, il villaggio vicino, con una popolazione di 6000, la maggior parte delle cui terre sono state saccheggiate e dichiarate terreno statale, al fine di creare Leshem, anche se Kufr a-Dik è stato poi lasciato senza terreno su cui costruire. Circa 100 famiglie hanno già lasciato il villaggio per Ramallah.
Fars a-Dik aveva un piccolo uliveto di 25 dunam (6,25 ettari), che suo padre ha piantato 35 anni fa. Nel 1996, lo stato ha espropriato parte dei terreni di famiglia e ha dichiarato un sito archeologico, cioè Deir Samaan. Il figlio ha ora un cantiere mostruoso accanto a ciò che resta del suo boschetto, ed i suoi alberi sono coperti da strati di polvere e rifiuti edili. Ulivi bianchi sono ciò che rimane, che non offrono olive da raccogliere.
La sua terra è circondata su tutti i lati da insediamenti, e una volta Leshem sarà completamente popolato è improbabile che a lui sarà consentito l'accesso alla sua terra. A-Dik lo sa. Leshem lo separa anche da un altro appezzamento di terra che appartiene alla sua famiglia. Egli quasi mai va là, a causa della grande distanza che deve percorrere per raggiungerla. Gli agricoltori provenienti da un villaggio vicino stanno lavorando quella terra per lui.
A-Dik paragona la costruzione di Leshem ad un dito con cui Israele sta colpendo nel cuore della Cisgiordania al fine di spezzarla.
"Gli israeliani vogliono unificare tutti gli insediamenti della zona in una sola unità," dice, "e trasformare i villaggi palestinesi tra di loro in una vasta prigione, di cui Israele ha la chiave. Se Israele vuole, aprirà e ci permetterà l'accesso alla nostra terra, e se no, non lo farà. E 'più probabile che non lo farà. Kufr a-Dik si trasformerà da un villaggio in un campo, perché non c'è nessun posto rimasto per costruirvi. Quando [il primo ministro Benjamin] Netanyahu e [il presidente palestinese Mahmoud] Abbas parlano di uno scambio territoriale, è del mio paese che stanno parlando ".
Ma a-Dik sa che anche che il parlare di scambi di territori è ormai altro se non chiacchiere inattive.
Ha un amico in Inghilterra che di recente lo ha visitato nel suo villaggio, per la prima volta in cinque anni. Non riusciva a credere ai suoi occhi.
http://www.haaretz.com/week…/twilight-zone/.premium-1.659551
Traduzione a cura https://www.facebook.com/IlPopoloCheNonEsiste
domenica 14 giugno 2015
L’alleanza clandestina di Israele con gli stati Arabi del Golfo sta diventando pubblica
Di Murtaza Hussain
7 giugno 2015
Nel 2009, un cablogramma diplomatico del Dipartimento di Stato americano ha fornito uno dei primi barlumi di una nascente alleanza tra Israele e gli stati arabi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC). Il cablogramma citava le parole pronunciate dal funzionario del ministero degli esteri israeliano, Yakov Hadas: “Gli Arabi del Golfo credono nel ruolo di Israele perché percepiscono lo stretto rapporto di Israele con gli Stati Uniti,” e che “Gli stati del GCC “credono che Israele possa fare un miracolo.”
Israele e gli stati del Golfo condividevano anche un interesse nel contrastare quella che consideravano una crescente influenza iraniana in Medio Oriente. E così, mentre le due parti in pubblico litigavano – l’Operazione militare di Israele “Piombo Fuso” era appena costata più di 1.400 vite nella Striscia di Gaza ed era stata condannata dall’Arabia Saudita, in una lettera alle Nazioni Unite come “aggressione feroce”- avevano “buoni rapporti personali” a porte chiuse, ha detto Hadas, secondo quanto scritto in uno dei cablogrammi. Si dice che Hadas abbia aggiunto che gli Arabi del Golfo tuttavia “non erano pronti a fare in pubblico quello che dicono in privato.”
Premiamo il pulsante ‘avanti veloce’ di 6 anni e sembra che gli stati si siano finalmente preparati a parlare pubblicamente delle loro relazioni più cordiali con Israele. Durante un evento al Consiglio per le Relazioni estere di questa settimana a Washington, di cui ha riferito Eli Lake, della Bloomberg (multinazionale nel settore dei mass media, n.d.t.), ex funzionari sauditi che occupano alte posizioni, e funzionari israeliani non solo hanno condiviso il palco, ma hanno rivelato che i due paesi avevano tenuto una serie di incontri ad alto livello per discutere obiettivi strategici comuni, particolarmente riguardo alla percepita supremazia regionale dell’Iran. All’evento l’ex Generale Saudita Anwar Eskhi ha chiesto apertamente un cambiamento di regime in Iran, mentre l’ex ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Dore Gold, una volta feroce critico dell’Arabia Saudita, ha parlato del suo avvicinamento al paese in anni recenti e della possibilità di risolvere le restanti differenze tra le due nazioni, affermando: “Stare oggi su questo palco non significa che abbiamo risolto tutte le differenze che le nostre nazioni hanno condiviso nel corso degli anni, ma la nostra speranza è che saremo in grado di occuparcene completamente negli anni a venire.”
Le relazioni con Israele sono state da lungo tempo un argomento “esplosivo” per gli stati arabi. In seguito alla creazione di Israele nel 1948, e al conseguente trasferimento di centinaia di migliaia di profughi palestinesi, altri paesi mediorientali hanno mantenuto una posizione di pubblica ostilità verso Israele, in linea con l’opinione pubblica nazionale di vecchia data. Sebbene paesi come l’Egitto, con una dittatura militare, abbiano concluso trattati di pace ufficiali con Israele, senza tener conto del sentimento popolare, per lo più gli stati del Golfo sono rimasti lontani da questo.
Tuttavia, in anni recenti, due fenomeni delle insurrezioni arabe e della crescente influenza iraniana, hanno spinto i leader del GCC più vicino a Israele. L’anno scorso, il principe saudita Turki bin Fasal hanno fatto il passo senza precedenti, di pubblicare un contro editoriale su un importante giornale israeliano che chiedeva la pace tra Israele e le nazioni del GCC, e anche una risoluzione al conflitto israelo-palestinese. Mentre gli Stati Uniti durante l’Amministrazione Obama hanno perseguito la distensione con l’Iran in anni recenti, sono comparsi anche rapporti che indicano una cooperazione nascosta riguardo alla sicurezza, tra Israele e gli stati del GCC. Il sito di inchieste Middle East Eye, ha di recente documentato l’esistenza di voli segreti tra Abu Dhabi e Tel Aviv, malgrado ci sia una palese proibizione per i cittadini israeliani di entrare negli Emirati Arabi Uniti (UAE – United Arab Emirates).
Nel suo libro del 2012: After the Sheikhs: The Coming Collapse of the Gulf Monarchies [Dopo gli sceicchi: l’imminente crollo delle monarchie del Golfo], il Professore dell’Università di Durham, Chris Davidson, ha scritto che gli stati del Golfo continueranno a cercare l’appoggio di Israele grazie alle crescenti pressioni esterne sugli stati del Golfo in seguito al le insurrezioni nella regione. Anche quando descrive i paesi del GCC come entità formate da “popolazioni nazionali che per lo più sono anti-israeliane e pro-palestinesi, dove gli argomenti di Israele e del sionismo spesso provocano forti emozioni,” il libro documenta il crescente coordinamento politico ed economico da parte dei leader del GCC con le loro controparti israeliane, verificatosi in anni recenti.
Ci sono comunque segnali che anche il sentimento popolare anti-israeliano in questi paesi forse sta cambiando. Un recente sondaggio d’opinione tra i sauditi, condotto dagli studenti del Centro Interdisciplinare di Herzlya, un’università israeliana, ha trovato che una minoranza del pubblico saudita considerava Israele un’importante minaccia al loro paese, e citava invece l’Iran o il nascente Stato Islamico come principali oggetti di preoccupazione. “Ciò che pensiamo qui in Israele sui Sauditi non è esattamente ciò che in realtà sono,” ha detto Alex Mintz del suddetto Centro, che ha aiutato a supervisionare il sondaggio. “Supponiamo di conoscere ciò che la gente in Iran, a Gaza e in Arabia Saudita pensa, [ma]nessuna delle persone con cui ho parlato pensava che i Sauditi avrebbero detto, con un di 3 a 1che l’Iran li spaventava più di Israele, nessuno prevedeva questo.”
Mentre l’amministrazione Obama cerca di concludere un accordo nucleare controverso con l’Iran il mese prossimo, sembra probabile che gli stati Arabi del Golfo e Israele, tradizionali alleati dell’America, uniti nella loro opposizione all’accordo, continueranno a far crescer il loro coordinamento strategico. La recente decisione presa da ex funzionari che occupavano alte posizioni e che rappresentano gli interessi sia del Golfo che di Israele, di rendere pubblica la loro collaborazione, è soltanto il segnale più recente della forza di questa crescente alleanza. Dato che questa relazione sta fiorendo sullo sfondo di una crisi ancora in corso tra Israele e Palestina, e anche di una supremazia dei partiti politici di estrema destra all’interno di Israele, sembra chiaro che i leader del GCC abbiano deciso subito dopo la Primavera Araba di mettere i loro ristretti interessi politici al di sopra di qualsiasi principio dichiarato pubblicamente riguardante la stabilità nella regione.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://zcomm.org/znet/article/israel-s-clandestine-alliance-with-gulf-arab-states-is-going-public
Originale : The Intercept
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0
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