martedì 7 settembre 2010

Appunti di viaggio in Palestina

Dal 18 al 30 luglio ho partecipato a un viaggio in Cisgiordania organizzato da una delle tre associazioni in cui milito "Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese" di seguito alcuni stralci del diario di viaggio che sarà pubblicato a breve da "Stelle Cadenti"



20 luglio 2010 - Ponte di Allenby

Giornata infernale. Il prezzo da pagare per poter vedere la Palestina. Ci siamo mossi presto perché il ponte di Allenby chiudeva alle 17, ci ha comunicato Mohamed, un nostro amico palestinese che abbiamo incontrato ad Amman e che è rientrato in Palestina con noi. Davanti al nostro pullman c’era una fila infinita di automezzi, camion, macchine, temevamo che saremmo arrivati alla frontiera troppo tardi per poter attraversare il ponte. Ci sono tre chilometri tra la frontiera giordana e quella palestinese, in mezzo c’è il controllore: Israele, che decide chi può entrare e chi uscire e chi sarà rimandato indietro. Per percorrere quei tre chilometri non ci abbiamo messo meno di nove ore. Ma i palestinesi ci mettono molto di più e senza garanzia di passare, quello è l’unico varco da cui possono uscire dalla Cisgiordania o rientrarvi. Per le famiglie, i bambini, gli anziani quel passaggio si trasforma in una vera e propria tortura.
Alla frontiera giordana l’attesa non è stata particolarmente lunga, ma Mohamed che aveva cercato di passare con noi è stato respinto e ha dovuto fare un’altra trafila, poi Yousef è salito sul pullman dove eravamo già risaliti per recuperare la sua valigia “Non posso venire con voi” ha detto. Abbiamo provato una grande tristezza per Yousef. Il suo attraversamento sembrava di nuovo in forse e dire che ieri era così felice… Il pullman è ripartito ma all’approssimarsi del ponte di Allenby è dovuto rimanere fermo per ore. Non si poteva scendere nemmeno a fumare una sigaretta. Quando finalmente siamo arrivati ad Allenby ci siamo trovati, all’esterno della struttura, in fondo a una fila di persone da spavento. Una calca come quella che si può trovare nella metro A nell’ora di punta, solo che è durata ore. Il gruppo si è disperso e mi sono ritrovata indietro assieme ad altre due donne della delegazione. C’erano vecchi, donne con bambini piccolissimi, alcuni neonati, stanchi e sudati. Abbiamo fatto passare davanti a noi tutte le donne con bambini piccoli e così ci siamo distanziate dagli altri. All’interno almeno c’era l’aria condizionata. Federica, la più giovane della compagnia, ha dovuto togliersi la cinta e le scarpe, prima di passare al controllo di borse e passaporti, ma tutti ci siamo tolti bracciali orecchini, e ogni orpello metallico. Dopo, siamo stati dirottati in un’altra stanza dove ci hanno controllato i passaporti e dato il visto. Mi sono accorta che di fronte a me, sulla parete c’era scritto V.I.P. Così rispetto ai palestinesi… Eravamo tutti vip. Nell’uscire ci siamo accorti che in un’altra fila c’era Yousef.
Eravamo felicissimi che era riuscito a passare e che poteva ricongiungersi con noi. Però i problemi non erano ancora finiti. Luisa, una donna del gruppo, è stata bloccata perché c’era una segnalazione a suo carico da quando era andata, anni prima, ad una manifestazione a Gaza. Patrizia, la presidente dell’associazione, si è subito mobilitata per trovare una soluzione, il numero di telefono del console alla mano. Intanto Luisa ha dovuto subire un interrogatorio. Noi aspettavamo l’esito accanto alle nostre valigie con sconforto. Finalmente è ritornata assieme a Patrizia. “Per questa volta sono stata perdonata” ha detto. Ho provato, assieme al sollievo, il disgusto per l’arroganza israeliana. Loro permettono, non permettono, respingono, perdonano a loro piacimento, la libertà personale del prossimo è azzerata.
Abbiamo preso un autobus di linea uscendo da quel manicomio, le colline dorate di Jerico ci venivano incontro. Più tardi siamo saliti sul pullman della MLR e durante il percorso Yousef ci faceva notare gli insediamenti ebraici con i loro tipici tetti rossi su ogni collina del territorio palestinese sulla strada per Ramallah. Siamo arrivati alla sede centrale della MLR alle otto di sera. Stanchi, impolverati e nervosi. Un’intera giornata passata a farsi controllare valigie e passaporti, a fare file, ad aspettare. Avremmo dovuto incontrare i bambini alle sei, ma ormai se n’erano andati. Avevano lasciato un grande lenzuolo con i loro disegni, manine colorate e una scritta di benvenuto per noi. Il lenzuolo campeggiava all’entrata della MLR tenuto ai 4 capi con delle funi, il vento lo gonfiava come una vela, nei giorni successivi lo ha staccato dai supporti ed è crollato a terra.
Ci siamo sentiti molto sollevati una volta entrati a Ramallah e soprattutto quando siamo arrivati alla sede della MLR, la sensazione di essere finalmente a casa.
L’accoglienza è stata calda e commossa, “Siamo felici di avervi qui, anche se sappiamo che per venire avete dovuto affrontare le difficoltà di tutti coloro che sono solidali con la Palestina” ci ha detto un funzionario, poi ci hanno regalato delle rose rosse e ci hanno messo una kefia intorno al collo.

Dopo la cena ci siamo riuniti in una sala dove è stato proiettato un filmato sulle attività della MLR. Nel filmato si vedevano autoambulanze distrutte dai carri armati e tutte le acrobazie che medici e paramedici della MLR sono costretti a fare per poter soccorrere i feriti. Qui non basta essere medici, bisogna essere eroi. Dopo c’è stato un dibattito, domani si va a Nablus.

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