giovedì 31 marzo 2011

*Disintossicarsi dall’ interventismo *

*Disintossicarsi dall’ interventismo *

Se si dovessero trasformare in un azione concreta i discorsi di un intervento in Libia, questa sarebbe illegale, immorale e ipocrita.

di Richard Falk

Ciò che a prima vista sorprende nella richiesta bi-partisan fatta a Washington di una no-fly zone e di attacchi aerei designati ad aiutare le forze ribelli in Libia, è l’assenza di qualsiasi preoccupazione per l’importanza della legge internazionale o dell’autorità delle Nazioni Unite.



Nessuno che abbia una qualche autorità si prende la pena di elaborare qualche tipo di razionalizzazione legale. I “realisti” al potere le cui parole riecheggiano dai media tradizionali, non sentono alcun bisogno di fornire neanche una foglia di fico legale prima di imbarcarsi in una guerra di aggressione.

Dovrebbe essere ovvio che una no-fly zone nello spazio aereo libico è un atto di guerra, come lo sarebbero, naturalmente attacchi aerei sulle fortificazioni delle forze di Gheddafi già presi in considerazione.

L’obbligo legale fondamentale della carta delle Nazioni Unite richiede che gli stati membri si astengano dall’uso della forza di qualsiasi tipo, a meno che non venga giustificato come auto-difesa dopo un attacco armato al di là del confine oppure avendo un mandato avuto su deliberazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Nessuna di queste due condizioni che autorizzano l’uso legale della forza è neanche lontanamente presente, e tuttavia la discussione sui media e nei circoli politici di Washington va avanti come se gli unici problemi degni di discussione fossero quelli riguardanti la fattibilità, i costi, i rischi, e possibili conseguenze nel mondo arabo.

La mentalità imperiale non è incline a discutere la questione della legalità, e non dimostra neanche un comportamento rispettoso dei vincoli insiti nella legge internazionale.

Casi difficili

Non si potrebbe sostenere che in situazioni di emergenza umanitaria esiste uno “stato di eccezionalità che permette a una coalizione di volenterosi di effettuare un intervento che però non peggiori la situazione? Non è stato questo la spiegazione morale e politica per la guerra della NATO in Kosovo nel 1999 che probabilmente risparmiò alla maggior parte della popolazione albanese che viveva in quel paese un sanguinoso episodio di pulizia etnica per mano degli occupanti serbi assediati?

Come è noto, i casi difficili possono avere brutti precedenti. Perfino i brutti precedenti, però, devono trovare una giustificazione nelle circostanze di una nuova situazione dichiarata di eccezionalità dichiarata o altrimenti ci sarebbe un forte incentivo per l’opinione pubblica pensare che i potenti agiscono come vogliono senza neanche fermarsi a fare una discussione onesta s u come allontanarsi dal normale regime legale di moderazione.

Per quanto riguarda la Libia, dobbiamo tener conto del fatto che il governo di Gheddafi, per quanto ripugnante dal punto di vista dei diritti umani, rimane il rappresentante diplomatico legale di uno stato sovrano, e qualsiasi uso della forza da parte di altri paesi e perfino dall’ONU, ancora meno da parte di un solo stato o da gruppi di stati, costruirebbe in intervento illegale negli affari interni di uno stato sovrano, il che è proibito dall’’Articolo 2 (7) della Carta dell’ONU a meno che non sia stato espressamente autorizzato dal Consiglio di sicurezza come essenziale per il bene della pace e della sicurezza internazionale.

Oltre a ciò, non c’è nessuna assicurazione che una volta intrapreso, l’intervento diminuirebbe le sofferenze del popolo libico o porterebbe al potere un regime più rispettoso dei diritti umani e votato alla partecipazione democratica.

L’archivio degli interventi militari degli ultimi decenni è una lista quasi ininterrotta di fallimenti se si prendono in dovuto conto sia i costi umani che i risultati politici.

Questa esperienza di interventi nel mondo islamico durante gli ultimi 50 anni rende impossibile sostenere il peso della persuasione che sarebbe necessaria per giustificare un intervento contro il regime in Libia in modo eticamente e legalmente persuasivo.

Un problema di credibilità

Ci sono anche preoccupazioni per la credibilità. Come si è ampiamente osservato nelle recenti settimane, gli Stati Uniti da decenni non hanno avuto alcun ripensamento per quanto riguarda l’appoggio ai regimi oppressivi in quelle zone, e c’è molto risentimento nei loro confronti da parte dai vari movimenti anti-regime per questo loro ruolo.

I crimini di Gheddafi contro l’umanità non sono mai stati un segreto e sono certo largamente noti dei servizi segreti di Europa e Stati Uniti. Anche gli intellettuali liberali di grande rilievo, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti hanno accolto volentieri molti inviti a Tripoli in negli scorsi anni, apparentemente senza un barlume di coscienza, hanno accettato compensi per consulenze e hanno scritto senza vergognarsene valutazioni positive che lodavano l’autoritarismo libico che si stava diventando meno rigido.

Forse Joseph Nye, uno dei più importanti tra questi visitatori di buona volontà che sono andati di recente a Tripoli, chiamerebbe questo atteggiamento un uso privato di “potere intraprendente” e loderebbe Gheddafi per aver rinunciato al suo atteggiamento anti-occidentale, per aver fatto affari con il petrolio e le armi, e soprattutto per aver abbandonato quello che alcuni ora dicono fosse un programma fantasma di armi nucleari.

I sapientoni della Beltway (la tangenziale di Washington) insistono durante i talk show che gli “interventisti” dopo aver vacillato quelle zone, vogliono scegliere il lato giusto della storia prima che sia troppo tardi. Ma quello che sembra il lato giusto della storia in Libia appare molto diverso da quello che è considerato giusto in Bahrain o in Giordania e anche in tutto il resto del Medio Oriente. La storia sembra scorrere seguendo le correnti dei fiumi, proprio come fa il petrolio!

Altrove, lo sforzo è inteso a ripristinare la stabilità con minime concessioni alle richieste riformiste, sperando di riuscire ad allontanarsi con un ritocco politico destinato a trasformare gli insorti di ieri nei burocrati di domani.

Mahmoud Mamdani ci ha insegnato a distinguere i “musulmani buoni” dai “musulmani cattivi”, ora ci si insegna a fare distinzione tra “despoti buoni” e “despoti cattivi”.

Secondo questa definizione, soltanto gli elementi favorevoli al regime in Libia e in Iran si qualificano come despoti cattivi, e le loro strutture devono essere almeno scosse se non si possono sfasciare.

Che cosa distingue questi regimi? Non sembra che quello che li distingue sia il loro grado di oppressività più diffuso e grave rispetto a quello osservato in altri casi.. Altre considerazioni danno un’idea più chiara: l’accesso al petrolio e fissarne i prezzi, le vendite di armi, la sicurezza di Israele, il rapporto con l’economia neoliberale mondiale.

Ciò che trovo più inquietante, è che malgrado i fallimenti della teoria e della pratica della controinsurrezione, i guru della politica estera americana continuano a prendere in considerazione l’intervento nelle società post-coloniali senza farsi scrupoli o senza far mostra della minima sensibilità per l’esperienza storica, e senza neanche riconoscere che la resistenza nazionale nel mondo post-coloniale ha neutralizzato costantemente i vantaggi della forza materiale superiore dispiegati dalla potenza che interviene.

Si è soltanto udita un’espressione di preoccupazione sussurrata dal segretario alla difesa Robert Gates, che è relativamente circospetto: “potrebbe non essere prudente in questo momento che gli Stati Uniti intervengano in un’altra nazione islamica.”

Il passato ignorato

E’ sorprende quanto sia ignorata la lezione del Vietnam, dell’Afghanistan, dell’Iraq, sottolineata dalla glorificazione del generale Petraeus che è diventato una celebrità militare dopo che gli si è riconosciuto di aver trovato un nuovo approccio dell’esercito alla controinsurrezione, che, nel gergo del Pentagono significa intervento a favore del regime.

Altre situazioni importanti attuali che illustrino quanto detto sono l’Afghanistan, l’Iraq, e molti altri luoghi in Medio Oriente. Parlando da un punto di vista tecnico, il proposto intervento in Libia non è un esempio di controinsurrezione, ma è piuttosto un intervento a favore dell’ insurrezione, come lo sono stati anche gli sforzi segreti di destabilizzazione In Iran che continuano ancora.

E’ più facile comprendere la resistenza professionale ad imparare la lezione dei fallimenti passati da parte dei comandanti militari, fa parte della loro vita quotidiana, ma i civili che fanno politica non meritano neanche la minima comprensione.

Tra i più ardenti sostenitori dell’intervento in Libia ci sono: l’ultimo candidato repubblicano alla presidenza, John McCain, Joe Liebermann, apparentemente indipendente, e il democratico e pro-Obama John Kerry.

Sembra che a molti dei repubblicani che si siano concentrati sul deficit sebbene i tagli alla spesa pubblica puniscano i poveri in un periodo di disoccupazione diffusa e di sfratti dalle case, non importerebbe pagare innumerevoli miliardi per finanziare azioni militari in Libia.

Esiste una preoccupante prontezza a buttare soldi e armi per un conflitto oltremare, apparentemente per dimostrare che le geopolitica imperiale non è ancora morta malgrado le prove sempre più numerose del declino americano.

Infine, suppongo che dobbiamo sperare che quelle voci imperiali più caute che basano la loro opposizione all’intervento sulle preoccupazioni per la sua fattibilità, vincano la loro battaglia!

Ciò che qui voglio soprattutto denigrare nel dibattito sulla Libia sono i tre tipi di fallimento delle politiche.

° Il non considerare la legge internazionale e l’ONU argomenti pertinenti nei dibattiti nazionali sugli usi internazionali della forza;

° La mancanza di rispetto per le dinamiche di auto-determinazione nelle società del sud del mondo;

° Il rifiuto di prestare attenzione all’etica e alla politica appropriate a un ordine mondiale post-coloniale che si sta de-occidentalizzando e che sta diventando sempre più multi-polare.

Richard Falk è Professor Emeritus di Legge Internazionale alla cattedra intitolata ad Albert G. Milbank all’Università di Princeton, e Visiting Distinguished Professor di Studi Globali e Internazionali all’Università della California, a Santa Barbara. Ha scritto e curato numerose pubblicazioni nell’arco di 50 anni. Il più recente volume da lui curato è : International Law and the Third World:Reshaping Justice (Routledge, 2008). (La legge internazionale e il terzo mondo: ridisegnare la giustizia. N.d:T.)

Attualmente sta svolgendo il terzo anno di in periodo di sei anni come Relatore Speciale dell’ONU per i diritti umani dei Palestinesi.

* to kick the habit: termine del gergo usato chi assume droghe; sta per disintossicarsi

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