domenica 12 settembre 2010

Appunti di viaggio in Palestina

22 luglio 2010

Kalkylia

Ero molto ansiosa di vedere Kalkylia, nota per essere una città completamente circondata dal muro. La sua provincia ha 80mila abitanti, la città 45mila. Il funzionario della MLR che qui è stata fondata nel 1994 e gestisce un pronto soccorso che fa fronte a situazioni di emergenza ci racconta delle infinite difficoltà per curare gli abitanti a causa della vicinanza con Israele e a causa del muro. In particolare è un grosso problema curare le persone al di là del muro, spesso è capitato loro di arrivare in ritardo e molte donne hanno partorito ai check point. Ci dice dei molti casi di bambini con la poliomielite e con disturbi nervosi. Spesso per i cittadini i costi sono elevati anche solo per arrivare ai centri della MLR.
Saliamo all’ultimo piano della struttura, da lì si vede il muro che stringe in una morsa oppressiva la città. Il funzionario sospira “Abbiamo il mare vicino, ma qui del mare sentiamo solo l’umidità”.
Il governatore di Kalkylia si chiama Rabeeh Khandakji, è un signore robusto con un senso spiccato dell’ironia, come constaterò in seguito. Prima di tutto mette l’accento sull’amicizia che lega la città al popolo italiano “Tanto è vero che siete qui e questa è una dimostrazione di amicizia”. Nel ‘48 Israele occupò più del 60% di Kalkylia, era previsto che tutta la città rientrasse in territorio israeliano. Molta gente ne uscì per questo motivo. Benché non abbia un campo profughi la maggior parte degli abitanti sono profughi scappati da altre zone. Nell’attacco israeliano del ‘56 furono distrutte la sede del governatore e tutte le strutture, nel ‘66 l’esercito ha distrutto 19 pozzi, nel ‘67 ha cacciato via tutti gli abitanti compresi i malati negli ospedali. I cittadini sono riusciti a rientrare solo grazie alla pressione internazionale. “E’ una continua politica di espulsione e ebraicizzazione” dice il governatore “ E a questo servono il muro e gli insediamenti. Grazie a questa politica israeliana il numero degli abitanti è sceso da 103mila a 80mila a causa di immigrazione interna o all’estero. Durante la seconda Intifada Kalkylia ha subito un assedio continuo. Secondo una stima della FAO il 42% degli abitanti aveva necessità di alimentazione urgente. 650 piccole fabbriche artigiane dovettero chiudere con la distruzione dei servizi economico-commerciali. Prima la città aveva due ingressi, dopo la costruzione del muro c’è solo un cancello che si chiude quando lo decidono gli israeliani.
Il muro impedisce il movimento in entrata e in uscita e ha peggiorato ulteriormente la situazione. Pur mantenendo la chiusura Israele ha permesso un po’ di movimento fino al 2009, ma abbiamo il 28% di disoccupati, molti contadini sono divisi dalla loro terra da coltivare e Kalkylia è circondata da colonie oltre che dal muro. Il sud di Kalkylia è la zona più ricca d’acqua quindi il territorio è più fertile ed è lì che le colonie sono posizionate. Inoltre il muro ha inglobato terre fertili per futuri insediamenti.”
A volte il tracciato del muro circonda anche qualche insediamento, è il caso di Alfe Menasce una grande colonia a sud di Kalkylia, sia la città che questi coloni chiesero all’alta corte israeliana di eliminare un tratto di muro, la quale delegò all’esercito il compito di tracciarne il nuovo percorso.
“La zona da Kalkylia a Salfit è ricca d’acqua” continua il governatore “ Il numero di abitanti in questo territorio è basso, certi villaggi hanno 4-5mila persone. L’altro giorno sono andati a fuoco 5 dunum di oliveti, i cittadini sono preoccupati anche di quantificare i danni quando è loro richiesto dalla Comunità internazionale perché ogni volta che c’è stata un’inchiesta poi gli si è rivoltata contro. La gente ha il rigetto di dover dire sempre le stesse cose. L’ente internazionale che viene qua per denunciare la scarsità di permessi di passare di là dal muro conferma il suo potere, legittimandolo. Vengono qua per questo e poi magari ringraziano Israele invece di imporre la fine di questa situazione. Quelli che vengono qua ci tengono a sviluppare i nostri rapporti con Israele, quando ci chiedono qualcosa per collaborare con gli israeliani è sempre a nostro danno. “
L’amarezza del governatore è più che giustificata qui dell’occupante, si sente proprio il fiato sul collo. Ci racconta alcuni episodi:
“ In un villaggio vicino Azun prima chiudevano i portoni alle 5 del pomeriggio, ora alle 10. Una bambina ha avuto una febbre alta quando il portone era chiuso. Doveva essere trasferita in un ospedale, ma non ci sono stati negoziati bastanti per far passare la bambina, si è ottenuto solo di poter far parlare il medico con la famiglia e quindi far passare le iniezioni da una parte all’altra. Un’altra volta un trattore si è capovolto e ha schiacciato un bambino, malgrado la gravità della situazione solo quando il bambino è morto il soldato ha dato ordine di aprire il cancello.”
Ci racconta poi delle molte umiliazioni ad opera dei soldati, come quando entravano e requisivano tutte le foto di Arafat, ci scrivevano sopra “Vaffanculo” e poi le distribuivano ai bambini, oppure portavano dentro un cane e lo chiamavano Maometto, altre volte mentre i palestinesi aspettavano di passare un soldato e una soldatessa si mettevano a fare sesso per farli aspettare.
Chiediamo come è stata organizzata la resistenza.
“La resistenza popolare qui era soprattutto nelle zone confinanti con il muro e con gli insediamenti” dice il governatore, poi traccia la differenza tra le manifestazioni a Bi’lin e a Jayyus, nel distretto di Kalkilia. “Nei villaggi come Bi’lin la reazione dell’esercito cambia secondo i suoi obiettivi in quella zona e secondo cosa intende farne. Spesso i soldati aspettano che la manifestazione arrivi al muro poi attaccano con lacrimogeni e pallottole di gomma (o senza gomma) a Jayyus entrano due ore prima dell’inizio della manifestazione, i cecchini sparano i soldati lanciano lacrimogeni contro animali, strumenti e persone per impedire perfino che la manifestazione inizi. Sempre a Jayyus occupazione del municipio e lancio di lacrimogeni all’interno è una cosa normale. L’altro giorno hanno minacciato il sindaco di arresto se non fermava i ragazzi che tiravano sassi. Secondo l’esercito il sindaco sarebbe dovuto uscire e individuare i lanciatori di sassi per denunciarli.”
Malgrado un così scuro quadro il governatore non manca di comunicarci un altro modo di resistere:
“ Il nostro messaggio è: siamo capaci di vivere, abbiamo lavorato in tutte le situazioni e non abbiamo dimenticato la cultura e la festa. Quando ho visto cantare e ballare le famiglie palestinesi, donne con velo e senza velo, giovani e bambini, il popolo palestinese in tutte le sue sfaccettature sono stato felice.
All’ingresso di Kalkylia abbiamo piantato un olivo di duemila anni, come simbolo di resistenza”.
L’olivo rappresenta il contadino palestinese e lo abbiamo visto entrando troneggiare all’ingresso della città è bellissimo, un simbolo e un testimone della storia di questo popolo.
Prima di lasciare la stanza Federica che è impegnata nell’associazione di Amicizia Italia-Cuba, si avvicina al governatore per portargli il saluto della sua associazione. Il governatore risponde “Cuba fa parte della nostra cultura e della nostra storia, la sua lotta è la nostra lotta”. Federica si commuove a nome di tutti i cubani.
Poi ci accompagna a vedere il muro. L’ho visto mille volte il muro di Kalkylia, ma l’impatto col muro reale è grande. Dall’altra parte c’è Israele, una strada tutta alberata di modo che il muro non si veda. Kalkylia è proprio sulla linea verde, ma Israele è anche all’interno della provincia con insediamenti massicci. Il muro è come una morsa allo stomaco e mette addosso un senso d’angoscia. E’ costellato di dipinti e graffiti, c’è di tutto, anche la testimonianza di chi che è venuto da Roma, leggiamo “Garbatella Rossa” e “Centro sociale Corto Circuito” e poi la faccia di Che Guevara, cosa che fa entusiasmare Federica.
Quasi fin sotto il muro c’è un campo coltivato, poco più di un orto, qui i palestinesi possono coltivare verdure ma non piantare alberi, il governatore ci dice che per costruire il muro dalla parte verso Gerusalemme gli israeliani hanno distrutto 400 attività commerciali e la fabbrica del marmo. Ci mostra la strada che permetteva ai contadini di raggiungere la loro terra, ma ora è chiusa dal muro. Spesso diventa un lago perché nella zona del muro gli israeliani disattivano le chiuse e tutto si trasforma in un’acquitrino. Ma quando la zona si allaga gli israeliani non permettono al comune di pulire. Qui ora c’è solo un allevamento di api.
Il governatore ci dice che l’emiro Sharekah ha donato una scuola, ma gli israeliani hanno detto che in questa scuola non vi possono studiare i bambini sotto i 12 anni. Un modo come un altro di boicottare l’istruzione.
Quando ci si avvicina troppo al muro le cellule fotoelettriche fotografano la retina, scherziamo sul fatto che per entrare a Jerico abbiamo detto di essere innocenti turisti, e ora all’uscita ci presenteranno le foto delle nostre retine in fila urlando “Vi abbiamo beccati!”
Mentre mi avvicino al muro la mia gonna lunga s’impiglia in un groviglio di filo spinato. Non è il solito filo spinato, al posto degli spuntoni ha delle lamelle taglienti, non lo avevo mai visto. Mi libero la gonna e cerco cautamente di passare tra un rotolo e l’altro, ma mi ferisco entrambe le caviglie. Constato che il filo spinato israeliano è molto efficiente, appena lo si sfiora taglia come un rasoio. Mentre cerco di tamponare il sangue e molte mani mi porgono un disinfettante che io non avrei mai pensato di portare, anche Raffaella incappa nel filo spinato, cade e non riesce letteralmente a liberarsi, si è ferito il viso e c’è bisogno di aiuto per potersi districare.
Il governatore ci ha invitato a pranzo, qui l’atmosfera si distende e diventa conviviale e allegra. A un certo punto del banchetto il governatore che è seduto di fronte a me sorridendo sornione mi chiede se conosco la storia del rabbino e della capra. Lì per lì non capisco, ma quando Bassam comincia a tradurre, la riconosco subito. La storia è questa: un uomo non riusciva più a vivere in una sola stanza con la moglie e la suocera, per avere consiglio va dal rabbino il quale gli suggerisce di portare in casa una capra e metterla sotto il letto. L’uomo segue il consiglio, ma il puzzo della capra in così poco spazio è insostenibile e torna dal rabbino che gli consiglia di aspettare ancora un po’. L’uomo torna a casa con la moglie la suocera e la capra. Quando finalmente il rabbino dice che può portar via la capra l’uomo si sente così sollevato che dimentica il disagio precedente. “E’ così che gli israeliani fanno con noi” dice il governatore.

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