mercoledì 7 dicembre 2011
Bambini palestinesi incarcerati
Scritto da Associazione
Martedì 06 Dicembre 2011 11:55
AIC - Alternative Information Centre
06.12.2011
http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/11-aic-projects/3305-bambini-palestinesi-incarcerati-violazione-del-diritto-internazionale
Bambini palestinesi incarcerati: violazione del diritto internazionale
di Jana Grunewald
A settembre 2009, Israele ha istituito la Corte Minorile Militare. Due anni dopo, Israele ha adempiuto agli obblighi previsti dal diritto internazionale e ha innalzato la maggiore età nelle corti militari da 16 a 18 anni. Il cambiamento non ha portato a miglioramenti nella pratica e gli abusi contro i bambini palestinesi detenuti dalle autorità israeliane continuano.
Decine di bambini palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane
Fin dall’inizio della Seconda Intifada nel settembre 2000, Israele ha iniziato ad utilizzare gli ordini di detenzione amministrativa contro i bambini. Secondo la legge internazionale, la detenzione amministrativa è permessa solo su scala molto limitata, specialmente nei confronti di minori. In Israele, tuttavia, da allora i bambini palestinesi sono sistematicamente detenuti. Ogni anno sono circa 700 i bambini palestinesi arrestati dall’esercito israeliano e perseguiti in tribunale.
Attualmente, 164 bambini palestinesi sono prigionieri in Israele, la maggior parte di loro per aver tirato delle pietre. Sebbene sia proibito dalla legge israeliana detenere qualsiasi essere umano sotto i 14 anni, 35 dei bambini prigionieri hanno tra i 12 e i 13 anni. È allarmante che minori vengano arrestati sia in violazione della legge israeliana che quella internazionale. E quello che è ancora più preoccupante è il modo in cui i bambini vengono trattati durante l’arresto, l’interrogatorio e la detenzione.
Numerose Ong che monitorano il trattamento dei minori nelle carceri israeliane pubblicano report sugli abusi mentali e fisici. In molti casi, i minori vengono arrestati nelle loro case durante la notte e portati via dai soldati senza poter essere accompagnati dai genitori. Allo stesso modo, gli interrogatori hanno luogo senza la famiglia né l’avvocato. Spesso trascorrono ore e giorni prima che i minori vengano interrogati. Mentre aspettano l’interrogatorio, ai bambini sono negati i bisogni fondamentali come dormire, mangiare, bere o andare in bagno. Durante tutte le fasi dell’arresto, la violenza è comune: pugni, calci, schiaffi, tirate di capelli e strangolamenti. A ciò si aggiungono anche violenze sessuali.
Un altro serio problema è dato dal fatto che non c’è alternativa alla custodia cautelare fino al termine delle procedure, secondo la legge militare applicata ai minori palestinesi detenuti. Di conseguenza, molti bambini confessano il crimine di cui sono accusati solo per evitare tempi più lunghi di detenzione. Le confessioni, che i minori sono costretti a firmare, sono spesso redatte in ebraico, una lingua che la maggior parte dei palestinesi non sa leggere.
Circa il 93% dei minori coinvolti nel lancio di pietre tra il 2005 e il 2010 è stato condannato alla prigione, elemento che dimostra che difficilmente vengono applicate punizioni alternative al carcere. La durata della detenzione varia, passando da pochi giorni fino ad oltre venti mesi. Una simile esperienza nuoce seriamente alla crescita di questi bambini: una volta rilasciati, la maggioranza degli ex prigionieri soffre di svariati problemi, sociali, finanziari ed emozionali.
Il maltrattamento dei bambini palestinesi nelle corti e nelle prigioni israeliane è costantemente ignorato. Manca anche la mera attenzione alle condizioni dei minori durante la prigionia, anche nell’attualità più ovvia: quando, ad ottobre di quest’anno, Gilad Shalit è stato liberato in cambio di 1.027 prigionieri palestinesi, nessuno ha parlato dei minori detenuti; né le autorità israeliane, né la comunità internazionale, né Hamas.
Martedì 06 Dicembre 2011 11:55
AIC - Alternative Information Centre
06.12.2011
http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/11-aic-projects/3305-bambini-palestinesi-incarcerati-violazione-del-diritto-internazionale
Bambini palestinesi incarcerati: violazione del diritto internazionale
di Jana Grunewald
A settembre 2009, Israele ha istituito la Corte Minorile Militare. Due anni dopo, Israele ha adempiuto agli obblighi previsti dal diritto internazionale e ha innalzato la maggiore età nelle corti militari da 16 a 18 anni. Il cambiamento non ha portato a miglioramenti nella pratica e gli abusi contro i bambini palestinesi detenuti dalle autorità israeliane continuano.
Decine di bambini palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane
Fin dall’inizio della Seconda Intifada nel settembre 2000, Israele ha iniziato ad utilizzare gli ordini di detenzione amministrativa contro i bambini. Secondo la legge internazionale, la detenzione amministrativa è permessa solo su scala molto limitata, specialmente nei confronti di minori. In Israele, tuttavia, da allora i bambini palestinesi sono sistematicamente detenuti. Ogni anno sono circa 700 i bambini palestinesi arrestati dall’esercito israeliano e perseguiti in tribunale.
Attualmente, 164 bambini palestinesi sono prigionieri in Israele, la maggior parte di loro per aver tirato delle pietre. Sebbene sia proibito dalla legge israeliana detenere qualsiasi essere umano sotto i 14 anni, 35 dei bambini prigionieri hanno tra i 12 e i 13 anni. È allarmante che minori vengano arrestati sia in violazione della legge israeliana che quella internazionale. E quello che è ancora più preoccupante è il modo in cui i bambini vengono trattati durante l’arresto, l’interrogatorio e la detenzione.
Numerose Ong che monitorano il trattamento dei minori nelle carceri israeliane pubblicano report sugli abusi mentali e fisici. In molti casi, i minori vengono arrestati nelle loro case durante la notte e portati via dai soldati senza poter essere accompagnati dai genitori. Allo stesso modo, gli interrogatori hanno luogo senza la famiglia né l’avvocato. Spesso trascorrono ore e giorni prima che i minori vengano interrogati. Mentre aspettano l’interrogatorio, ai bambini sono negati i bisogni fondamentali come dormire, mangiare, bere o andare in bagno. Durante tutte le fasi dell’arresto, la violenza è comune: pugni, calci, schiaffi, tirate di capelli e strangolamenti. A ciò si aggiungono anche violenze sessuali.
Un altro serio problema è dato dal fatto che non c’è alternativa alla custodia cautelare fino al termine delle procedure, secondo la legge militare applicata ai minori palestinesi detenuti. Di conseguenza, molti bambini confessano il crimine di cui sono accusati solo per evitare tempi più lunghi di detenzione. Le confessioni, che i minori sono costretti a firmare, sono spesso redatte in ebraico, una lingua che la maggior parte dei palestinesi non sa leggere.
Circa il 93% dei minori coinvolti nel lancio di pietre tra il 2005 e il 2010 è stato condannato alla prigione, elemento che dimostra che difficilmente vengono applicate punizioni alternative al carcere. La durata della detenzione varia, passando da pochi giorni fino ad oltre venti mesi. Una simile esperienza nuoce seriamente alla crescita di questi bambini: una volta rilasciati, la maggioranza degli ex prigionieri soffre di svariati problemi, sociali, finanziari ed emozionali.
Il maltrattamento dei bambini palestinesi nelle corti e nelle prigioni israeliane è costantemente ignorato. Manca anche la mera attenzione alle condizioni dei minori durante la prigionia, anche nell’attualità più ovvia: quando, ad ottobre di quest’anno, Gilad Shalit è stato liberato in cambio di 1.027 prigionieri palestinesi, nessuno ha parlato dei minori detenuti; né le autorità israeliane, né la comunità internazionale, né Hamas.
sabato 3 dicembre 2011
SI GIOCA SPORCO SULLA PELLE DELLA SIRIA! I MEDIA DEVONO FINIRLA DI DIFFONDERE BUGIE
WEBSTER TARPLEY: SULLA SIRIA MEDIA RACCONTANO UN’ALTRA REALTA’
Il noto giornalista investigativo statunitense, che si e' occupato degli attentati alle Torri Gemelle e ha smascherato le attivita' di George Bush, offre un resoconto della crisi interna siriana molto diverso da cio' che riportano gran parte dei media.
STEFANIA LIMITI
Roma, 03 dicembre 2011, Nena News «In Siria sono al lavoro squadroni della morte, composti da libici, ceceni, iracheni, afghani, gente senza scrupoli che semina terrore». La denuncia arriva da uno dei maggiori giornalisti investigativi americani, Webster Tarpley, che si è recentemente recato in Siria con una delegazione di colleghi provenienti da tutto il mondo invitati da un gruppo di religiosi guidati da Agnes Marie de La Croia, del convento di S. Giacomo mutilato, «una specie di moderna Giovanna d’Arco che si batte contro la violenza e la guerra», spiega al telefono Tarpley, ancora provato da un viaggio interessante ma molto inquietante.
Perché, cosa l’ha colpito?
Eravamo ospiti nella città di Kara, a metà strada tra Damasco e Homs. Ma abbiamo poi potuto girare liberamente nel paese, prendendo atto che la situazione è molto diversa da come la raccontano i mass media internazionali. Mentre l’inglese Bbc, ad esempio, dava la notizia dello ‘scoppio della guerra civile’, che ho sentito con le mie orecchie mentre ero nell’albergo di Damasco, mi sono recato insieme al collega Mark George di Media Libre presso il luogo segnalato come il focolaio, la Tv siriana. In realtà, era stato tirato solo qualche petardo, niente di più. C’erano solo curiosi e nessuna tensione ma intanto la notizia aveva fatto il giro del mondo. Mi ha colpito in particolare la nostra visita in un quartiere di Homs che si chiama Zahara. Qui ci sono stati molti morti ma in realtà gli abitanti di questa zona si lamentano perché non c’è una sufficiente presenza dell’esercito.
Può spiegarci meglio?
Sì, certo. Nell’ospedale di Zahara ci hanno detto che sono terrorizzati dai cecchini, appostati in ogni angolo, gente di varie nazionalità che uccide senza scrupoli. Colpiscono indiscriminatamente e un medico mi ha confidato che in questo momento la più grande preoccupazione per lui, come per chiunque, è quella di trovare il modo di tornare ogni giorno a casa senza farsi uccidere.
Si è fatto un’idea di chi ci sia dietro queste squadre della morte?
Sicuramente alcuni paesi interessati alla destabilizzazione della Siria, come Arabia Saudita, Emirati, Qataer e la Libia del dopo-Gheddafi. C’è un ruolo diretto nei finanziamenti e dei rifornimenti da paret della famiglia libanese Hariri e il lavoro di un uomo pericolo solo come Abdul Halim Bel Haj, che ha guidato la rivolta in Libia. La notizia della sua presenza in Siria è stata data da varie fonti. Si sarebbe portato dietro manovalanza adatta in caso di attacco alla Siria. La figura di Bel Haj spiega le dinamiche che hanno fatto nascere e alimentano il caos.
Si profila uno scenario come quello libico?
Il tentativo è chiaro. Io sono stato in Libia dopo il criminale attacco militare (della Nato, ndr), nelle settimane precedenti la caduta di Gheddafi e la situazione era ben diversa. C’era in atto una guerra civile, cosa di cui non c’è traccia in Siria. Inoltre, a complicare i piani di questi strateghi anglo-americani impazziti c’è la presenza della flotta russa a largo della Siria. Se ne parla poco ma sono testimone di questo, ci sono un incrociatore, portaerei, tre o quattro sommergibili. La Libia era isolata, la Siria si trova in una condizione diversa. Ma la situazione è gravissima. In definitiva, dopo il mio viaggio posso dire di aver visto un forte attivismo dei greci ortodossi, dei cristiani melchiti e della chiesa siriaca (riunita nella congregazione delle Chiese orientali). Credo che manchi la voce della Chiesa di Roma e che il papa dovrebbe andare in pellegrinaggio a Damasco per contrastare la follia omicida di chi sta pianificando una terribile aggressione militare alla Siria.
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Il noto giornalista investigativo statunitense, che si e' occupato degli attentati alle Torri Gemelle e ha smascherato le attivita' di George Bush, offre un resoconto della crisi interna siriana molto diverso da cio' che riportano gran parte dei media.
STEFANIA LIMITI
Roma, 03 dicembre 2011, Nena News «In Siria sono al lavoro squadroni della morte, composti da libici, ceceni, iracheni, afghani, gente senza scrupoli che semina terrore». La denuncia arriva da uno dei maggiori giornalisti investigativi americani, Webster Tarpley, che si è recentemente recato in Siria con una delegazione di colleghi provenienti da tutto il mondo invitati da un gruppo di religiosi guidati da Agnes Marie de La Croia, del convento di S. Giacomo mutilato, «una specie di moderna Giovanna d’Arco che si batte contro la violenza e la guerra», spiega al telefono Tarpley, ancora provato da un viaggio interessante ma molto inquietante.
Perché, cosa l’ha colpito?
Eravamo ospiti nella città di Kara, a metà strada tra Damasco e Homs. Ma abbiamo poi potuto girare liberamente nel paese, prendendo atto che la situazione è molto diversa da come la raccontano i mass media internazionali. Mentre l’inglese Bbc, ad esempio, dava la notizia dello ‘scoppio della guerra civile’, che ho sentito con le mie orecchie mentre ero nell’albergo di Damasco, mi sono recato insieme al collega Mark George di Media Libre presso il luogo segnalato come il focolaio, la Tv siriana. In realtà, era stato tirato solo qualche petardo, niente di più. C’erano solo curiosi e nessuna tensione ma intanto la notizia aveva fatto il giro del mondo. Mi ha colpito in particolare la nostra visita in un quartiere di Homs che si chiama Zahara. Qui ci sono stati molti morti ma in realtà gli abitanti di questa zona si lamentano perché non c’è una sufficiente presenza dell’esercito.
Può spiegarci meglio?
Sì, certo. Nell’ospedale di Zahara ci hanno detto che sono terrorizzati dai cecchini, appostati in ogni angolo, gente di varie nazionalità che uccide senza scrupoli. Colpiscono indiscriminatamente e un medico mi ha confidato che in questo momento la più grande preoccupazione per lui, come per chiunque, è quella di trovare il modo di tornare ogni giorno a casa senza farsi uccidere.
Si è fatto un’idea di chi ci sia dietro queste squadre della morte?
Sicuramente alcuni paesi interessati alla destabilizzazione della Siria, come Arabia Saudita, Emirati, Qataer e la Libia del dopo-Gheddafi. C’è un ruolo diretto nei finanziamenti e dei rifornimenti da paret della famiglia libanese Hariri e il lavoro di un uomo pericolo solo come Abdul Halim Bel Haj, che ha guidato la rivolta in Libia. La notizia della sua presenza in Siria è stata data da varie fonti. Si sarebbe portato dietro manovalanza adatta in caso di attacco alla Siria. La figura di Bel Haj spiega le dinamiche che hanno fatto nascere e alimentano il caos.
Si profila uno scenario come quello libico?
Il tentativo è chiaro. Io sono stato in Libia dopo il criminale attacco militare (della Nato, ndr), nelle settimane precedenti la caduta di Gheddafi e la situazione era ben diversa. C’era in atto una guerra civile, cosa di cui non c’è traccia in Siria. Inoltre, a complicare i piani di questi strateghi anglo-americani impazziti c’è la presenza della flotta russa a largo della Siria. Se ne parla poco ma sono testimone di questo, ci sono un incrociatore, portaerei, tre o quattro sommergibili. La Libia era isolata, la Siria si trova in una condizione diversa. Ma la situazione è gravissima. In definitiva, dopo il mio viaggio posso dire di aver visto un forte attivismo dei greci ortodossi, dei cristiani melchiti e della chiesa siriaca (riunita nella congregazione delle Chiese orientali). Credo che manchi la voce della Chiesa di Roma e che il papa dovrebbe andare in pellegrinaggio a Damasco per contrastare la follia omicida di chi sta pianificando una terribile aggressione militare alla Siria.
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giovedì 1 dicembre 2011
Manovre sottobanco con collaborazionisti. Israele non sa più che inventarsi
ISRAELE: VIA ABU MAZEN, MEGLIO LO SCEICCO JAABARI
Il quotidiano Makor Rishon rivela i piani del governo Netanyahu per scardinare l'Anp se Abu Mazen si riconcilierà con Hamas e continuerà a richiedere l’adesione dello Stato di Palestina all’Onu.
MICHELE GIORGIO
Gerusalemme, 30 novembre 2011, Nena News (nella foto dal sito www.cjcuc.com, lo sceicco Jaabari e,a destra, il pastore John Hagee durante un incontro avvenuto la scorsa estate a Gerusalemme) – Lo sceicco Abu Khader al Jaabari lo conoscono in pochi in Cisgiordania. Eppure questo anziano mukhtar di Hebron la scorsa settimana si è improvvisamente ritrovato sotto le luci dei riflettori. Un quotidiano israeliano, Makor Rishon, vicino al Partito nazional-religioso, lo ha indicato come possibile attore protagonista di un progetto volto a scardinare l’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen, «colpevole» di aver scelto la via delle Nazioni unite per arrivare al riconoscimento dello Stato di Palestina, oltre ad aver ottenuto l’adesione all’Unesco e rilanciato i negoziati per la riconciliazione con Hamas.
Notizie che sono circolate mentre il primo ministro palestinese Salam Fayyad annunciava che a causa del blocco attuato dal governo Netanyahu di 100 milioni di dollari palestinesi (derivanti da dazi doganali, Iva sulle importazioni e ritenute nelle buste paga dei palestinesi che lavorano in Israele), a dicembre l’Anp non sarà in grado di pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e le pensioni.
Fayyad ha anche fatto capire che se continuerà il blocco dei trasferimenti di fondi palestinesi – che Israele è tenuto a fare sulla base del Protocollo di Parigi firmato dopo gli Accordi di Oslo – l’Anp non potrà far altro che dissolversi.
Più parti, l’Ue in testa, ripetono a Netanyahu che la scomparsa dell’Anp sarebbe disastrosa per Israele, tenendo conto della stretta «cooperazione di sicurezza» in chiave anti-Hamas tra i servizi di Tel Aviv e quelli di Ramallah. Invece, secondo Makor Rishon, i ministri israeliani non sono preoccupati, anzi preparano un piano per sostituire l’Anp in Cisgiordania, se si arriverà alla riappacificazione tra Hamas e Abu Mazen. Gaza, controllata dal movimento islamico, ovviamente rimarrebbe stretta nel rigido blocco terrestre e navale che già affronta da anni.
E qui spunta fuori il nome dello sceicco Abu Khader al Jaabari, da sempre ostile all’Anp e che, si dice, avrebbe ai suoi ordini decine di uomini armati. Al Jaabari, ha riferito Makor Rishon, ha preso parte di recente ad un meeting segreto a Tel Aviv al quale avrebbero partecipato l’attuale ministro dei trasporti Yisrael Katz, l’ex ministro Rafi Eitan, un rappresentante del servizio di sicurezza interna (Shin Bet) e non meglio precisati «esperti della società palestinese».
Tema del meeting: la possibilità che gruppi armati si sostituiscano all’Anp. Jaabari ed altri collaborazionisti di Israele avranno il compito di amministrare aree e città autonome palestinesi, senza alcuna contiguità territoriale, lavorando a stretto contatto con l’esercito di occupazione. Soprattutto non avanzeranno alcuna richiesta di indipendenza. «Può funzionare – avrebbe affermato durante l’incontro lo sceicco Jaabari – perché i palestinesi non desiderano uno Stato ma vogliono solo migliorare la loro condizione economica».
Il piano descritto da Makor Rishon rappresenta un salto all’indietro di oltre 30 anni, a quando l’ex ministro della difesa e poi premier israeliano Ariel Sharon progettò la Lega dei Villaggi, una rete di centri abitati amministrati da mukhtar e collaborazionisti, oppositori a quel tempo dell’Olp di Yasser Arafat.
Quanti sono i Jaabari pronti a partecipare al progetto che avrebbe in mente il governo Netanyahu? Il quotidiano israeliano non lo ha scritto. Ha messo in rilievo però che il ministro Katz è molto vicino a Netanyahu e la sua presenza all’incontro con lo sceicco di Hebron non può essere avvenuta all’insaputa del premier.
E se il portavoce dell’Anp, Ghassan Khatib, liquida queste indiscrezioni giornalistiche come «sciocche e, in ogni caso, impraticabili», un analista israeliano di primo piano, Gerald Steinberg, invece sostiene che il piano discusso a Tel Aviv non è l’unico sul tavolo del governo. «Se l’Anp proseguirà nel portare avanti la sua linea intransigente ed ostile – ha avvertito Steinberg – , Israele potrebbe arrivare a smantellare l’amministrazione palestinese e ad affidare il controllo della popolazione alla Giordania». Nena News
Il quotidiano Makor Rishon rivela i piani del governo Netanyahu per scardinare l'Anp se Abu Mazen si riconcilierà con Hamas e continuerà a richiedere l’adesione dello Stato di Palestina all’Onu.
MICHELE GIORGIO
Gerusalemme, 30 novembre 2011, Nena News (nella foto dal sito www.cjcuc.com, lo sceicco Jaabari e,a destra, il pastore John Hagee durante un incontro avvenuto la scorsa estate a Gerusalemme) – Lo sceicco Abu Khader al Jaabari lo conoscono in pochi in Cisgiordania. Eppure questo anziano mukhtar di Hebron la scorsa settimana si è improvvisamente ritrovato sotto le luci dei riflettori. Un quotidiano israeliano, Makor Rishon, vicino al Partito nazional-religioso, lo ha indicato come possibile attore protagonista di un progetto volto a scardinare l’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen, «colpevole» di aver scelto la via delle Nazioni unite per arrivare al riconoscimento dello Stato di Palestina, oltre ad aver ottenuto l’adesione all’Unesco e rilanciato i negoziati per la riconciliazione con Hamas.
Notizie che sono circolate mentre il primo ministro palestinese Salam Fayyad annunciava che a causa del blocco attuato dal governo Netanyahu di 100 milioni di dollari palestinesi (derivanti da dazi doganali, Iva sulle importazioni e ritenute nelle buste paga dei palestinesi che lavorano in Israele), a dicembre l’Anp non sarà in grado di pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e le pensioni.
Fayyad ha anche fatto capire che se continuerà il blocco dei trasferimenti di fondi palestinesi – che Israele è tenuto a fare sulla base del Protocollo di Parigi firmato dopo gli Accordi di Oslo – l’Anp non potrà far altro che dissolversi.
Più parti, l’Ue in testa, ripetono a Netanyahu che la scomparsa dell’Anp sarebbe disastrosa per Israele, tenendo conto della stretta «cooperazione di sicurezza» in chiave anti-Hamas tra i servizi di Tel Aviv e quelli di Ramallah. Invece, secondo Makor Rishon, i ministri israeliani non sono preoccupati, anzi preparano un piano per sostituire l’Anp in Cisgiordania, se si arriverà alla riappacificazione tra Hamas e Abu Mazen. Gaza, controllata dal movimento islamico, ovviamente rimarrebbe stretta nel rigido blocco terrestre e navale che già affronta da anni.
E qui spunta fuori il nome dello sceicco Abu Khader al Jaabari, da sempre ostile all’Anp e che, si dice, avrebbe ai suoi ordini decine di uomini armati. Al Jaabari, ha riferito Makor Rishon, ha preso parte di recente ad un meeting segreto a Tel Aviv al quale avrebbero partecipato l’attuale ministro dei trasporti Yisrael Katz, l’ex ministro Rafi Eitan, un rappresentante del servizio di sicurezza interna (Shin Bet) e non meglio precisati «esperti della società palestinese».
Tema del meeting: la possibilità che gruppi armati si sostituiscano all’Anp. Jaabari ed altri collaborazionisti di Israele avranno il compito di amministrare aree e città autonome palestinesi, senza alcuna contiguità territoriale, lavorando a stretto contatto con l’esercito di occupazione. Soprattutto non avanzeranno alcuna richiesta di indipendenza. «Può funzionare – avrebbe affermato durante l’incontro lo sceicco Jaabari – perché i palestinesi non desiderano uno Stato ma vogliono solo migliorare la loro condizione economica».
Il piano descritto da Makor Rishon rappresenta un salto all’indietro di oltre 30 anni, a quando l’ex ministro della difesa e poi premier israeliano Ariel Sharon progettò la Lega dei Villaggi, una rete di centri abitati amministrati da mukhtar e collaborazionisti, oppositori a quel tempo dell’Olp di Yasser Arafat.
Quanti sono i Jaabari pronti a partecipare al progetto che avrebbe in mente il governo Netanyahu? Il quotidiano israeliano non lo ha scritto. Ha messo in rilievo però che il ministro Katz è molto vicino a Netanyahu e la sua presenza all’incontro con lo sceicco di Hebron non può essere avvenuta all’insaputa del premier.
E se il portavoce dell’Anp, Ghassan Khatib, liquida queste indiscrezioni giornalistiche come «sciocche e, in ogni caso, impraticabili», un analista israeliano di primo piano, Gerald Steinberg, invece sostiene che il piano discusso a Tel Aviv non è l’unico sul tavolo del governo. «Se l’Anp proseguirà nel portare avanti la sua linea intransigente ed ostile – ha avvertito Steinberg – , Israele potrebbe arrivare a smantellare l’amministrazione palestinese e ad affidare il controllo della popolazione alla Giordania». Nena News
mercoledì 30 novembre 2011
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