Gideon Levy è un giornalista israeliano. Scrive per il quotidiano Ha’aretz.
Boicottare chi boicotta
* 21 maggio 2010
* 12:12
La maggioranza degli israeliani inorridisce all’idea che qualcuno, fuori dei confini di Israele, possa pensare di boicottare il loro paese, i loro prodotti o le loro università. Diciamo pure che qui in Israele tutti i boicottaggi sono considerati illegittimi. Chiunque ne proponga uno contro Israele viene considerato un antisemita, uno che odia lo stato ebraico e ne mette in discussione l’esistenza, mentre chi lo invoca dall’interno è accusato di tradimento.
Qui l’idea che un boicottaggio, per quanto limitato, possa convincere Israele a cambiare linea (e per il suo bene) non è tollerata. E l’ipocrisia fa apparire provocatoria agli occhi degli israeliani anche una mossa logica e scontata come l’invito, da parte dell’Autorità palestinese, a non comprare i prodotti fabbricati negli insediamenti ebraici. Perfino le sanzioni internazionali contro il Sudafrica, a cui di solito si riconosce il merito di aver favorito la caduta del regime dell’apartheid, qui da noi sono considerate irrilevanti e offensive come termine di paragone.
Si potrebbero anche condividere queste reazioni intolleranti, il problema però è che Israele pratica attivamente varie forme di boicottaggio. E non solo le pratica, ma le consiglia agli altri e a volte li costringe persino ad accodarsi. Israele ha imposto il boicottaggio culturale, accademico, politico, economico e militare dei Territori occupati, eppure qui non c’è quasi nessuno che lo critichi. Quando però si evoca la possibilità di boicottare chi boicotta, tutti reagiscono dicendo: inconcepibile! Il blocco più aperto e brutale, naturalmente, è l’assedio di Gaza e l’ostracismo verso Hamas.
Su richiesta ufficiale di Israele, quasi tutti i paesi occidentali l’hanno sottoscritto con inspiegabile prontezza. Non si tratta solo di un assedio che tiene Gaza da tre anni in uno stato permanente di difficoltà, né solo di un boicottaggio completo (e inutile) di Hamas, tranne per i contatti sul caporale Gilad Shalit, il militare israeliano rapito. No, si tratta di tutta una serie di boicottaggi: culturali, accademici, umanitari ed economici.
Israele minaccia quasi tutti i diplomatici stranieri che cercano di entrare a Gaza per vederne di persona la terribile situazione, e impedisce l’ingresso a chi tenta di portare aiuti umanitari. E il boicottaggio colpisce non solo Hamas, ma tutta Gaza e tutti i suoi abitanti. Sta per partire dall’Europa un convoglio di navi che cercherà di spezzare l’assedio portando a Gaza migliaia di tonnellate di materiali edili, prefabbricati e farmaci, e Israele ha detto di volerlo fermare. Medici, professori, artisti, giuristi, intellettuali, economisti, ingegneri: nessuno di loro può entrare a Gaza.
È un boicottaggio totale con il marchio “made in Israel”: il paese che accusa i boicottaggi di essere immorali e inefficaci, e poi non batte ciglio quando si tratta di Gaza.
Per di più Israele invita il mondo a isolare il regime iraniano. Ma la questione non riguarda solo Gaza e Teheran, perché l’ultima raffica di boicottaggi investe anche l’ingresso in Israele e in Cisgiordania. Chiunque sia sospettato di sostenere i palestinesi o di preoccuparsi per la loro sorte viene bloccato ed espulso: un clown venuto a organizzare una conferenza, un militante pacifista che avrebbe dovuto partecipare a un convegno, scienziati, artisti e intellettuali sospettati di sostenere la causa palestinese.
Siamo di fronte a un boicottaggio culturale e accademico totale: proprio quel genere di provvedimento che ci scandalizza quando è applicato contro di noi.
Ma l’elenco delle vittime del boicottaggio del paese antiboicottaggio non finisce qui. Anche un’organizzazione di ebrei americani come J-Street, che pure si dice filoisraeliana, è stata vittima dell’ostracismo israeliano. Insomma, è lecito boicottare J-Street perché è a favore della pace, ma non possiamo tollerare chi invita a non comprare i prodotti fabbricati negli insediamenti ebraici costruiti su terre occupate con la forza.
Negare a un visiting professor l’ingresso a Gaza per partecipare a un incontro universitario non merita la definizione di boicottaggio, ma gli altri non devono interrompere i rapporti con le università israeliane che offrono dei percorsi di laurea abbreviati per ufficiali dell’esercito e agenti dello Shin Bet addetti agli interrogatori, personaggi spesso giudicati da tutto il mondo complici di crimini di guerra.
In effetti è dura per un israeliano predicare agli altri le virtù del boicottaggio se poi non lo accetta verso il suo paese o la sua università. Ma dovrebbe essere un suo diritto credere che un boicottaggio possa indurre il suo governo a porre fine all’occupazione.
Finché gli israeliani non pagheranno un prezzo per l’occupazione, non cambierà niente. Questa è una posizione legittima e morale almeno quanto quella di chi sostiene che il boicottaggio è un’arma immorale e inefficace, ma poi lo usa contro gli altri. E allora: siete contrari al boicottaggio contro Israele? D’accordo, ma prima smettiamola noi di boicottare gli altri.
Traduzione di Marina Astrologo.
Internazionale, numero 847, 21 maggio 2010
venerdì 5 novembre 2010
PRIGIONIERI
ISRAELE: DETENUTI ALL’OMBRA DEI SERVIZI SEGRETI
Due Ong per i diritti umani denunciano: torture e abusi nel carcere di massima sicurezza di Petach Tikva
DI BARBARA ANTONELLI
Gerusalemme 2 Novembre 2010 (foto www.sulekha.org) Nena News – Petach-Tikva, dieci chilometri a est di Tel Aviv, è sede della seconda area industriale più grande in Israele, dopo Haifa. In ebraico, il nome significa “prospettiva di speranza”. Ironicamente è anche il luogo, dove si trova il centro di detenzione usato dagli agenti della ISA (o GSS), i servizi di sicurezza israeliani, noti anche come Shin Bet (abbreviazione del nome ebraico) o Shabak (acronimo), per interrogare e rinchiudere ogni anno centinaia di palestinesi. Detenuti in molti casi, solo perché collegati ad attività politiche all’interno delle università o di altri luoghi della Cisgiordania, o perché membri di organizzazioni quali Hamas o il Fronte Popolare di Liberazione Nazionale. E’ a Petach-Tikva, che è rinchiuso da mesi Ameer Makhoul, cittadino arabo israeliano e leader della ONG Ittijah, accusato di essere una spia per Hezbollah.
A Petach-Tikva, le violazioni dei diritti umani iniziano dal momento dell’arresto e vanno avanti nel corso degli interrogatori e durante tutto il periodo di detenzione. Nel 9% dei casi, si tratta di veri e propri abusi fisici. Una metodologia che è da anni consuetudine e che ha il pieno appoggio dello Stato di Israele: dal 2001 a oggi, 265 denunce sono state presentate al Ministero di Giustizia riguardanti casi di maltrattamenti subiti da palestinesi interrogati dagli agenti ISA; non è mai seguita alcuna indagine.
Un nuovo documento redatto dalle due ONG israeliane HaMoked e B’Tselem, presentato oggi alla stampa, ha raccolto le testimonianze di 121 palestinesi detenuti a Petah-Tikva nel corso del 2009: interviste rilasciate personalmente agli avvocati e ai ricercatori delle due ONG durate e dopo la detenzione. Che documentano ripetute e metodiche violazioni dei diritti umani; anche due attivisti di estrema destra israeliani, recentemente interrogati dai servizi di sicurezza a Petach-Tikva, hanno confermato di essere stati vittime di abusi: si tratta di Haim Perlman, interrogato perché sospettato di aver assassinato, per motivi ideologici, diversi arabi, che ha raccontato di essere rimasto legato per ore ad una sedia, e lo stesso vale per Dand Sitbon, che avrebbe collaborato con Perlman.
L’indagine sui misteri di Petach-Tikva ha inizio il 31 marzo 2009: in seguito ad un incidente avvenuto nel centro, due ufficiali del Ministero della Giustizia esaminano il carcere; entrano laddove nemmeno lo Stato di Israele ha accesso facile; attraverso una visita coordinata con la sicurezza, i due ufficiali visitano il centro, sorvegliati dagli agenti ISA, che nelle conversazioni con i detenuti, fanno anche da interpreti: ne esce furori un rapporto, redatto dal procuratore Naama Feuchtwanger mai reso pubblico, ma fatto arrivare nelle mani della ONG HaMoked. Un rapporto che fa scattare un campanello d’allarme. Da lì iniziano le ricerche dei due gruppi israeliani.
I 121 testimoni ascoltati da HaMoked e B’Tselem vengono tutti dalla Cisgiordania, 117 uomini, 4 donne, e 18 minorenni: rappresentano tutti “una minaccia per la sicurezza nazionale”. Significativa la provenienza geografica, 108 sono residenti in città e villaggi nel nord della Cisgiordania occupata.
Una routine che per quasi tutti è simile. Gli arresti avvengono a notte fonda o all’ alba, trascinati via senza la possibilità di prendere con sé alcun effetto personale né di salutare i propri familiari. Legati e a volto coperto vengono portati a Petach-Tivka: il 30% riferisce di aver subito violenza già durante il trasporto verso il centro, in veicoli militari dove raccontano di essere stati tenuti distesi sul pavimento, piuttosto che sui sedili, in alcuni casi alla presenza di cani. Ammanettati in modo così stretto, che polsi e mani diventano viola dal gonfiore. Nell’aprile del 2010, in seguito alla denuncia presentata dal Comitato pubblico contro la Tortura in Israele (PACTI), lo Stato ha attivato una nuova procedura, attualmente in vigore, per evitare manette dolorose; ma secondo le informazioni raccolte da HaMoked e B’Tselem, nulla è di fatto cambiato.
Ai detenuti vengono date celle anguste, giusto lo spazio per un materasso, senza finestre, con la luce artificiale tenuta accesa anche durante le ore notturne, soffitti bassissimi, materassi e lenzuola luride, condizioni igieniche raccapriccianti. Impianti di ventilazione con aria troppo fredda o troppo calda. Il 35% racconta di essere rimasto senza un cambio di biancheria per lunghi periodi, il 27% senza la possibilità di una doccia, con il risultato che molti detenuti soffrono di infezioni al derma. In alcuni casi, l’unico cambio di biancheria i detenuti lo hanno avuto dopo aver incontrato il rappresentante della Croce Rossa. Qaysar Diq, ventiquattrenne del villaggio di a-Diq, è rimasto con gli stessi pantaloni e la stessa maglietta per 65 giorni. Marwan N’irat arrestato al ponte di Allenby, è stato anche insultato dal suo interrogatore, perché “puzzava”. Il 78% denuncia di essere stato in cella di isolamento, in alcuni casi fino a due mesi.
E si arriva al momento dell’interrogatorio. La stanza dell’interrogatorio al contrario delle celle, possiede finestre, il detenuto può percepire se è giorno o notte: ma la limitazione del movimento è ancora più ferrea rispetto alle celle. Seduti per ore, su sedie di metallo o plastica ancorate al pavimento, mani legate allo schienale. Un posizione che provoca dolore a schiena, collo, braccia, bacino, e causa le emorroidi.
13 detenuti hanno raccontato di essere stati forzatamente privati del sonno, per oltre 24 ore. Il 36% sono stati vittime di insulti verbali, rivolti all’Islam o più spesso ai propri familiari; il 56% di minacce, anche sessuali. Nel 36%, la famiglia è stata usata come mezzo intimidatorio; in un caso una vedova di 63 anni, Rabe’ah Sa’id, è stata arrestata e interrogata nel centro solo perché i suoi figli, Ali e Baqer Sa’id, entrambi detenuti, potessero vederla insultata e degradata; la donna fu rilasciata due giorni dopo, senza alcuna accusa. Molti testimoni raccontano di confessioni estorte in cambio della possibilità di telefonare alle loro famiglie.
Nel 10% si parla di abusi fisici; negli anni ’90 l’uso diretto di violenza fisica da parte degli agenti ISA, era pratica comune; tra i metodi formalmente consentiti c’era lo “shaking” (scosse violente che potevano provocare anche la morte), proibito insieme ad altre pratiche nel 1999 dall’Alta Corte di Giustizia. Nel precedente report del 2007, HaMoked aveva già documentato 6 metodi di violenza fisica, usati negli interrogatori, tre delle quali sono attualmente ancora in uso.
Si tratta di una metodologia sistematica che persegue l’obiettivo di fiaccare, innescando meccanismi di paura e shock, il detenuto, distaccandolo dalle proprie abitudini quotidiane, deprivandolo di qualsiasi stimolo sensoriale, del movimento fisico, del contatto umano. L’indebolimento fisico avviene attraverso la ripetuta privazione del sonno, la riduzione dell’apporto di cibo. Lo scopo è la regressione psicologica del carcerato: che diventa “un niente” nelle mani dell’aguzzino. Metodi che rivelano una logica interna, fa notare HaMoked “simile a quella descritta in due manuali della CIA, rispettivamente del 1963 e del 1983, usati per condurre interrogatori in America Latina.”
Eliminare ogni stimolo sensoriale era l’obiettivo della CIA, ed è anche – scrivono i ricercatori nel documento – “una delle principali componenti dei metodi per condurre un interrogatorio” a Petach-Tikva. Al detenuto viene negata anche la possibilità di “tenersi occupato”, con attività semplici, come la lettura. Durante l’interrogatorio non può nemmeno toccare il proprio corpo. Allontanato da tutto ciò che può ricordargli la propria identità, gli effetti personali, la routine quotidiana, l’igiene personale, il carcerato perde il contatto con il tempo e lo spazio.
Le denunce riguardanti la condotta degli agenti ISA, vengono presentate attraverso gli avvocati dei detenuti o le associazioni in difesa dei diritti umani ed esaminate in prima istanza da ispettori interni a ISA, le cui note vengono inviate all’Ufficio del Procuratore governativo o alla Procura generale, l’unica in grado di avviare un’indagine criminale. Dal 2001 al 2009 gli ispettori ISA hanno esaminato 645 denunce, nessuna delle quali ha ricevuto alcun seguito. In alcuni casi, e solo dal 2000 al 2005, sono stati presi provvedimenti disciplinari contro gli agenti.
Nel 1999 l’Alta Corte di giustizia ha decretato che gli agenti ISA non sono autorizzati a “oltrepassare” i normali metodi usati dalla polizia israeliana ordinaria, per interrogare i sospettati. Da allora la sicurezza israeliana si è adeguata, ma il principio secondo il quale gli agenti sono o dovrebbero essere soggetti alle stesse regole dei poliziotti ordinari, è rimasto lettera morta. Infine sottolinea HaMoked, “le violazioni e gli abusi sui detenuti palestinesi in Israele devono essere analizzati in stretta relazione con il contesto dell’occupazione e quindi con l’identità nazionale dei detenuti, quella palestinese”. Vale a dire che i maltrattamenti sono possibili e giustificati a livello dell’opinione pubblica isrealiana perché esiste un processo di disumanizzazione dei palestinesi, che consente allo Stato di sospendere qualsiasi giudizio morale, a fronte della sicurezza nazionale e della lotta al terrorismo. Nena News
Per leggere il documento completo:http://www.btselem.org/English/Publications/Summaries/201010_Kept_in_the_Dark.asp
Due Ong per i diritti umani denunciano: torture e abusi nel carcere di massima sicurezza di Petach Tikva
DI BARBARA ANTONELLI
Gerusalemme 2 Novembre 2010 (foto www.sulekha.org) Nena News – Petach-Tikva, dieci chilometri a est di Tel Aviv, è sede della seconda area industriale più grande in Israele, dopo Haifa. In ebraico, il nome significa “prospettiva di speranza”. Ironicamente è anche il luogo, dove si trova il centro di detenzione usato dagli agenti della ISA (o GSS), i servizi di sicurezza israeliani, noti anche come Shin Bet (abbreviazione del nome ebraico) o Shabak (acronimo), per interrogare e rinchiudere ogni anno centinaia di palestinesi. Detenuti in molti casi, solo perché collegati ad attività politiche all’interno delle università o di altri luoghi della Cisgiordania, o perché membri di organizzazioni quali Hamas o il Fronte Popolare di Liberazione Nazionale. E’ a Petach-Tikva, che è rinchiuso da mesi Ameer Makhoul, cittadino arabo israeliano e leader della ONG Ittijah, accusato di essere una spia per Hezbollah.
A Petach-Tikva, le violazioni dei diritti umani iniziano dal momento dell’arresto e vanno avanti nel corso degli interrogatori e durante tutto il periodo di detenzione. Nel 9% dei casi, si tratta di veri e propri abusi fisici. Una metodologia che è da anni consuetudine e che ha il pieno appoggio dello Stato di Israele: dal 2001 a oggi, 265 denunce sono state presentate al Ministero di Giustizia riguardanti casi di maltrattamenti subiti da palestinesi interrogati dagli agenti ISA; non è mai seguita alcuna indagine.
Un nuovo documento redatto dalle due ONG israeliane HaMoked e B’Tselem, presentato oggi alla stampa, ha raccolto le testimonianze di 121 palestinesi detenuti a Petah-Tikva nel corso del 2009: interviste rilasciate personalmente agli avvocati e ai ricercatori delle due ONG durate e dopo la detenzione. Che documentano ripetute e metodiche violazioni dei diritti umani; anche due attivisti di estrema destra israeliani, recentemente interrogati dai servizi di sicurezza a Petach-Tikva, hanno confermato di essere stati vittime di abusi: si tratta di Haim Perlman, interrogato perché sospettato di aver assassinato, per motivi ideologici, diversi arabi, che ha raccontato di essere rimasto legato per ore ad una sedia, e lo stesso vale per Dand Sitbon, che avrebbe collaborato con Perlman.
L’indagine sui misteri di Petach-Tikva ha inizio il 31 marzo 2009: in seguito ad un incidente avvenuto nel centro, due ufficiali del Ministero della Giustizia esaminano il carcere; entrano laddove nemmeno lo Stato di Israele ha accesso facile; attraverso una visita coordinata con la sicurezza, i due ufficiali visitano il centro, sorvegliati dagli agenti ISA, che nelle conversazioni con i detenuti, fanno anche da interpreti: ne esce furori un rapporto, redatto dal procuratore Naama Feuchtwanger mai reso pubblico, ma fatto arrivare nelle mani della ONG HaMoked. Un rapporto che fa scattare un campanello d’allarme. Da lì iniziano le ricerche dei due gruppi israeliani.
I 121 testimoni ascoltati da HaMoked e B’Tselem vengono tutti dalla Cisgiordania, 117 uomini, 4 donne, e 18 minorenni: rappresentano tutti “una minaccia per la sicurezza nazionale”. Significativa la provenienza geografica, 108 sono residenti in città e villaggi nel nord della Cisgiordania occupata.
Una routine che per quasi tutti è simile. Gli arresti avvengono a notte fonda o all’ alba, trascinati via senza la possibilità di prendere con sé alcun effetto personale né di salutare i propri familiari. Legati e a volto coperto vengono portati a Petach-Tivka: il 30% riferisce di aver subito violenza già durante il trasporto verso il centro, in veicoli militari dove raccontano di essere stati tenuti distesi sul pavimento, piuttosto che sui sedili, in alcuni casi alla presenza di cani. Ammanettati in modo così stretto, che polsi e mani diventano viola dal gonfiore. Nell’aprile del 2010, in seguito alla denuncia presentata dal Comitato pubblico contro la Tortura in Israele (PACTI), lo Stato ha attivato una nuova procedura, attualmente in vigore, per evitare manette dolorose; ma secondo le informazioni raccolte da HaMoked e B’Tselem, nulla è di fatto cambiato.
Ai detenuti vengono date celle anguste, giusto lo spazio per un materasso, senza finestre, con la luce artificiale tenuta accesa anche durante le ore notturne, soffitti bassissimi, materassi e lenzuola luride, condizioni igieniche raccapriccianti. Impianti di ventilazione con aria troppo fredda o troppo calda. Il 35% racconta di essere rimasto senza un cambio di biancheria per lunghi periodi, il 27% senza la possibilità di una doccia, con il risultato che molti detenuti soffrono di infezioni al derma. In alcuni casi, l’unico cambio di biancheria i detenuti lo hanno avuto dopo aver incontrato il rappresentante della Croce Rossa. Qaysar Diq, ventiquattrenne del villaggio di a-Diq, è rimasto con gli stessi pantaloni e la stessa maglietta per 65 giorni. Marwan N’irat arrestato al ponte di Allenby, è stato anche insultato dal suo interrogatore, perché “puzzava”. Il 78% denuncia di essere stato in cella di isolamento, in alcuni casi fino a due mesi.
E si arriva al momento dell’interrogatorio. La stanza dell’interrogatorio al contrario delle celle, possiede finestre, il detenuto può percepire se è giorno o notte: ma la limitazione del movimento è ancora più ferrea rispetto alle celle. Seduti per ore, su sedie di metallo o plastica ancorate al pavimento, mani legate allo schienale. Un posizione che provoca dolore a schiena, collo, braccia, bacino, e causa le emorroidi.
13 detenuti hanno raccontato di essere stati forzatamente privati del sonno, per oltre 24 ore. Il 36% sono stati vittime di insulti verbali, rivolti all’Islam o più spesso ai propri familiari; il 56% di minacce, anche sessuali. Nel 36%, la famiglia è stata usata come mezzo intimidatorio; in un caso una vedova di 63 anni, Rabe’ah Sa’id, è stata arrestata e interrogata nel centro solo perché i suoi figli, Ali e Baqer Sa’id, entrambi detenuti, potessero vederla insultata e degradata; la donna fu rilasciata due giorni dopo, senza alcuna accusa. Molti testimoni raccontano di confessioni estorte in cambio della possibilità di telefonare alle loro famiglie.
Nel 10% si parla di abusi fisici; negli anni ’90 l’uso diretto di violenza fisica da parte degli agenti ISA, era pratica comune; tra i metodi formalmente consentiti c’era lo “shaking” (scosse violente che potevano provocare anche la morte), proibito insieme ad altre pratiche nel 1999 dall’Alta Corte di Giustizia. Nel precedente report del 2007, HaMoked aveva già documentato 6 metodi di violenza fisica, usati negli interrogatori, tre delle quali sono attualmente ancora in uso.
Si tratta di una metodologia sistematica che persegue l’obiettivo di fiaccare, innescando meccanismi di paura e shock, il detenuto, distaccandolo dalle proprie abitudini quotidiane, deprivandolo di qualsiasi stimolo sensoriale, del movimento fisico, del contatto umano. L’indebolimento fisico avviene attraverso la ripetuta privazione del sonno, la riduzione dell’apporto di cibo. Lo scopo è la regressione psicologica del carcerato: che diventa “un niente” nelle mani dell’aguzzino. Metodi che rivelano una logica interna, fa notare HaMoked “simile a quella descritta in due manuali della CIA, rispettivamente del 1963 e del 1983, usati per condurre interrogatori in America Latina.”
Eliminare ogni stimolo sensoriale era l’obiettivo della CIA, ed è anche – scrivono i ricercatori nel documento – “una delle principali componenti dei metodi per condurre un interrogatorio” a Petach-Tikva. Al detenuto viene negata anche la possibilità di “tenersi occupato”, con attività semplici, come la lettura. Durante l’interrogatorio non può nemmeno toccare il proprio corpo. Allontanato da tutto ciò che può ricordargli la propria identità, gli effetti personali, la routine quotidiana, l’igiene personale, il carcerato perde il contatto con il tempo e lo spazio.
Le denunce riguardanti la condotta degli agenti ISA, vengono presentate attraverso gli avvocati dei detenuti o le associazioni in difesa dei diritti umani ed esaminate in prima istanza da ispettori interni a ISA, le cui note vengono inviate all’Ufficio del Procuratore governativo o alla Procura generale, l’unica in grado di avviare un’indagine criminale. Dal 2001 al 2009 gli ispettori ISA hanno esaminato 645 denunce, nessuna delle quali ha ricevuto alcun seguito. In alcuni casi, e solo dal 2000 al 2005, sono stati presi provvedimenti disciplinari contro gli agenti.
Nel 1999 l’Alta Corte di giustizia ha decretato che gli agenti ISA non sono autorizzati a “oltrepassare” i normali metodi usati dalla polizia israeliana ordinaria, per interrogare i sospettati. Da allora la sicurezza israeliana si è adeguata, ma il principio secondo il quale gli agenti sono o dovrebbero essere soggetti alle stesse regole dei poliziotti ordinari, è rimasto lettera morta. Infine sottolinea HaMoked, “le violazioni e gli abusi sui detenuti palestinesi in Israele devono essere analizzati in stretta relazione con il contesto dell’occupazione e quindi con l’identità nazionale dei detenuti, quella palestinese”. Vale a dire che i maltrattamenti sono possibili e giustificati a livello dell’opinione pubblica isrealiana perché esiste un processo di disumanizzazione dei palestinesi, che consente allo Stato di sospendere qualsiasi giudizio morale, a fronte della sicurezza nazionale e della lotta al terrorismo. Nena News
Per leggere il documento completo:http://www.btselem.org/English/Publications/Summaries/201010_Kept_in_the_Dark.asp
mercoledì 3 novembre 2010
Conferenza di Cleveringa
Azione di BDS: protesta contro la conduzione della conferenza della Leiden University presso l'Università ebraica
Lunedì 01 Novembre 2010 18:32 Jan Wijenberg
| Stampa |
Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, 31 Ottobre 2010
Alternative Information Center
26.10.2010
Il 25 novembre l'Università ebraica di Gerusalemme ospiterà la conferenza di Cleveringa del 2010. Si tratta di un evento annuale, organizzato dalla più antica università olandese, la Leiden University.
La Conferenza ricorda il discorso tenuto dal Professor Rudolph Pabus Cleveringa all'Università di Leiden, il 26 novembre 1940.
Nella sua veste di Preside della Facoltà di Giurisprudenza, il Professor Cleveringa espresse la sua indignazione in merito alla decisione dalle forze di occupazione tedesche di rimuovere i professori ebrei dall'università. Tra di loro c'era il suo collega, EM Meijers, la cui conferenza era in programma proprio per quel momento. Rudolph Cleveringa è da sempre un simbolo per il 'baluardo della libertà accademica' (il motto dell'Università di Leiden è 'libertatis Praesidum').
La scelta di Gerusalemme per tenere la conferenza è spiegata nell'annuncio:
“Cleveringa fece sentire la propria voce proprio all'inizio della guerra, in particolare per quanto riguarda la libertà di espressione. Questo è molto apprezzato in Israele, tanto più che vi sono università all'estero che stanno cercando di boicottare professori e studenti Israeliani”.
È però noto, ormai, che Israele spende notevole energia per mettere a tacere e intimidire i 'dissidenti' nelle proprie università. Quelle parti del mondo accademico ebraico-israeliano che cercano di raccontare i peggiori eccessi del razzismo ufficiale e le più crudeli forme di violenza dell'esercito e della polizia contro la popolazione inerme palestinese, si trovano in una situazione disperata.
Richard Goldstone, che era stato incaricato dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite di studiare il comportamento di Israele e di Hamas durante l'“Operazione Piombo Fuso” delle Forze di Difesa di Israele, era Governatore onorario dell'Università ebraica di Gerusalemme. Contrariamente alle politiche universitarie, come risultato è stato rimosso da questa posizione. Che sia stato rimosso è l'immagine speculare di quanto accaduto al professor EM Meyers e a molti altri accademici ebrei nel 1940. Ed è tanto più deplorevole che proprio l'Università di Leiden ignori questa famigerata decisione.
Tutto ciò che Rudolph Cleveringa ha difeso, oggi in Israele è gravemente minacciato. È davvero inaccettabile che, in questo contesto, si abusi del suo nome.
Facciamo appello a tutti gli scienziati, in patria e all'estero, perché presentino la loro protesta al Magnifico Rettore dell'Università di Leiden, il Prof. Paolo F. van der Heijden.
Può essere contattato per posta: PO Box 9500, 2300 RA Leiden, Paesi Bassi.
Il suo indirizzo e-mail è pf.vanderheijden@cvb.leidenuniv.nlQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .
Chiedete ad amici e colleghi a unirsi a noi!
Per favore, mandate il vostro messaggio anche a me per conoscenza: jjwijenberg@gmail.comQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Grazie per esserti unito a noi.
Jan Wijenberg ex ambasciatore per i Paesi Bassi e portavoce della campagna
Testo inglese in http://www.alternativenews.org/english/index.php/topics/economy-of-the-occupation/2964-bds-action-protest-conduct-of-leiden-university-lecture-at-hebrew-university - tradotto da Barbara Gagliardi
Lunedì 01 Novembre 2010 18:32 Jan Wijenberg
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Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, 31 Ottobre 2010
Alternative Information Center
26.10.2010
Il 25 novembre l'Università ebraica di Gerusalemme ospiterà la conferenza di Cleveringa del 2010. Si tratta di un evento annuale, organizzato dalla più antica università olandese, la Leiden University.
La Conferenza ricorda il discorso tenuto dal Professor Rudolph Pabus Cleveringa all'Università di Leiden, il 26 novembre 1940.
Nella sua veste di Preside della Facoltà di Giurisprudenza, il Professor Cleveringa espresse la sua indignazione in merito alla decisione dalle forze di occupazione tedesche di rimuovere i professori ebrei dall'università. Tra di loro c'era il suo collega, EM Meijers, la cui conferenza era in programma proprio per quel momento. Rudolph Cleveringa è da sempre un simbolo per il 'baluardo della libertà accademica' (il motto dell'Università di Leiden è 'libertatis Praesidum').
La scelta di Gerusalemme per tenere la conferenza è spiegata nell'annuncio:
“Cleveringa fece sentire la propria voce proprio all'inizio della guerra, in particolare per quanto riguarda la libertà di espressione. Questo è molto apprezzato in Israele, tanto più che vi sono università all'estero che stanno cercando di boicottare professori e studenti Israeliani”.
È però noto, ormai, che Israele spende notevole energia per mettere a tacere e intimidire i 'dissidenti' nelle proprie università. Quelle parti del mondo accademico ebraico-israeliano che cercano di raccontare i peggiori eccessi del razzismo ufficiale e le più crudeli forme di violenza dell'esercito e della polizia contro la popolazione inerme palestinese, si trovano in una situazione disperata.
Richard Goldstone, che era stato incaricato dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite di studiare il comportamento di Israele e di Hamas durante l'“Operazione Piombo Fuso” delle Forze di Difesa di Israele, era Governatore onorario dell'Università ebraica di Gerusalemme. Contrariamente alle politiche universitarie, come risultato è stato rimosso da questa posizione. Che sia stato rimosso è l'immagine speculare di quanto accaduto al professor EM Meyers e a molti altri accademici ebrei nel 1940. Ed è tanto più deplorevole che proprio l'Università di Leiden ignori questa famigerata decisione.
Tutto ciò che Rudolph Cleveringa ha difeso, oggi in Israele è gravemente minacciato. È davvero inaccettabile che, in questo contesto, si abusi del suo nome.
Facciamo appello a tutti gli scienziati, in patria e all'estero, perché presentino la loro protesta al Magnifico Rettore dell'Università di Leiden, il Prof. Paolo F. van der Heijden.
Può essere contattato per posta: PO Box 9500, 2300 RA Leiden, Paesi Bassi.
Il suo indirizzo e-mail è pf.vanderheijden@cvb.leidenuniv.nlQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .
Chiedete ad amici e colleghi a unirsi a noi!
Per favore, mandate il vostro messaggio anche a me per conoscenza: jjwijenberg@gmail.comQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Grazie per esserti unito a noi.
Jan Wijenberg ex ambasciatore per i Paesi Bassi e portavoce della campagna
Testo inglese in http://www.alternativenews.org/english/index.php/topics/economy-of-the-occupation/2964-bds-action-protest-conduct-of-leiden-university-lecture-at-hebrew-university - tradotto da Barbara Gagliardi
martedì 2 novembre 2010
IL SOCIALFORUM IN PALESTINA
COMUNICATO STAMPA
UN PONTE PER…E ARCI IN PALESTINA PER IL FORUM SOCIALE
MONDIALE SULL’EDUCAZIONE: RILANCIARE LA CAMPAGNA BDS E PACBI
Ramallah, 30 ottobre - Per la prima volta la società civile globale si riunisce in Palestina per
uno dei suoi eventi più importanti: il Forum Sociale Mondiale sull'Educazione (28-31 ottobre 2010). Un ponte per... e ARCI guidano le due delegazioni italiane, che includono attivisti ma anche sindacalisti, insegnanti e studenti.
Le autorità israeliane hanno bloccato molti delegati asiatici - che si sono visti negare il visto dalle ambasciate - e la maggior parte degli attivisti dai paesi arabi circostanti, per cui è impossibile entrare in Israele, ma centinaia di internazionali sono comunque giunti a destinazione. Giovedì migliaia di persone, tra cui moltissime donne palestinesi, hanno partecipato alla marcia di apertura sulle strade di Ramallah, ma purtroppo si è dovuta registrare forte diffidenza verso
l'evento da parte dell'Autorità Nazionale Palestinese, causa la presenza di bandiere dei partiti di sinistra tra la folla.
Mentre il processo di pace ristagna e le colonie israeliane illegali crescono nei territori palestinesi, associazioni e sindacati sfidano l'occupazione e tessono percorsi di pace e giustizia basati sui diritti
umani, a partire dal diritto all'educazione per emancipare e liberare le menti. In seminari, laboratori, assemblee ed eventi culturali, emerge il valore dell'educazione per costruire una società alternativa, soprattutto per i popoli che devono costruire un fronte di resistenza all'oppressione, alla colonizzazione, all'Apartheid. Non c'è luogo migliore per ribadirlo della Palestina, la cui popolazione ha costruito un fronte popolare di resistenza non armata, nella prima Intifada, proprio boicottando le istituzioni educative israeliane e dando vita a scuole comunitarie nelle case e nei cortili.
Poiché la popolazione palestinese non può riunire le sue componenti, questo Forum si svolge a Ramallah e nelle cittadine dei Territori Occupati, ma anche a Gaza sotto l'assedio israeliano, nei campi profughi giordani e libanesi, e in territorio israeliano tra i palestinesi con cittadinanza israeliana. I dibattiti si collegano tra loro e con altri eventi organizzati in contemporanea nel resto del mondo grazie a Internet, con chat e video-conferenze, nella nuova pratica dell' "expanded social forum" che facilita la crescita delle interconnessioni tra movimenti sociali.
In molti incontri si entra nel vivo della principale richiesta della società civile palestinese agli internazionali: applicare Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) verso Israele per sanzionare le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale.
In un dibattito organizzato da Un ponte per... e' stata rilanciata con forza da studenti e docenti palestinesi la campagna di boicottaggio delle istituzioni culturali e accademiche israeliane (PACBI), finché non si esprimeranno contro l'oppressione del popolo palestinese. La classe intellettuale di
Israele, se davvero è liberale e consapevole dei diritti negati al popolo palestinese, deve sottrarre la propria complicità alle politiche criminali del governo israeliano. Lo ribadiscono i pacifisti israeliani presenti a questo forum: il BDS e' una campagna globale per diritti universali, e il
forum sociale mondiale avra' un ruolo importante per amplificarla.
Ufficio Stampa Un ponte per...
tel:+39.06.44702906
cell:+39.339.2701528
stampa@unponteper.it
www.unponteper.it
UN PONTE PER…E ARCI IN PALESTINA PER IL FORUM SOCIALE
MONDIALE SULL’EDUCAZIONE: RILANCIARE LA CAMPAGNA BDS E PACBI
Ramallah, 30 ottobre - Per la prima volta la società civile globale si riunisce in Palestina per
uno dei suoi eventi più importanti: il Forum Sociale Mondiale sull'Educazione (28-31 ottobre 2010). Un ponte per... e ARCI guidano le due delegazioni italiane, che includono attivisti ma anche sindacalisti, insegnanti e studenti.
Le autorità israeliane hanno bloccato molti delegati asiatici - che si sono visti negare il visto dalle ambasciate - e la maggior parte degli attivisti dai paesi arabi circostanti, per cui è impossibile entrare in Israele, ma centinaia di internazionali sono comunque giunti a destinazione. Giovedì migliaia di persone, tra cui moltissime donne palestinesi, hanno partecipato alla marcia di apertura sulle strade di Ramallah, ma purtroppo si è dovuta registrare forte diffidenza verso
l'evento da parte dell'Autorità Nazionale Palestinese, causa la presenza di bandiere dei partiti di sinistra tra la folla.
Mentre il processo di pace ristagna e le colonie israeliane illegali crescono nei territori palestinesi, associazioni e sindacati sfidano l'occupazione e tessono percorsi di pace e giustizia basati sui diritti
umani, a partire dal diritto all'educazione per emancipare e liberare le menti. In seminari, laboratori, assemblee ed eventi culturali, emerge il valore dell'educazione per costruire una società alternativa, soprattutto per i popoli che devono costruire un fronte di resistenza all'oppressione, alla colonizzazione, all'Apartheid. Non c'è luogo migliore per ribadirlo della Palestina, la cui popolazione ha costruito un fronte popolare di resistenza non armata, nella prima Intifada, proprio boicottando le istituzioni educative israeliane e dando vita a scuole comunitarie nelle case e nei cortili.
Poiché la popolazione palestinese non può riunire le sue componenti, questo Forum si svolge a Ramallah e nelle cittadine dei Territori Occupati, ma anche a Gaza sotto l'assedio israeliano, nei campi profughi giordani e libanesi, e in territorio israeliano tra i palestinesi con cittadinanza israeliana. I dibattiti si collegano tra loro e con altri eventi organizzati in contemporanea nel resto del mondo grazie a Internet, con chat e video-conferenze, nella nuova pratica dell' "expanded social forum" che facilita la crescita delle interconnessioni tra movimenti sociali.
In molti incontri si entra nel vivo della principale richiesta della società civile palestinese agli internazionali: applicare Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) verso Israele per sanzionare le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale.
In un dibattito organizzato da Un ponte per... e' stata rilanciata con forza da studenti e docenti palestinesi la campagna di boicottaggio delle istituzioni culturali e accademiche israeliane (PACBI), finché non si esprimeranno contro l'oppressione del popolo palestinese. La classe intellettuale di
Israele, se davvero è liberale e consapevole dei diritti negati al popolo palestinese, deve sottrarre la propria complicità alle politiche criminali del governo israeliano. Lo ribadiscono i pacifisti israeliani presenti a questo forum: il BDS e' una campagna globale per diritti universali, e il
forum sociale mondiale avra' un ruolo importante per amplificarla.
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lunedì 1 novembre 2010
ADESSO BASTA! GIU' LE MANI DAI BAMBINI!
Spari ed elettroshock sui bambini palestinesi
Palestine Chronicle
21.10.2010
http://palestinechronicle.com/view_article_details.php?id=16346
Spari e Elettroshock sui bambini palestinesi
di Stephen Lendman
Defence for Children International (DCI), sezione Palestina (DCI / Palestina) "è una sezione nazionale di un'organizzazione non governativa internazionale per i diritti dei bambini e di un movimento (dedicato) alla promozione e alla tutela dei diritti dei bambini palestinesi", secondo i principi del diritto internazionale.
L'uso sistematico e istituzionalizzato della tortura, da parte di Israele, nei confronti dei bambini palestinesi è brutale come quello contro gli adulti. Il DCI / Palestina, nell'ultimo Bollettino di Settembre aggiunge di più, dicendo:
"Per la prima volta .... ci sono tre casi (documentati) di bambini sottoposti a elettroshock da parte del personale israeliano nell'insediamento di Ari'el". Erano tutti stati accusati di lancio di pietre. L'elettroshock ha fatto confessare anche i ragazzi innocenti.
Il DCI e il PACTI (il Comitato pubblico contro la tortura in Israele) hanno chiesto ad Israele di indagare se risultava vero che nell'insediamento di Gush Etzion, durante gli interrogatori, erano stati "attaccati i cavi della batteria di un'auto ai genitali di un ragazzo di 14 anni, per ottenere una confessione di lanci di pietre".
Il 5 agosto un incidente ha coinvolto quattro ragazzi che passeggiavano nei pressi di una strada utilizzata dai coloni quando si è avvicinata una jeep israeliana. "Solo per divertimento", un ragazzo ha finto di lanciare qualcosa. La jeep è tornata indietro, raggiunta da altre ed ha inseguito i ragazzi. Questi sono stati catturati, bendati, ammanettati dolorosamente, detenuti e portati, prima all'insediamento di Zufin, poi all'insediamento Ari'el dove un ragazzo, Raed, è stato interrogato.
Anche se innocente, la "minaccia di elettroshock" gli ha fatto confessare il lancio di pietre, dopo di che gli hanno sbattuto la testa contro un armadio. Gli è stato dato anche un pugno nello stomaco, e uno di quelli che lo stavano interrogando lo ha colpito con un dispositivo portatile, provocandogli vertigini e brividi. Il ragazzo ha poi firmato una confessione in ebraico, lingua che non conosce, è stato trasferito al centro di detenzione e interrogatori di Salem, dopo di che è stato portato al carcere di Megiddo, in aperta violazione dell'articolo 76 della Quarta Convenzione di Ginevra, relativo ai diritti garantiti alle persone detenute sotto occupazione.
Un secondo incidente ha coinvolto un ragazzo di 17 anni, Malek, falsamente accusato di aver lanciato pietre e bottiglie molotov. Circa 30 soldati lo hanno arrestato e torturato, come Raed, prima del trasferimento nella prigione di Ofer. Al suo arrivo è stato dolorosamente colpito alla testa, poi interrogato e minacciato di violenza fisica e stupro se non avesse confessato. "Egli ha negato entrambe le accuse", durante un interrogatorio di due ore.
Il 15 settembre Khalil, di 13 anni, è stato arrestato e accusato di aver lanciato una bottiglia molotov. All'una di notte, i soldati israeliani hanno infranto le finestre della casa della sua famiglia, l'hanno perquisita, e hanno portato il ragazzo all'insediamento di Ma'ale Adumin. Anche se innocente, è stato minacciato di stupro e gli sono state fatte intimidazioni affinché confessasse. Khalil ha firmato un documento di sei pagine in ebraico, lingua che non conosce, ed è stato detenuto nella prigione di Ofer.
Un altro incidente, precedente a questi, riguarda Moatasem, di 16 anni, arrestato il 20 marzo. Egli rimane in detenzione amministrativa senza accusa né processo, nella speranza di essere rilasciato a dicembre. Come gli altri, dal momento dell'arresto alla detenzione, è stato torturato. Durante l'interrogatorio, gli è stato chiesto di parlare di un complotto che comprendeva una rivolta, dei proiettili e delle armi antisommossa, senza ulteriori spiegazioni, qualcosa di cui lui non sapeva nulla e così ha detto. Il 25 marzo, è stato condannato ad una detenzione amministrativa di sei mesi, poi prorogata per altri tre, il 26 settembre.
In media, da gennaio 2008 a settembre 2010, Israele ha tenuto prigionieri più di 300 bambini palestinesi, circa il 10% di loro tra i 12 - 15. Di solito, quando i reclami o le richieste di indagini sugli arresti e il maltrattamento infantile sono presentati alla Presidenza del Judge Advocate General's (JAG), le risposte non arrivano o le scarcerazioni sono negate.
Sparare ai bambini che raccolgono ghiaia
Separatamente, il DCI / Palestina ha segnalato, dal 22 maggio al 14 ottobre 2010, 12 episodi che coinvolgono bambini di età compresa tra i 13-17 anni, che raccoglievano ghiaia vicino alla recinzione di confine fra Gaza e Israele. A causa dell'assedio, Israele ha vietato i materiali da costruzione costringendo centinaia di uomini e ragazzi a cercare fra i rifiuti ciò che possono trovare, a raccogliere la ghiaia, metterla nei sacchi, caricarli sugli asini per poi venderla ai costruttori per fare il calcestruzzo.
Dalle torri di guardia sul confine, i soldati israeliani a volte sparano e uccidono gli asini. Hanno preso di mira anche dei lavoratori, di solito sparando loro alle gambe. In recenti casi documentati, segnalati dal DCI / Palestina, hanno sparato anche a bambini che lavoravano a 50-800 metri dal confine.
Inoltre, uno studio delle Nazioni Unite, sul periodo gennaio 2009 - agosto 2010 a Gaza, ha riferito di almeno 22 civili uccisi e 146 feriti dagli spari nella zona vicina al confine di Israele; tra questi 27 erano bambini.
Dei 12 casi documentati dal DCI, nove "quando sono stati colpiti, erano fuori dalla zona di vietata (fino a 300 metri dal confine) imposta unilateralmente dall'esercito israeliano". In tutte le circostanze, senza eccezioni, il diritto internazionale vieta di sparare ai civili non combattenti. Israele, naturalmente, si fa beffe impunemente di tutte le leggi internazionali.
Il 10 e 11 novembre, il DCI / Palestina in collaborazione con il Consiglio Esecutivo Internazionale del DCI e il Segretariato internazionale del DCI , Ginevra, una Conferenza Internazionale per i Bambini dal titolo " Ambiente Protetto - Partecipazione attiva", secondo il motto: "Insieme costruiamo il cambiamento. "
Il DCI spiega che "la partecipazione dei bambini è uno dei quattro principi fondamentali della Convenzione sui diritti del fanciullo." Sotto l'occupazione, il loro coinvolgimento è particolarmente importante per affrontare i loro bisogni collettivi, i loro interessi e le loro preoccupazioni. La prossima conferenza incoraggia quindi i bambini a partecipare e lo facilita "trovando per loro gli spazi per realizzarlo."
Stephen Lendman vive a Chicago. Ha contribuito a questo articolo PalestineChronicle.com. Per contattarlo: lendmanstephen@sbcglobal.netQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. e visitare il suo blog all'indirizzo: sjlendman.blogspot.com
(tradotto da barbara gagliardi)
Succ. >
Ultimo aggiornamento Domenica 31 Ottobre 2010 10:19
Palestine Chronicle
21.10.2010
http://palestinechronicle.com/view_article_details.php?id=16346
Spari e Elettroshock sui bambini palestinesi
di Stephen Lendman
Defence for Children International (DCI), sezione Palestina (DCI / Palestina) "è una sezione nazionale di un'organizzazione non governativa internazionale per i diritti dei bambini e di un movimento (dedicato) alla promozione e alla tutela dei diritti dei bambini palestinesi", secondo i principi del diritto internazionale.
L'uso sistematico e istituzionalizzato della tortura, da parte di Israele, nei confronti dei bambini palestinesi è brutale come quello contro gli adulti. Il DCI / Palestina, nell'ultimo Bollettino di Settembre aggiunge di più, dicendo:
"Per la prima volta .... ci sono tre casi (documentati) di bambini sottoposti a elettroshock da parte del personale israeliano nell'insediamento di Ari'el". Erano tutti stati accusati di lancio di pietre. L'elettroshock ha fatto confessare anche i ragazzi innocenti.
Il DCI e il PACTI (il Comitato pubblico contro la tortura in Israele) hanno chiesto ad Israele di indagare se risultava vero che nell'insediamento di Gush Etzion, durante gli interrogatori, erano stati "attaccati i cavi della batteria di un'auto ai genitali di un ragazzo di 14 anni, per ottenere una confessione di lanci di pietre".
Il 5 agosto un incidente ha coinvolto quattro ragazzi che passeggiavano nei pressi di una strada utilizzata dai coloni quando si è avvicinata una jeep israeliana. "Solo per divertimento", un ragazzo ha finto di lanciare qualcosa. La jeep è tornata indietro, raggiunta da altre ed ha inseguito i ragazzi. Questi sono stati catturati, bendati, ammanettati dolorosamente, detenuti e portati, prima all'insediamento di Zufin, poi all'insediamento Ari'el dove un ragazzo, Raed, è stato interrogato.
Anche se innocente, la "minaccia di elettroshock" gli ha fatto confessare il lancio di pietre, dopo di che gli hanno sbattuto la testa contro un armadio. Gli è stato dato anche un pugno nello stomaco, e uno di quelli che lo stavano interrogando lo ha colpito con un dispositivo portatile, provocandogli vertigini e brividi. Il ragazzo ha poi firmato una confessione in ebraico, lingua che non conosce, è stato trasferito al centro di detenzione e interrogatori di Salem, dopo di che è stato portato al carcere di Megiddo, in aperta violazione dell'articolo 76 della Quarta Convenzione di Ginevra, relativo ai diritti garantiti alle persone detenute sotto occupazione.
Un secondo incidente ha coinvolto un ragazzo di 17 anni, Malek, falsamente accusato di aver lanciato pietre e bottiglie molotov. Circa 30 soldati lo hanno arrestato e torturato, come Raed, prima del trasferimento nella prigione di Ofer. Al suo arrivo è stato dolorosamente colpito alla testa, poi interrogato e minacciato di violenza fisica e stupro se non avesse confessato. "Egli ha negato entrambe le accuse", durante un interrogatorio di due ore.
Il 15 settembre Khalil, di 13 anni, è stato arrestato e accusato di aver lanciato una bottiglia molotov. All'una di notte, i soldati israeliani hanno infranto le finestre della casa della sua famiglia, l'hanno perquisita, e hanno portato il ragazzo all'insediamento di Ma'ale Adumin. Anche se innocente, è stato minacciato di stupro e gli sono state fatte intimidazioni affinché confessasse. Khalil ha firmato un documento di sei pagine in ebraico, lingua che non conosce, ed è stato detenuto nella prigione di Ofer.
Un altro incidente, precedente a questi, riguarda Moatasem, di 16 anni, arrestato il 20 marzo. Egli rimane in detenzione amministrativa senza accusa né processo, nella speranza di essere rilasciato a dicembre. Come gli altri, dal momento dell'arresto alla detenzione, è stato torturato. Durante l'interrogatorio, gli è stato chiesto di parlare di un complotto che comprendeva una rivolta, dei proiettili e delle armi antisommossa, senza ulteriori spiegazioni, qualcosa di cui lui non sapeva nulla e così ha detto. Il 25 marzo, è stato condannato ad una detenzione amministrativa di sei mesi, poi prorogata per altri tre, il 26 settembre.
In media, da gennaio 2008 a settembre 2010, Israele ha tenuto prigionieri più di 300 bambini palestinesi, circa il 10% di loro tra i 12 - 15. Di solito, quando i reclami o le richieste di indagini sugli arresti e il maltrattamento infantile sono presentati alla Presidenza del Judge Advocate General's (JAG), le risposte non arrivano o le scarcerazioni sono negate.
Sparare ai bambini che raccolgono ghiaia
Separatamente, il DCI / Palestina ha segnalato, dal 22 maggio al 14 ottobre 2010, 12 episodi che coinvolgono bambini di età compresa tra i 13-17 anni, che raccoglievano ghiaia vicino alla recinzione di confine fra Gaza e Israele. A causa dell'assedio, Israele ha vietato i materiali da costruzione costringendo centinaia di uomini e ragazzi a cercare fra i rifiuti ciò che possono trovare, a raccogliere la ghiaia, metterla nei sacchi, caricarli sugli asini per poi venderla ai costruttori per fare il calcestruzzo.
Dalle torri di guardia sul confine, i soldati israeliani a volte sparano e uccidono gli asini. Hanno preso di mira anche dei lavoratori, di solito sparando loro alle gambe. In recenti casi documentati, segnalati dal DCI / Palestina, hanno sparato anche a bambini che lavoravano a 50-800 metri dal confine.
Inoltre, uno studio delle Nazioni Unite, sul periodo gennaio 2009 - agosto 2010 a Gaza, ha riferito di almeno 22 civili uccisi e 146 feriti dagli spari nella zona vicina al confine di Israele; tra questi 27 erano bambini.
Dei 12 casi documentati dal DCI, nove "quando sono stati colpiti, erano fuori dalla zona di vietata (fino a 300 metri dal confine) imposta unilateralmente dall'esercito israeliano". In tutte le circostanze, senza eccezioni, il diritto internazionale vieta di sparare ai civili non combattenti. Israele, naturalmente, si fa beffe impunemente di tutte le leggi internazionali.
Il 10 e 11 novembre, il DCI / Palestina in collaborazione con il Consiglio Esecutivo Internazionale del DCI e il Segretariato internazionale del DCI , Ginevra, una Conferenza Internazionale per i Bambini dal titolo " Ambiente Protetto - Partecipazione attiva", secondo il motto: "Insieme costruiamo il cambiamento. "
Il DCI spiega che "la partecipazione dei bambini è uno dei quattro principi fondamentali della Convenzione sui diritti del fanciullo." Sotto l'occupazione, il loro coinvolgimento è particolarmente importante per affrontare i loro bisogni collettivi, i loro interessi e le loro preoccupazioni. La prossima conferenza incoraggia quindi i bambini a partecipare e lo facilita "trovando per loro gli spazi per realizzarlo."
Stephen Lendman vive a Chicago. Ha contribuito a questo articolo PalestineChronicle.com. Per contattarlo: lendmanstephen@sbcglobal.netQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. e visitare il suo blog all'indirizzo: sjlendman.blogspot.com
(tradotto da barbara gagliardi)
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